giovedì 17 marzo 2011

Fantastici Quattro (di Hickman)

Fantastici Quattro 
nn. 307-313

di Jonathan Hickman, Dave Eaglesham


albi spillati, 80 pp., col.

euro 3,30 cad.


Panini Comics
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Il principio della “sospensione dell’incredulità” fu introdotto dal poeta romantico inglese Samuel T. Coleridge a inizio ’800, ma è tornato in auge a partire dal secolo scorso in seguito al fiorire e allo svilupparsi della letteratura “fantastica”.
Secondo il suddetto principio il lettore che non blocchi, che non “tarpi” le proprie facoltà critiche durante la contemplazione di un’opera frutto dell’immaginazione umana, non sarà mai in grado di goderne appieno.
E’ palese che tale condizione sia assolutamente necessaria per accostarsi al fumetto super-eroistico, ma quando si parla dei Fantastici Quattro questo assunto, a mio parere, è ancora più vero.
Da quando è terminata la gestione Lee - Kirby del serial dedicato al quartetto, questo non ha quasi mai avuto vita facile: i motivi sono vari, ma certo avere adottato come slogan “la più grandiosa rivista di fumetti del mondo” non aiutava a minimizzare le aspettative dei lettori (fortunatamente il logo, che campeggiava sopra il titolo in bella mostra, è stato tolto già da qualche anno).

Perché è difficile mettere le mani su Fantastic Four? Be’, innanzitutto è la prima rivista Marvel propriamente detta; è il primo super-gruppo; è la prima leggenda nata dalla Casa Delle Idee: è naturale che le difficoltà di chi si cimenta nella gestione della collana vengano ingigantite.  Ma c’è anche un altro problema, ed è proprio la “sospensione dell’incredulità” di cui si parlava all’inizio. Il fumetto Marvel ha avuto un’evoluzione che ha seguito pedissequamente i gusti del pubblico di riferimento, come è naturale; ma il consumatore di fumetti è diventato, nel tempo, sempre più “attempato”. Non è questa la sede adatta per approfondire, ma è evidente a tutti che gli adolescenti di oggi preferiscono i DS e le Wii alle nuvole parlanti. Il fumetto si è quindi adattato ed è diventato più “adulto” (i preludi di questa trasformazione compaiono in maniera significativa negli anni 80 con l’affermazione di Frank Miller e Alan Moore, mentre la svolta definitiva, per quanto riguarda la Marvel, avverrà con l’avvento di Joe Quesada alla direzione), rinunciando fatalmente a buona parte di quella “credulità” di cui il lettore più giovane degli anni ’60 e ’70 aveva ampie disponibilità.
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Per quanto riguarda i Fantastici Quattro la cosa si è rivelata piuttosto traumatica.
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Se per gli eroi “urbani” (Daredevil in primis, ma anche Capitan America, la Vedova Nera, The Punisher ecc.) il cambiamento si è sviluppato, come era ragionevole aspettarsi, in modo naturale, non altrettanto si poteva dire per i vari “super-gruppi”.
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Eppure i Vendicatori hanno superato alla grandissima la prova.
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In che modo? Diventando, di fatto, un gruppo di super agenti – più o meno segreti – che svolgono “missioni” nelle quali il fattore super-eroistico è, sì, importante, ma nell’economia della narrazione diventa quasi un dettaglio: i veri punto focali diventano l’intreccio, le interazioni tra i personaggi, ma soprattutto il mondo che fa da sfondo alle vicende dei protagonisti: un mondo che è esattamente il nostro, niente di più e niente di meno, con le sue ingiustizie, le sue insensatezze, le sue nefandezze e i suoi inganni. E terribilmente realistici sono i personaggi di contorno: ministri, direttori di dipartimento, governatori e giudici senza scrupoli, corrotti e machiavellici. Da parte loro, i super-criminali assumono uno spessore psicologico mai visto prima e diventa sempre più difficile tracciare una linea tra i buoni e i cattivi.
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Ma Reed Richards e soci non si trovano bene in questo mondo così adulto. Troppo “improbabile” una famiglia di super-esseri che vivono in un grattacielo super-tecnologizzato; troppo limitante la forzata ricerca di avventure a sensazione, della meraviglia dietro l’angolo, in un reiterato tentativo di lasciare il lettore a bocca aperta.
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Se prima era già una faticaccia rinverdire i fasti dell’epoca d’oro Lee / Kirby, ora sembra un’impresa quasi impossibile. Il tentativo più forte di rilanciare la testata negli ultimi tempi è stato quello di affidarne le sorti alle capaci mani di Mark Millar e Brian Hitch, coppia iper-celebrata e iper-osannata grazie a un devastante uno-due assestato pochi anni prima agli smaliziati lettori Marvel, nella forma di una doppia maxi-serie dedicata agli Ultimates (i Vendicatori dell’universo Ultimate) che ha veramente pochi eguali nell’intera produzione Marvel in quanto a pathos, drammaticità e coinvolgimento del lettore.
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Purtroppo, però, il tentativo non è andato a buon fine: Hitch si trova subito a disagio, pressato dalle scadenze e in evidente affanno, anche se Millar cerca di venirgli in aiuto riempiendo le storie di splash-page (come è ormai diventata prassi tra gli sceneggiatori negli ultimi anni) in modo da alleggerire il carico di lavoro al disegnatore.
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Se Hitch risulta “imbrigliato”, non si può dire che Millar dia il meglio di sé. E’ evidente il tentativo di “stupire” il lettore aumentando vertiginosamente il ritmo dell’azione e ammassando colpi di scena e trovate narrative finalizzate a tenere sempre desto l’interesse. Ma c’è una cosa che sembra mancare, ed è una cosa di fondamentale importanza: l’amore per i personaggi. Millar svolge il suo compitino senza troppi scossoni, ma anche, a mio parere, impegnandosi poco (e questo è un appunto nei cui confronti lo scrittore scozzese si trova spesso esposto).
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E veniamo finalmente all’ultimo team creativo chiamato a cimentarsi con le vicende del Quartetto: lo scrittore Jonathan Hickman e il disegnatore Dave Eaglesham.
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Hickman si era fatto le ossa alla Image creando e scrivendo “The Nightly News” che gli ha assicurato il prestigioso Eisner Award per la miglior miniserie. Passato alla Marvel, si è fatto notare soprattutto per la sequenza iniziale dei Secret Warriors, scritta insieme a Brian M. Bendis, e per una mini dedicata proprio ai nostri eroi: Dark Reign: Fantastic Four.
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Il curriculum non è poi così male, ma sembra improbabile che un siffatto autore possa fare di meglio del ben più blasonato predecessore.
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E infatti non ci riesce.
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Dalle note di terza di copertina di uno dei numeri in esame, ci vengono riportate le intenzioni del nuovo scrittore nei confronti della serie: in estrema sintesi, Hickman ritiene che Reed Richards abbia avuto in passato troppo spazio, a discapito degli altri tre protagonisti, e vuole porre rimedio a questa situazione, non ridimensionando il ruolo dello stesso Reed, ma aumentando l’importanza di tutti gli altri.
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E’ andata così? È ancora presto per dirlo. Non perché sette numeri (la sequenza che ad oggi posso prendere in esame) siano pochi, anzi. Però bisogna prendere atto che siamo ancora in una fase di assestamento. Nei primi tre numeri, nonostante le dichiarazioni, si parla in realtà solo di Reed; questo breve story-arc servirebbe all’autore per trattare l’argomento Mr. Fantastic una volta per tutte, per poi non pensarci più; a questo scopo lo trascina in una pirotecnica serie di avventure insieme a tutti i Reed Richards dei mondi “paralleli” al nostro, unitisi in pianta stabile in una speciale organizzazione con il dichiarato fine di risolvere tutti i problemi del Multiverso.
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Si potrebbe obiettare che un gruppo di esseri eccezionali, provenienti da tutte le dimensioni, che passano il loro tempo uccidendo svariati Galactus e Dottori Destino, ingaggiando e vincendo addirittura una guerra contro i Celestiali, forse meriterebbe un’attenzione maggiore, piuttosto che essere semplicemente usato come escamotage per permettere sviluppi successivi, ma non vogliamo passare subito per criticoni e prendiamo invece questo incipit per quello che è: una storia interlocutoria. Passiamo, quindi, senza ulteriori indugi al secondo passo compiuto da Hickman, che è quello di disfarsi di una bella fetta dell’eredità lasciata da Millar. Non è tanto il fatto in sé a lasciare esterrefatti, quanto il modo in cui lo fa. L’intera epopea di Nu-World, che rappresenta il primo, sostanziale contributo dello scrittore scozzese alla serie, viene non solo annientata, ma addirittura ridicolizzata: il mondo “perfetto”, creato dalla élite finanziaria e intellettuale mondiale, in cui erano alloggiati 8 miliardi di esseri umani provenienti dal futuro, viene ridotto di punto in bianco in un aborto di pianeta semidistrutto, sconquassato da furibonde lotte interne tra bellicosissime tribù locali.
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Alyssa, la ex-fiamma di Reed ai tempi del college, personaggio introdotto da Millar per la prima volta nella testata e caratterizzato da grande avvenenza e fascino, grazie anche a un intelletto quasi pari a quello dell’ex fidanzato, adesso è rappresentata come un esilarante robot a forma di ragno, con tanto di cervello umano in bella vista all’interno di una specie di vasca per pesci.
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Ma non è finita: Psionics era un altro personaggio ideato da Millar, membro del gruppo (anch’esso parto di Millar) dei Nuovi Difensori e aveva avuto una bollente relazione con Johnny Storm, la Torcia Umana. Ebbene, alla poveretta viene letteralmente spappolata la testa da un pugno del pronipote di Bruce Banner, con tanto di copiosi schizzi di sangue a dipingere una scena assurdamente cruda e splatter per un fumetto approvato dal Comics Code. Non mi è dato sapere cosa abbia Hickman contro Millar per riservargli un trattamento del genere: se l’intenzione era quella di dare un taglio netto con la story-line del predecessore, allora il messaggio è arrivato, non c’è dubbio.
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L’episodio successivo è ancora un numero di preparazione: viene aggiunto un ulteriore ingrediente (l’arrivo del Franklin Richards del futuro), eppure non è ancora chiaro quale sia la ricetta che si sta preparando. E sono passati già cinque numeri.
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Purtroppo, con lo story-arc successivo (Elementi primari) i dubbi che cominciano ad affiorare non fanno che aumentare: si tratta di una saga in quattro parti (proprio come i quattro elementi primari: terra, acqua, aria e fuoco) nella quale vengono introdotti scenari totalmente nuovi (una città sotterranea fondata dall’Alto Evoluzionario che emerge in superficie; la scoperta di una nuova colonia atlantidea, che però pare che non abbia niente a che fare Namor, ecc.). Ancora, gli eventi si susseguono a ritmo speditissimo, non c’è assolutamente il tempo per metabolizzare quanto sta succedendo, anche perché, apparentemente, non esiste alcun nesso tra gli eventi stessi.
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Non è credibile che le cose stiano veramente in questo modo. Non possono esservi dubbi sul fatto che Hickman abbia in mente uno schema ben preciso, ma a questo punto mi sto chiedendo quanti siano i lettori che si preoccuperanno di fare questa verifica.
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La narrazione, infatti, procede a singulti: accelera, scatta, strattona, ma non riesce mai a decollare; gli elementi narrativi si accumulano in grande quantità senza un’adeguata enfasi sulle reazioni dei personaggi, sulle conseguenze di ciò che accade e finiscono per impastare la lettura, che procede con molti sforzi, senza mai veramente appassionare e senza lasciare la minima voglia di “vedere cosa succede dopo…”
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Passando ad esaminare gli altri serial presenti sulla rivista, purtroppo non abbiamo grandi motivi per risollevarci: i Libri di Destino è un operina senza pretese scritta da un Ed Brubaker alle prime armi, anni luce lontano dai fasti che arriveranno negli anni a venire. Viene descritta la prima parte della vita di uno dei più noti super-cattivi dell’universo Marvel: il Dottor Destino. Si parte dall’infanzia per arrivare all’insediamento finale a Latveria, passando per il già noto soggiorno negli States nel quale conobbe Reed Richards e in cui avviene il famoso incidente in seguito al quale il viso di Victor von Doom rimane orrendamente sfigurato. Qui Brubaker ci mette del suo, dando una nuova versione dell’accaduto: le ferite al volto non sono più causate dall’esplosione, ma sono opera del Diavolo stesso, che tiene prigioniera l’anima della madre di Victor. A parte questo, la storia si ricorda solo per la noia provata nello scorrere le pagine e per le belle raffigurazioni di scorci di città dell’Europa Orientale rappresentate dal disegnatore Pablo Raimondi.
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Meglio, decisamente meglio va con il terzo serial (purtroppo già finito!!) dell’albo: la Pantera Nera di Jonathan Maberry e Will Conrad. Questa collana non ha avuto fortuna in America, essendo stata chiusa appena al dodicesimo numero, ma in realtà è un complesso e avvincente cocktail di fumetto super-eroistico, spionaggio, politica e high-tech che dà vita a un intreccio irresistibile e coinvolgente. L’evento-base che precede e genera l’intera vicenda è il ferimento di T’Challa da parte del Dottor Destino, da cui parte una corsa mozzafiato contro il tempo, in cui la concitata ricerca del colpevole da parte della sorella di T’Challa, Shuri, si dipana tra continui agguati, guerriglie tecnologiche, indagini difficoltose, sullo sfondo di un inquietante scenario politico, nel quale lo stato di Wakanda vacilla sempre di più di fronte ai colpi inferti da organizzazioni terroristiche, che godono di potenti appoggi, sia all’interno che all’esterno del piccolo regno africano. La latitanza di un T’Challa gravemente ferito e chiuso in se stesso; la disperata lotta della consorte Ororo (la Tempesta degli X-Men) e della madre di T’Challa lasciate sole contro nemici invisibili e inesorabili; l’apparente incoscienza di Shuri che passa tutto il tempo all’estero senza rendersi conto della gravità della situazione interna; tutto contribuisce a creare un’atmosfera di forte disagio e sentita partecipazione nel lettore, che viene portato, piano piano, dal dipanarsi dell’intreccio, verso la contemplazione dell’orribile verità nascosta dietro tutti questi drammatici eventi.
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Il disegnatore Will Conrad, dal canto suo, illustra il tutto con il suo tratto preciso e sicuro e soprattutto con il suo infinito amore per il dettaglio, rivelando evidenti ascendenze nella “scuola” di George Pèrez.
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Volendo fare una valutazione generale, viene da pensare che la novità più interessante di questa rivista sia in realtà il ritorno di Marco M. Lupoi al ruolo di curatore. Ai più maligni di voi potrà venire il sospetto che la decisione da parte del direttore editoriale della Panini Comics di cimentarsi, dopo 16 anni di lontananza, in quel tipo di lavoro sia un tentativo disperato di risollevare una testata ormai alla canna del gas. Ma credo sinceramente che sia meglio considerarla una bella occasione per rivedere “sul campo” il Lupoi nazionale, cosa che, personalmente, accolgo con gioia.
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MML non perde tempo nel proporre le sue novità, presenti e future. Innanzitutto il rinnovato spazio dedicato alla posta: lo storico Fantastic Forum. Poi i comprimari: non si punterà più tanto alla “affinità” dei personaggi con il mondo dei F4, quanto sulla qualità della proposta. Terminata la miniserie Books of Doom, partirà la serie nuova di zecca S.H.I.E.L.D., scritta, guarda caso, proprio da Hickman. Ancora mistero, invece, sul terzo serial, ma c’è ancora tempo.
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Naturalmente il “nuovo” curatore fa professione di ottimismo, giurando che “Hickman spacca” proprio in risposta al nostro Francesco Vanagolli, nella prima missiva pubblicata nella nuova rubrica della posta.
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Spero veramente che in futuro sia così, ma al momento i fendenti dello scrittore americano sono decisamente troppo teneri per spaccare alcunché.
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Tirando le somme, mi sentirei, pertanto, di consigliare la lettura di Fantastici Quattro solo agli “aficionados” di vecchia data del quartetto, oppure ai neofiti in piena trance super-eroistica.
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Collegamenti Esterni:
- Panini Comics


Fantastic Four di Jack Kirby


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