giovedì 1 settembre 2011

I PROSSIMI VENDICATORI

I PROSSIMI VENDICATORI di Brian M. Bendis (testi), John Romita Jr. e Klaus Janson (disegni), apparso sul mensile Iron Man e i Vendicatori n. 35-40, spillato, 80 pp. col., € 3,50 – Panini Comics
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Mi sembra che sia tornata in auge l’era dei viaggi temporali. Non so se la cosa sia dovuta a una nuova tendenza o piuttosto, più tristemente, alla mancanza di nuove idee, ma lo sfruttamento di questo artificio narrativo è attualmente, a mio parere, vicino al livello di guardia. In ogni caso vi devo dire che l’aspetto che più mi attira di questo espediente, ma la cosa in fondo vale per tutte le sfaccettature del fumetto super-eroistico, è come esso si rapporta con la realtà, o meglio, la sua “verosimiglianza” (non oso adoperare la parola “realismo”).
Come si può spiegare la possibilità di girovagare tranquillamente tra i secoli come se fossero luoghi ameni da visitare in automobile? Come posso giustificare il fatto che Tony Stark incontri il suo “se stesso” del futuro e ci faccia pure due chiacchiere? Se ci pensate bene questo avvenimento, peraltro tutt’altro che originale in narrativa, è il più ostico da digerire, in quanto contraddice lo stesso principio di identità, che è alla base della matematica classica e quindi di tutta la scienza in generale: se io sono uguale a me stesso, perché allora mi trovo contemporaneamente in due posti diversi?


La fervida mente di Brian M. Bendis, lo scrittore di questa ennesima (per lui) epopea “vendicativa”, ha dato una fantasiosa interpretazione della teoria relativistica einsteniana: secondo questa interpretazione tutti gli avvenimenti, in qualsiasi punto del flusso temporale, accadono in realtà simultaneamente. Il tempo, di fatto, non esiste: si può parlare solo di linee temporali, che sono praticamente illimitate, che si svolgono contemporaneamente, ma in diversi punti della struttura “spazio-tempo”.
Se le cose stanno così, allora è possibile che, se io compio una determinata azione e poi mi sposto in una realtà alternativa nello spazio-tempo, posso fare in modo di annullare la suddetta azione: mi basterà trovare un altro me stesso che quest’azione non ha mai eseguito, ed è altrettanto reale dell’”io” da cui sono partito, perché simultaneo e parallelo. Allo stesso modo, posso tranquillamente interagire con un altro me stesso, perché appunto ce ne sono infiniti, tutti diversi, ma tutti uguali, e vivono tutti insieme simultaneamente, nello stesso istante.

Ora, qui viene il bello, perché questa famosa “struttura”, non si sa bene da chi e perché, risulta gravemente danneggiata. Le conseguenze di questo fatto sono catastrofiche: gli esseri viventi “saltano” da un punto all’altro dello spazio-tempo in maniera caotica e causale, pertanto un uomo primitivo può venire a contatto, ad esempio, con un abitante di Andromeda vissuto 10.000 anni più tardi.
Questo è lo spunto iniziale della serie in oggetto, che io comincerei ad analizzare partendo stavolta da quello che, a mio parere, ne costituisce il punto più debole, e cioè i disegni.

Ritengo che John Romita Jr. abbia subito una sorta di involuzione nel corso della sua carriera. Se confronti le sue affascinanti, evocative, pregnanti tavole nel Daredevil di Ann Nocenti, inchiostrate dal Grande Maestro Al Williamson e le confronti con le più recenti produzioni, ti viene veramente da chiederti: “ma cosa gli è successo??”.
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Le chine di Klaus Janson, con cui Romita Jr,, con mio grande sconcerto, fa coppia fissa da molti anni, non aiutano. Le sue pesanti pennellate, se si accompagnano bene alle figure prepotenti e iper-cinetiche di un Frank Miller, finiscono con il soffocare il tratto pur suggestivo, ma molto più incerto di John, con il risultato che le tavole appaiono statiche, poco dettagliate e quasi del tutto prive di magia. E’ anche probabile che Romita Jr. abbia cercato volutamente, come già fece Byrne a suo tempo, di semplificare al massimo il suo stile per aumentare la produttività. I meno giovani ricorderanno i racconti degli X-Men di Chris Claremont disegnati dall’esplosiva coppia John ByrneTerry Austin. L’incredibile qualità grafica di quelle storie rimane, secondo me, a tutt’oggi tra le maggiori vette mai espresse dalla produzione Marvel. Poi Byrne abbandonò gli X-Men e cominciò quel processo di crescita che lo portò ad essere il protagonista assoluto del panorama super-eroistico dell’epoca. Diventò un autore completo, scrivendo, disegnando e inchiostrando le sue storie in prima persona. Non credo, tuttavia, di essere l’unico ad essere rimasto perplesso circa il progressivo scadimento della resa grafica, che non ha mai più raggiunto i livelli della già citata “run” degli X- Men.

Tornando ai nostri Vendicatori, le cose vanno un po’ meglio se prendiamo in considerazione i testi. Pur non essendo decisamente al suo top, rimane per me sempre stupefacente verificare come Bendis, anche quando fatica a trovare spunti narrativi interessanti (come in questo caso), riesca comunque a mantenere la sua sceneggiatura ad un eccellente livello qualitativo: non mi annoio (quasi) mai leggendo le storie scritte da lui, anche le meno riuscite. Gli ingredienti di questi suoi nuovi Avengers sono quelli tipici del suo bagaglio tecnico/stilistico: dialoghi frizzanti e mai banali, un’attenta definizione delle psicologie dei personaggi, narrazione corale con le voci dei protagonisti che si incrociano e si coprono a vicenda, dando spesso (volutamente) una sensazione di disagio, più che di confusione.
Ci sono almeno due aspetti che mi hanno colpito leggendo questa serie, e che mi piacerebbe qui evidenziare:
1) La divisione dei ruoli. Una formazione così eterogenea (come, del resto, sono sempre state le innumerevoli squadre di Vendicatori che si sono avvicendate nel tempo) non può prescindere da una organizzazione rigorosa e di una gestione metodica delle varie potenzialità .
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Abbiamo infatti, mescolate insieme entità divine (Thor) e aliene (Capitan Marvel) insieme a eroi iper-tecnologici (Iron Man) e “normali” esseri umani privi di super-poteri (Capitan America e Occhio di Falco).  Una cosa che ha sempre disturbato le mie appassionatissime letture super-eroistiche è l’incoerenza diffusa (seppure in qualche modo comprensibile) circa l’effettiva consistenza dei vari super-poteri, ma soprattutto sugli effetti che questi  producono. Provo a spiegarmi con un esempio: quante volte un gruppo di Vendicatori è rimasto coinvolto in un’esplosione (di qualsivoglia natura) durante uno scontro con qualche arci-nemico, in conseguenza della quale rimangono TUTTI svenuti? sembra che i super-criminali siano veramente scientifici in questo, riuscendo a calibrare attentamente le proprie raffiche in modo da tramortire un Iron Man, ma evitando di dilaniare una Vedova Nera che magari è lì a due passi, ma che è dotata di ben altra resistenza. Cose di questo tipo, per mio sommo diletto, con Bendis (anche Mark Millar, a dire il vero, è molto attento a questo aspetto) sono bandite . I poteri e le capacità di ciascuno ne definiscono i ruoli: Thor è la prima linea, quello che affronta l’impatto frontale della battaglia. Ed è perfettamente logico che sia così, in quanto Thor, da solo, è di gran lunga più potente di tutti gli altri membri del gruppo messi insieme. Addosso a Galactus non ci va la Donna Ragno, ma neanche Wolverine. Ci va Thor, e basta: gli altri lo ostacolerebbero soltanto.
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2) Prima si parla, POI, casomai, ci si prende a botte. E’ così che, in generale, vanno le cose nella vita reale, ma non, come sappiamo bene, nel nostro amato mondo dei super-eroi, nel quale le scazzottate tra amici e non si moltiplicano rigogliose, anche se non ben motivate (anzi, soprattutto se non motivate). Non è il caso delle storie firmate da Bendis: c’è un esempio in questa serie che è estremamente significativo, ma che non voglio descrivere nel dettaglio per non rovinare la suspense a eventuali futuri lettori. Vi basti sapere che l’intera vicenda iniziale, che si snoda per 7 numeri, si conclude non con una mega-battaglia finale, ma con la richiesta (e la concessione) di un favore. E’ un finale decisamente atipico per un racconto di super-eroi, ma è una delle testimonianze di quanto questo genere sia maturato negli ultimi anni.
Tirando le somme, questa serie, iniziata in America in pompa magna azzerando la numerazione e lasciando il solo laconico titolo “Avengers”, quasi a sottolinearne una ricercata maestosità, delude un poco le aspettative, ma guardo con relativa fiducia nel futuro, auspicando magari l’arrivo di un disegnatore un po’ più motivato e un Bendis sgravato da alcune delle decine di progetti che pesano sistematicamente sulle sue spalle.



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