lunedì 23 maggio 2011

No, non c’era nulla di sbagliato nella verità, nella giustizia e nell’American Way


“Ciò che conta è che sento e ragiono come un americano”, diceva il Superman scritto da John Byrne nel 1986 a Lois Lane, che lo intervistava per la prima volta.

Un’affermazione che non dovrebbe stupirci più di tanto, visto che l’Uomo d’Acciaio è stato legato agli Stati Uniti sin dai primordi, cioè da quella Golden Age del fumetto che ha dato i natali alla prima generazione di supereroi.

Supereroi americani, nati alle soglie del secondo conflitto (e durante), che spesso e volentieri combattono dalla parte degli USA. E Superman, che sin dai primissimi albi appare in copertina accanto a simboli statunitensi come la bandiera e l’aquila, o in compagnia dei soldati americani, non fa eccezione.


Certo, non è nato in America, bensì su Krypton, pianeta estinto. Ma Kal-El è un immigrato (seppur involontario) che sulla terra adottiva ha trovato la sua casa ideale e, quindi, se stesso (e senza dover passare per Ellis Island). Clark Kent è stato cresciuto da una coppia di contadini, gli è stata data un’educazione, gli sono stati impartiti sani principi, pertanto non è improbabile, che l’Uomo d’Acciaio si senta americano, anzi, se ci pensiamo bene è del tutto normale.

Nelle sue storie Superman è fedele alla bandiera ma, è bene
chiarirlo, non per imposizione esterna, anzi. Verso l’autorità è in principio persino indifferente, come si può evincere dalla sua prima avventura, in cui sfonda la porta della casa di un governatore per convincerlo a sospendere una esecuzione ingiusta. E alla polizia quel rude vigilante dai modi spicci non sta troppo simpatico, poiché agisce al di fuori della legge. Quindi la bandiera per Superman rappresenta la gente, non le poltrone.
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Col tempo le cose si evolveranno, e ci ritroveremo l’Uomo del Domani in buoni rapporti con i politici fedeli all’American Dream, addirittura grande amico di JFK, così amico da arrivare a chiedergli di impersonare Clark Kent perché nessuno sospetti della sua doppia identità. Se non ci si può fidare del presidente, dice il Superman con il sorriso amabile disegnato da Curt Swan, allora di chi?
Ma appunto, nessuna imposizione, nessuna sottomissione. Se questo eroe alieno si sente così a casa in America è perché è grato alla land of free di averlo accolto e accettato. Dopotutto, se gli Stati Uniti nascono grazie agli sforzi di immigrati provenienti da tutto il mondo, allora chi è più americano di chi è riuscito a integrarsi pur venendo da un altro pianeta?
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Ma attenzione, Superman e i suoi ideali non hanno confini: l’America non è che il punto di partenza per essere cittadino del mondo, dell’universo, dunque non nega mai il suo aiuto chiunque ne abbia bisogno al di fuori degli USA.
Non che l’americanità del personaggio sia sempre ben vista dal pubblico. C’è chi, fuori dagli Stati Uniti, la critica aspramente, come se fosse una colpa essere un eroe della finzione creato in America, e ne ha una visione errata. Nel 1986 il Batman invecchiato di Frank Miller si batte con un Superman ormai marionetta del governo, vincendolo grazie alla sua voglia di lottare secondo i propri ideali, che in Kal-El si è ormai spenta. E, agli occhi di lettori poco attenti, quella che è solo una estremizzazione del personaggio voluta da Miller come contraltare del suo Batman vecchio ma puro, diviene la norma e il povero Superman la nomea di strumento del governo non riesce più a togliersela di dosso. Un equivoco duro a morire.

For truth, justice and the American Way!, recitava il narratore dei telefilm anni ’50 The adventures of Superman interpretati da George Reeves.
Dunque in italiano diremmo per la verità, e qui ci siamo. Qualcuno dovrebbe combattere per la falsità?
La giustizia, e anche qui, mi sta forse leggendo un pubblico a favore dell’ingiustizia?
E l’American Way. Questa non la tradurrei. Una traduzione italiana rischierebbe di essere o fuorviante, o troppo lunga per rimanere impressa.
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Però, che cos’è l’American Way? Un modo di essere. Un modo di fare. Uno stile di vita, insomma. Qualcosa che gli americani si sentono dentro.

La cosa che però pare sfuggire a chi vede in Superman un soldatino del governo è che American Way e governo non sono cose che si equivalgono per forza. Superman ama la sua terra adottiva, e ne ama la gente, i valori. Crede fermamente nella bontà delle persone e fa di tutto per aiutarle perché possano condurre una vita tranquilla. Perché, questo è il punto fondamentale della questione, l’Azzurrone non è uno strumento dei politici. E’ un privato cittadino (americano) che vuole essere vicino alla propria gente, lui che ha possibilità superiori a quelle del suo prossimo. Senza tessere di partito, senza slogan elettorali.
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Il Superman originale, quello di Jerry Siegel e Joe Shuster, come già detto non è molto incline al rispetto delle autorità. Preferisce aiutare gli umili, i poveri. Le sue prime avventure pullulano di orfani, senzatetto, lavoratori, che beneficiano del suo supporto.
Era forse il burattino di Lex Luthor, quando quest’ultimo fu eletto presidente degli USA? Seppur in contrasto con il nemico di sempre, Superman non poté che rispettare il voto dato dalla maggioranza degli elettori americani del fittizio DC Universe, proprio perché espresso liberamente. Ovviamente, sperando che il popolo capisse di aver scelto male.
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Il Superman di oggi, scritto da Joe Michael Straczynski, ritorna sulla Terra dopo una lunga sosta su New Krypton, e tenta di riscoprire le proprie radici rinsaldando il legame che c’è tra lui e la Nazione che lo ha ospitato sin dalla nascita, attraversandola a piedi.

Tuttavia, per uno di quei sempre meno rari casi di schizofrenia editoriale che affliggono il fumetto americano contemporaneo, mentre la lunga camminata è in corso sulle pagine di SUPERMAN, su ACTION COMICS n. 900 vediamo lo stesso personaggio prendere una decisione alquanto controversa: per evitare di essere considerato sempre e comunque un portavoce del governo americano invece che un privato che lotta per il bene comune, l’alter ego di Clark Kent decide di rinunciare alla cittadinanza americana. Niente più American Way, d’ora in avanti bisogna pensare su scala globale. Il pubblico americano, prevedibilmente, non la prende bene. E possiamo dargli torto? Il supereroe è l’epica americana di massa. Superman più degli altri, essendo il primo e il più famoso.

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Al pari della Coca Cola, di Kennedy, di Topolino, di Marylin, della bandiera, di John Wayne… è un simbolo di una società di massa che crea personaggi e simboli a uso e consumo di un largo pubblico. Un pubblico prevalentemente americano, che ora non può fare a meno di sentirsi tradito dalla svolta del proprio eroe a fumetti. Sono fatti così, gli americani. Loro si sentono parte di una grande Nazione, credono nella forza e nell’unità del proprio Paese. E nei suoi simboli. Come durante la seconda guerra mondiale, quando Superman sistemava spie e sabotatori; o come dopo l’attacco alle Torri Gemelle, quando gli appassionati scrivevano alla posta delle collane del personaggio perché sembravano una piazza adeguata per leccarsi quella ferita così inaspettata.
Sì, sono nazionalisti, ma l’amore della gente comune per la propria terra io l’ho sempre ammirato.
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E io li capisco, gli americani, quando si preoccupano per queste piccole cose: quanto è cambiato (in meglio, in peggio, fate voi) in quella società che guardavamo con ammirazione, qualcuno pure con invidia? Alla fine anche una notizia piccola, piccolissima, come questa decisione di un personaggio dei fumetti di rinunciare alla bandiera, è un esempio di come cambino i tempi, di come cambi una Nazione. Quell’America che faceva sognare noi poveri italiani rimasti con il posteriore in terra e dava sicurezza ai suoi abitanti è oggi così lontana, così come la sua idea di potenza, di grandezza, giusta o sbagliata che fosse. Le quotazioni dell’America, complice una politica estera poco apprezzata in Europa, da un po’ di anni sono in ribasso: guai ad alzare la testa e a dirsi fieri di essere statunitensi, sembrerebbe. Soprattutto se si deve rendere un personaggio normalmente associato alla bandiera appetibile per il pubblico di tutto il mondo, in previsione di un film firmato, tra gli altri, proprio da quel David Goyer che ha scritto il breve racconto di ACTION 900.
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Ve lo sareste mai immaginato venti, trenta, quaranta anni fa Superman che dice basta all’American Way? O meglio: ve la sareste mai immaginata la DC Comics che lo faceva agire così? Autori americani che scrivevano un simbolo americano per un pubblico americano. Orgogliosi della propria nazionalità, come chiunque dovrebbe esserlo, non si sarebbero piegati a un malsano politically correct che pare spinga la DC a mettere le mani avanti dicendo “sì, Superman è un fumetto americano, ma mica se ne vanta, noi non vogliamo essere migliori degli altri, anzi, siamo addirittura peggiori”.

Una volta si diceva negro, poi si dovette cambiare in “di colore”.
Una volta si diceva handicappato, ma oggi no, si parla di “diversamente abili”.
Una volta si diceva americano… andrà a finire che fra un po’ si dirà “diversamente anglosassone” per non turbare chi mal sopporta i nazionalismi altrui.
Dieci anni fa Joe Kelly chiedeva provocatoriamente, con il titolo di un suo famoso episodio di ACTION COMICS, Cosa c’è di sbagliato nella libertà, nella giustizia e nell’American Way?
In DC devono aver trovato una risposta.
Sbagliata.

Francesco Vanagolli

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