giovedì 11 agosto 2011

Pyongyang

PyongYang, di Guy Delisle -  volume in brossura, 176 pag. b/n, euro 16,00 – Edizioni Fusi Orari.
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Ho appena finito di leggere Pyongyang del canadese Guy Delisle, e vorrei tanto volervi dire che mi è piaciuto, così, per darmi ogni tanto, un tono un pò più elevato, come fa Orlando, quando recensisce volumi un attimino più ricercati tipo Crumb o Jacovitti.
Solo che lui non è che lo fa, al boss gli viene naturale, io invece sono sempre lì, che sbraito e mi sbatto tipo il Diavolo della Tazmania della Warner, e proprio non mi riesce di darmi anche solo per un attimino, un aspetto più serafico.
No, non ci sono proprio riuscito a farmelo piacere ‘sto PyongYang.
Il volume è un fumetto autobiografico, e racconta dell’esperienza fatta dall’animatore-disegnatore del Quebec nella capitale della Corea del Nord, uno degli ultimi baluardi dell’ideologia comunista, isolatosi dal resto del mondo nel dopoguerra.


Attraverso l’esperienza personale, ed un saltuario riferimento all’opera letteraria di Orwell, 1984, Delisle denuncia il regime che vige nello stato nord coreano evidenziandone, limiti, anacronismi e contraddizioni, ora con una tagliente satira ed ora con indigesta amarezza. 
Eppure nonostante il tema interessante, il racconto non  coinvolge come vorrebbe o come dovrebbe, alla lunga scivola nella monotonia di una personalissima cronaca di una sgradita esperienza dell’autore con gli usi e costumi di un popolo suo malgrado congelato in quella ideologia, che al contrario di quanto auspicava Marx nel suo Manifesto, è rimasta uno spettro.
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A giudicarlo dalla copertina sono sicuro che collocherete questo volume nella vostra libreria proprio lì, tra il Maus di Spiegelman e il Blankets di Thompson, ma questo solo perchè non lo avete ancora letto, solo perchè lo stato sopravvalutando, giudicandolo dalla copertina.
A fine lettura realizzerete che il reportage annoia, sembra quasi che l’autore coscientemente o meno, voglia condividere con i lettori pure il grigio e la monotonia dei due mesi del suo incarico.
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Una delle cose che proprio non mi sono piaciute è come Delisle, in alcuni passaggi sminuisce e ridicolizza i personaggi con i quali interagisce quotidianamente, in Corea del Nord. Gli stranieri non possono assolutamente avere alcun tipo di rapporto con i locali, per questo proposito, sono costantemente “accompagnati” da una guida e da un traduttore in ogni loro spostamento: il fisiologico disagio è ben presto sostituito da una intolleranza che l’autore racconta in alcune tavole, in cui illustra episodi in cui,  accompagnandosi ad un suo collega sceneggiatore, sbeffeggia i comportamenti dei loro “carcerieri”, riducendoli ad agenti del regime, privandoli di quella umanità che probabilmente avrebbe reso questo volume un discretissimo gioiellino di letteratura illustrata. Riuscendo invece a far emergere soltanto un attrito insanabile che non mi aspettavo fosse il concetto base di un fumetto edito nella collana de  “I libri dell’Internazionale”.
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L’autore non perde occasione nelle sue tavole, per denunciare il governo asiatico, evidenziarne gli sbagli, gli inganni, l’oppressione sul popolo, eppure “dimentica” di approfondire la sua posizione in un paese così ostile e anti-democratico, dimentica di comunicarci di esser parte lui stesso di quei meccanismi di mercato tipicamente occidentali e capitalista con i quali  si delocalizza la produzione delle merci, in quei paesi poveri per evitare eccessivi costi ed improponibili spese.
Chi ha letto “No Logo” di Naomi Klein sa di cosa sto parlando.
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Tuttavia a dispetto dei contenuti che a volte latitano, bisogna dire che Delisle è un bravo fumettista, la sua prosa è scorrevole ed è buona anche la scelta di alcune illustrazioni, ottima ed efficace insomma la sinergia, tra disegni e  testi.
Per i disegni invece la storia è diversa: lo stile eccessivamente minimalista dell’autore canadese, è di quelle cose tremendamente particolari, che o si apprezzano, o si fan finta di apprezzare o stancano.
Molto soggettivamente quindi dirò che nel mio caso Pyongyang ha stancato abbastanza presto, come detto, a parte qualche vero colpo di genio nelle tavole, l’intero volume non riesce a decollare nè a rapire il lettore. Comunque per quel che concerne la grafica vi lascio giudicare allegandovi la solita sporta d’immagini.
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In buona sostanza, evitabilissimo a mio parere, specie se vorrete usarlo per disilludere il tipico comunista della comitiva, quell’inguaribile nostalgico che straparla di una situazione che non ha mai vissuto, (un pò, per par condicio, come succede con i moderni balilli che sognano di una realtà che non hanno mai sperimentato sulla propria pelle, e che hanno dimenticato di farsi raccontare dai nonni).
Nel caso che il vostro intento, arguti democratici, sia prettamente provocatorio vi consiglio di ricorrere a qualcosa di meno ricercato, credo infatti che sortireste un maggiore effetto imbarazzante ripiegando sul cinema: su film come il malinconico Goodbye Lenin o il bellissimo Le vite degli altri.
Baci ai pupi compagni o camerati… tanto è uguale. 

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