sabato 2 aprile 2011

40 anni di Marvel in Italia: Un ricordo piccino

[scritto originariamente per fumettomania.net, speciale "40 Anni di Marvel in Italia"]
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Quanti scritti, saggi, articoli, interviste, rimembranze, quante dottissime parole verranno spese per questa ricorrenza, i 40 anni della Marvel in Italia? Moltissime. Saranno tutte parole significative per ogni amante dei fumetti della Casa delle Idee, scritti pieni di ghiotte curiosità per i neofiti o di consolidati aneddoti già conosciuti, e sempre volentieri riletti, dai “vecchi”.
Ebbene, mi sono chiesto, cosa potrei scrivere di significativo, che “aggiunga qualcosa” alla fiumana di parole che saranno spese per questo piccolo-grande evento?
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Beh: di significativo ben poco. Qualcosa di divertente posso provare a raccontarlo, perché molto tempo fa, proprio ai tempi in cui la Marvel era appena sbarcata nel nostro Paese, questi coloratissimi giornalini provocarono un piccolo sconquasso a casa mia, non solo a me, bambino decenne che li leggevo, ma proprio a tutta la mia famiglia… e non solo.
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Tralascio quella parte agiografica più o meno simile per tutti, che riguarda il papà che compra al figlioletto la prima pubblicazione Marvel della sua vita: può variare l’età, ma di poco; non varia quasi mai il sesso – tutti maschietti – e ognuno ricorda quale fu il numero e di quale testata, quale il personaggio da subito più amato, che resta il più amato per sempre, eccetera eccetera.
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Dunque: è la fine del 1971, da oltre un anno i fumetti Marvel sono prepotentemente entrati nella mia vita. La mia smisurata passione per la lettura è consolidata sin dalla più tenera età, così come è ahimé consolidato il fatto che in una famiglia di cinque persone che devono sopravvivere con un solo stipendio da operaio, libri e fumetti sono pochi e selezionati. Soprattutto pochi. A un certo punto dovetti scegliere tra Devil e L’Uomo Ragno, papà non mi lasciò alternative: combattutissimo scelsi Devil, anche se il Dottor Strange allegato all’Uomo Ragno mi manco molto. (Decenni dopo, infatti, sarà proprio quello dedicato allo Stregone Supremo il primo volume “Essential” che comprerò da Amazon).
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Dopo il matrimonio di una sorella la famiglia cambiò casa e il piccolo (io) cambiò scuola: nella nuova classe, finalmente!, c’era un compagno che leggeva anche lui i fumetti Marvel! La gioia di poter chiacchierare con un altro adepto della religione supereroistica fu superata solo dal fatto che… da quel momento potei leggere a prestito tutte e quattro le testate edite dalla Corno: L’Uomo Ragno, L’Incredibile Devil, Il Mitico Thor e I Fantastici Quattro… e già si capisce perché li ho lasciati per ultimi, giusto?
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Il compagnuccio di classe e il sottoscritto riuscirono a convertire altri tre coscritti e a quel punto anche i pomeriggi in cortile assunsero tutto un altro significato: ora, visto che ad Antonio non dispiaceva impersonare la Ragazza Invisibile, io facevo La Cosa, Walter era Mr. Fantastic, Franco la Torcia Umana e a Pino non restava che il Dottor Destino. Quando non ci si correva l’uno appresso all’altro, si parlava dei fumetti, si inventavano nuove e improbabili storie, si escogitavano piani per sconfiggere Pino Doom e, ebbene sì, si litigava su chi fosse più forte tra Hulk e la Cosa. E si progettava di scrivere una lettera alla Fantastic Posta, per chiedere finalmente se Reed Richards potesse allungare anche… beh sì, anche il… sì, insomma, quello; avete capito, no?
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La nostra giornata era piena di Eroi della Marvel. Per il non-ancora-dodicenne che ero quei personaggi assunsero il reale significato di Miti. Non solo: di compagni di viaggio, anche, e mi piacevano proprio per i banali (geniali, se pensiamo a Stan Lee) motivi che si possono leggere sui saggi socio-psicologici, cioè che quegli Eroi erano in fondo raffigurazioni di me stesso, un me stesso spaventato dal mondo, un me stesso che per diventare invisibile ai pericoli avrebbe voluto ricoprirsi di spessa roccia, un me stesso che s’infiammava di collera e vergogna per l’adolescente che stava per diventare, che si allungava e si accorciava e si deformava non sapendo bene che direzione prendere, bambino sull’orlo di mille precipizi certamente meno colorati e attraenti dei fumetti.
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Le mie mattinate scolastiche si riempirono di sotterfugi per poter continuare a restare in loro compagnia: li scarabocchiavo su quaderni e libri di testo - a tal proposito fui mandato dalla preside e venne pure chiamato mio padre, per chiedergli se non avesse  notato che ogni margine bianco dei miei libri era zeppo di scarabocchi raffiguranti “personaggi mostruosi” - ne mimavo le gesta durante la ricreazione, cercavo di procurare altri adepti alla causa e, durante i pomeriggi, invece di fare i compiti e studiare leggevo e rileggevo le loro avventure. La notte, poi, continuavo le avventure coi miei sogni.
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Per il Natale del 1972 mio padre acconsentì a regalarmi i primi dieci numeri arretrati dei Fantastici Quattro. I giorni trascorsi tra la spedizione del bollettino postale e l’arrivo del pacchetto contenente gli albi nuovi fiammanti (e completi di manifesti e adesivi!) furono tra i più interminabili della mia vita. Una volta arrivati gli albi, a parte il preoccupante deliquio in cui vivevo e col quale probabilmente preoccupai ogni essere umano mi fosse anche solo accidentalmente vicino – ero veramente esagerato nella mia felicità – non feci altro che leggerli, leggerli e rileggerli ancora. E ancora e ancora e ancora.
Fino a che… la preside della scuola non mandò a chiamare mio padre, di nuovo!, per chiedergli se non volesse valutare la possibilità di farmi avere qualche colloquio con la psicologa scolastica, visto che evidentemente quei giornalini mi stavano friggendo il cervello (beh, non credo disse proprio così, ma il senso era quello).
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Diamine: sperimentai sulla mia pelle sia il dott. Wertham che la seduzione dell’innocente!
Non andò a finire in modo drammatico, assolutamente no: la psicologa scolastica fu molto più comprensiva e parve divertita soprattutto dal racconto dei miei sogni, ci fu qualche pianto (ah, le mamme…), qualche minaccia, molte promesse, molte telefonate ai parenti, qualche battuta tra vicini di casa – questo lo seppi solo molti anni dopo - e un brevissimo periodo in cui fui attentamente sorvegliato a casa e a scuola. Soprattutto mi venne proibito di scarabocchiare sui libri di testo, anche perché le mie “doti artistiche” rasentavano ahimé lo zero assoluto.
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Ho un ricordo documentale di tutto ciò: sul libretto di terza media (chi è nato nei primi Anni 60 sa di cosa sto parlando), che ai tempi era una sorta di “presentazione” per le scuole superiori, figura questa frase che copio letteralmente: “Esprime un’incontenibile fantasia che manifesta continuamente con scenette mimate ai compagni e disegnando ovunque vignette umoristiche a fumetti… E’ quasi una patente istituzionale da nerd!
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Oggi la Marvel non è la Casa Editrice che seguo maggiormente, non riesco ad appassionarmi troppo a Guerre Civili, Illuminati e Regni Oscuri, ma posso dire che non passa giorno senza che, in qualche modo, sotto qualche forma, nella mia testa non sfrecci, anche solo per un istante, qualcuno di quegli Eroi che mi hanno aiutato a crescere e a diventare l’uomo che sono e che dal 1970 non hanno mai smesso di far parte di me.

Orlando Furioso – ottobre 2010

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