giovedì 23 agosto 2012

Fun Home

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Fun Home
Una tragicommedia familiare
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di Alison Bechdel

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volume brossurato con bandelle
pag. 240, b/e e bicromia

traduzione di Marina Recchiuti
prima edizione italiana: maggio 2007
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€ 18,00
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Rizzoli editore
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Tutto dipende da cosa uno/a cerca dai fumetti.
Credo che qualsiasi cosa sia legittima: dal puro piacere che deriva dal(l’illusione di) rispecchiarsi nelle idee di un autore all’eccitazione sessuale, dal non voler pensare mentre si è al bagno al non voler pensare tout court, dall’ammirazione per linee e segni al “puro intrattenimento”, dallo studio al quel che volete voi.


Siccome il classificare è connaturato alla natura umana (siamo creature tassonomiche, accettiamolo) io classifico secondo uno schema mentale tutto mio, nel senso di “mai confrontato con alcuno” non nel senso di “originale”, i fumetti che leggo e a seconda delle categorie del mio schema mi aspetto qualcosa di congruo. Mi accingo, si potrebbe dire. Mi dispongo in un particolare stato mentale.
Spesso sbaglio, è ovvio anche questo.
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Dai fumetti autobiografici mi aspetto verità e rivelazioni, oltre naturalmente a un continuo confronto tra la mia biografia interiore e quella che sto leggendo. 
Banalissimo, lo so, ma in definitiva mi aspetto un certo genere di emozione e coinvolgimento, simpatia, nel senso etimologico del termine, con chi racconta.
OPPURE sconvolgimento delle mie “idee forti”, rabbia, sconcerto.
Continuando giocoforza a banalizzare (non sono un critico, il banale è il mio regno, purtroppo; regno nel quale comunque mi sforzo di non sprofondare), direi che l’importante è che mi si smuova quel po’ di materia grigia e che provi un certo piacere estetico, visto che parliamo di fumetto.


Nella mia testa Fun Home di Alison Bechdel godeva di uno status particolare ancor prima di leggerlo. 
Sbagliato? 
Normale.
L’autrice è lesbica e politicamente impegnata, ha idee politiche che potrebbero essere affini alle mie e fa parte di quella fetta di popolazione discriminata per i propri orientamenti affettivo-sessuali, proprio come il sottoscritto. E fanno già due cose in comune. 
Inoltre, e questa è la cosa più importante da confessare, nel mio caso quando mi accosto a un’opera di autrice/autore LGBT mi sento sotto pressione, come se il fatto, ad esempio, di non apprezzare l’opera in questione mi mettesse automaticamente tra gli omofobi.
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A questo punto chi legge queste righe penserà che il mio commento varrà ancor meno del solito in quanto condizionato dall’orientamento affettivo-sessuale dell’autrice e dalla “pressione” cui accennavo qui sopra.
E’ proprio così. Ma non esattamente nel senso più banalmente pensabile.
Una persona non è lgbt (usiamo questo termine per comodità e brevità di scrittura) solo “sotto le proprie lenzuola”. Anzi, combatto da sempre e per sempre quest’idea reazionaria e offensiva, che riduce affetti e sesso delle persone lgbt a qualcosa di schifoso e da nascondere.
Tanto quanto gli omofobi sono sempre omofobi [1] – e ad essi non solo è concesso esserlo, ma la loro omofobia viene rinforzata a livello sociale – anche le persone lgbt sono sempre tali. Le esperienze vengono espresse, percepite, mirate, filtrate dal modo in cui si è. Compresa l'esperienza di scrivere e leggere fumetti.

Quindi, alla fine, accetto la "pressione" e il fatto stesso di aspettarmi "qualcosa di più" da un'opera lgbt. Non dico che sia giusto, dico che lo accetto da me stesso.
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Paragonandolo con altre sue opere, ho interpretato il disegno di Bechdel come più "freddo" del solito; sensazione forse aiutata dalla bicromia bianco/nero + azzurro ghiaccio.
In realtà tutto il racconto mi ha comunicato freddezza, ma forse questo era uno degli scopi dell'autrice, che in più punti del racconto dichiara la sua incapacità, per esempio, a manifestare la propria sofferenza.


Non credo che Bechdel fosse interessata a far provare in chi legge simpatia per i protagonisti di Fun Home.
Non ho provato simpatia per il padre, né per la madre, né per il fratello (che resta comunque una figura appena accennata) né per lei stessa. Nemmeno graficamente c'è "piacevolezza": i volti, i corpi, gli oggetti, tutto appare descritto per quello che dà, non per quello che è. Un disegno quasi spietato. 
L'ambiente descritto è quasi anaffettivo, o almeno questo è ciò che si deduce leggendo. Non ho provato simpatia nemmeno per la storia e mi ha anzi creato molto disagio il domandarmi continuamente se stavo leggendo una storia "vera", "inventata" o vera-ma-romanzata. [2] Ma quest'ultima confusione, in effetti, non è detto che sia un difetto... ci penserò ancora su.
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La descrizione "sotto le righe", come fosse trattenuta, di situazioni invece abbondantemente "sopra le righe" mi fa pensare che Bechdel abbia inteso mantenere una distanza di sicurezza tra l'Autrice e la sua opera. Pare quasi non esserci distinzione tra le emozioni negative e quelle positive, tutto sembra avvolto in quella cortina bianco-nero-ghiaccio che omogeneizza tutto e che anche graficamente caratterizza il fumetto. 
Il dolore è così così, la gioia (quando compare, cioè raramente) è così così. Anche la chirurgica descrizione dei disturbi psicologici di Alison bambina -  a parer mio poco riuscita, risolta troppo velocemente e quindi forzata - disturbi che a quanto par di capire sono ansioso-compulsivi e i cui unici effetti descritti riguardano proprio i problemi di scrittura di Alison... anche questa descrizione è così così, come fosse un trascurabile incidente di percorso.



E dato che a tutto quanto viene data la medesima (apparentemente scarsa) importanza, alla fine sono rimasto lì a penzolare senza riuscire a prendere una posizione netta riguardo l'opera.
Magari a Bechdel farebbe piacere sapermi così confuso... la confusione consapevole è comunque un passo verso l'idea, il pensiero, la riflessione.
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Però... persino la "scoperta" dell'omosessualità di Alison è descritta quasi senza pathos e questo non è credibile: la scoperta della propria omosessualità, in una società sessualmente repressiva, è uno degli avvenimenti più drammatici nella vita di una persona; anzi per alcune persone è l'avvenimento più drammatico in assoluto. Non intendo necessariamente drammoni con lacrime e sangue, per quanto in certi racconti di amici e amiche, magari non più giovanissimi, manca giusto il sangue, me il resto purtroppo c'è tutto...
Un pensiero antipatico e irrazionale che mi è venuto leggendo la parte inerente la scoperta, prevalentemente "libraria", della sua omosessualità è stato "ma se la Bechdel non voleva renderci partecipi della sua interiorità, poteva evitare di scrivere un'autobiografia!".

Questo pensiero, oltre che sciocco e superficiale, non tiene conto delle mille variabili che portano una persona a scrivere della propria vita. Immagino che scoprirsi pubblicamente non sia esattamente la cosa più semplice e unilateralmente codificata del mondo...
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Bechdel racconta la sua vita, dall'infanzia alla scoperta e conseguente coming out della propria omosessualità. Racconta in modo non lineare e progressivo, con continui flashback che s'inseriscono in un presente relativo (1982).
Si tratta di una vita sui generis: un coltissimo padre maniacale che gestisce un'impresa di pompe funebri - funebri: quel Fun del titolo non ha dunque nulla a che fare col divertimento... - in un piccolo centro degli Stati Uniti in Pennsylvania e, tra le altre cose, ricuce cadaveri malamente squartati davanti a creature - Alison e il fratellino John - di pochi anni. Ecco, quella è stata una scena che mi ha disturbato, più di certe scene dichiaratamente splatter. La morte è molto presente nella storia, la storia ruota intorno alla morte del padre, omosessuale represso, più che intorno all'autrice stessa.



Bruce, il padre di Alison, ha il suo segreto "inconfessabile" e forse è proprio questo a renderlo così odioso, interessato solamente ad arricchire la dimora avita di decorazioni, quadri, mobili restaurati, libri, piante e fiori. Trattando i suoi figli come aiutanti non pagati e la moglie come collega di lavoro.
Niente affetto per la moglie, Helen, la quale è perfettamente a conoscenza dell'inconfessabile (...) segreto di Bruce e si trascina in una vita bilanciata tra il riuscire a gratificarsi culturalmente in qualche modo e il rimpianto di quanto ha perduto passando la vita accanto a quell'uomo glaciale. Non mi pare che l'autrice abbia mai ipotizzato che Helen potesse provare a trovarsi un altro compagno, e l'assenza di questa ipotesi mi ha molto stupito. Comunque Helen è una figura marginale nella storia. Così come lo è il fratello John e chiunque non si chiami "Bruce".
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Un padre anaffettivo il cui affetto sarebbe ovviamente desideratissimo da Alison la quale, ancora piccola, capisce invece che non può ottenerlo. Non, perlomeno, coi pochi mezzi che ha.


A questo proposito ho trovato orribile, disturbante - e quindi perfettamente riuscita - la descrizione del "bacio della buona notte" che la piccola Alison trova il coraggio di dare a suo padre: un confuso e imbarazzante bacino sulle nocche della mano, unica parte raggiungibile del padre sdraiato a leggere. In tutto il libro si vedrà sorridere il padre in non più di due? tre vignette al massimo?
Accidenti, è la prima volta che leggo un fumetto e non solidarizzo né mi identifico con qualcuno  dei personaggi!...



Capisco che Bruce abbia sofferto per la sua omosessualità repressa, ma questo non mi permette di giustificarlo in alcun modo. Ci sono, se proprio si vuole, altri modi di reprimere il proprio orientamento affettivo-sessuale che non comportano sofferenza per altre persone, men che meno per mogli e figli, che in quei casi non dovrebbero proprio esistere.
Non mi basta che ad un certo punto della storia lui stesso confessi di "non essere un eroe", non sono riuscito a provare un briciolo di simpatia per quell'uomo orribile neppure quando è morto, né mi è bastato quell'accenno di vicinanza tra lui e Alison (mai tra lui e la moglie, per carità!) che avviene in occasione della dichiarazione di omosessualità da parte di quest'ultima.
Ma, vedi?, ne sto scrivendo come di persone reali...



Beh, in effetti c'è una parte che ha suscitato in me un po' di tenerezza e di speranza: ad un certo punto della loro vita Alison e suo padre Bruce si trovano ad avere un'esperienza comune che esula - almeno in parte - dal loro rapporto padre/figlia, ossia quando Alison diventa nulla più che un'allieva del corso di letteratura tenuto da... Bruce. E' l'unico momento di vero scambio  e confronto tra i due, uno scambio teso e un po' feroce, quasi senza veli seppure mediatissimo dalla contingenza, ma autentico e, in piccola parte, tenero.
Ma poi Bruce muore.
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Da quanto scritto finora credo sia evidente che l'opera di Bechdel mi abbia stimolato moltissime riflessioni, ha messo in moto quel po' di materia grigia cui accennavo, mi ha suscitato emozioni (anche contraddittorie) che ho cercato di spiegare goffamente con queste righe. 
La lettura di Fun Home mi ha comunque dato molto e son felice di averla letta.

Tra l'aver passato un'ora e mezza di "sereno intrattenimento" e l'essermi incazzato coi personaggi (le persone?) del libro, averci pensato su parecchio, aver pensato e ancora pensato ed aver costretto me stesso a scrivere queste righe - per me difficili più di quanto si possa immaginare - mille volte meglio quest'ultima alternativa, mille a zero!
Anche se la risposta a bruciapelo all'eventuale domanda "ti è piaciuta?" credo che istintivamente sarebbe "no".



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[1] Fino a quando non comprendono che il mondo cambia con o senza il loro consenso e che le persone amano chi amano, che gli omofobi approvino o meno. O fino a quando non scoprono che il/la loro figlio/a è gay.
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[2] Cosa che non mi assolutamente successa col bellissimo "Figlio di un preservativo bucato" di cui parlerò prossimamente.





1 commento:

  1. Oggi, a distanza di un anno da questo commento troppo superficiale, alla domanda "Ti è piaciuta Fun Home?" risponderei con un decisissimo "sì!".
    Certe opere, specialmente le più intense e le più intelligenti, vanno lasciate decantare un po' e rilette.
    I giudizi basati su frettolose prime impressioni lasciano il tempo che trovano...

    Orlando Furioso - agosto 2013

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