lunedì 4 settembre 2017

Il mio Quarantennale del Punk - pt. 3




Manifesto per il "Concerto contro la disperazione urbana" - Torino, 1982



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Eravamo rimasti alle tensioni all'interno del 5° Braccio [1] e a quelle in casa con P., e queste ultime mi par di capire abbiano suscitato un po' di più che legittima curiosità.

Ma prima di cominciare con la mia - a quel punto già disastrosa - coabitazione con P., ormai ex batterista del 5° Braccio, coabitazione che continuò per alcuni mesi dopo la sua cacciata dalla band, vorrei però raccontare brevemente dei primi concerti punk torinesi, cui partecipai anima e cuore (e corpo). [Perdonate il disordine narrativo, ma mi rendo conto che nel precedente scritto ho trascurato di parlare di alcune cose importanti e non amando manipolare/correggere quanto ho già pubblicato, le inserisco ora.]
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La prima cosa da dire è che nel 1982, insieme al 5° Braccio, al siluraggio di P. dalla band e al nascere, veloce, di una nuova "scena" torinese, arrivarono anche nuove amicizie, la più importante delle quali fu quella con PS., una ragazza di qualche anno più giovane di me che da allora divenne una delle figure importanti della e nella mia vita. [Ebbene sì: siamo amici ancora oggi, anzi è la mia più cara amica, una delle persone che meglio mi conoscono.]. Anche se PS. non sarà continuamente citata, dovete immaginate che in ogni cosa che racconterò lei era presente. Non solo: parte dell'iconografia a corredo di questi miei scritti proviene da lei, che è realmente memoria storica di una parte importante del punk italiano.
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il 5° Braccio visto di spalle...
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La dimensione amicale era, o così credevo allora [2], una componente importante della "scena" punk torinese, e italiana in generale: le persone dovevano avere idee politicamente affini ed essere amiche le une con le altre. Andava stravolto il concetto in uso nelle altre "scene", in primis quella musicale mainstream, o peggio ancora mainstream-wannabe, dove ciò che importava erano solo il successo, la fama, il denaro, tre cose che la scena punk torinese e italiana disprezzava. 
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Dunque nuove amicizie e - oltre alle panchine di Piazza Statuto, storico ritrovo dei punk torinesi - una nuova "mini-sede provvisoria" in cui un ristretto nucleo di persone, il 5° Braccio, PS. e poche/i altre/i, si trovava per chiacchierare e progettare concerti e fanzine: casa mia coi suoi 22 metri quadri scarsi e l'umidità del Mato Grosso a farci perenne compagnia.
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Poco più tardi i punk "anarchici" [le virgolette perché, come già detto, non tutti eravamo davvero anarchici, ma per vari motivi - tra cui la "comodità" di definirsi come il resto del gruppo - ci portava a non indagare troppo su quell'aspetto; c'è però da dire che al di là dell'ideologia le amicizie con i compagni anarchici erano per la maggior parte reali e sincere] trovarono davvero una sede per le riunioni e per progettare le iniziative, e fu la sede degli anarchici di Via Ravenna. Lì avvennero le riunioni sui concerti da organizzare, le band da invitare e soprattutto lì avvennero le, spesso interminabili, discussioni su chi poteva suonare ai concerti e chi no.
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Disforìa: una delle prime fanzine del punk torinese,
concepita e assemblata nei 22 mq di casa mia
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Se da un lato capivo e capisco bene che in un'iniziativa autogestita connotata politicamente fosse e sia importante invitare chi ha una certa affinità col "progetto generale", dall'altro lato viste col senno di poi quelle riunioni mi appaiono ora come censorie, discriminatorie e un po' "staliniste": perché se è giusto non invitare a un concerto band destrorse o politicamente troppo ambigue, non è però giusto chiedere "professioni di fede" [quanto "sincere" lo si può immaginare] a band formate da persone con cui, prima di tutto, c'era amicizia.
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Bisogna tenere conto che in quegli anni a Torino - e in generale dappertutto - era molto difficile suonare dal vivo e organizzare concerti, quindi escludere una band aveva un'importanza che trascendeva la "dimensione politica".
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Luca Abort (1964 - 2000) cantante dei Blue Vomit
al "Concerto contro la disperazione urbana", Torino, 1982
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Nel frattempo non avevo un amore, frequentavo il corso triennale per educatori, facevo il tirocinio nei servizi pubblici e continuavo a lavoricchiare e continuavano gli attacchi di panico. Mangiavo poco, anzi pochissimo, sia detto senza voler impietosire nessuno o "farla troppo tragica", ma facevo quattro/cinque pasti alla settimana, e infatti pesavo poco più di 70 kg [sarà per quello che ora sono un ciccione golosissimo?...].
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Mio padre ogni tanto veniva a trovarmi nei miei terribili 22 metri quadri e insisteva perché andassi almeno mangiare a casa loro (una volta pianse anche, e fu l'unica volta in vita mia che lo vidi piangere, preoccupato nel vedermi così magro e "trasandato", per non dire di quell'obbrobrio di casa...), ma io ero troppo orgoglioso, e anche arrabbiato con lui perché "non si era mai accorto della mia situazione di disperazione e della vita di inferno che i miei attacchi di panico mi procuravano".
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Quel mio essere così povero, magro, e sistemato in una stamberga (altro che "precario"...) era il mio grido di indipendenza e di libertà. Povero, affamato, ma libero. Non che fossi un "eroe romantico", anzi: per le persone della mia generazione era un valore comune e condiviso l'essere indipendenti dai propri genitori, era come il Vero punto di partenza della propria vita, il vero inizio della crescita individuale e personale.

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Orlando, batterista del 5° Braccio - Torino, 1982
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Organizzavamo i primi concerti in un "centro d'incontro", quello del quartiere Vanchiglia (subito soprannominato Vankiglia, perché la "k" è sempre più ribelle e rivoluzionaria della "c", come già i beatniks sapevano), ma prima di entrare più nel dettaglio, faccio un passo indietro e torno alla drammatica fine della coabitazione tra P. e me. Che so essere la cosa che interessa maggiormente. :)
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Dunque l'aria in casa era oramai irrespirabile: oltre a vivere nella stessa stanza senza parlarsi se non per le comunicazioni di servizio, in quel periodo - vivaddìo! - ero riuscito ad avere qualche "contatto ravvicinato" con qualche giovanotto che però si poteva mettere in atto solo se P. se ne andava a fare un giro e, data l'atmosfera, capitava sempre più spesso che per dispetto - o perché fuori c'era brutto tempo -  P. non si rendesse disponibile ad uscire di casa, quindi i miei "contatti ravvicinati" sfumavano, con comprensibile risentimento [è un eufemismo] da parte mia. 
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Fino a che un "bel" giorno, quello del mio compleanno, P. mi fece trovare un biglietto d'auguri sul tavolo, cosa che io - in quell'atmosfera di odio che oramai regnava sovrana tra noi - interpretai come pura presa in giro (e credo che non fossi troppo in errore). Quindi le dissi testualmente che "poteva prendere quel biglietto, arrotolarlo e ficcarselo su per il culo" e credo proprio che furono le ultime parole che le dissi.
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Simone, chitarrista dei Blue Vomit, di spalle Luca Abort,
al concerto "Contro la disperazione urbana" - Torino, 1982
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Oh se me la fece pagare.
Se ne andò, senza portarsi ancora nulla delle sue cose, e andò a disdire il contratto d'affitto dei 22 metri quadri di quell'orrida stamberga (contratto che era a lei intestato) senza dirmi nulla, confidando a una vicina di casa che "così il padrone di casa mi avrebbe trovato lì abusivamente e mi avrebbe buttato fuori", ah-ha. La vicina di casa però era una persona sensibile e venne, in lacrime, a confidarmi tutto quanto.
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Io per prima cosa presi un taglierino e rigai in modo orrendo tutti i dischi di P., poi le pisciai sui vestiti, andai a camminare con gli anfibi sul fango e con gli anfibi infangati calpestai ogni cosa che P. aveva poco accortamente lasciato in casa. Non sono affatto orgoglioso di quanto ho fatto, ma comprendo la rabbia che avevo addosso e, come dire, un pochino mi giustifico.
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In fretta e furia, supplicando qualche amico di aiutarmi, caricai i quattro "mobili" che avevo e li stipai in un magazzino che un amico gentilmente acconsentì a prestarmi, il medesimo amico mi ospitò per un mese a casa sua, mentre io contattavo il padrone di casa dicendogli che "avevo saputo che la monocamera di via S. si era liberata e se, insomma, me l'affittava". Il padrone di casa fu felicissimo di trovare un altro scemo che andasse ad occupare quella topaia e ovviamente provvide subito ad aumentarmi l'affitto.
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Di nuovo in fretta e furia riportai le mie quattro cose nella topaia, dimenticai P. e finalmente torniamo ai concerti e a quello che accadde dopo.
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5° Braccio, Torino, 1982
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La mia reale e mai ostentata povertà - non potevo permettermi nulla: una volta pagato affitto e bollette non mi rimaneva in tasca niente - non mi impediva però di essere al corrente di tutto ciò che di nuovo accadeva nella scena punk italiana e mondiale.
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Già da un paio d'anni il chitarrista del 5° BraccioT., aveva avuto la geniale idea di diffondere la musica punk tramite cassette duplicate in casa una per una, con copertine fatte in casa anch'esse (prodotte con un instancabile lavoro manuale di collage, disegni, scritte; viste oggi sono realmente dei piccoli capolavori!), vendute a prezzo politico, ossia quanto bastava per coprire le spese di cassette vergini e le fotocopie. Eravamo veramente bravi/e a produrre cose così belle con quel poco o niente che avevamo. Ricordo interi pomeriggi e serate passate a tagliare i fogli A4 delle fotocopie, perché da ogni foglio ricavavamo 4 copertine.

Quelle cassettine erano spedite letteralmente in tutto il mondo [e oggi sono ricercatissime al mercato del collezionismo] e ovviamente una volta spedite perdevamo il controllo della musica in esse contenuta, al punto che un brano di una di quelle cassettine registrate con mezzi di fortuna, entrò - al 14° posto - nella classifica indipendente inglese nel New Musical Express: si trattava di un pezzo scritto da me, eseguito coi Fiori del Male, di cui ho parlato nel precedente capitolo.
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Questa è una delle cassette che ci autoproducevamo e che ha fatto il giro del mondo. 
E' un pezzo, non secondario, della storia del punk. Torino 198X (Torino, 1982)

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Noi punk torinesi, o punx come preferivamo firmarci, per differenziarci dal "punk 1977" visto oramai come un fenomeno commerciale e perfettamente inglobato nel sistema dell'industria dell'intrattenimento (quindi reso completamente innocuo) avevamo preso possesso, non formalmente ma di fatto, di un centro d'incontro, uno di quei luoghi normalmente abbastanza squallidi che rappresentavano i rimasugli, perfettamente inglobati nel sistema (anzi: si rivelarono laboratori "sui giovani" a nostra stessa insaputa) di quelli che qualche anno prima erano stati i Circoli del proletariato giovanile, che erano luoghi di aggregazione giovanile fortemente politicizzati e che vennero brutalmente chiusi e cancellati. [QUI uno dei pochi link che sono riuscito a trovare]
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La sinistra istituzionale, i partiti e gli enti locali avevano provveduto a cacciare i facinorosi, a ri-appropriarsi degli spazi occupati e a inserirvi degli animatori culturali, in pratica dei controllori travestiti da amici. In queste strutture la funzione di controllo era innegabile, al di là della buona fede o meno degli animatori direttamente interessati.
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Comunque la maggior parte di noi punx era in buona fede e ci si faceva, come dicono i francesi, un culo così per organizzare concerti, formare band, provare, scrivere e assemblare fanzine, tenersi in contatto con le altre "scene" italiane ecc. ecc. Tempo per annoiarsi non ce n'era davvero. Inoltre suonavamo spesso in giro, esclusivamente in posti occupati o comunque in situazioni autogestite.
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D.D.T. (Distorsione Di Torino), concerto "Contro la disperazione urbana" - Torino, 1982
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L'organizzazione dei concerti in particolare era piuttosto impegnativa, ma i risultati superarono sempre le più ottimistiche aspettative.

Nel centro d'incontro di Vankiglia, oramai la nostra "base", oltre alla sede degli anarchici di via Ravenna, veniva allestita una sala per la stampa in serigrafia dei manifesti che pubblicizzavano il concerto [quello del concerto "Contro la disperazione urbana" lo potete vedere come prima immagine di questo scritto, lì sopra] e coi quali tappezzavamo le zone strategiche della città e non c'era nessuna scusa per il disimpegno: se non ti "sbattevi" per il concerto, la tua band non avrebbe suonato. Metodo meritocratico che mi troverebbe perfettamente d'accordo anche oggi e che non ha nulla a che vedere con la "meritocrazia" classicamente intesa, ma più con la concezione marxista del "da ognuno/a secondo le sue possibilità".
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Prima, naturalmente, si contattavano le band che venivano da fuori città, quando non da fuori Italia, come quando vennero gli MDC da San Francisco e alcuni membri della band li ospitai per la notte a casa mia.
Poi si noleggiava l'impianto sonoro. E infine si aspettava con ansia il giorno del concerto.
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MDC: John Wayne Was A Nazi (dall'album Millions of Dead Cops, 1982)
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Si cominciava a lavorare dal mattino: con scotch pesante univamo le gambe dei tavoloni bianchi: ecco fatto il palco. Arrivava l'impianto sonoro e montavamo l'attrezzatura. Insieme all'attrezzatura spesso venivano anche "i tecnici" proprietari della stessa: proprio durante il primo concerto litigai furiosamente col mixerista, un individuo che trasudava spocchia e antipatia da tutti i pori e che avrebbe voluto essere ovunque tranne che lì. Beh, da un certo punto di vista posso anche capirlo... Quel concerto per lui probabilmente rappresentava un qualcosa di disgustoso, quantomeno di imperfetto. Cercai per tutto il concerto di attaccare briga con lui, ma era solo odioso, non scemo! Si fossimo arrivati alle mani lui avrebbe avuto come minimo duecento punk scatenati contro. In genere io ero tranquillo, probabilmente quella volta ero un tantino sovraeccitato dalla situazione.
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Dopo ore di un'attesa che a me sembrava sempre interminabile cominciavano ad arrivare le persone, tantissima gente, sicuramente troppa per un posto come il salone del centro d'incontro.
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Ogni volta era uno stupore perché in cuor nostro non immaginavamo che a Torino esistessero così tanti punk. Creste colorate, capelli sparati, catene, giubbotti di pelle nera, occhi bistrati, orecchini ovunque, spillette (pins) a migliaia, pantaloni leopardati, "A" cerchiate e, raramente, qualche svastica, i rari proprietari delle quali venivano prontamente cacciati fuori dal concerto. 
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Intermezzo

...e a proposito di svastiche, ecco di seguito un episodio, surreale?, accadutomi nel 1977, che mi è tornato alla mente solo ora.
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Come dicevo nella prima parte del mio Quarantennale, nel 1977 frequentavo il F.U.O.R.I. e un bel giorno portai in sede del Partito Radicale (che forniva la sala per le riunioni e le attività del gruppo) il mio entusiasmo per il punk. Organizzai una festicciola alla buona: mi procurai un giradischi e un po' di bevande e salatini, portai la mia striminzita collezione di album e singoli punk, veci un bel manifestino che attaccai nelle varie sale della sede del PR e il seguente sabato sera molte delle persone che frequentavano il partito si presentarono alla festicciola e ballarono scatenatissimi, e gioiosamente, per tutta la sera.
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Io che quella sera mi ero acconciato per bene (senza alcuna ombra di svastica nel mio abbigliamento, ci tengo a precisare), mi improvvisai dj e, insomma, per farla breve ci divertimmo tutti moltissimo.
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Un paio di giorni dopo uno dei militanti sia del F.U.O.R.I che del PR mi fece trovare un enorme manifesto scritto a mano pieno di invettive nei miei confronti, ed evidentemente anche nei confronti di chi alla festicciola si era divertit*, e che terminava - lo ricorderò fino a che camperò - con la frase: "...vai a fare il punk in Corso Francia 19". [All'epoca in Corso Francia 19 c'era la sede dei fascisti dell' m.s.i.]
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La cosa mi ferì profondamente e mi fece sentire anche molto in colpa. La persona che fece il manifesto, un ragazzo più grande di me, FC, dopo alcuni mesi organizzava feste "punk" e "new wave" nelle discoteche cittadine, con ingresso a (profumato) pagamento.
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Preferisco non aggiungere altro, visto che è un episodio accaduto quarant'anni fa e non avrebbe senso da parte mia recriminare od offendere una persona che non ho mai più visto da allora e che nella e per la mia vita non ha più significato nulla, tranne che un brutto ricordo che, per altro, da anni affiorava più alla mia mente.
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Fine Intermezzo
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Siouxsie Sioux (Londra, 1977)

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Dopo il primo concerto, cui parteciparono band di Torino e di fuori città, come i Raf Punk di Bologna (la mia punk-band italiana preferita di sempre) e gli Indigesti, altra band che all'epoca amavo [3].
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Ci si impegnava moltissimo, credevamo nell'autogestione senza compromessi della nostra musica - io personalmente ci crederei ancora, e se avessi un po' più di energia starei ancora a suonare non per soldi, ma per comunicare e anche divertire - e spendevamo moltissimo tempo per l'organizzazione delle nostre attività (concerti, cassette, lettere, fanzine ecc.).
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Ma c'era una cosa che mi rodeva l'anima, a parte gli attacchi di panico [che mi sembrava mi facessero perdere cinque ani di vita ogni volta che mi accadevano...] ed era il clima quasi stalinista che sentivo si stava instaurando sia all'interno del 5° Braccio sia in generale nella "scena" torinese, nella quale in quel momento il 5° Braccio aveva un peso molto importante.
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La gioia, il divertimento erano visti come un qualcosa di obbrobrioso, borghese, da combattere, venivano negati o se vissuti, erano vissuti con senso di colpa; addirittura ridere era fuori luogo, se non per le battute di chi "contava" all'interno della scena
Per alcune persone, quelle appunto che contavano - e che, va detto, si facevano anche un bel culo per organizzare le cose - ogni comportamento non strettamente politico - come l'assumere droghe, bere alcool, ascoltare musica non-allineata o giocare a rincorrersi in piazza Statuto, era guardato con disprezzo. 
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"In questo mondo di merda - sembrava dicessero - gioire, divertirsi è colpevole, è arrendersi al Sistema..."
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un volantino del 5° Braccio (all'interno vi erano i testi delle canzoni)
Torino, 1982

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Gli slogan di cui erano infarciti i testi delle canzoni del 5° Braccio e di moltissime altre punk band cominciarono a starmi davvero stretti. Erano slogan, non vita, spesso non erano vissuti personalmente, non arrivavano dal cuore né al cuore, per me non avevano nulla di emotivamente significante. D'altronde io ero occupato a sopravvivere alla povertà, alla fame quasi letterale, al mio essere sessualmente non-allineato col machismo che imperava ai concerti e pressoché in tutte le situazioni, all'omofobia, al maschilismo. Dovevo sopravvivere ai miei attacchi di panico e alla mia mancanza d'amore. Cose che al punk anarchico italiano non interessavano minimamente.
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Non ne potevo più del clima quasi disumano che si respirava nella band, non sopportavo più quella musica marziale e, alle mie orecchie, monocorde e davvero troppo, troppo piena di slogan "con la rima".
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Gli ultimi due o tre concerti del 5° Braccio furono l'emblema del mio personale disagio e, credo, anche di quello di T., il chitarrista. 
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Poco prima della fine della band F., il bassista, fu estromesso (un po' si estromise da solo) e al suo posto entrò M., la compagna del cantante, che non sapeva suonare una singola nota di basso e, ovviamente, non poteva certo imparare tutto il repertorio in quattro e quattr'otto. Il risultato degli ultimi due o tre concerti, quelli con questa formazione anomala, furono un totale disastro, al limite della cacofonia

Sebbene io non mi sia mai considerato "un artista" [il termine mi ha, anzi, sempre fatto molto ridere] ci ho sempre tenuto, però, a suonare al meglio delle mie capacità e lo stesso pretendevo da chi suonava con me. Punk finché vuoi, ma con me bisogna suonare bene, cazzo.
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Ovviamente non era assolutamente colpa di M., che anzi si era trovata un po' tra l'incudine e il martello, e anzi si era anche impegnata molto; ma proprio non ci si può improvvisare musicisti/e in un mese, non si possono imparare dieci, dodici brani con uno strumento che non si è mai toccato prima in vita propria [se non si ha la rara "fortuna" di avere un poderoso talento musicale, magari nascosto].
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Ultimo concerto del 5° Braccio (Genova, 1982) - Ero sinceramente disperato
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Dopo il disastroso ultimo concerto genovese T., il chitarrista ed io parlammo a lungo del nostro disagio all'interno della band. Lui e io andavamo d'accordo, ridevamo molto insieme, eravamo in sintonia e trascorrevamo moltissime serate insieme, scherzando, ma anche confidandoci le nostre cose più profonde. Era un vero amico e io volevo davvero continuare a suonare con lui.
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Non fu facile per me dire al cantante e alla bassista che il 5° Braccio non esisteva più e che io e T. ce ne andavamo per suonare altre cose, musicalmente più hardcore e possibilmente più personali e senza troppi slogan politici nei testi. Per me non fu facile perché io mi faccio sempre delle menate di sensi di colpa anche quando non ce n'è motivo, ma soprattutto perché sentirsi disprezzati non è mai bello. Mai.
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Uno degli assiomi delle punk band italiane era che prima che band si è amici, e così i due amici del 5° Braccio sciolsero la band.
E cominciò un nuovo pezzo di storia, che racconterò nel prossimo capitolo [in cui vedremo Adrenalina, Declino, finalmente un amore (breve ma intenso), Negazione, nuove amicizie (e tradimenti) e una seria tragedia].
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Prima di concludere, ecco qui sotto il cd del 5° Braccio, uscito quasi 25 anni dopo lo scioglimento della band. E' registrato con un mangiacassette, a parte i primi quattro brani - con ancora P. alla batteria - che furono registrati su quattro piste. Il resto sono prove in cantina e un paio di brani dal vivo.
Come registrazioni una schifezza, comunque un pezzo di vita molto importante per me, nel bene e nel male. E forse non solo per me.

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5° Braccio: Blackout a Torino - E.U. 91 Produzioni, 2007


[e QUI, se proprio sei interessat*, una recensione al suddetto cd]


...continua... >>>VAI ALLA QUARTA PARTE - FINE>>>
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Note: 
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[1] Noi eravamo in quattro, registrammo quattro brani su quattro piste in quattro ore. Stan Lee ci avrebbe potuto fare un fumetto di successo!
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[2] "O così credevo" perché poco tempo dopo scoprii dolorosamente, direttamente sulla mia pelle, che il concetto di amicizia era molto più teorico che pratico, ma su questo tornerò più avanti...
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[3] Altro gruppo che adoravo erano i Wretched di Milano, puoi ascoltarli qui sotto:





Spero venga la guerra

Solo allora capirai che potevi far qualcosa

Spero venga la guerra
Con i suoi orrori e le sue stragi

Solo allora capirai che potevi far qualcosa
Parlano di benessere, di pensare al tuo futuro
Ma sarai soltanto tu a pagare i loro errori
Per colpa di bastardi viviamo per morire
E tu sei come loro incapace di pensare.
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Wretched - "Spero venga la guerra" - Milano, 1982




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11 commenti:

  1. Non ci ha però detto se quei vestiti pisciati alla fine la tua amica è venuta a ritirarseli ^_^ No dai scherzo.
    Interessantissima anche questa parte e credo un po' di capire il disagio... nelle vostre canzoni parlavate di addolcire le galere ma in fondo vi eravate chiusi voi stessi in una specie di galera senza sbarre...

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    1. Eh sì che è venuta a ritirarseli, povera P. ...:)))
      Non sono orgoglioso di quello che ho fatto, però caxxo, lei mi ha fatto rischiare la galera per occupazione abusiva di appartamento e lì sai gli attacchi di panico! :D (...o magari ne sarei guarito, chissà?...)
      Per quanto riguarda le canzoni, io non credo di essere un qualunquista, anzi a dirla tutta - so che è una frase che non gode di molta popolarità, specie negli ultimi 30 anni - ma a parer mio TUTTO è politica e TUTTO è (anche) una scelta politica.
      Francamente, senza rompere troppo le balle al prossimo, io cerco di vivere non dimenticandomi mai di questo che, per me, è un assioma.
      PERO'... però anche lo scegliere di NON considerare i SENTIMENTI delle persone è una scelta politica, anche lo scegliere di parlare per slogan è una precisa scelta politica e anche il disprezzo per gli altri è politica. Intendiamoci, io non sono né buonista né da "porgi l'altra guancia", non sto certo dicendo che io sia esente dal disprezzare certe persone (nazi, omofobi, sessisti, stalker ecc.). Certo che però se disprezzi le stesse persone con cui suoni, per altro senza mai cercare nemmeno di chiarire, beh, sei un montato, prima che un "compagno anarchico".
      Poi, comunque, da quella galera ne siamo usciti.
      Certo, però, da certe altre galere non ne usciremo mai, temo...
      Grazie per il tuo commento e a presto!

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  2. Come semprr grazie per dividere con noi questi ricordi in totale sincerità!

    Purtroppo molto spesso i gruppi (che siano musicali, di amici, etc...) iniziano a chiudersi in loro stessi e diventa controproducente e soffocante, soprattutto quando il semplice divertimento o fare qualcosa di diverso vengono mal visti...

    Aspetto con grande curiosità la quarta parte! **

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    1. Grazie a te, a voi, perché avete la pazienza di leggerli :)
      La Quarta parte, "in uscita" per questo weekend, dovrebbe essere l'ultima...
      ...a meno che a Qualcuno/a non interessi il seguito, ossia il mio passato da Metallaro! :DDD
      Ciao carissima, a presto!

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    2. Siiiiii. !!!!! Metal! Metal! Metal!

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    3. Ah ah ah ah!!! :DDD

      ...e i fumetti?... cambio il titolo al blog: il Diario di Orlando :)))

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  3. Avendoti letto a spizzichi e bocconi causa wifi inaffidabile e tempo limitato, non ho fatto commenti ma mi sono goduta questa puntata e la seguente con golosissimo piacere. Secondo me dovresti seguire il consiglio di chi ti suggeriva di farne un racconto o un romanzo. La tenuta narrativa è forte, gli spunti legati all'epoca, al sentire politico e personale, ai rapporti, sono tantissimi e stimolanti. Certo dovresti entrare nei particolari e soddisfare le curiosità indiscrete dei lettori 😏😏 Comunque una lettura appassionante!

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    1. Cara Consolata, le tue parole sono zucchero e miele per la mia (scarsa) autostima e come dicevo a Obsidian M, il solo fatto che tre-quattro (anche cinque, via!) persone NON si siano annoiate a leggere questi scritti, per me è un mega-successone! :))
      Per quanto riguarda il farne un romanzo, continuo, a ragionissima, a pensare di non avere assolutamente gli strumenti per poter scrivere, o anche solo immaginare di scriverne uno! [Non è captatio benevolentiae, siamo adulti e nessuno ci cascherebbe ^____^]
      Non so se noti, ma il mio vocabolario è veramente limitato, abuso di avverbi e l'idea di cercare "le parole giuste" mi atterrisce perché non saprei da dove cominciare...
      Non nego che, pur lasciandomi insoddisfatto (per motivi dei quali magari, se hai voglia, parleremo a voce) questi scritti abbiano avuto per me un piccolo effetto catartico e, ri-ammetto, mi è piaciuto "sapere cosa dire", al contrario delle mie "recensioni" in cui spesso, letteralmente, non so cosa dire.
      Da qui a farmi venire velleità scrittorie ce ne passa :)))
      Poi, per carità, mai dire mai eh!
      Come sai bene, sto cercando "qualcosa" che mi riempia la vita a livello creativo [base-base, obvious...], dato che l'amour va benone e la salute, beh per quella non ci si può fare molto :D
      Grazie mille per i tuoi sempre gentili e corroboranti commenti!
      Baci!

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  4. Secondo me (il che già limita moltissimo senso e validità) ci sarebbe molto da dire sullo scrivere, utilità, scopo, definizione, sbocchi, significato ecc... poi ovviamente ciascuno gli da il senso che vuole. Se ti interessa l'argomento, una volta che per caso ci si trovi a quattr'occhi per non tediare gli astanti, ne possiamo parlare. E gli avverbi, secondo me, usali senza rimorsi se ti piacciono e ti giovano. Le regole da scuola di scrittura servono solo a fare sembrare tutti allievi ripetenti di Carver o Wallace. Ciao

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  5. "gli dà" con l'accento, of course 🙄🙄🙄

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    1. Allora, personalmente, penso che immantinente e liberamente userò tutti gli avverbi che voglio, li userò frequentemente e, spero, efficacemente ed eventualmente mi ci strozzerò pure, dolorosamente e duramente :DDD
      [Non vedo l'ora di farmi una bella chiacchierata a tema con te]

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