giovedì 17 marzo 2011

Solanin


Solanin

di Inio Asano


2 voll. brossurati con sovracoperta, 
b/n, euro 7,50 cad.


Panini Comics/Planet Manga
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“Gli umani arriva un giorno in cui muioiono, e puf, spariscono come se non fossero mai esistiti”
(Solanin, vol. 2)
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Meiko Inoue, da poco laureata e con un lavoro che odia, decide finalmente di licenziarsi, ma non sa bene con cosa altro occupare la sua vita, improvvisamente “libera”. Vive col suo fidanzato Naruo Taneda, anch’egli con un lavoro part-time che non lo soddisfa, e che ha rinunciato ai suoi sogni di studente per gettarsi idealmente in un’avventura musicale con la sua band, avventura decisamente più sognata che vissuta.
Da qui parte Solanin, di Inio Asano, autore già conosciuto in Italia per i volumi autoconclusivi “Il Campo dell’Arcobaleno” e “La Città della Luce” e per “What a wonderful world”,  quest’ultimo in due volumi.


Spesso la differenza tra i fumetti è che in alcuni di essi sembra di leggere di persone, in altri par di leggere soltanto di personaggi.
Ovunque possiamo leggere storie cariche di “sensibilità”, “temi profondi”, “vita vera”, “drammi”, “commozione”; in questo manga leggiamo di tutto ciò ma senza le “virgolette”.

L’autore è stato bravo a usare meccanismi narrativi per coinvolgere chi legge in una rete di sentimenti, tutt’altro che banali o banalmente “romantici”, percepiti e percepibili, invece, come autentici. Ha ben usato la sua abilità di narratore per rendere reali le esperienze, sia raffigurate che infine lette.
Le persone, e per traslato i personaggi, sebbene apparentemente diverse l’una dall’altra, hanno in realtà sentimenti, pensieri e  reazioni che sono classificabili in pochi e umanissimi stereotipi, indipendenti da tempo, luogo e cultura di provenienza.

Quando in un fumetto le persone sono raffigurate e raccontate in modo così reale, l’identificazione del lettore è fortissima così come forti sono le emozioni provate leggendo.
Il termine “lettura d’evasione” in questo caso è quanto di più lontano ci sia dall’esperienza di Solanin.

Non accade molto in questo manga; le situazioni le abbiamo già viste altrove: una band musicale, una giovane coppia che vive un amore complicato sul filo di un rasoio, la paura del fallimento e la disperata coscienza della finitezza di tutto quanto esiste, la ricerca timida e impacciata di un qualche tipo di felicità o di stabilità. Situazioni già viste nella vita di chiunque: personaggi, autori e lettori che siano/che siamo. La sensazione è quella di leggere qualcosa che noi stessi abbiamo scritto e che non necessariamente volessimo esibire in pubblico. Qualcosa di così intimo e banale da imbarazzarci.

Scusandomi per questa briciola di autobiografia, affermo che i fortissimi sentimenti provati non c’entrano affatto con un qualche “particolare” momento in cui ho letto il manga; è che sono proprio stato scaraventato in un abisso di normalità, di attuale normalità, che confina col terrore: terrore della precarietà, della perdita della libertà, della troppa libertà, del fallimento, del successo. Scuse e fraintendimenti così meschini e proprio per questo così umani e così dannatamente nostri.
Nell’aletta della sovracopertina si dice che questa è una storia “che parla della paura di diventare adulti”. Beh, a chi compila questi microriassunti non si chiede di certo l’originalità. Quasi ogni storia al mondo parla della paura di diventare adulti (e dunque, alla fine, della paura della morte).


E’ giusto e sacrosanto cercare di attirare il lettore e si sa che il target dei fumetti è tradizionalmente il ragazzino e quel ragazzino sarà giustamente attirato da una storia che “parla della paura di diventare adulti”.
Questo però è un manga che solo un adulto – quindi una persona che il terrore di cui sopra l’ha già ampiamente sperimentato e spesso continua a sperimentarlo ogni giorno – può comprendere appieno.
E’ vero che le persone protagoniste del manga – Meiko, il suo fidanzato Naruo, “Billy”, Ai e il suo ragazzo Kato-al-sesto-anno-di-università e tutti gli altri – non escono quasi mai dalla banalità, ma è proprio in questa banalità che riconosciamo una storia vera, una storia che proprio per la sua assenza di caratteristiche eccezionali è riconoscibile, credibile, riuscita.

Dialoghi realistici, credibili al servizio di una sceneggiatura mai forzata, che nonostante la sua tranquilla e tragica linearità – o forse proprio per quello? – appassiona il lettore fino all’ultima vignetta. Disegni e costruzione della tavola altrettanto equilibrati, assente l’uso così tipicamente giapponese della distorsione ad uso comico, “teste parlanti” (ovviamente, siamo o no in un manga?) alternate a momenti in cui lo sfondo, sia esso un particolare della città o un interno, si fa quasi personaggio anch’esso; tavole ricche e fitte di vignette in cui l’assenza di qualsivoglia “sperimentalismo” o effetto speciale è dovuta al motivo stesso e alla finalità della storia, che non è né sperimentale né ha bisogno di alcun effetto speciale.


Verso la fine del primo volume si viene scaraventati in un abisso di depressione mascherato da normalità: le persone che recitano nel manga cercano come possono di sopravvivere e rimanere a galla in una vita in cui sembra che il colore dominante sia il grigio.
“Sei felice?” chiede all’inizio della storia Meiko a tutte le persone che conosce, ed è solo Billy -  il farmacista e batterista della band in cui suona Naruo, il ragazzo di Meiko – a risponderle con un’altra domanda: “Ma non è che lo stai chiedendo a te stessa?”.

La felicità è la grande assente da questo manga. La si intravede solo a tratti, brevissimi peraltro.
Ma eravamo solo verso la fine del primo volume, ricordate? Improvvisamente Naruo, che aveva lasciato Meiko senza alcuna spiegazione (e Meiko non capiva, ancorché confusa sui suoi stessi sentimenti a metà tra disperazione e liberazione), decide di tornare da lei ed ecco che finalmente si intravede un briciolo di felicità. Oh, aspettate… no, no, niente felicità, solo cupa tragedia e un dolore sordo che esce dalla carta e prende la gola. Ecco cos’era.

Questo manga è una legnata sulla nuca, a patto che si sia sensibili più di una patata marcia, intendo.
E inizia il secondo volume. Dopo la tragedia inizia lentamente la ricostruzione e si fa più marcato il passaggio tra un’adolescenza sempre più lontana e un’età adulta più consapevole e forse proprio per questo – forse – meno drammatica.
Sembra quasi che la storia, la vera storia di quelle persone, incominci soltanto dopo l’ultima vignetta del secondo volume. Solo, non ci è dato leggerla, soltanto immaginarla.
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“Pensa, spesso vedevamo uomini di mezza età che venivano allo studio con strumenti costosissimi e che avevano l’aria da grandi esperti del rock. noi tre li prendevamo in giro… per noi erano solo dei disperati che non riuscivano a lasciar perdere il loro sogno nonostante che fossero ormai dei vecchi. Però adesso devo stare zitto. Ci sono cascato anch’io. Ormai sono uno di loro.”
(Solanin, vol. 2)



Collegamenti esterni:
- Panini Comics


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