sabato 15 ottobre 2011

Gianfranco Manfredi: intervista esclusiva

L’amore, la Storia e l’avventura – Intervista a Gianfranco Manfredi
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I lettori amano l’autore capace di raccontare storie intriganti, caratterizzate da spunti inconsueti e originali. Se poi quell’autore tiene vivo un fitto rapporto con i suoi lettori, abbiamo l’identikit di Gianfranco Manfredi. Volevamo scambiare quattro chiacchiere con lui a proposito del suo nuovissimo Shangai Devil, il sequel di Volto Nascosto che ha debuttato in edicola proprio questo mese.
Ma Manfredi regala spesso riflessioni interessanti anche durante le interviste e così diventa difficile non ampliare il discorso su altri argomenti.
Il risultato finale è una chiacchierata in cui lo sceneggiatore parla dei suoi lavori, della sua carriera e offre una panoramica su alcuni aspetti del fumetto attuale.
Con qualche sguardo al futuro.


Gianfranco, hai dichiarato che Volto Nascosto vendeva quasi il doppio di Magico Vento. I dati di vendita bonelliani sono spesso un enigma su cui s’interroga gran parte dei lettori, per cui se dovessimo tradurre questo “quasi doppio” in termini numerici intorno a quali cifre ci assesteremmo?
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Gianfranco Manfredi: I primi numeri di Volto Nascosto, con grande sorpresa della casa editrice che non si aspettava questi risultati, vendettero mediamente sulle 65mila copie. All’epoca Magico Vento stava sulle 35mila. Questi risultati lusinghieri hanno contribuito alla scelta di dare un sequel a Volto Nascosto, anche se per la verità Bonelli avrebbe preferito che io scrivessi una nuova serie lunga. Ma gestire una serie lunga (cioè senza fine programmata) è molto più complicato e avrebbe richiesto per me un impegno continuativo parecchio stressante, anche per il fatto che chi aveva gestito Magico Vento, cioè Renato Queirolo, andava in pensione, e dunque c’era da reinventare lo staff, e una maggiore responsabilità e peso lavorativo sarebbero ricaduti sulle mie spalle. Inoltre ero rimasto affezionato al personaggio di Ugo e già scrivendo Volto Nascosto mi ero riproposto di dargli un seguito: tanto che sull’ultimo numero di Volto Nascosto ho inserito un colloquio tra Ugo e suo padre Enea, in cui quest’ultimo gli prospetta la possibilità di trasferirsi in Cina. Ecco, tutto questo per dirti che a me delle vendite non frega molto, se non per un fatto: se una cosa va bene, è più facile che da quella ne nasca un’altra.
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Così come avevi già fatto in Volto Nascosto, anche in Shangai Devil hai optato per uno scenario inconsueto per una serie a fumetti. E’ una scelta nata solamente dopo aver pensato di realizzare un seguito di Volto Nascosto o già da tempo avresti voluto scrivere qualcosa ambientato in Cina durante questo periodo storico?
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G.M. – Mi ha sempre interessato la Cina. E poi gli scenari inconsueti contribuiscono a rinnovare il fumetto: offrono nuove possibilità di racconto a chi scrive e nuovi scenari a chi disegna. Non sprofondare nella routine è importantissimo in questo mestiere.
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Sia Magico Vento che Volto Nascosto (e di conseguenza Shangai Devil) sono ambientati nel passato, in contesti storici ben precisi. A cosa è dovuta questa scelta?
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G.M. – Per la verità a volte ho anche proposto delle storie contemporanee, però si vede che mi vengono meglio quelle storiche, perché queste ultime sono approvate più facilmente. Credo succeda un po’ come al cinema: se uno si fa notare con un film erotico (per dire) poi continuano a chiederti film erotici, anche se tu vorresti sperimentare altri generi. Certe scelte, che tu lo voglia o no, ti caratterizzano e di conseguenza ti condizionano. Per carità, questo non vuol dire che faccio serie storiche sotto costrizione, perché adoro la Storia. Ma ci sono molti altri generi di narrazione che mi piacciono. Anche le storie d’amore, per fare un esempio, che in fumetto si vedono rarissimamente.
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Da alcuni anni il fumetto italiano sembra aver improvvisamente scoperto la formula delle miniserie. Secondo te il continuo fiorire di progetti editoriali di questo tipo è causato solo dall’attuale contesto economico-editoriale o ci sono altre motivazioni?
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G.M. – Le motivazioni artistiche e quelle commerciali si sovrappongono più spesso di quanto non si creda. Da sempre i nuovi formati si sviluppano se vendono, altrimenti no. Attualmente le serie lunghe sono molto complicate da gestire e richiedono investimenti notevoli. Un autore poi può esprimersi meglio in una serie a termine, perché nel caso di una serie decennale, per forza di cose, prima o poi deve chiamare in soccorso altri sceneggiatori. Il punto è che alcune miniserie sono concepite e scritte come se fossero serie lunghe, e non si capisce perché durino poco. Io penso che una miniserie vada scritta come un romanzo che ha un inizio, uno sviluppo e una fine. Rispetto al normale fumetto d’avventura incardinato su un eroe/protagonista che per definizione non può morire, in una miniserie può morire anche il protagonista. Questo dà un tocco di suspense in più al racconto. Il lettore si chiede: come andrà a finire? Questa domanda con una serie lunga non se la pone mai.
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Torniamo ai tuoi lavori. Oltre alle serie create da te, sei impegnato a scrivere sporadicamente per Tex. Cosa ti ha spinto ad iniziare questa collaborazione nonostante il tuo pessimismo (ampiamente condivisibile) sul futuro del genere western?
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G.M. – Non lo dico per voler apparire a tutti i costi bizzarro, ma io penso che Tex abbia una sua efficacia indipendentemente dai destini del genere western. E’ il personaggio in sé che piace ai lettori. Gli appassionati di Tex sanno tutto delle sue avventure, ma hanno una conoscenza scarsissima del cinema western. Spesso non sono nemmeno lettori di fumetti: leggono Tex e basta. Dunque la cosa appassionante, nello scrivere Tex, è cercare di concentrarsi sempre sui punti di forza del personaggio in sé. E’ una cosa molto più difficile, anche sotto il profilo tecnico, di quanto non si creda. Quando finisco una storia di Tex sono stremato.
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Sempre a proposito di Tex, hai chiesto di poter scegliere i disegnatori con cui lavorare. Dopo le storie disegnate da Civitelli e Ticci sono in programma altre tue apparizioni texiane?
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G.M. – Ho appena cominciato a scrivere una storia per Leomacs, con cui avevo già collaborato all’epoca di Magico Vento. Lo spunto iniziale me l’ha offerto la Storia del Texas. Negli anni 1879/80 lo Stato del Texas attraversava una difficile crisi finanziaria, l’economia era bloccata, il governatore dell’epoca, Oran Milo Roberts, dovette operare molti tagli di bilancio, sacrificando le pensioni e il sistema scolastico. Stimolante, no? Quando si studia la Storia si scoprono una quantità di corsi e ricorsi. Poi ovviamente si tratta di non fermarsi a questo pretesto. Il modo di agire e reagire di Tex è e deve restare indipendente dal contesto storico. Tex può anche trovare una piramide nel deserto, o un marziano in una miniera. Queste escursioni fantastiche, che erano la cifra stilistica di Sergio Bonelli come autore, da tempo non sono molto frequentate, ma testimoniano ancora qualcosa di prezioso: Tex resta se stesso in qualunque contesto. Se non si incentra la storia su Tex stesso, serve a poco trovare uno spunto interessante.
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Oltre a Tex, hai scritto storie anche per Dylan Dog e Nick Raider. Ci sono altri personaggi creati da altri autori su cui ti piacerebbe lavorare?
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G.M. – Me ne sono stati proposti anche di importantissimi, e al di fuori da quelli bonelliani, ma ho sempre detto di no. Mi piace creare personaggi miei. Tex è stato un caso del tutto particolare. Ho la sua stessa età. Capirete bene che scrivere da uomo maturo per un personaggio che ha accompagnato la tua infanzia e la tua giovinezza è una bella esperienza. Dylan Dog e Nick Raider mi hanno aiutato a maturare professionalmente, però non ho mai provato per loro la stessa, stravagante e misteriosa empatia che provo per Tex. Altri grandi personaggi della Storia del Fumetto li ho apprezzati, ma non ho proprio nessuna voglia di mettermi a scriverli. Mi è capitato di riscrivere di sana pianta delle storie di Valentina per la TV. Crepax apprezzò ed è quello che conta. Però in quel caso si era trattato di una trasposizione cinematografica/televisiva. E’ impossibile ridare vita a Valentina in fumetto senza il disegno di Crepax. E credo sarebbe altrettanto velleitario riprendere le avventure di Corto Maltese senza i disegni di Pratt, o quelle di Dick Tracy senza Chester Gould.
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Per concludere, uno sguardo al futuro. Quali sono i generi o le tematiche su cui non hai ancora lavorato e che ti piacerebbe poter trattare? Prima hai citato le storie d’amore…
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G.M. – E’ da un bel po’ che mi interessano le storie d’amore. Credo che lì sia venuto il tempo di innovare, e qualche segnale di profondo cambiamento già lo si vede, persino nei romanzi Harmony. Ma mi è sempre piaciuta anche la commedia. Se il fumetto in generale si aprisse di più a generi diversi dall’avventura in senso stretto, ci guadagnerebbe lettori e credo anche che potrebbero spuntare nuovi autori italiani. Aggiungo che la Bonelli fa benissimo a insistere sull’avventura perché ha una lunga tradizione ed esperienza in materia, però non ho mai capito perché gli altri editori da edicola continuino a cercare di imitarla invece di battere sentieri diversi che potrebbero aprire loro delle autentiche praterie. Ho l’impressione che in Italia, se questa apertura ad altri generi e tendenze non la fa la Bonelli, non la farà nessuno.
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E (aggiungiamo noi) se in casa Bonelli questa apertura non la farà Manfredi, sarà difficile che la faccia qualcun altro.
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Collegamenti esterni:
- Il sito di Gianfranco Manfredi


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