lunedì 14 marzo 2011

Mia madre era una donna bellissima

Mia madre era una donna bellissima
di Karlien De Villers

brossura, 96 pag. col.

€ 14,00
Comma 22




Ho comprato questo fumetto per caso. Era esposto, nella mia nuova fumetteria di fiducia, con maggior visibilità tra altri volumi della Comma 22; formato e colore della copertina mi sono subito piaciuti, anche il disegno sulla copertina mi ha subito attirato e una volta aperto il volume a caso sono capitato in mezzo a disegni fatti con uno stile che amo molto; inoltre in una vignetta c’erano i Kiss, in un’altra i Blue Oyster Cult…
Così ho comprato il volume e sono subito andato al parco a leggerlo, in mezzo a nonni, cani e bambini.
Non solo non avevo mai sentito parlare prima di Karlien De Villiers, trentacinquenne fumettista sudafricana, ma nemmeno mi aveva sfiorato la mente l’esistenza di una scena fumettistica sudafricana.


 Il Sudafrica è una nazione che ancor oggi si porta dietro il peso di aver perpetrato per decenni un indicibile orrore come l’apartheid, è una nazione che è stata in voga recentemente per questioni calcistiche, ma Mondiali, Mandela, diamanti e apartheid a parte (… curiose assonanze, sì?), nulla o quasi del Sudafrica è mai trapelato fino a qui. Se non ricordi odiosi che, s’intuisce, non sono ancora sopiti né dimenticati.

Tornando al volume: questo, ci dice il risvolto di copertina, è il primo “graphic novel” [1] di De Villiers. E’ un fumetto completamente autobiografico: l’autrice si rivela e ci dice molto di se stessa non omettendo fatti e situazioni della sua vita che non sono propriamente edificanti. Il suo autobiografismo crudo e intimo mi ha ricordato un altro volume che ho amato moltissimo (questo) e ha avuto su di me un forte coinvolgimento emotivo fornendomi parecchie emozioni. Non tutte propriamente positive.
La storia comincia con la tipica cornice dei racconti autobiografici: Karla torna in Sudafrica dopo un “esilio” biennale trascorso tra la piccola diaspora sudafricana londinese. Dopo brevi incontri familiari, col padre prima e poi con la sorella maggiore, l’autrice comincia a narrarre il soggetto principale del suo fumetto, la sua bellissima madre, morta nel 1987.



Entriamo così, in modo piuttosto crudo, nella non facile infanzia di Karla e nelle dinamiche familiari, strane dinamiche per uno strano Paese che fece di un “credo” aberrante la base da cui misurare ogni cosa. Insisto sull’orrore dell’apartheid perché è un tema molto presente nel racconto, anzi è decisamente pervadente, ma l’autrice ne parla in un modo che pare “neutro”, distaccato, un dato di fatto scontato, brutto “ma così era”. Questa non-presa di posizione dell’autrice bianca nei confronti dell’apartheid non è solo politica, ma in certi casi persino umana: non viene spesa una parola di dispiacere quando la bellissima madre, Petronella Hermina Kruger, apparsa nel 1970 come modella sulla copertina di una rivista per bianchi (ovvio… chi diavolo le leggeva le riviste in Sudafrica nel 1970, i neri?!?) licenziò in tronco Sara, la serva nera, perché aveva preso dei libri i casa per farli vedere ai suoi figli. E via, Sara è cancellata dalla storia. Dopo Sara arrivano altre serve nere, tutte o ladre o sfaticate. Ma sono solo cenni, la storia riguarda una famiglia bianca.


Il racconto, diretto e avvincente, prosegue con le tappe della vita di Karla e della sua famiglia: la scuola, il collegio, l’educazione pro-apartheid, l’adolescenza, i rapporti sempre più problematici tra i genitori, il rock (ecco i Kiss e i B.O.C.: si tratta delle copertine dei loro album, oggetto di abominio per i fanatici religiosi che tenevano corsi scolastici sui pericoli del rock), gli attentati terroristici. Infine la malattia della madre e la sua morte, e il vecchio padre reazionario e frustrato, colmo di sentimenti inespressi. Il cerchio si chiude e Karla se ne va senza salutare nessuno.


Non voglio che si pensi che il mio stupore e il mio sentirmi disturbato per quella che, soggettivamente, ho letto come una eccessiva “neutralità” dell’autrice rispetto all’orrore dell’apartheid, abbia inficiato il mio apprezzamento per il fumetto: non è così. Ho letto con piacere e coinvolgimento una storia che mi ha appassionato e mi ha fatto sentire la vita dei suoi protagonisti, comprese le loro scelte, giuste o sbagliate che fossero. Lo stile di De Villiers non “abbellisce”, evita i sentimentalismi stilistici, il racconto è chiaro e diretto e si sofferma su particolari talvolta poco gradevoli ma che evidentemente l’autrice giudica importanti, e lo stesso giudizio lo condividerà il lettore che si farà catturare da questo racconto autobiografico non autocompiacente, dal quale traspaiono forti emozioni anche se sovente sembrano “trattenute”.


Dello stile dei disegni molto si può capire guardando la copertina e le due vignette qui riprodotte. Uno stile che personalmente amo moltissimo perché evitando il “realismo” fa sì che il mondo che mi si presenta agli occhi e alla mente sia nuovo e, benché in questo caso specifico un po’ tetro e umanamente controverso, sicuramente affascinante e stimolante.
Mia madre era una donna bellissima riserva molte sorprese e si legge d’un fiato.

NOTE:
[1] Credo si tratti di un termine afrikaans per indicare i “fumetti”

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