mercoledì 17 novembre 2010

Alberto Pagliaro - intervista esclusiva

Alberto Pagliaro è nato a Firenze nel 1972. Diplomato presso l'Istituto d'Arte di Firenze è fumettista e illustratore con la passione per i videoclip e per la musica. Ha pubblicato in Italia per le riviste Selen, Kaos, Shock Magazine, Baribal, Next Exit, Black, Blue, Maxim. Nel 1998 è il vincitore del Kaos Art Contest che aveva tra i giurati gli illustratori Phil Hale, Brom e Rick Berry. Nel 2000 inizia la sua collaborazione con le più importanti case editrici internazionali: Casterman edition, Delcourt Edition, Dupuis, Disney, Coconino press, Kstr, Dargaud,
Dal 2005 è docente di fumetto presso la Scuola Internazionale dei Comics di Firenze.
Nel 2006 fonda la Premiata Officina Pagliaro, attraverso la quale realizza e produce, videoclip, musica, fumetti e illustrazioni.
Dal 2007 realizza le serie satiriche Una storia partigiana e Samanza per il mensile satirico Il vernacoliere.
INTERVISTA

I Figli della Schifosa a partire dal sottotitolo, una storia partigiana, non vuole essere un lavoro neutro. Nella tua nota d'apertura e nella prefazione di Pier Luigi Caspa viene sottolineato l'intento di raccontare i gesti semplici e senza retorica "che fanno una vita" e forse anche la Storia. Perché, a tuo avviso, oggi c'è ancora bisogno di raccontare la Resistenza?

Alberto Pagliaro: Credo che sia importante parlare della Resistenza, ma raccontare la Resistenza non può essere solo un esercizio della memoria, perché seppur utile, la sola testimonianza non basta: bisogna saper andare oltre, bisogna trovare le parole e il linguaggio giusti per creare un ponte generazionale, bisogna attualizzare la storia per riuscire a farla ancora nostra.
I Figli della Schifosa è una raccolta di storie monotavola pubblicate a puntate sul Vernacoliere, storica rivista di satira toscana; la scelta di condensare la narrazione appare efficace proprio nel volume, dove ogni singolo frammento s'incastra in un mosaico più complesso, con sottili legami intertestuali tra personaggi ed eventi. A livello narrativo, grafico e di documentazione, che tipo di scelte hai operato?

Molte, ma nessuna in modo consapevole, dico sul serio. Nel senso che non ho riflettuto su niente. Tutte le storie si sono sviluppate in modo istintivo, perché la serie è partita all'improvviso e in modo totalmente inaspettato, inoltre in quel periodo, dovevo realizzare circa 22 pagine al mese di altri fumetti, quindi queste storie o sarebbero venute fuori subito in modo naturale o sarebbe saltato tutto. Alla fine però, tutto è andato per il meglio; sono riuscito a trovare la giusta serenità e soprattutto il tempo ( in treno: Firenze – Livorno,  Livorno – Firenze) per realizzare queste storie, che hanno rappresentato un motivo di riflessione e di crescita personale e artistica, perché diventare un autore completo era sempre stato il mio obiettivo, ma non ho mai avuto fretta nel volerci arrivare, non ho mai voluto scrivere a tutti  i costi, perché se almeno un merito ho, è quello di sapere quanto posso fare schifo.
Ho un senso del pudore sviluppatissimo .
Mi sono buttato in questa avventura con incoscienza, ma avevo una voglia disperata di raccontare queste storie, perché ormai da tempo sentivo che stava cambiando il mio modo di approcciarmi al fumetto; quel senso di smarrimento che mi assaliva ogni volta che provavo a raccontare qualcosa di più intimo o complesso era svanito, e io mi sono sentito finalmente libero. Libero di poter raccontare anche altro, segno di una maturità che finalmente è arrivata e che ho tradotto in storie, in disegni e in vita.
Dal punto di vista grafico, anche qui il fattore tempo è stato determinante; tutte le storie sono state pensate per poter essere disegnate in un solo giorno, quindi anche in questo caso ho dovuto fare un'operazione di sottrazione, un levare quindi, che mi ha portato a realizzare dei disegni impressi sulla carta come se fossero graffi, come a voler scarnificare la rappresentazione del banale - dell'ovvio, fino a trovare la faccia giusta, quella che ti fissa e ti  rende immobile, tanta è la forza che esprime, come se fosse una maschera.

vignette di Alberto Pagliaro da 'Il Parmigiano - una storia partigiana'
Quindi quest'impostazione narrativa “rigida” non è stata determinata da una tua personale decisione...

Alberto Pagliaro: La struttura mono tavola è nata come un' imposizione da parte del Direttore che mi ha concesso una sola pagina, di conseguenza mi sono dovuto adattare, per poi scoprire che era possibile raccontare tanto anche in una sola pagina, anzi, si racconta il giusto, quello che serve. Praticamente sono stato portato a eliminare il superfluo per andare al cuore delle storie: è un chiaro esempio di come il limite ci aiuti ad andare oltre.
Questo  è un concetto che sta alla base del mio creare le storie partigiane.

Ogni storia è stata realizzata a ridosso della consegna, la mancanza di tempo quindi è stata un fattore determinante da cui è dipeso la scelta di non documentarmi e, infatti, di cazzate ne ho scritte tante, per fortuna però, mi sono state fatte notare in fase di stesura da persone più serie e competenti di me: è anche vero però, che il non raccontare fatti realmente accaduti mi ha permesso di muovermi liberamente senza rimanere schiacciato dal peso di tutto quel dolore.
Nelle mie storie quel dolore, quella realtà è un elemento implicito, già dal titolo lo si percepisce, non lo si vede, ma condiziona il lettore e  la vita dei protagonisti delle mie storie, senza svilirne la loro umanità e  la loro voglia di vivere.
La guerra si può raccontare anche raccontando la vita, perché più essa è rappresentata con forza , più  ci spaventa l'idea della  morte.
Anni fa vidi in Televisione un servizio del telegiornale che riportava la notizia che a Sarajevo ( erano gli anni della guerra dei balcani...) avevano organizzato nei sotterranei della città, un concorso di bellezza per eleggere Miss Sarajevo. Le immagini che venivano da quella città solitamente erano immagini di morte, di case sventrate e di cadeveri sui marciapiedi, ma non quel giorno: quel giorno Sarajevo era come Salso Maggiore Terme con le sue ragazze sorridenti e la sua leggerezza disarmante, ma solo in apparenza, perché  a Sarajevo c'era la guerra e ognuna di quelle ragazze, non era solo bella, ma era una sopravvissuta e quello che stavano facendo in quel contesto non era la rappresentazione della banalità, ma era un atto di coraggio, una sfida alla morte, era vita.
Il contesto quindi ci condiziona, ma quel contesto bisogna solo farlo percepire, senza svelarlo troppo, come se fosse qualcosa di intimo, un segreto da proteggere, qualcosa da mostrare con pudore.

disegno di Alberto Pagliaro
disegno di Alberto Pagliaro

L'impressione generale è quella di un'atmosfera rarefatta, dove il dramma viene vissuto nel fuori campo, ma non per questo risulta meno intenso, doloroso, come nella bellissima I tedesconi dove un bambino decide di nascondere all'amico (e a noi lettori) la visione delle vittime di un plotone d'esecuzione. La tua è una scelta controcorrente se consideriamo che raccontare oggi la Guerra significa concedere sempre più spazio all'aspetto macabro e spettacolare. Potresti parlarci di questo tuo approccio intimista nella narrazione?

Alberto Pagliaro: Io racconto frammenti di vita, in modo semplice, alleggerendo il lettore dal peso della “storia”, come se i fatti che racconto non appartenessero a un tempo preciso, ma che sentiamo comunque nostro, perché parlano alla nostra coscienza e quindi a qualcosa che in teoria dovrebbe essere espressione della nostra umanità e  della nostra idea del “vivere civile”.
Realizzare questa prima raccolta mi ha permesso di vedere  una trama precisa che  lega  tutte le storie, un obiettivo, un messaggio  che si identifica nella mia visione dell'arte e quindi del fumetto, ovvero: “Un inno alla vita”. 
I figli della schifosa sembra più una specie di diario di bordo, un archivio di tutte le emozioni che ho vissuto in questi ultimi anni. Ci sono storie decisamente comiche, anche se il termine “grottesche” sarebbe più appropriato, ci sono storie tristissime, altre dove il mio disagio è evidentissimo, altre invece sono di una cattiveria unica difficile da gestire e da comprendere, perché scrivo e disegno quello che mi passa per la testa senza alcun filtro o riflessione, quindi per assurdo i conti con le mie storie li faccio solo dopo che sono state pubblicate e spesso il risultato mi ha sorpreso positivamente, una volta però sono finito con il culo per terra.
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In che occasione?

Alberto Pagliaro: C'è una storia che si intitola Lo sciampagne che, solo dopo averla pubblicata, mi sono reso conto che pur essendo in linea con le altre, non era sincera e che quel tremolio che avevo allo stomaco mentre la disegnavo era paura; paura di sbagliare, paura di essere frainteso, come era accaduto per la storia precedente dal titolo “ La succhia cazzi”.

Avevo intenzione di non inserirla nella raccolta, ma poi ho pensato che bisogna sempre fare i conti con le cose che non ci piacciono di noi stessi.

vignette di Alberto Pagliaro da 'I dinosauri - una storia partigiana'

Hai incontrato difficoltà nella lavorazione?

Alberto Pagliaro: Le uniche difficoltà le ho avute nel momento in cui  sono stato portato a  ragionare sulle conseguenze di questo mio  lavoro, mi spiego: io ho una mente semplice e quello che faccio, lo faccio in modo istintivo, mi lascio trasportare dal racconto,  e quando arriva la sera e la storia è pronta per essere spedita,  sorrido e penso: “ adesso se ne riparla tra un mese...”.

Poi però succede (è successo) che qualcuno legga il mio lavoro e pensa che io sia un “nemico” e allora tutto si complica, perché poi devo affrontare tutta una serie di situazioni che non hanno niente a che fare con il mio modo di creare, ma che mi impongono di uscire allo scoperto e spesso mi portano ad incazzarmi, e io in questo sono bravo, anzi sono molto bravo, ma parlare di me o di politica, trovo che mortifichi le mie storie, perché anche se è vero che sono espressione di un mio modo di essere e di pensare, credo anche che sia importante preservare un certo “anonimato” rispetto alle proprie opere, perché loro sono le protagoniste: e raccontarle, spiegarle, sezionarle in qualche modo le rende deboli.


Hai mai provato il timore di scivolare nella retorica?
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Alberto Pagliaro: Cadere nella retorica significa realizzare opere spudoratamente “paracule” e quando questo accade, significa che non si è sinceri con noi stessi. Da un punto di vista artistico poi non c'è cosa più triste che raccontare a chi sa già, creando così un cerchio all'interno del quale tutti se la suonano e se la cantano.

Io con le mie Storie Partigiane provo a rivolgermi a chi non sa, o sa poco, della Resistenza, quindi ho dovuto fare un grosso lavoro sul disegno per renderlo “accessibile”, puntando molto sulla caratterizzazione, perché l'estetica e la caratura del personaggio in una storia breve sono fondamentali per supportare la narrazione, perché il testo da solo non basta. Inoltre anche la scelta di usare il colore è stata determinante perché ha dato vitalità e forza alle storie. Tutti questi elementi sono importantissimi perché va ricordato che queste storie sono pubblicate mensilmente sul Vernacoliere, il più importante mensile satirico italiano, che ha nella semplicità del linguaggio - nel suo essere diretto - la sua forza; quindi io tutti i mesi dopo avere buttato giù la bozza della sceneggiatura, la “ Vernacolarizzo”, ovvero la passo sotto la lama affilata e disperata della dissacrazione tanto cara a noi toscani, che ci protegge, come se fosse un antidoto, dalla formalità, dal sacro, e dalla retorica.

Che tipo di risposta hai avuto dai lettori, in termini di vendite e opinioni, dopo l'uscita in occasione di Lucca Comics & Games? Per il futuro prevedi di proseguire il progetto, magari realizzandone altri volumi?
Alberto Pagliaro: A Lucca Lucca ho venduto 200 copie, quindi posso tranquillamente affermare che almeno per me è andata molto bene, visto che avevo pronosticato un massimo di 30 copie con successivo suicidio, anche perché si trattava di una raccolta con una storia inedita di una sola pagina.... e invece: baci, abbracci e tanti complimenti. È stato bellissimo e adesso guardo al futuro di questa serie con un rinnovato ottimismo.

uan vignetta di Alberto Pagliaro

I figli della schifosa non è la tua prima pubblicazione; lavori già da tempo nel settore. Potresti parlarci della tua esperienza francese e dei tuoi progetti futuri?

Alberto Pagliaro: In Francia ormai pubblico da anni: ho lavorato e lavoro ancora oggi per Casterman, per Delcourt, per Dupuis ( spirou magazine)e da più di un anno lavoro anche per KSTR e per la mitica Dargaud che dopo tanto penare mi ha messo sotto contratto. Il percorso non è stato facile, anzi, in certi momenti è stata veramente dura, ma ho saputo guardare oltre, e questo mio atteggiamento alla fine ha pagato, anche perché non avevo scelta: perché per uno come me che ha bisogno di un reddito, il mercato francese è l'unica strada da percorrere.

In Aprile uscirà per KSTR “les âmes sèches”, volume di 115 tavole che ho finito circa sei mesi fa, e  per Anguoleme 2011 è previsto il primo numero de La mano, serie che sto realizzando per Dargaud. A breve inizierò a disegnare un altro progetto di lungo respiro per KSTR, quindi, almeno per qualche annetto, il mutuo me lo pago tranquillamente (sorrido)
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E per quanto riguarda il mercato italiano?
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Alberto Pagliaro: I figli della schifosa - una storia partigiana è il mio primo volume in assoluto prodotto in Italia e spero sinceramente ne vengano altri in futuro, perché di idee ne ho parecchie, ma vorrei prima far passare del tempo per capire cosa sarà della mia vita, perché sto vivendo un periodo complicato e affascinante che merita tutte le mie energie o quasi...
Per il resto ci saranno altre Storie partigiane per Il Vernacoliere, inoltre vorrei riuscire a portare avanti la mia collaborazione con Animals e raccogliere in volume la serie erotica-grottesca Peppard the mad dog che ho realizzato per il mensile Maxim.

Parallelamente alla mia carriera fumettistica, ad Aprile porterò in scena con la regia di Sergio Ciulli lo spettacolo teatrale tratto da I figli della schifosa e a Dicembre inizierò a suonare dal vivo con il io mio gruppo musicale:i Fulgido esempio.

Credo che impazzirò.

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