domenica 5 ottobre 2014

Zero e Uno – Emilia

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   Zero e Uno                           Emilia

   di Biro                                        di Fabio Bonetti

   vol. brossurato                             vol. brossurato
   grande formato 29x21                    con bandelle
   32 pag., colori                              64 pag., 4 colori

   euro 12                                       euro 15

                              MalEdizioni

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Forse vi ricorderete che proprio un anno fa su queste stesse pagine vi parlavo della Casa editrice MalEdizioni, in termini abbastanza entusiastici.

Ebbene con queste due uscite della Casa editrice bresciana l’entusiasmo è ulteriormente aumentato. Parecchio, anche.

Ho scelto di parlare nella stessa pagina di Zero e Uno e di Emilia non perché questi due fumetti [1] o i loro autori debbano avere necessariamente qualcosa in comune, ma solo perché entrambi sono pubblicati dalla MalEdizioni, perché li ho letti a brevissima distanza l’uno dall’altro e perché entrambi mi sono piaciuti moltissimo.
(…e per sollevarmi un pochino dal senso di colpa che provo per non aver scritto niente da parecchi giorni…)

Zero e Uno

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“Una fiaba nera e malinconica sull’emarginazione, l’amore mterno e il conformismo, che ci pone la domanda: fin dove siamo disposti a spingerci per farci accettare dagli altri?”
(Dalla quarta di copertina di Zero e Uno)

Lanciata la proverbiale moneta, comincio a parlarvi di Zero e Uno, opera di Biro, bresciano classe 1974 e con un curriculum extra-fumettistico decisamente notevole.
Infatti la caratteristica che mi ha più colpito in questo volume di grande formato è la straordinaria perizia tecnica di Biro, le cui vignette pare escano fuori per venire incontro ai nostri occhi. Il taglio tridimensionale dei disegni, la scelta di inquadrature inusuali e di prospettive da vertigine (letteralmente da vertigine sono la quarta e la quinta tavola della storia!) fanno capire che si tratta di un lavoro in cui nulla è lasciato al caso, profondamente meditato e voluto. La resa grafica infatti è perfetta e sfogliare il volume diventa una gioia per gli occhi. A cominciare da una copertina in cui si fondono disegno fumettistico e grafica, design; una copertina in cui non solo vengono presentati i principali attori della commedia nera che ci aspetta, ma che – riguardata a fine lettura del volume – dice molto più di quanto non sembri…

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Lo stile di Zero e Uno è in un certo senso spiazzante, in quanto l’autore mescola in modo sapiente iperrealismo e personaggi rappresentati in modo cartoonesco: non voglio dire che questo tipo di commistione sia nuova o particolarmente originale, ma il modo in cui Biro abbina ad ogni personaggio una spiccata dualità, rende Zero e Uno un’opera, e una lettura, particolarmente intensa. Mi hanno inoltre colpito molto le ombre, curate da Biro con molta attenzione: esse sono parti importanti della storia e contribuiscono in modo determinante all’atmosfera nera e duale della storia.

Dualità è per me una delle principali chiavi di lettura di questa storia così intensa, che vede coinvolti un bimbo, Geremia, la sua mamma, un inatteso trasferimento, una scuola nuova e dei nuovi compagni e insegnanti e un “dolcissimo cagnolino” che Geremia chiamerà Uno.

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Dualità, perché in questa fiaba nera e malinconica nulla è (solo) ciò che sembra, ogni cosa, ogni persona(ggio) nasconde un’ombra che solo leggendo fino alla fine si potrà scoprire se nera e malvagia o candida e pura o ancora disperata in un eterno bilico.

Geremia, nonostante sia ancora troppo piccolo per farlo, dovrà effettuare una scelta dolorosissima, la scelta peggiore che si può chiedere a un bambino e nessuna delle conseguenze della sua scelta sarà minimamente prevedibile.

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Zero e Uno è una storia che tocca nel profondo e tocca corde dolorose, ma è pur sempre una fiaba e conserva in sé il senso di meraviglia, stupore e desiderio che ogni fiaba riuscita deve avere e trasmettere. E’, questo, un volume da leggere e rileggere dopo qualche giorno non tanto per, come troppo spesso si dice retoricamente, “scoprire cose che non si erano viste/percepite alla prima lettura”, quanto piuttosto per scoprire dentro di noi che leggiamo, cose nuove, sentimenti e prese di posizione che alla prima lettura non abbiamo fatto emergere.
Volume consigliatissimo, stupendo.

 

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Emilia

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“Dodici microstorie sospese tra ironia e malinconia che mettono al centro il tema della cura tra generazioni”
(Dal risvolto di copertina di Emilia)


Emilia
, di Fabio Bonetti, modenese nato nel 1981, è un volume composto da dodici microstorie che hanno per protagonisti una nonna, Emilia appunto, della quale è impossibile non innamorarsi immediatamente, e suo nipote.

Si potrebbe pensare: cosa c’è di meno attraente, cos’ha meno appeal di una nonna e suo nipote? Certo, c’è il precedente di Cappuccetto rosso, ma in quella fiaba, se ci pensate, la nonna ha più una funzione simbolica che altro (oltreché una funzione gastronomica per il lupo), ma in realtà non ha quasi parte nella celebre fiaba.

Emilia invece è una nonna, e direi soprattutto una donna, assolutamente vera e piena di cose, ricordi, sentimenti, giudizi, amore, rabbia e buonsenso.
Purtroppo per lei, Emilia non è esattamente in perfetta salute, ma ciò non le impedisce di esercitare sempre, comunque e in ogni situazione, la sua dignità e il suo essere persona.

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Detta così, come ho fatto qui sopra, pare di trovarsi di fronte a un trattato politico sulla dignità delle persone anziane… e forse, in parte, è anche così, ma la cosa più importante è invece che in questo volume troviamo delle storie, brevi e bellissime, che si attanagliano al cuore e commuovono molto lasciandoci dentro un miscuglio intenso di sorriso e malinconia e tanta partecipazione.

Una delle cose che più ho apprezzato nel volume è stata proprio l’assenza di retorica (“sentimento” che nei confronti delle persone anziane è sempre in agguato ed è particolarmente odioso); niente retorica “buonista” né tantomeno cinismo cool, ma piccole storie piene di spunti, di allegria come di tristezza e soprattutto di vita.

Emilia è anziana, certo, e non sta tanto bene e, come purtroppo spesso accade col sopraggiungere dell’età avanzata, non è sempre perfettamente “in ritmo” con ciò che le accade intorno, ma ha alcune fortune, certamente costruite con affetto nel corso del tempo: un nipote che non si dimentica di lei e moltissimi ricordi, alcuni dei quali pieni d’amore.

Emilia, inoltre, possiede una certa cosa che in talune situazioni – ad esempio nell’età avanzata e nella malattia – si dimostra indispensabile per non soccombere completamente alle asperità e alle durezze della vita: quella certa cosa è l’ironia.
Certo l’ironia – e ancor più l’autoironia di cui Emilia è dotata - non nascono da sole, sono sempre il frutto di un lavoro che le persone fanno su se stesse. E possederle aiuta, ma certo non basta a scacciare quei brutti momenti di malinconia e di stanchezza, e talvolta di umanissima volontà di morte, che ogni tanto fanno capolino.

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Ogni microstoria ci fa capire che Emilia ha avuto e ha una vita in cui i sentimenti sono importanti e tenuti in considerazione, più delle malattie, più della consapevolezza del proprio stato di debolezza.
Una delle prove di questo è l’affettuosa presenza del nipote, un giovanotto anch’egli spiritoso e del quale non sappiamo molto se non che è tanto affezionato ad Emilia e non solo la ascolta, ma le parla, le racconta a sua volta delle cose e le fa domande.
Perché, guarda caso, per qualcuno è ancora importante interessarsi alle persone più deboli ed essere loro vicino, nonostante in questo momento storico l’interesse per le persone deboli pare essere diventata una cosa della quale vergognarsi, anzi della quale non interessarsi proprio quando addirittura non si arrivi al disprezzo per le persone deboli.

Tornando al fumetto: le microstorie non hanno necessariamente un “inizio” e una “fine”, spesso si tratta di situazioni nelle quali ci troviamo proiettati/e in media res (proprio come accade nella vita), ma tutte, tutte nessuna esclusa ci strappano un sorriso – quando non una risata – e talvolta uno stringimento al cuore per la commozione.

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Tutto questo Fabio Bonetti ce lo racconta usando uno stile di disegno essenziale ed efficace, usando solo quattro colori e, talvolta in alcune vignette, le tonalità del grigio.

L’autore rappresenta i personaggi con una particolarità, ossia sembra quasi che essi indossino una maschera (come si può vedere dalle immagini a corredo di questo scritto: quasi sempre la linea del volto lo circonda per intero, dando appunto un “effetto maschera”) e questo mi ha colpito molto, perché – invece - non ci sono personaggi meno “mascherati” di questi: Emilia, il nipote, i medici, le altre persone che compaiono nelle dodici microstorie, sono appunto più persone che personaggi. Chissà se quest’ultima è solo una mia impressione o se le “maschere” sono realmente volute dall’autore…

Ad ogni modo anche per questo volume il mio spassionato consiglio è quello di acquistarlo e leggerlo. L’effetto non potrà che essere profondamente intenso e occhi, mente e cuore ne beneficeranno.

Orlando Furioso

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Note:

[1] La MalEdizioni ha il CORAGGIO di chiamare i fumetti… fumetti! Non “grafic nobelz”, non “ventisettesima arte”, non “danza classica disegnata” o altri simili, inutili, colpevoli/zzanti neologismi. Per questo motivo ai miei personalissimi occhi acquisisce ulteriori “punti” di stima.

4 commenti:

  1. Non capisco perché i fumetti non debbano essere definiti tali! Io sto ancora cercando di insegnare ai miei parenti che non sono "giornalini", "librini", o altro ma semplicemente fumetti >__<

    Credo che l'abuso della locuzione graphic novel sia per darsi un tono del genere "io non leggo giornalini da bambino, leggo roba di classe" (ma mi fa molto ridere, di fondo) XD

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    1. Io credo, Acalia, che i fumetti non vogliano essere definiti tali da alcune categorie di persone, primi tra tutti certi editori che coi fumetti ci sono nati, ci hanno fatto i soldi (e son ben felice di ciò, intendiamoci! Parliamo di editori che pubblicano spesso ottimi fumetti), ma vogliono che ciò che pubblicano partecipi ai vari "premistrega" e roba simile, vogliono poter dire che loro non pubblicano fumetti, ma roba seria, vogliono che le opere che pubblicano vengano messe a scaffale, nelle librerie di varia, insieme alla Letteratura (con la "l" maiuscola...), vogliono non dover dire ai partner che li finanziano che pubblicano "fumetti".
      In realtà la faccenda è tutta lì, poi la gente si accoda, gente che si schiferebbe a leggere un "fumetto" trova invece "quasi normale" leggere (o comprare, che non è esattamente la stessa cosa) un "Graphic Novel", e ti pave, non è cevto la stessa voba!
      Ma non preoccupiamoci, è una battaglia persa: loro hanno ragione e io torto.
      Oggi come oggi, tranne poche eccezioni, vengono chiamate "graphic novel" anche le storielle da una pagina che appaiono su Topolino (con tutto il rispetto eh!).
      Infatti personalmente sono stanco, stufo e parecchio inacidito per questa faccenda.
      Avevo pensato, nel mio essere sempre più simile a uno Zio Paperone senza i soldi, di tagliare senza pietà dalla mia vita chiunque e qualunque cosa usasse termini come "graphic novels" "nona arte" "letteratura disegnata" e boiate simili, ma come ho detto prima è una battaglia persa.
      Hanno vinto e io ho perso.
      Pace e amen.

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    2. Mi accodo a questo commento visto che sono pienamente d'accordo con voi.
      Il termine "graphic novel" mi urta o, o comunque per me è sinonimo di fumetto, in barba a chi volesse fare la differenza u.u
      Immaginate che nervi quando un mio professore al liceo se ne uscì con una battuta sul dubbio valore "intellettuale" dei manga, quando poi disse che leggeva graphic novel di Taniguchi. Eh perchè Taniguchi non scrive manga/fumetti (stesso significato, lingue diverse, quindi siamo lì XD), scrive "graphic novel"! Quindi roba serie! Mica Topolino o Dragon Ball (per citare due titoli a caso che neanche leggo). Cambia il formato e quindi cambia anche la sostanza per loro. Immediatamente il volume grosso e cartonato diventa graphic novel, quando poi il suo contenuto è pari a molti altri titoli pubblicati in edicola, quindi a che pro fare queste differenze?
      Poi io non capisco cosa stabilisce il valore intellettuale...questa me la devono spiegare! Esiste una bilancia? Per me ognuno è liberissimo di attribuire il valore che preferisce, tenendo conto o meno dei parametri oggettivi (se un tizio disegna male, disegna male. Poi può piacere o meno!).
      Fortunatamente poi il professore in questione si dimostrò una persona abbastanza intelligente da scusarsi con me quando protestai e ammise la sua ignoranza in merito. Poi mi prestò un paio di "graphic novels" ovviamente. Accetto ogni tipo di consiglio, quindi tanto meglio per me alla fin fine XD

      Andando ai fumetti recensiti in questo caso, devo dire che il primo mi ispira molto! Del secondo non mi entusiasma particolarmente l'aspetto estetico invece ^^" in genere non sono schizzinosa, ma ammetto che se lo avessi sfogliato in negozio non ci avrei pensato due volte a lasciarlo lì. Sono una superficialona, lo ammetto XD

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    3. Mannò Millefoglie, non sei affatto una superficialona! ^^
      Ci mancherebbe ancora che dobbiamo costringerci a leggere/vedere/ascoltare/assaggiare cose verso le quali non ci sentiamo portat* :-)
      Io, credo tu lo sappia, ho un debole per certo disegno, per certa attitudine diciamo così "underground", quindi un volume come "Emilia" stuzzica subito anche queste mie "simpatie grafiche" (oltre al fatto che le microstorie sono, a parer mio, stupende).
      A parte ciò, il discorso su fumetti (senza virgolette) e "graphic novels" (CON virgolette!) è veramente, veramente ridicolo.
      Ma tanto, è una battaglia contro i mulini a vento...
      E' stato carino il tuo professore a riconoscere la propria ignoranza: è una cosa che non capita spesso e quindi, a maggior ragione, è ancora più apprezzabile :-)
      Al di là di tutto, spero che ti capiti di avere la possibilità di sfogliare "Zero e Uno" perché secondo me qualche numero per piacerti parecchio ce l'ha ;-)
      Ciao Millefoglie e a presto!
      Orlando

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