lunedì 20 giugno 2011

Il Peter Pan in costume rosso e blu

Peter Parker, sedicenne nel 1962, se invecchiasse come noi oggi avrebbe 65 anni. L’età giusta per ricordarsi dell’idrolitina, dell’allunaggio e di almeno una decina di presidenti.
.
Ma Peter Parker non invecchia come noi, principalmente perché è un personaggio dei fumetti e, dunque, non esiste.
Lo capì subito Stan Lee, che dopo averlo fatto crescere di un paio d’anni per fargli finire le superiori e mandarlo alla Empire State University lo collocò in un limbo senza tempo dal quale non è praticamente più uscito per venti anni buoni, cioè fino al momento in cui, per uniformarsi alla striscia pubblicata sui giornali, in Marvel decisero di fargli sposare Mary Jane Watson da un giorno all’altro.
.
E lì iniziarono i suoi problemi. Non perché con Mary Jane stesse male, anzi: per essere un matrimonio organizzato nell’arco di tre numeri di AMAZING SPIDER-MAN piuttosto anonimi ha retto dignitosamente. No, le grane per il povero Peter erano di natura narrativa. Perché noi fan dell’Uomo Ragno gli abbiamo sempre voluto bene? Perché ci siamo sempre identificati in lui? Perché lui ci somigliava. Non era particolarmente fortunato, andava a scuola, lavorava per non pesare troppo sulla zia anziana e malata. Peter Parker era uno di noi, una persona normale; Matt Murdock e Don Blake avevano posizioni professionali prestigiose, Steve Rogers senza scudo e maschera faceva fatica ad adattarsi tra le persone normali dopo vent’anni da ghiacciolo, Tony Stark era ricco. Ovvio, erano tutti umani, tutti avevano qualcosa che li avvicinava a noi (i “superproblemi”), ma Peter lo era più di loro.


La parola d’ordine per un giovanissimo è conflitto. Per un giovanissimo il mondo è tutto contro di lui, senza via di scampo. Tranne una, se sei Peter Parker: il costume da Uomo Ragno. Quello che per un ragazzino reale è immaginazione, per lo stupefacente Uomo Ragno è realtà.
Con il matrimonio il personaggio ha ricevuto un lieto fine, ha smesso di cercare una via di fuga.
E se a questo aggiungiamo gli occasionali periodi come insegnante (una figura che per forza di cose non è sullo stesso piano dei ragazzi ai quali un personaggio come questo dovrebbe rivolgersi) e la fama ottenuta come fotografo, allora sì, un elemento fondamentale del personaggio era scomparso: il suo riuscire a relazionarsi con i lettori più giovani.
Come se non bastasse, si è ritrovato per decenni in tre/quattro collane mensili, con storie sempre più intricate, colpi di scena spesso di bassissimo livello, troppi autori diversi che non potevano pianificare a lungo termine. Era ancora possibile identificarsi in lui e trovare credibili le sue avventure?
Oh, all’inizio andava tutto bene, le storie piacevano, e le matite di Todd McFalane ed Erik Larsen attiravano parecchia gente… ma una volta finito l’effetto novità e scomparsi un po’ di lettori, la Marvel si è accorta che forse aveva sbagliato qualcosa. Il personaggio era troppo cresciuto, le storie erano spesso inaccessibili. E, da allora, è iniziato un lungo calvario per editor e autori, che hanno cercato di rimettere a posto le cose e di ringiovanire il personaggio, riportandolo nel mentre “a terra” dopo saghe particolarmente complesse. “L’eroe che potresti essere tu”, come diceva Stan Lee. E se lo diceva il suo creatore possiamo fidarci.
Di tentativi, dagli anni ’90 in poi, ce ne sono stati tanti.
La saga del clone, nel 1994, tentò di restituirci un Peter Parker single e più vicino alla sua immagine classica. Non andò proprio come doveva andare, vista la confusione che regnava negli uffici Marvel in quel momento, ma vale la pena di segnalare i primi due tentativi di ringiovanire il personaggio.
 .
Nel 1995 debuttò UNTOLD TALES OF SPIDER-MAN, di Kurt Busiek e Pat Olliffe, ambientata ai tempi di Lee e Ditko, con un Peter sedicenne. La serie era leggibile autonomamente, costava meno delle collane regolari e offriva avventure adatte a tutte le età. Sarà per diverso tempo la serie ragnesca più apprezzata dalla citica, per poi essere tagliata con il venticinquesimo numero da una Marvel in fase di ristrutturazione e con Busiek troppo preso dai rilanci della famiglia dei Marvel Heroes.
Sul finire dello stesso anno Ben Reilly prese temporaneamente il posto di Peter Parker a metà della saga del clone. L’esordio di Ben come nuovo Uomo Ragno, con tanto di nuovo costume e nuovi comprimari, avvenne su SENSATIONAL SPIDER-MAN 0. Le altre collane si adeguarono, con SENSATIONAL di Dan Jurgens come leading title. Pur essendo un personaggio nuovo e con un background diverso da quello classico, ne rispettava le basi: difficoltà a far convivere due identità, problemi con le ragazze, il lavoro, i soldi. Era diventato più Peter Parker di Peter Parker. Ma non funzionò. Non era meglio riavere il vero Peter?
.
Nel 1998, dopo anni di cloni e ritorni di Goblin, la Marvel ci riprovò. L’obiettivo era ancora una volta quello di svecchiare il personaggio, rendendone le avventure più fruibili e aggiornandone la storia, dando un nuovo punto di partenza. Ci provò John Byrne con SPIDER-MAN: CHAPTER ONE, miniserie che riscriveva il primo anno di attività del Tessiragnatele, e parallelamente, assieme a Howard Mackie e John Romita Jr., su AMAZING SPIDER-MAN e PETER PARKER. SPIDER-MAN, che ripartirono da 1.
Ma neanche questo revamp venne premiato dai fan hardcore, scottati dal ritorno di elementi classici a parer loro antiquati, come zia May nelle ongoing e dalla modifica di alcuni particolari del classico periodo Lee/Ditko in CHAPTER ONE.
Nel 2000 Brian Michael Bendis e una vecchia conoscenza dei fan di Spider-Man, Mark Bagley, tentarono qualcosa di diverso. Un ritorno al Ragno più giovane di Lee e Ditko, ma separato dal resto della produzione regolare. Nacque così ULTIMATE SPIDER-MAN, ambientato in una terra parallela ai giorni nostri, che risulterà il più popolare tra tutti questi tentativi di ringiovanire il nostro eroe.
A quanto pare il lettore più assiduo non accetta di buon grado che la maturazione di un personaggio che non esiste nella realtà venga accantonata a favore di una versione del medesimo che sia adatta a tutti e che possa raggiungere diversi tipi di pubblico, se solo una versione alternativa dello Spider-Man liceale riesce ad avere successo.
.
Ma la Marvel non si arrende, visto che nell’epoca dei film e del merchandising ci sono numerosi potenziali giovani fan del personaggio che si potrebbero raggiungere con i comics. C’è un Uomo Ragno dei comics, che rimane appesantito da trame che durano da anni ed è quasi irriconoscibile, e c’è quello dei film di Raimi, dei videogiochi, dei cartoni animati. Ovvero lo Spider-Man che è noto al grande pubblico.
Come fare per ottenere, finalmente, un Uomo Ragno che sia di nuovo leggibile e vicino al pubblico giovane?
2007: One more day, voluto da Joe Quesada, sconvolge la vita del personaggio, eliminando il matrimonio che tanto lo invecchiava con l’intervento di Mefisto. Con Peter di nuovo single torna la tensione sentimentale tipica dei momenti migliori della serie, aumenta l’attenzione verso il già ricco cast di comprimari con l’aggiunta di nuovi personaggi e le storie tornano lineari grazie alla cancellazione delle serie parallele ad AMAZING.
Ancora una volta i fan si lamentano, ma stavolta la Marvel prosegue per la sua strada. Brand new day, questo il nome del rilancio, non sarà originalissimo, ma ha il merito di aver riportato l’Uomo Ragno alle sue radici. E questa volta, evidentemente, la Marvel ci ha creduto un po’ di più, se sta ancora andando avanti (pur con qualche cambiamento e un nuovo nome, Big time).
E, come sostengo da sempre, per fortuna. Perché, non nascondiamoci dietro a un dito, l’Uomo Ragno è questo. E’ un giovane per i giovani, ha le loro fortune e sfortune, le loro angosce.
E sì, è chiaro che, tornando indietro, anzi, provandoci più di una volta, la Marvel abbia rotto qualcosa nel meccanismo delle storie e della continuity. Ma il fatto è… che era già rotto. Dalla “crescita” in certi passaggi davvero illogica del personaggio (il matrimonio deciso da un momento all’altro), dalle tante visioni diverse di Spider-Man che gli autori ci avevano mostrato nel corso degli anni, da storie sempre più assurde.
.
E’ davvero evoluzione, tutto questo? Secondo me no, e a questo punto tanto valeva rompere il giocattolo un’ultima volta per ricostruirlo, come è stato fatto. Io, come lettore, sento di averci guadagnato. E’ un fumetto, ha la fortuna che manca a noi di poter tornare indietro quando qualcosa va male. E oggi (ormai da qualche anno) lo leggo con il piacere di un tempo. Pazienza se ormai sono più vecchio di Peter Parker, se non si sposerà mai, se avrà una ragazza diversa da Mary Jane, se continuerà ad avere zia May. Non mi preoccupa, va bene così, è giusto che sia così. Spider-Man non appartiene a me o a una sola generazione di lettori, è un patrimonio narrativo che ha ancora molte possibilità di piacere a tutti, per sempre.
Fino allo sciagurato momento in cui qualche editor o scrittore, come già avvenuto in passato, non si alzerà una mattina dal letto con in testa un solo pensiero: “non sarà ora che…?”
 


Nessun commento:

Posta un commento