martedì 16 novembre 2010

The Spirit, il film - una promessa mancata

Il 25 dicembre 2008, gli estimatori del personaggio creato da Will Eisner hanno trovato sotto l’albero una brutta sorpresa. The Spirit, il film con cui Frank Miller avrebbe dovuto confermare le proprie capacità registiche, si è rivelato invece un imbarazzante baraccone pop e autoreferenziale. Il piccolo miracolo avvenuto con Sin City, realizzato in coppia con Robert Rodriguez, non si è ripetuto. Ma procediamo con ordine, cercando di comprendere il percorso che ha portato a questo flop e la portata delle aspettative ripostevi.
Miller è noto al pubblico per aver partecipato a quel movimento di restyling dei supereroi avvenuto negli anni ’80. Le sue interpretazioni di Batman e Devil, rispettivamente con Il ritorno del Cavaliere Oscuro e Rinascita nei quali era evidente l’adozione di stilemi propri della narrativa pulp per adattarli a un modello supereroistico ormai in declino, unita a soluzioni discorsive e grafiche innovative, gli avevano aperto i cancelli di Hollywood. I due seguiti di Robocop difatti lo vedono impegnato nel ruolo di sceneggiatore, ma l’esperienza è talmente negativa da convincerlo a chiudere i ponti con le major cinematografiche per anni. I testi preparati da Miller erano stati pesantemente rimaneggiati nel realizzare le due pellicole e dalla lettura degli script originali si evincono differenze nette, persino ingiustificate.

La serie Frank Miller’s Robocop scritta da Steven Grant basandosi sul materiale prodotto per i film, e disegnata da Juan José Ryp, ha reso giustizia all’operato dell’artista di Onley, presentando al pubblico una versione più cinica e violenta del cyborg poliziotto, fedele a quel percorso di riscrittura del supereroe che caratterizza l’intera produzione milleriana; quel processo liminare di progressiva destrutturazione [1] e ridefinizione che vede la figura del protagonista vittima del proprio sistema di valori fanatico e medioevale anteposto a una società corrotta.
Se Ronin presentava una forma embrionale di queste riflessioni (con un segno e uno storytelling di forte influenza nipponica ed europea), il lavoro compiuto su personaggi icone di DC e Marvel, fino a opere sperimentali come 300 e Sin City, mostra una ricerca e un’evoluzione di quest’idea di caratterizzazione quasi ossessiva, unita a soluzioni grafiche inedite, in aperto contrasto con i dettami dei comics americani.
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“Per quanto tempo resteremo ancora condizionati dal fatto che un sacco di tempo fa un tipo ha piegato un giornale in due, poi ancora in due e ci ha dato un formato terribile che adesso dobbiamo tenerci?" [2]
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Nel saggio Frank Miller – Matite su Hollywood parlo di veri e propri “saccheggi”, in riferimento alla serie di B-movie ispirati all’opera del creatore di Elektra. Dal film di Rob Bowman dedicato alla celebre eroina, a Daredevil, passando per Catwoman e concludendo con 300. Il film di Zack Snyder fallisce nel riportare su schermo i caratteri fondamentali del romanzo grafico. Con la sua interpretazione della battaglia delle Termopili Miller era riuscito a compiere un’operazione complessa: l’adattamento di un mito nel linguaggio del fumetto. Certo non una novità, ma a dispetto di molti tentativi didascalici, 300 s’inserisce senza dubbio nel filone di quelle opere capaci di evocare e riattualizzare le grandi narrazioni del passato. Venne spontaneo chiedersi, all’epoca dell’uscita della pellicola e dopo il successo di Sin City, come mai si fosse scelto di affidare la regia a un giovane mestierante con all’attivo un fiacco remake di Zombi piuttosto che a quel nuovo talento cinematografico proveniente dal mondo dei comics. Con The Spirit quell’interrogativo ha trovato la sua risposta ed è stata una doccia fredda. L’adattamento delle storie della città del peccato ci era stato presentato come un’operazione sotto il diretto e completo controllo di Frank Miller. In realtà, dietro l’apparente fedeltà ai testi di partenza, si celavano un montaggio e una serie di intuizioni discorsive che solo un regista di grande esperienza avrebbe potuto realizzare.


Per un momento, complice l’effetto promozionale della decisione di Rodriguez di stracciare la tessera del sindacato per poter accreditare Miller come regista, ci si è illusi che quest’ultimo fosse in grado di estendere il proprio talento alla macchina da presa. Sin City costituisce il modello di adattamento da fumetto a cinema per eccellenza. E non si tratta di un giudizio puramente estetico. Senza voler ripetere in questa sede l’analisi che ho operato sul testo, basti notare come Sin City abbia visto il coinvolgimento del suo creatore come co-regista, consulente, attore e storyboarder. Fotografia ed effetti speciali, uniti a soluzioni discorsive innovative [3], hanno riprodotto su schermo con fedeltà la materia disegnata. Fedeltà che si ritrova in un gioco di riferimenti ad opere del passato che costituivano un valore aggiunto nel fumetto. Nel film, in buona sostanza, era rimasta intatta la carica sperimentale che caratterizzava l’opera di Miller. Di più, ne condensava e ridefiniva i tratti, forzando, in alcuni momenti, le possibilità del mezzo cinematografico per trovare una buona soluzione adattativa. Il merito, in fin dei conti, era in larga parte di Rodriguez, che aveva saputo indirizzare le doti narrative del cartoonist, sfruttandone al massimo le capacità.


The Spirit dimostra l’inesperienza del Miller regista, incapace di gestire in autonomia un linguaggio differente [4] , e una sua insensibilità (forse qui il suo peccato più grave) nel rapportarsi al testo di partenza: quello Spirit creato negli anni ’40 da Will Eisner, suo amico e maestro, a cui voleva rendere omaggio con un’opera che, nelle premesse, avrebbe dovuto fondere la carica geniale e metadiscorsiva del personaggio con l’immaginario pulp e la ricerca stilistica maturata sul set di Sin City e nel corso della carriera di fumettista. Un obiettivo ambizioso, mancato del tutto. Poco importa se una parte della critica cinematografica ha graziato l’operato dell’autore americano:
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“Frank Miller […] mette a segno il suo omaggio sentito e sincero a Will Eisner. In realtà più che al fumetto The Spirit, sembra si sia dedicato a dare corpo e carne di celluloide a tutte le pupe-fumetto di Eisner, alle sue donne magnifiche e sensuali, spesso dai caratteri di fuoco, super femme fatale da noir d’altri tempi. Forse se Miller avesse avuto al suo fianco anche un vero sceneggiatore di cinema, questo film sarebbe stato qualcosa di più di un bello scherzo sexy, caleidoscopico e sperimentale." [5]

Un giudizio indulgente, tra i tanti, giustificato forse da una scarsa conoscenza delle opere dei due cartoonist (non a caso, sempre su Ciak, lo storyboard realizzato da Miller per il film viene erroneamente confuso con il fumetto originale). The Spirit riprende personaggi e situazioni dell’opera di Eisner e li trapianta in una Sin City retrò e ridicola. A livello discorsivo e figurativo, resta ben poco del maestro celebrato: qualche riferimento grafico, un gioco epitestuale nei titoli, un accenno di caratterizzazione. Il resto è un film d’azione più vicino alla serie di Batman prodotta negli anni ’60 (compresi effetti sonori!), con un protagonista (lo sconosciuto Gabriel Macht) che ricorda il leggendario Adam West. Ci resta, magra consolazione, la sfilata di donne fatali in mìse kitsch, materializzazione dei sogni erotici e feticisti più spinti (Scarlett Johansson in tenuta nazi, ne vogliamo parlare?) e una geniale interpretazione di Samuel L. Jackson nella parte di un Octopus cabarettista dedito al travestitismo. Si narra che il merito di questo scempio sia di un certo Michael Uslan, produttore del film, avvicinatosi a Miller proprio durante i funerali di Eisner nel 2005 per proporgli di dirigere il film basato sulle gesta dell’eroe mascherato.
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“Ho detto di no. Esattamente trenta secondi dopo ho detto di sì. Non potevo permettere che qualcun altro toccasse il personaggio. Io e Will abbiamo discusso animatamente di fumetti per venticinque anni. Così ho accettato. Se lui fosse ancora vivo, avrebbe reso impossibile il mio lavoro mettendo in discussione ogni mia decisione. Hehehe!" [6]
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Lo stesso Miller ha ammesso di non voler girare un omaggio alla carriera del defunto amico, né che si avvertisse la sua soggezione nei confronti “di uno dei geni della storia del fumetto”. Il film doveva essere di Eisner, ma tradotto nel suo stile. “Il vero vantaggio che ho avuto, anche se triste” rincara la dose l’autore “è che Will sia morto prima, altrimenti avremmo lottato su tutto! Era parecchio testardo" [7]. Col senno di poi, una litigata con l’autore di Contratto con Dio forse non avrebbe fatto male all’improvvisato regista. Nonostante The Spirit, Frank Miller resta uno dei più influenti e importanti protagonisti del mondo del fumetto. Un autore che è stato capace di rinnovare il medium e di influenzare colleghi in tutto il mondo e professionisti del cinema come Tim Burton e Quentin Tarantino. Le sue opere hanno segnato la storia della cultura visiva e presto ne sentiremo ancora parlare per il (già) criticato Batman: Holy Terror! - che vedrà il cavaliere oscuro scontrarsi con i terroristi di Al-Qaeda - i seguiti di Sin City, e progetti ancora nell’aria, ma di sicuro interesse per i fan, come gli adattamenti di Ronin, Hard Boiled e Buck Rogers; quest’ultimo ancora diretto da Miller.
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NOTE:


[1] L’operazione di rottura della struttura classica di un genere consolidato.


[2] Frank Miller, Eisner/Miller – Conversazione sul fumetto, Kappa Edizioni, Bologna 2005, p. 11.


[3] In particolare l’utilizzo del colore come marca di un’ocularizzazione interna primaria (ovvero che rappresenta le condizioni visive e mentali di un personaggio).


[4] A dimostrazione, ancora una volta, che si tratta di due arti differenti, lontane nella gestione delle unità fondamentali di spazio e tempo, e che l’aggettivo “cinematografico” per le opere milleriane spesso è usato in modo improprio.


[5] Luca Barnabé, Recensione di The Spirit, Ciak n. 1, Mondadori ed., gennaio 2009, p. 74.


[6]Frank Miller, Intervista su XL n. 40, Gruppo Editoriale l’Espresso, dicembre 2008, pp. 46 – 47.

[7] Ibid., p. 48.

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