lunedì 25 aprile 2011

5000 chilometri al secondo

5000 chilometri al secondo, di Manuele Fior – 144 pp. col. – € 17 – Coconino Press
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Nella precedente recensione alcuni mi hanno criticato per la lungaggine come se oggi, le recensioni, non dovessero superare la lunghezza necessaria a dire “le solite cose”. Naturalmente mi sono subito premurato di sapere se oltre che lunga, la recensione non fosse stata anche “noiosa”, ma per fortuna è piaciuta a tanti che, dopo aver acquistato il libro di Ciantini, mi hanno scritto dicendo che si trovavano d’accordo con me (e questo mi fa bene al pancino).
Con 5000 chilometri al secondo di Manuele Fior è tutta un’altra storia.

Qui stiamo parlando di uno che in poco tempo si è portato via premi davvero prestigiosi: dal Gran Guinigi come Autore Unico a Lucca 2010, al Fauve d’Or come Miglior Album al Festival Internazionale di Angoulême 2011, e che quindi necessita di qualche parola in più.
Ammetto che questa recensione mi è costata molta fatica e sono arrivato al punto addirittura di riscriverla, quando di solito vado giù, subito di getto, alla Georges Simenon.


.Il problema è che a me Fior rimane simpatico, pur non conoscendolo di persona, soprattutto perché questo figlio di Baudoin ha fatto una delle poche cose intelligenti da fare oggi: andarsene. Allontanarsi da un paese nel quale non è MAI stato possibile fare quello per cui uno si sente nato. Soprattutto se stiamo parlando di fumetti. E la colpa, mi spiace dirlo, è di tutti (e che nessuno si senta escluso). Fine del pippotto.
Ammetterò inoltre, che il suo libro, edito da Coconino Press,  mi ha lasciato un po’ interdetto. Forse perché sono un sognatore incallito e se un libro vince premi prestigiosi, mi aspetto qualcosa di più di un semplice: “sì, mi è piaciuto”. Non dico che aspiri a trovarci dentro la formula dell’Immortalità, ma qualcosa di simile.

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Ora non andrò a rovistare nel passato di Fior, in cerca di attenuanti, perché credo che ogni libro debba essere giudicato per quel che è, indipendentemente da quali meraviglie siano accadute prima.
5000 chilometri al secondo me lo sono letto con grande rispetto e tutto d’un fiato, conscio che “non s’interrompe mai un’emozione”, ma appena finito, dopo averlo riletto da capo, sono cominciati i guai. Inizierò dalla fascetta: Il ritratto di una generazione precaria anche negli affetti, mi sembra, onestamente, una classica mossa editoriale. Perché quello che c’è di “precario” in questa storia sono le stesse cose “precarie” che sono sempre esistite nel nostro paese (o in altri paesi), dal dopoguerra a oggi.

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L’amicizia che si scontra con la vita vera, i sentimenti non sempre ben compresi da entrambe le parti, la difficoltà di vivere fino in fondo tutte le nostre contraddizioni, la sofferenza nel dover fare delle scelte spesso dolorose, e poi la vita che ci cambia o il passato che ritorna ma che non ha mai lo stesso identico sapore.
Che c’è di “precario” in tutto questo? This is life, baby.
Fior è un autore vivente (e lo autorizzo a toccarsi les couilles) e mi sembra ovvio che stia parlando di cose che sente lui ora, adesso, ma da qui a definirlo un cantore di una generazione precaria ce ne vuole!
Il Nuovo Zingarelli definisce come “Precario” un qualcosa di: temporaneo, incerto, provvisorio.
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Ma oggi, più esattamente, con “precario” s’intende il trovarsi in balia di eventi esterni, di un mondo che cambia molto velocemente e senza alcun rispetto. Una condizione che potremmo sintetizzare con: ora c’è, domani mattina non c’è più, ma tale scomparsa NON è imputabile a una propria scelta precisa, ma dipende da un “volere esterno”, che ti priva all’improvviso di tutto quanto. Anche se questo “tutto” è poco e difficilmente supera i 950 euro al mese.


Insomma: la sensazione di “precariato” oggi è data da un essere maligno che un giorno ti assume e dopo tre mesi ti licenzia (e fugge con la cassa) oppure da un Mercato impazzito e falsato a causa di moltitudini di nuovi schiavi che vengono sfruttati per pochi yen, senza che nessun membro del mondo Civile faccia una piega!
Il nostro Nicola non è “precario” perché un magazzino di famiglia già lo aspetta, e poi, non mi sembra che in questa storia sia preoccupato del proprio futuro. E’ precario – se davvero lo volessimo definire così-, solo perché non essendo il Mago Otelma non sa, come nessuno di noi lo sa mai, cosa lo aspetti nel futuro. Cosa sarà di lui domani.
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Lucia è semplicemente indecisa, ma anche lei alla fine sceglie. Sceglie di allontanarsi. S’innamora addirittura di un terzo perché spesso tra i due litiganti il terzo gode, ma non mi sembra che si senta “precaria”. Magari si sente confusa, a volte sbandata, e ripensa sulle cose fatte, sempre insicura perché nessuna scelta è mai perfetta al 100% e a volte, dobbiamo arrenderci al dover far male a qualcuno che magari non se lo merita, solo per essere leali con noi stessi.
Piero, in ultimo, è sì innamorato di Lucia ma ha già deciso addirittura a pagina 23 che un giorno andrà via.
Vi sembra “precario” uno che ha deciso di partire per liberarsi (in senso buono) dei genitori?

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Vi sembra “precario” uno che sceglie di andare in Egitto a seguire degli scavi archeologici che gl’interessano?
Precaria è mia cugina che tra una settimana gli scade il contratto di lavoro e non sa ancora, a soli sette giorni dalla scadenza, se mai glielo rinnoveranno!
Ma davvero si può definire “precariato nei sentimenti” se uno s’innamora di una ragazza che alla fine sceglie, di nascosto o meno, il tuo migliore amico?
Magari si tratta di semplice sfiga.
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Lo ammetto: questa fascetta mi ha un po’ irritato. Mi ha ricordato i vari tentativi in anni passati, d’inserire tanti autori al carro dei Minimalisti o a quello dei Cannibali, con grande rabbia -spesso mai espressa apertamente, dagli autori stessi.
Insisto: una storia non la si può definire “solare” solo perché il colore scelto della copertina è un giallo sole!
Pur comprendendo (perché siamo esseri umani e il mondo dell’editoria è sempre più difficile) che legare un autore a un qualche movimento d’attualità, sia sempre una forte tentazione per un editore.

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Io, magari, come fascetta avrei usato semplicemente quell’altra frase che c’è in ultima di copertina: Un delicato romanzo di sentimenti. E tutto sarebbe stato più facile. Perché la storia se pur semplice e abbastanza classica, è narrata bene, rifuggendo ogni banalità, con la giusta dose di leggerezza, e usando buoni artifici per raccontare passato e presente. Anche le colorazioni ad acquerello di Fior nel raccontare la sua storia, mi sono piaciute molto. Senza troppi fronzoli o giochi d’acqua. Disegni che ho trovato molto vicini a certe illustrazioni degli anni ’60 o ‘70, che mio padre mi ha fatto vedere in alcuni suoi libri, o che vengono usate come esempi nei vari “Manuali di tecnica pittorica” alla voce: acquerello.
Come recentemente mi ha detto un disegnatore di fumetti che sto tentando d’intervistare: “non è un tipo di acquerello alla Pratt, è molto meno acquoso, più da illustratore che da acquarellista…”.
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E riporto i suoi complimenti, di comune accordo, anche per la tavolozza dei colori usati. Semplici e naturali (soprattutto in Egitto), tonalità classiche però mai scontate, e davvero complimenti per quel rosa, giallo, e verde pisello, abbinati alla maternità (in zona pagina 80/84), e per il mix francese di lilla, blu cobalto, amaranto e granata, con giallo chiaro spento, delle pagine 120 e 121.
Ma per favore, vi prego, nessuno parli più di autore generazionale!
Direi che un’opera come Pentothal di Andrea Pazienza la si possa definire “generazionale” o un film come Ovosodo di Virzì (obbligatorio correre  a vederlo se non lo avete mai fatto!).

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Se tra 100 anni un ragazzo o una ragazza, guarderanno ad esempio questo bellissimo film di Virzì, capiranno tante cose di quella generazione di ragazzi, dei due amici ma anche della città dove vivono, e del momento storico nel quale si svolge la storia.
Se Piero invece di andare in Egitto, fosse andato in Sicilia, la storia sarebbe stata diversa?
Se invece sostituite la Bologna di Pazienza, o la Livorno di Virzì, con un’altra città italiana, magari Sondrio (giusto perché ho uno zio lì, che saluto), le cose non avrebbero avuto lo stesso sapore e sarei tentato di dire: lo stesso identico valore.
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Uno avrebbe potuto sostituire Livorno magari con una Mestre, se proprio costretto, o con Torino, e il motivo, per non esagerare in lunghezza, lo lascio immaginare a voi.
Mentre nel libro di Fior se provate a scambiare la Svezia con la Danimarca, cosa cambia?
Capisco che ormai a molti autori venga naturale scrivere storie dove nessuno pretende la marca della motoretta sulla quale viaggiano Nicola e Piero, o ci si chieda se a quella data esisteva già o no, il casco integrale.
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Tutto è sempre minimal. Tutto è piccolo e intimista, con storie a due, a tre, al massimo estese al solo gruppo di amici quasi sempre goliardi impenitenti costretti poi, dalla moglie o dalla vita, o da un figlio, a ravvedersi.
Intimisti lo sono oggi molti romanzi, quasi tutti i film delle giovani leve, le canzoni dei giovani cantautori che hanno visibilità, e da qualche anno anche dei fumettisti. Quelli di Graphic novel.
O si fa una storia apertamente “politica” su un evento preciso, circoscritto chirurgicamente, o si fanno piccole storie di sentimenti. Con ricordi lontani quasi sempre ventosi e traumatici o solo tristi e mesti.
E il mondo che ci circonda?
Ascoltate il testo, ma proprio se avete tempo e voglia, di “Musica ribelle” di Eugenio Finardi.
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In ultimo, perché davvero mi si scuoce la pasta: la qualità dei disegni di Emanuele Fior.
Lo so, criticare uno che ha appena vinto un premio ad Angoulême può sembrare presuntuoso, come mettere in dubbio la presunta verginità della Madonna. Ma io amo Fior e vorrei che queste poche parole gli arrivassero. Perché penso che i premi debbano servire innanzi tutto ad avere il coraggio di spingersi ben oltre.
Alcune tavole in questo libro sono bellissime e non starò ad elencarle tutte, ma non ho capito perché ci sia un alto/basso dei disegni così evidente. Insieme a tavole disegnate molto bene, come ad esempio quella a pagina 47, inciampiamo ogni tanto in vignette come quella di pagina 72, l’ultima della pagina, dove le pupille disassate di Lucia o sembrano dimostrare l’estasi di lei o ci vogliono rivelare un segreto: Lucia è strabica.
In molti momenti Fior non sembra sicuro di dove piazzare esattamente le pupille negli occhi delle donne, e questo è strano, anche quando si tratta di donne egiziane.
Sì, un vero autentico mistero.
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Come a volte sembra non riuscire a definire le cose con i soliti suoi pochi tratti di pennello, e allora, mi chiedo, in questi casi non era meglio rifare ancora quel disegno per non abbassare la media, visti poi i suoi tanti riconoscimenti? O c’era fretta di pubblicare prima di una data precisa?
Un altro mistero ancora.

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Finirò con due cose ancora. Per prima la bellezza delle pagine 20 e 21. I movimenti da femmina di Lucia con sua madre, quel loro strusciarsi, facendo aderire i loro corpi solo come può succedere tra una madre e una figlia, che dimostrano in modo innegabile la grande capacità di Manuele di capire altri mondi e di assorbire modi e intensità che in quanto uomo, dovrebbero essergli negate. E termino con altri complimenti ancora, per il rapporto sessuale che avviene tra Piero e Lucia, alla fine, intenso non per la qualità della prestazione ma perché umano e autentico. E quella che potrebbe essere fraintesa per tristezza, un banale esempio di coito triste, è solo arrendevolezza al tempo che inevitabilmente è trascorso. Segno che se Emanuele Fior vuole, possiede la sensibilità giusta anche per diventare un autore generazionale. Ammesso che davvero questo sia il suo sogno.


Collegamenti Esterni:
- Manuele Fior
-Edmond Baudoin


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