martedì 16 novembre 2010

New York Diary


NEW YORK DIARY di Julie Doucet
brossurato con alette, 104 pg., b/n, 13,90 euro - Purple Press


Ho chiuso con i fumetti perché ne ero completamente nauseata”  (Julie Doucet)
.
Per la prima volta viene pubblicato in Italia, in una bella edizione da Purple Press, il lavoro di un'artista - e questo delicatissimo termine non è usato a caso - che si propone(va) in un modo estremamente interessante e originale.
Dopo la lettura di New York Diary la perentoria dichiarazione riportata in apertura, tratta dalla postfazione-intervista a Julie Doucet al termine del volume , a cura di Giulia Zappa, assume un valore ancora più drammatico.


 Come suggerisce il titolo stesso del volume, l'autrice, canadese francofona di Montreal, racconta il suo anno a New York (il 1991), partendo da antefatti risalenti al 1983.
Sembra non avere dubbi sullo stile, sulla scrittura, sui temi e sul tipo di rappresentazione da usare: i suoi fumetti danno l'idea di essere realizzati con un assoluta sicurezza. Il suo uso del bianco e nero è davvero potente e suggestivo, debitore a certa scuola (ex) underground, quella graficamente più graffiante
.

Il nero domina in ogni vignetta al punto che sembra di guardare disegni fatti con china bianca su carta nera, disegni fatti "per sottrazione"; come se in ogni tavola ci fosse originariamente tutto, ma proprio tutto e poi l'autrice togliesse qualcosa e poi ancora qualcosa, fino ad arrivare a un pieno-di-cose che è ancora vicino al tutto, ma non al punto di impedirne l'intelleggibilità.

Le poche, sgranate vignette riportate a corredo di questa recensione rendono appena l'idea dell'iperrealtà rappresentata da Doucet: la successione delle tavole dà realmente l'idea di movimento, interiore ed esterno, al punto da far quasi girare la testa.
Il "tutto" che c'è nel libro-diario di Doucet è un tutto sia mentale che fisico: è sorprendente quanto l'autrice si metta a nudo senza abbellimenti o mitologizzazioni di sorta.
Il diario è un puro resoconto dei fatti e non necessariamente dei fatti maggiormente accattivanti o "leggibili", benché ovviamente ci sia una selezione a monte di quali siano i fatti da narrare e quali quelli da omettere (così come in ogni diario).


Non compie un'opera di novelization che renda l'eroina, cioè l'autrice stessa, bella forte e vincente né siamo di fronte a un percorso di sofferenza che porta a un lieto fine. Anzi, al di là della veloce descrizione dei rapporti dell'autrice con i vari "mostri sacri" dell'(ex)underground fumettistico newyorchese - Art Spiegelman, Charles Burns, Leslie Sternbergh, Glenn Head.... - parte, questa, che certamente solletica il lettore "colto", il resto del racconto è quanto di più intimo e a-mitologico si possa immaginare; quindi vero.

Eppure tutto quello che racconta Doucet sarebbe oro puro per qualsiasi sceneggiatore italiano alle prime armi con la tentazione di "esotizzare" storie e idee altrimenti poco attraenti: New York, i fumetti, la droga, l'epilessia, il sesso promiscuo... Tutte queste cose così appetitose per un qualunque carneade nostrano vengono descritte dall'autrice per quello che rappresentano in un immaginario che di esotico ha poco o nulla. New York è invivibile, caotica, pericolosa, sporca oltre ogni limite, ha distanze imense che la rendono difficilmente percorribile; la droga è noiosa, pura dannosa routine; fare fumetti è un lavoro con poche attrattive e il sesso, beh quello è ok, quando non trasmette certe fastidiose malattie; l'epilessia è una malattia per niente cool.
Julie Doucet ha per le cose uno sguardo disincantato, forse troppo disincantato per la giovane età che aveva quando realizzava i suoi diari a fumetti (circa 25 anni) ma nonostante le delusioni, gli entusiasmi presto scaduti nella routine (il corso d'arte all'università), gli amori rivelatisi gabbie rigide, le debolezze e le dipendenze dalle quali non è facile affrancarsi (droga, routine di coppia, pigrizia) non le manca la consapevolezza di ciò che vuole e di ciò che prima o poi dovrà pagare per ottenerlo.

Cos'è che differenzia New York Diary da tutti quei fumetti che vanno tanto di moda adesso nei quali l'autore si ripiega su se stesso con l'angolazione giusta per togliersi coscienziosamente tutti i pelucchi dall'ombelico? Doucet lascia le Grandi Considerazioni Sulla Vita E L'Universo al lettore, lei è troppo occupata a realizzare storie autentiche, vissute, vere, con le quali è possibile identificarsi e sentire una comunione spirituale e culturale in barba alle coordinate spazio-temporali. In uno stile grafico tremendamente affascinante nella sua complicata semplicità. Il complesso esprime sensazioni forti e talvolta oppressive, ma assolutamente vive e viventi, non è raro sentirsi "strattonati" durante la lettura e ci sono anche momenti di (dura) ironia che strappano sorrisi a denti stretti. Un lavoro che non può lasciare indifferente nessuno (e da non dare in lettura ai propri bambini, va da se'...)
Da anni Julie Doucet non fa più fumetti, ha tenuto fede alla "nausea" della dichiarazione qui sopra. Si occupa di incisioni su legno, serigrafie, stampe, sculture; ha alle spalle un'abbondante produzione di libri d'arte, mostre individuali e collettive.
Comunque sia, una perdita per il Fumetto. L'importante è che lei sia felice.
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"...ferocious female sexuality." -- LA New Times


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