sabato 11 agosto 2012

John Doe

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John Doe - Addio e grazie di niente
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di Lorenzo Bartoli, Roberto Recchioni (soggetto e sceneggiatura), disegni di Luca Genovese e altri amici [vedi elenco più sotto]
copertina di Davide De Cubellis
ultimo numero della serie
Anno X, n. 22
brossurato, 98 pag. b/n

€ 3,00
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Editoriale Aurea


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Non è stato un gusto per il necrologio che mi ha fatto acquistare l'ultimo numero, quello definitivamente conclusivo, di John Doe, una serie che non seguivo più da un paio d'anni. Tutt'altro. E' stato anzi un mio segno di rispetto, un modo per salutare anch'io un personaggio che resterà nel cuore - compreso il mio - di molti appassionati. Il motivo per cui ho smesso di seguire John Doe è stato semplicemente dettato un po' dalla pigrizia, un po' dal famoso "non si può comprare tutto", molto dal fatto che la nuova incarnazione di John, quella che ha coinciso col cambio del nome (e della proprietà) della Casa Editrice, era per me un po' troppo diverso dal John che avevo amato nelle prime Tre Stagioni. Sottolineo: per me. Le storie erano senz'altro ancora valide e divertenti, ma non era più il "mio" John Doe. L'affetto per lui, comunque, non era mai cessato e a maggior ragione non cesserà ora.
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Detto questo, non credo avrei immaginato... di trovarmi quasi ad applaudire dopo averne letto l'ultima storia, la fine, anzi la Fine. Ebbene è successo, soltanto poche ore fa, in un bus poco affollato di Torino.
Dopo queste premesse, peraltro ferpettamente inutili, un'eventuale, estrema sintesi dell'ultima storia di John Doe potrebbe per me essere la seguente: Addio. E grazie di niente è semplicemente il miglior finale di una serie a fumetti che io abbia mai letto.
Se volete voti: 10 su 10.

Se volete stellette: cinque su cinque. ***** 

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E' vero, scrivo di getto - come sempre - quindi se mi mettessi lì e ci pensassi su un bel po', magari un finale migliore lo troverei anche... ma, come dice la mia carissima amica Morgana: "Quello che mi piace in te, Orlando, è l'entusiasmo". (Poi mi dice anche che sono uno stronzo, quando non le do ragione su ogni cosa al 100%, ma non si può avere tutto dalla vita, no?).
E allora lasciamo perdere, non ci penso neanche a mettermi lì e razionalizzare il mio entusiasmo per quest'ultima storia di John Doe.
Bella, semplicemente bella... in un paio di punti mi ha quasi commosso e in un paio di altri...
Ma andiamo con ordine.
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Per una volta, comincio dai disegnatori. Ecco l'elenco di coloro che hanno disegnato Addio. E grazie di niente: Massimo CarnevaleLuca Genovese, Emiliano Mammuccari, Elisabetta Barletta, Alessio Fortunato, Walter Venturi, Riccardo Burchielli, Davide Gianfelice, Matteo Cremona, Riccardo Torti, Giorgio Pontrelli, Werther Dell'Edera, Massimo Dall'Oglio, Andrea Accardi. La copertina è di Davide De Cubellis.
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Tutti bravi e brava, ognuno di loro a definire un proprio John Doe, secondo il loro stile; ogni John Doe perfettamente convincente e a suo agio nella parte. Sinceramente: tutti bravi e brava; evocativi, simbolici, graficamente accattivanti, quattordici modi felici di disegnare John e gli/le Altri/e personaggi, gli sfondi e le ambientazioni, la paura, la morte, la vittoria e le sconfitte.
Per mio puro gusto personale e al di là di John Doe, amo particolarmente Massimo Carnevale (il suo John Doe, quello più meditativo e disperato, mi ha letteralmente fatto venire la pelle d'oca), Riccardo Burchielli e  Davide Gianfelice, ma questo nulla toglie alla bravura degli altri, tantomeno a Luca Genovese cui è andato il compito maggiore nell'albo: ha infatti disegnato tutta la lunga sequenza finale.
Davvero, senza retorica o facile piacioneria: bravissimi tutti, sia tecnicamente che espressivamente, bravi, li abbraccio virtualmente perché mi hanno fatto provare grandi emozioni e non dubito che me ne faranno provare ancora.
Molto bella anche la copertina di Davide De Cubellis, retrocopertina compreso, che ho personalmente trovato densa di significati, specie dopo aver letto la storia.
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Addio. E grazie di niente è composto da cinque parti distinte e consequenziali le une alle altre. O almeno così ho interpretato io la storia. Sarò un po' criptico perché non mi sognerei mai di rovinare la lettura a chi ancora debba godersela.
La prima parte mostra il destino che sembrava essere riservato a John Doe; sembrava, perché, invece e inaspettatamente, egli si ribella. Il dove.
Nella seconda parte ci viene mostrato il come John abbia fatto ad arrivare sino a quel luogo e a quel momento.
La terza parte riguarda la relazione tra John e i suoi autori, i suoi autori veri, quelli del nostro mondo reale che, non è la prima volta che succede, sono anch'essi presenti nel fumetto. Siamo nel regno del perché.
Grazie a un patto tra John e gli autori - uno di essi in particolare - avviene un salto tra realtà diverse e il protagonista si ritrova catapultato in una situazione che gli appassionati di fumetti conoscono come le loro tasche... E siamo nella quarta parte della storia. In una specie di come potrebbe essere. Tant'è che varie alternative vengono proposte, vagliate, scartate.

Nella quinta ed ultima parte, infine, John Doe ha trovato la sua dimensione apparentemente definitiva e desiderata. Tutto pare scorrere così come doveva essere, fino a che....
Mi rendo conto di non aver detto nulla. Lo so. Lo scopo è proprio quello di suscitare curiosità senza rovinare nulla. Eppoi sono pessimo nei riassunti. E odio gli spoiler!
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E ora qualche commento caotico e disordinato (ma sincero, come sempre).
John Doe, sin dalla sua nascita, è stato da sempre inserito in un certo "filone" di fumetto, dai suoi stessi autori. Avventura, intrattenimento, pop(olare), rimandi, inside jokes. E' un'operazione rischiosa, quella di dichiarare apertamente le regole del gioco e ammettere i riferimenti e i rimandi. Nel caso di John Doe ha funzionato benissimo.
Ancora in quest'ultimo e definitivo numero, John è inserito, con amore e onesta piacioneria, in una tradizione fumettistica amata e popolare (vedi ad es. pag. 14 e 15, ambientazione compresa): ciò stabilisce un calore col pubblico, una confidenza col lettore che va al di là dei fittizi, pretesi "rapporti" via web.
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Anche il raffigurare/raffigurarsi (de)gli autori stessi nella storia, nell'ennesimo gioco meta-meta-fumettistico (forse in questa storia ci vorrebbero un paio di -meta in più...) è un gioco già fatto, già visto, conosciuto, in particolare in questa serie.
Mi è capitato, nei primi trenta secondi di questa parte (la terza, ricordate?), di ergermi in un presuntuoso "massì, uffah, conosco a memoria questi escamotage...", per poi dover felicemente ammettere che comunque, beh, funzionano, e funzionano bene.
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Ad un certo punto della storia abbiamo una serie di stereotipi sui lettori di fumetti. Certamente o ci siamo un po' offesi o ci siamo riconosciuti, più probabilmente abbiamo provato entrambe le emozioni, almeno per me è stato così.
Anche se mancavano comunque alcune tipologie di lettori e di lettrici, anche se personalmente non concordo con alcuni dei giudizi che gli autori, tramite la storia, dànno ad alcune tipologie di lettori/lettrici di fumetti, anche così comunque la cosa ha funzionato.
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Io non so cosa cercate voi dai fumetti. Io sostanzialmente cerco e desidero emozioni.
Nonostante la mia millantata, presunta, smaliziata esperienza ultraquarantennale di lettore di fumetti [tra due anni saranno 50 anni tondi dal mio primo fumetto], le tavole da 82 a 85 (pag. 86 - 89)... beh, porca miseria... mi hanno quasi commosso.
Chi ha già letto l'albo e magari è appena andato a controllare forse sta pensando "ma cosa diavolo sta dicendo?!? In quelle tavole non c'è proprio..."...
Ecco, appunto. Se pensate così secondo me dovete aprire un po' di più la vostra mente, oppure avete ragione voi e io sono solo un visionario ultraromantico.
Anche qui, niente di così assolutamente originale, ma - di nuovo - funziona, eccome se funziona. E chissà perché ma non credo di essere l'unico visionario ultraromantico in circolazione. 

... Ma il finale, LA FINE vera e propria, l'ultima pagina, tavola 94 a pag. 98, vignettona da due strisce + striscia sottostante, quasi una splash page: Roberto Recchioni, Lorenzo Bartoli, Luca Genovese, io mi alzo in piedi e applaudo al vostro lavoro.
Senza ironia, ma con rispetto ed emozione: BRAVISSIMI.
Sono rimasto di sasso. Di sasso, davvero. E' un finale STUPENDO. E scusatemi se non uso un linguaggio più aulico, ma la sostanza è che un finale così perfetto non l'ho mai letto in vita mia, in una storia a fumetti. Nemmeno se mi metto lì a pensarci.

C'è sempre quella vecchissima storia, cioè che dopo l'Iliade non ci sia più nulla da inventare e quindi l'unica cosa che resta come discriminante è il COME usare la materia, il know-how, i trucchi, gli stereotipi e tutto il resto.

Nel mio primissimo commento a John Doe, che da subito avevo molto apprezzato (il fumetto, non il mio commento!) dicevo che l'autore/gli autori giocavano con materiale già visto (gli Eterni di Neil Gaiman, nello specifico), ma NON era una critica negativa: gli autori si ispiravano innegabilmente a materiale pre-esistente, come d'altronde fa qualunque autore, MA questo non è(ra) un problema, perché quel primo numero, e così la gran parte dei successivi, e la storia nel suo complesso, e i personaggi, appunto funzionano (funzionavano).

Ripeto: io non so cosa gli altri cerchino dai fumetti. Io, per me, cerco emozioni. John Doe, per l'ultima volta, me ne ha date, tante e intense.
Addio John.





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4 commenti:

  1. Grazie per questo commento all'albo, dopo averlo letto sono andato a comprarmi il numero in questione e me lo sono davvero goduto.

    Anche io avevo abbandonato John dopo 6/7 numeri della nuova incarnazione. I primi mi avevano anche preso molto poi lo abbandonai più o meno per le tue stesse motivazioni.

    Grandissimo finale, degno del personaggio.

    Dario

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  2. Grazie Dario per il tuo commento :)
    Questo numero di addio di John Doe ha ricevuto pareri molto contrastanti, e la cosa non mi stupisce affatto.
    Ti abbraccio!
    Orlando

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  3. Ciao
    Io non ho seguito John Doe se non per un paio di numeri disegnati da uno che conosco personalmente (citato nella lista, ma non dico chi è) e non mi ha fatto impazzire. Sento spesso chi esalta il "John Doe delle origini", ma non ho mai avuto il tempo\i soldi per verificare.
    Ho preso quest'ultimo, anche per la tavola del tipo di cui sopra. A mio parere... mah!
    Sarà che non avendo un legame affettivo col personaggio, non ho avuto alcuni brividi che vengono, giustamente, dalla lunga frequentazione.
    A me la storia è sembrata molto "furba" (sia detto in senso non eccessivamente negativo): giochiamo col genere, come spesso mi sembra accada con le storie di RRecchioni. Il genere era la chiusura.
    Le citazioni, da Conan ad Amleto a tutto il resto (e ad Adams, Grazie di tutto il pesce!) non mi hanno dato una profondità. Capisco intellettualmente il concetto di "riuso" dei materiali, ma l'ho trovata un'operazione cerebrale più che "di pancia" come dovrebbe essere. Il concetto mi sembra "ti sto facendo una citazione, coglila str***!", e non quello di "sono fatto così, sono ciò che ho mangiato anche con la mente" (predico bene e razzolo male con la citazione dotta da Feuerbach :-p)
    La scelta delle "tavole incriminate" mi pare debole e un po' paracula, ma è gusto personale. Non c'è bisogno di quelle tavole, per ottenere lo stesso effetto: basta chiudere l'albo, o voltare pagina in un cambio-scena (RRobe li preannuncia abbastanza chiaramente con le sue "battute killer"), e lasciare andare la mente. Quelle tavole mi sembrano superflue.
    Ma sono gusti.
    La scelta della caratterizzazione dei lettori non mi è piaciuta. Non viene compensata dalla rappresentazione degli autori autoironica. Mi sembra, ripeto, tutto un po' troppo cerebrale, costruito a tavolino (mi dirai: come ogni sceneggiatura...)
    Il finale l'ho apprezzato. Ma (senza volerlo svalutare) è l'unico finale possibile di ogni albo di fiction, no?
    Mangiamo un po' del vecchio Gumbo di una volta. Nulla ha mai fine, Adrian. Sarà una vita buona, buona abbastanza (giusto per stare tra gli anglofoni) ... Porte aperte al sequel, anche se si giura e si spergiura che non ci sarà. E se non ci sarà, allora ci saranno gli inserti nel passato (vedi Gaiman e "Sandman è finito", giusto per parlare di qualcuno che adoro).

    Ripeto: non sono stato un lettore di JD se non occasionale, e anche allora, non esntusiasta. Questo albo mi ha confermato nella mia opinione (e speriamo che il detto RRobe non legga questo commento, o parte una delle suoi gustosi "massacri" via web!)
    Eug

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  4. Leggo solo ora il tuo prezioso e gradito commento, Aristarco.
    Sai che capisco perfettamente (almeno credo) tutto ciò che dici e intendi?
    Hai ragione su tutto (e tranquillo: siamo troppo piccini e non contiamo nulla, quindi il rissosissimo Rrobe non verrà certo qui a polemizzare: anzi, in fondo gli facciamo ulteriore pubblicità, no? "Attention Whore" non siamo certo né tu né io ^__^), ma nonostante ciò resto della mia opinione, o meglio: della mia reazione istintuale.
    Dici che non hai conosciuto il JD delle origini: beh, per essere al di fuori di Bonelli e degli autoprodotti non era niente male. Certo, intrattenimento, mica Sandman (da cui peraltro Recchioni e Bartoli hanno pescato a piene mani, se non saccheggiato proprio), per citare uno dei miei fumetti preferiti, e anche dei tuoi :-)
    Comunque: tu che non sei un ragazzino sprovveduto hai colto tutto quanto, l'hai sgamato come direste voi romani.
    Io per quanto riguarda certe letture "voglio" essere un ragazzino sprovveduto (beh, è sempre un modo per illudersi di mantenersi giovani!).
    E' per questo che anche se sgamo, apprezzo e mi diverto.
    L'unico invito che ti faccio, permettimelo, è quello di riconsiderare gli stereotipi dei lettori... pensaci un attimo: CHI è che DAVVERO si (auto?)descrive in quegli stereotipi?
    Appunto ;-)
    Un caro saluto, e ancora grazie!
    Orlando

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