sabato 6 aprile 2013

Big Robot

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Big Robot - vol. 1
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La minaccia di Orkus

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di Alberico Motta
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brossura, 192 pag., b/n
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€ 7,90
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Kappalab
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Per rendervi edotti sul maestro Alberico Motta, classe 1937, bisogna che facciate subito un salto su Retronika, l'ottimo blog di Salvatore Giordano: ne guadagnerete in conoscenza, divertimento e stimoli di approfondimento. (Digitate "Alberico Motta" sul motore di ricerca interno di Retronika e troverete molto e gustosissimo materiale)
Altro blog "a tema" che non vi dovete perdere è Chico e i fumetti di Federico Cenci, curatore anche del forum dedicato ai fumetti della casa editrice Bianconi.



Alberico Motta oltre ad aver disegnato e sceneggiato centinaia di fumetti che sono parte importante e imprescindibile della storia del fumetto umoristico italiano (da Cucciolo a Tiramolla, da Geppo a Soldino, da Chico a Provolino, da storie di personaggi americani come Braccio di Ferro, Felix e Tom & Jerry, e ha anche lavorato per Disney) è stato anche l'autore che ha inventato il cosiddetto "manga italiano".



Nel 1980 infatti, sull'onda della "japanmania" televisiva, Motta creò per l'editore Bianconi il suo Big Robot, un robottone che naturalmente deve moltissimo ai vari Goldrake, Mazinga e Jeeg in onda all'epoca sulle reti italiane pubbliche e private. C'era un onda da cavalcare, materiale in abbondanza dal quale trarre ispirazione e un'intera generazione desiderosa di continuare tramite la lettura le emozioni e il divertimento provato davanti ai teleschermi.


Big Robot

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Quello dei robottoni è un "genere" vero e proprio, che ha avuto una o più genesi (il notissimo Go Nagai per il concetto di "mecha", ma ben prima di lui Mitsuteru Yokoyama col suo Tetsujin 28-go del 1956 ) dalle quali hanno avuto origine decine e decine di "figli", tutti legittimi (o illegittimi, che è esattamente lo stesso).
Questo per dire che, se vogliamo parlare di "chi ha preso spunto da chi", allora tutti hanno "preso spunto" da H. G. Wells de La Guerra dei Mondi (1897, primo concetto di "mecha"); ma alla fine tutti hanno "preso spunto" dal Cavallo di Troia (VIII sec. a. C. ?...).

Quello dei robottoni è un genere, dicevamo, e di quel genere, almeno fino alla "rivoluzione" di Gundam, facevano parte alcuni imprescindibili topoi che sono: innanzitutto il concetto di "mecha", ossia un pilota umano, o umanoide, possibilmente giovane e bello che pilota dall'interno il robottone, lo scienziato burbero e possibilmente dall'acconciatura assurda che comanda le operazioni, una base nella quale più o meno segretamente è ricoverato il robot, la bella innamorata del pilota, il ragazzino rompiscatole, robot aiutanti e infine i cattivissimi alieni invasori.
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Antares, giovane pilota del Big Robot

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In questo primo volume di Big Robot i topoi sono tutti presenti e rispettati: i protagonisti presenti nelle nove storie che compongono il volume sono, dalla parte dei buoni, Antares, il giovane pilota del Robot; il burbero e barbuto comandante Horion a capo della Base Union; Alya, una misteriosa bambina venuta dal cielo; la bella Dayna; il piccolo Tomy e i due robot Luno e Trone.
Mentre dalla parte dei cattivi abbiamo il comandante Fuher (non è un errore di stampa), il suo aiutante Nanus e l'imperatore e "Signore delle tenebre" Orkus, del quale intravediamo solo l'ombra del volto tramite lo schermo gigante col quale comunica con Fuher.
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A destra, il comandante Horion

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Come spesso accade in moltissime storie, sono proprio i cattivi le personalità più sviluppate, tormentate  e interessanti, ma qui anche il punto di partenza è particolarmente intrigante, infatti Big Robot e i suoi personaggi agiscono in un imprecisato futuro post-atomico, su una Terra devastata dagli effetti di una terribile guerra nucleare, durante la quale sono andati perdute tecnologie e mezzi di produzione, che devono quindi essere ricostruite pazientemente soprattutto grazie all'aiuto di due robot "dimenticati" sulla luna per oltre un decennio.
I due robot sono Luno (la mente) e Trone (il braccio).
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Trone e Luno


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Nonostante l'evidente ispirazione grafica presa da C-3PO per Luno e da Boss Robot per Trone, i due robot, Luno soprattutto, hanno personalità e caratterizzazioni originali e accattivanti: chiacchierone, emotivo e geniale l'uno, fortissimo, paziente e timido (e, per ora, muto) il secondo, formano una coppia comica capace però anche di grande drammaticità, come dimostra la bellissima storia Ritorno alla Terra nella quale raccontano ai piccoli Alya e Tomy l'origine della Base Union e di conseguenza di Big Robot.

Nelle nove storie le gag comiche sono presenti, ma con parsimonia, essendo di gran lunga maggiori le parti drammatiche. Questo fa sì che le storie siano godibili a più livelli, anche grazie a una consequenzialità, una sorta di leggera continuity interna che aiuta a rendere la storia principale una piccola saga.
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il perfido Nanus

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Per quanto possa sembrare incredibile per un fumetto destinato all'epoca ad un pubblico giovanissimo, le tematiche toccate da Alberico Motta sono spesso cupe e oscure, sebbene saggiamente inframezzate da gag comiche che ne allentano la tensione.


Figura altamente drammatica, e scevra da qualsivoglia ironia, è Fuher, luogotenente del malvagissimo Orkus, capo supremo degli alieni che hanno la base nascosta dall'ombra della luna e il cui scopo è la distruzione del Big Robot, unico baluardo difensivo di una Terra ridotta in gran parte ad un cumulo di macerie.
Il volto di Fuher è coperto da una tragica e grottesca maschera metallica: è un personaggio intriso di cosmica tristezza e desideroso di morte tanto che nella storia Mostro galattico, una delle più riuscite del volume, supplica Orkus di dargli la morte, quel "desiderato momento" cui già anela all'inizio della storia. L'istinto di morte di Fuher è comprensibile in quanto ogni suo fallimento viene punito con la mutilazione di una parte del suo corpo da Orkus in persona: direi che siamo abbastanza lontani dal rassicurante e innocuo territorio dell'intrattenimento infantile....
Fuher e, pixelato dietro di lui, Orkus

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Altro personaggio che promette future, interessanti rivelazioni è la piccola Alya, la "bambina" venuta dallo spazio che possiede poteri extrasensoriali e che diventa, lo vediamo in Rapporto su Alya e nella bellissima e conclusiva (del primo volume) Quarta Dimensione, potenziale chiave di volta per cominciare a comprendere i misteri che avvolgono il desiderio di conquista della Terra da parte degli alieni. L'ultima storia lascia, per altro, chi legge con una sana curiosità di conoscere come proseguiranno le avventure: un piccolo cliffhanger. 
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I disegni di Motta, qui ristampati in uno sfolgorante bianco e nero (e con tavole rimontate per l'occasione) sono belli ed essenziali, hanno un segno pulito e funzionale e sono eseguiti con uno stile maturo e definito (l'autore pare non avere dubbi sul segno da usare); chine e inchiostrazione sono pulite, precise e il suo essere privo di ombre potrebbe avvicinarlo a una sorta di ligne claire nostrana. Sono presenti molte rotondità che rendono ancor più gradevole il disegno.
Il sue segno possiede e padroneggia tutti gli elementi grafici tipici dei manga di robottoni, declinati in uno stile italiano autonomo (niente personaggi super-deformed, scarsissima presenza di linee cinetiche) e tutti i personaggi sono perfettamente riconoscibili.
Splendida, davvero splendida la caratterizzazione grafica dei cattivi, vedere per credere.

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Antares, Horion e Luno
Termina il volume una postfazione dell'autore che con grande sincerità e invidiabile verve racconta la genesi - e la fine - di un sogno. Postfazione che diventa un piccolo, ma prezioso, saggio sul fumetto, sull'editoria, sulla costruzione di un personaggio, sull'utilizzo e l'ottimizzazione delle risorse: uno scritto molto, molto interessante, che emoziona e un po' commuove, aggiungendo valore a storie che hanno, oggi forse più ancora di ieri, un grande valore. E che sono, infine e se non si fosse capito, piacevolissime da leggere. 

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Complimenti e grazie, anche ai Kappa Boys che hanno reso possibile godere, o ri-godere per coloro che già lo lessero trent'anni fa, il Big Robot.
(Bacchettate sulle mani, però, per quella fastidiosissima scritta "graphic novel" con cui si apre il volume... nulla, davvero nulla c'entra quella definizione con le avventure di Big Robot. Il pubblico che si godrà i volumi non ha bisogno di tali finti e abusati specchietti per allodole).













3 commenti:

  1. Grazie per la citazione! Io il volume del Big non l'ho (ancora preso) perchè ho parecchi albi originali Bianconi. Alberico è un genio passato, presente e futuro

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    1. Io invece non avevo mai letto prima queste storie (anche per motivi, diciamo così... "anagrafici" ^__^) e me le sono davvero, davvero gustate! Motta è proprio un grande :)
      Orlando

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  2. Splendida, nuova recensione dell'amico Salvatore!

    http://retronika.blogspot.it/2013/07/big-robot-la-minaccia-di-orkus-editore.html

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