giovedì 17 marzo 2011

All-Star Batman: Pipistrelli da tappeto

Che vecchia volpe, Frank Miller.
.
Da anni preso dai suoi impegni cinematografici, sempre più raramente torna al primo amore, i comics. Ma quando lo fa non passa mai inosservato, abile com’è a far discutere e a provocare quello che viene comunemente definito fandom.

Nel 2005 la DC Comics inaugura la linea All-Star, collane scritte e disegnate da autori di grande fama con protagonisti gli eroi più popolari in versioni fuori continuity e accessibili a tutti.



Le prime (e uniche) serie che usciranno sono, com’era ovvio, ALL-STAR BATMAN AND ROBIN, THE BOY WONDER (di Frank Miller e Jim Lee) e ALL-STAR SUPERMAN (di Grant Morrison e Frank Quitely), ma sebbene vengano pubblicati sotto la stessa etichetta editoriale si tratta di due progetti profondamente diversi tra loro.


Se il Superman di Morrison e Quitely è una bellissima agiografia autoreferenziale da salotto che riprende il meglio della mitologia dell’Uomo d’acciaio, il Batman di Miller e Lee ha ben poco a che fare con l’immagine tradizionale  del Cavaliere Oscuro.
Dicevo, Frank Miller è una vecchia volpe, perché ti spiazza. Quando esce ASB 1 il mito dell’Uomo Pipistrello si direbbe inviolato. Abbiamo il solito Bruce Wayne, il solito Batman, i soliti Grayson Volanti. E’ principalmente una rinarrazione dell’origine di Robin, il che renderebbe questa storia anche un poco ridondante, visto che ne è uscita una non più di due anni prima.


Siamo dunque nel campo del già visto, per quanto leggere i testi di Miller sia sempre un piacere.
Però… la vecchia volpe ha già iniziato a preparare la sua trappola per l’ignaro fruitore. Nell’albo ci si riferisce a Batman come al “goddamn Batman”, e la cosa non va giù al lettore americano medio, che Dio e Gesù nei balloon li legge malvolentieri. Noi italiani ci facciamo meno caso, ma siamo popoli diversi, ogni tanto faremmo bene a ricordarcelo. Tra il pubblico statunitense il “goddamn Batman” fa scalpore, diventa più importante della storia stessa… e vogliamo dire che Miller non lo avesse previsto?
E con l’incontro tra Batman e il piccolo Dick Grayson alla conclusione dello stesso albo la serie diventa quel che veramente è: una parodia non dichiarata di Batman e di Miller.

Chi mi legge e ha una certa età saprà bene che impatto abbia avuto il milleriano THE DARK KNIGHT RETURNS sul pubblico mondiale. Con il Batussi ancora in mente, chi era poco avvezzo ai comics si ritrovò per le mani una vera bomba, un Batman brutto, sporco e cattivo, che sputa sangue, agisce più minaccioso che mai e concia Superman per le feste. Un Batman che viene inserito nel filone del decostruzionismo made in England del supereroe, ma forse in maniera troppo sbrigativa.


E’ troppo facile associare il Caped Crusader di Miller agli sconfitti di Alan Moore. A quel Superman che si autopunisce per aver ucciso Mr. Mxyzptlk, a quel gruppo di frustrati in costume che accettano la soluzione più sporca per salvare il mondo dell’annientamento. Siamo a metà degli anni ’80, questi sono fumetti cupi, demoliscono il supereroe e ne mostrano la vulnerabilità. A qualcuno fa particolarmente piacere perché il supereroe è icona americana quanto la torta di mele e si sa, l’America è cattiva, quindi ogni minima rivincita che possiamo avere su di lei è da godere attimo per attimo. Rivela che l’icona americana è inetta, e perciò che l’America sucks, oh, come sucks.
Oh, yeah.

Solo che Miller va oltre la facile umiliazione dell’uomo in calzamaglia. Perché il Batman e il Daredevil dell’autore americano non sono come i tizi mascherati di Alan Moore. Loro si limitano ad essere sconfitti dalla vita. Quelli di Miller, invece, reagiscono alla vita.
Il Devil che emerge dalle fiamme di Hell’s Kitchen in Born again e il Batman che trova la forza di rimettersi il costume alla faccia degli anni che ne hanno appesantito spirito e corpo, sono due vinti che rialzano la testa. Il decostruzionismo è solo un prologo alla ricostruzione del mito, che li renderà più forti di prima, migliori di noi mezze calzette.
Eroi.

Ma questo i mille imitatori della vecchia volpe non lo hanno mai capito, limitandosi a collocare Batman e Devil in situazioni sempre più disperate e senza via di uscita, toccando vette (o abissi?) di grottesco ineguagliabili. La continua ricerca del dramma può avere effetti straordinariamente comici, e decine di racconti dei due eroi urbani sono nelle nostre librerie a dimostrarcelo.

Ecco dunque il castigo milleriano per chi ha trasformato in patetico cliché le sue idee e per chi ha applaudito di fronte allo scempio: una risata. La risata isterica di un Batman che salta da un tetto all’altro mentre pensa che essere il “goddamn Batman” è mitico. Se la ride Batman, barba incolta e ghigno mefistofelico, dopo averci tenuti in attesa per un anno e mezzo a causa dei ritardi infiniti nell’uscita degli albi, se la ride dopo che lo abbiamo visto a bordo della Batmobile con lo scosso Dick Grayson per due numeri.

E se la ride soprattutto Miller, che a volte parrebbe inserire nel suo fumetto risposte alle critiche al suo lavoro che si leggono sulle board internettiane.
E fa bene a ridere: i supereroi non gli interessano più, eppure c’è chi ancora lo ricopre di dollari per tornare a scrivere Batman perché il nome Frank Miller vende sempre e comunque. Gli chiedono marchette, lui fa marchette. Ma, a differenza di tanti colleghi che si propongono come i nuovi messia del comic book, lui nemmeno lo nasconde.

Ride della DC, ride di chi loderebbe ogni parola che scrive senza neanche saperne più il perché, ride di chi si atteggia a intellettuale perché legge i giornalini. Viene accusato di lesa maestà da chi non accetta che quel Batman epico del 1986 venga deriso, seppur in una serie fuori continuity e scritta da chi quel Batman lo (ri)creò. Ma poco importa al fumettista che oggi ha la mente impegnata dal ben più redditizio cinema, anzi, più critiche ci sono, più c’è gusto, come se Miller andasse avanti per far dispetto a chi lo critica su Internet. Sarà un caso se il “goddamn Batman” diventa un tormentone della serie?
Ed ecco Hal Jordan sconfitto nella stanza dipinta di giallo, Wonder Woman che chiama “banca di sperma” il primo che gli capita a tiro, il Joker sciupafemmine… e il Batman folle.
Tanto folle che non sembra neanche vero, ma solo una fantasia infantile.

Se osservate le copertine originali della serie, noterete che il titolo è pensato perché il nome più in vista sia Robin. Non è un caso.
E’ Dick Grayson, l’orfano preso in custodia (o sequestrato?) da Batman il vero protagonista della storia. Ha solo dodici anni ma è costretto a diventare uomo in una notte, e come se non bastasse deve anche sopportare le smargiassate di un tizio vestito da pipistrello. E che guida una “Batmobile”.

Avete mai visto Rugrats? E’ una serie animata americana degli anni ’90, non troppo popolare in Italia, che ha per protagonisti dei bambini con l’età giusta per il nido. Il gruppo di pargoletti appare innocuo e tranquillo, ma quando gli adulti li lasciano soli li vediamo parlare tra loro (parole che di fronte ai genitori sarebbero solo buffi versi) e vivere avventure incredibili. L’immaginazione di un bambino può trasformare in uno scenario fantastico anche il luogo più noioso della Terra e in creature assurde gli oggetti più comuni, perciò per i “topi da tappeto” del cartoon Nickelodeon ogni puntata è ricca di viaggi e incontri fuori dal comune, che terminano col rientro a casa dei genitori o semplicemente accendendo la luce.

Chi mi legge ed è arrivato fin qui, mi permetta allora un paragone forse azzardato: ALL-STAR BATMAN è come i Rugrats, con Robin come protagonista. E’ così spaventoso e fuori dalle righe, questo Batman, da sembrare il parto della mente traumatizzata del piccolo Dick. Perché chissà, forse Batman è il solito Batman, ma Miller ce lo mostra attraverso gli occhi del bambino, e il risultato è un Uomo Pipistrello che passa attraverso infantili lenti deformanti. Robin siamo noi, e ci rendiamo conto, osservando le azioni sopra le righe dell’alter ego di Bruce Wayne, che nel mondo reale un Batman, più che mitico, sarebbe un demente. Un amico immaginario, un uomo nero sotto il letto, un prepotente… che visto da vicino non fa più paura, al massimo un po’ pena.

E proprio Robin il motore della storia. E’ per salvare il bambino dai manganelli di una polizia corrotta che Batman esce allo scoperto. Ed è Dick/Robin che, nell’ultima tavola dell’ultimo numero, dopo un percorso durato dieci uscite e tre anni, permette al lato più umano di Batman di venir fuori, con quel pianto liberatorio che finalmente li unisce.
Te lo voglio ridire, Frank Miller, sei una vecchia volpe. Perché quando ormai tutti si lasciano distrarre dalle tue provocazioni e dai tuoi interventi a gamba tesa, e ALL-STAR BATMAN diventa una calamita per gli insulti, ti diverti ad approfondire  il rapporto tra Pipistrello e Pettirosso, che va ben oltre quei “mangiati i topi” o “Batmobile, che nome gay” che hai lasciato in giro. Due anime infelici, private della loro infanzia, hanno unito le forze in un rapporto che mitiga la follia dell’uno e accelera la crescita dell’altro. Eroi (milleriani) che alzano la testa, appunto.
E per la feccia di Gotham ci sarà poco da ridere.

E Miller, sei una vecchia volpe anche perché, nell’era dell’immagine sopra la sostanza, hai scavalcato un disegnatore che la parola immagine la incarna più degli altri: parlano tutti (male) di te, e nessuno spende una parola per il tuo pard, Jim Lee.
In ogni caso Lee ci propone uno dei suoi lavori più completi e convincenti, andando a rielaborare le figure disegnate oltre vent’anni prima dalla vecchia volpe (ma il penciler è il gatto, allora?), affiancando però alla loro potenza espressiva quella grazia che da sempre lo distingue dai suoi colleghi della Image degli esordi.
Sono titani atletici, gli uomini (rigorosamente super) di Lee. E le donne? Perfette, come sempre. Forse troppo, ma lo perdoniamo, perché stavolta ci pensa Miller a dar loro quella personalità che le pin up da calendario di Lee non hanno mai avuto.

Una di loro, soprattutto, finisce nel mirino degli arbiter elegantiae del fumetto per l’eccessiva insistenza sulla sua fisicità: Vicki Vale. Le inquadrature del suo corpo (il più scoperto possibile) nel solo numero uno si sprecano, e di certo la cosa suona strana al lettore abituale, visto che la reporter gothamita dei fumetti canonici la ricordiamo più come una donna pensante, e bella il giusto.
In realtà è pensante anche la Vicki milleriana, che nel suddetto comic book osa mettersi contro la polizia corrotta rischiando un pestaggio, ma nessun esteta dei contenuti stranamente ne fa menzione. Sono troppo impegnati a discutere del suo fondoschiena, che automaticamente diviene leggenda, per fermarsi a notare la sua personalità e la sua forza. Altro centro, gatto e volpe. Potete prendervi i miei zecchini d’oro.
Tuttavia non dovrebbe stupire la scelta di rendere Vicki una provocante bomba sexy.
Pensate che Bob Kane, all’alba dei tempi (anno di grazia 1949), modellò il personaggio sulle fattezze di una giovane modella molto popolare in quegli anni. Si chiamava Norma qualcosa, ed era una ragazza bella come poche.
Che fine avrà fatto?

Nessun commento:

Posta un commento