mercoledì 24 novembre 2010

Capitan America: L'Impero Segreto


Capitan America - L'Impero Segreto

Credo che una delle cose più interessanti dei supereroi sia che vivono le avventure in mondi simili al nostro, in cui anche lo svolgersi degli eventi storici/di cronaca somiglia non poco a quello a cui assistiamo noi. 

La vera differenza è che nella maggior parte dei casi la figura del supereroe non è passiva come l'uomo medio, ma ha un ruolo attivo che la rende protagonista di qui fatti che gli autori riportano sulle colorate pagine dei fumetti. 

Questo ovviamente fa sì che la nostra realtà e quella dei comics a un certo punto divergano inevitabilmente... dopotutto, prima ho detto mondi simili, non uguali al nostro. Durante la seconda guerra mondiale Superman arrestò Hitler e Stalin in un paio di pagine, mentre un po' tutte le testate mostravano eroi pittoreschi contro le forze dell'Asse. Primo fra tutti Capitan America, che aiutava l'America dei primordi Marvel (o meglio Timely) a sistemare per bene quinte colonne e spie varie. Sempre Cap negli anni '50 era pronto a insegnare a suon di cazzottoni alle spie comuniste che era meglio non metter piede sul suolo USA. Parliamo di un personaggio chiamato Capitan America, no? Quindi chi più di lui può essere inserito dagli autori in contesti verosimili riguardanti l'America contemporanea come testimone?
Sempre, ovviamente, con un ruolo da protagonista: d'altronde lui è Cap, l'eroe, e non se ne sta con le mani in mano. 

Nell'ultimo decennio, purtroppo, è diventato molto frequente invece che i supereroi fossero incapaci di essere eroi. L'11 settembre 2001 ha lasciato il segno nell'anima degli americani, e i supereroi, principalmente quelli Marvel, sono diventati così vulnerabili da diventare solo dei superesseri. Niente più eroismo, è fuori moda, non è realistico. Come a dire che non essendo riuscita l'America a proteggersi a dovere in quel giorno di quasi 10 anni fa, allora nemmeno i supereroi dovevano essere più in grado di farlo. Cap si è salvato, almeno all'inizio, e lo abbiamo ritrovato, dopo mesi in cui era rimasto senza collana personale, a scavare tra le macerie del World Trade Center. Almeno lui, viene da dire, si sporcava le mani mentre gli altri colleghi in costume imparavano quanto fosse più stimolante passare sei mesi (editoriali) a parlare del più e del meno e a farsi le corna tra loro.
L'11 settembre è stato il più recente momento di vulnerabilità degli Stati Uniti. Volendo guardare più indietro... secondo voi come si è comportato il Vendicatore bianco, rosso e blu durante... lo scandalo Watergate?


E qui, finalmente, arriviamo al vero argomento dell'articolo. Negli anni '70 Capitan America non stava vivendo un gran momento di popolarità. La guerra del Vietnam aveva fatto sì che molti giovani non vedessero di buon occhio un eroe con “America” nel nome e c'era il rischio che uno dei personaggi cardine del Marvel Universe finisse in un angolino. Buon per lui che a scriverne le storie arrivò, nel 1973, Steve Englehart, giovane autore deciso a rimodernare l'immagine dell'eroe. Per far ciò, bastava ricordare che la parola “America” non voleva dire “politica americana” ma “sogno americano”. Anche perchè lo sanno tutti (tranne quelli che non lo vogliono sapere) che Cap non è un soldatino nelle mani del governo ma un libero pensatore che crede in alti ideali che chi lo disprezza, mi sa, non conosce nanche.

Ma non divaghiamo.
Non parlavamo del Watergate? Bene. La prima cosa da dire è che nel microcosmo della collana CAPTAIN AMERICA il nostro eroe non deve affrontare le conseguenze dirette dei fatti riguardanti Richard Nixon. Alla faccia di quel realismo che ad alcuni oggi sembra tanto irrinunciabile, in quegli anni la Marvel non avrebbe mai raccontato una storia riassumibile con “Cap e lo scandalo Watergate”: avrebbe annoiato tutti. E' bravo, molto bravo, lo scrittore che riesce a raccontare una cosa senza mostrarla apertamente, spingendo il lettore a far lavorare il cervello e a capire un secondo livello di lettura. Nel nostro caso, dunque, Englehart decide di darci la versione Marvel, quella “super”, dello scandalo. 

Un'associazione criminale chiamata Impero Segreto, composta da anonimi membri mascherati che si differenziano solo per il loro numero di riconoscimento, muove una campagna diffamatoria contro Capitan America. E già con questo un lettore come me si entusiasma, perché sa già che il povero Steve Rogers dovrà sudare sette camicie per non rovinarsi la reputazione. Come se non bastasse c'è anche qualche bel criminale assetato di violenza come il primo Moonstone, un'ospitata degli X-Men originali, il buon Falcon... sì, è una classica storia Marvel anni '70, ben scritta e adatta a grandi e piccini. Con in più i disegni di Sal Buscema, uno dei disegnatori storici della Casa delle Idee, purtroppo inchiostrato da Vince Colletta.


Inutile raccontare i mille particolari della trama, l'importante è che, come era prevedibile, Capitan America vince. L'Impero Segreto viene sgominato e l'America sana e pulita che il nostro eroe rappresenta è salva. Ma... è una vittoria sporcata dal sangue del Numero Uno dell'Impero, che a Washington scappa dallo Scudiero nascondendosi nella Casa Bianca. Cap lo insegue, ma non riesce ad evitare che il criminale si spari alla testa, uccidendosi. E il patriottico supereroe è davvero sconvolto, non solo per la perdita di una vita umana, ma anche perché sotto quel cappuccio c'era un pezzo grosso del governo. Non viene mai detto né il nome né la carica, ma vi basterà leggere l'intervista a Steve Englehart [link] per sapere tutti i dettagli. Qui mi limito a dirvi che, come molti hanno sempre sospettato, si trattava proprio di Nixon. Rieccoci quindi al discorso iniziale, al mondo reale e quello dei fumetti che si somigliano ma a un certo punto prendono strade diverse. Nel mondo Marvel l'eroe che rappresenta il sogno americano si trova quindi nelle condizioni di rischiare di non credere più in esso a causa di uno “Watergate versione Marvel”, dove il presidente non solo è un criminale, ma un supercriminale.
Addirittura l'episodio conclusivo della saga lo mostra che rinuncia al costume che ha indossato per anni perché non si fida più del governo del Paese che ha giurato di proteggere. E servono a poco le esortazioni dei Vendicatori a tornare sui propri passi, perché Steve Rogers ha deciso: Cap deve morire!

E questo ci riporta al discorso sulla vulnerabilità degli eroi, che si direbbe in netto contrasto con la loro capacità di “dominare” la storia, di prenderne parte da protagonisti.
E invece no. Perché questo Capitan America in crisi, tradito da chi governa il Paese, potrà essere sfiduciato e abbattuto... ma non si arrende. E' un eroe, no? E quindi deve trovare una soluzione ai problemi che lo affliggono (e che affliggono la sua patria), deve dare il buon esempio.
Come? Reinventandosi. Dimostrando che anche senza il costume di Capitan America è possibile essere un eroe per la gente... magari con una nuova identità.
E questo sarà mostrato nelle storie successive, in cui Steve Rogers creerà la nuova identità di Nomad, uomo senza patria. Un modo di essere tipicamente americano, tra l'altro... perché non è raro che un cittadino americano, per mille motivi, possa cambiare lavoro, casa, vita... figuriamoci poi un figlio dell'America del New Deal come Steve Rogers.
Ma fermiamoci qui, perché quella che viene definita come “La saga dell'Impero Segreto” termina proprio con la temporanea fine della carriera di Capitan America.
Se per la storyline di Nomad non resta che andare a cercare numeri alti di CAPITAN AMERICA Corno oppure il tradepaperback CAPTAIN AMERICA: NOMAD o l'ESSENTIAL CAPTAIN AMERICA 4, entrambe ristampe americane, è molto più facile leggere la saga di cui abbiamo parlato in questo articolo, visto che l'ha ristampata Panini Comics all'incirca un anno fa all'interno della linea Marvel Gold. Inutile dire che il volume, intitolato MARVEL GOLD - CAPITAN AMERICA: L'IMPERO SEGRETO, è molto consigliato a chi vuole conoscere una delle più famose storie Marvel anni '70, a chi ama Capitan America o a chi vuole solamente leggersi un buon fumetto con un eroe che non si lascia schiacciare dagli eventi ma ha il coraggio di alzare la testa e rimettersi in gioco.






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