sabato 13 marzo 2010

Luchadoras


LUCHADORAS di Peggy Adam
Brossura, 96 pg. b/n - 15,00 euro - 001 Edizioni


Sgombero subito il campo dagli equivoci: a dispetto del titolo, Luchadoras di Peggy Adam non ha niente a che vedere con la lucha libre (lotta libera messicana), che compare incidentalmente solo in un paio di pagine. Le "luchadoras" alle quali si riferisce l'autrice francese sono le donne di Ciudad Juarez, una città messicana in cui negli ultimi anni sono state assassinate centinaia di donne. La loro quindi non è una lotta finta sul ring ma un combattimento continuo per sopravvivere nelle strade malfamate e fra le mura domestiche, in una società dove la violenza sulle donne è diffusissima.

Gli omicidi di massa sono accaduti realmente ed hanno attirato l'attenzione dei media (sono stati girati documentari e film) e di Amnesty International. Su questi fatti Peggy Adam ha impiantato la storia immaginaria di Alma, una barista che viene picchiata in continuazione dal marito e vede nel turista Jean l'occasione per cambiare vita.



Peggy Adam è riuscita a raggiungere quello che probabilmente era l'obiettivo principale del suo fumetto, cioè trasmettere una sensazione di perenne rassegnazione di fronte al male e alla violenza. Invece di disturbare il lettore, sequenze come quella della bambina che gioca con le interiora di un gatto morto e di Alma che spinge la sorella giù per le scale probabilmente procurandole un aborto scivolano via come se fossero vita di tutti i giorni. La sequenza finale, nella quale vediamo Jean che abbandona Alma nonostante l'abbia messa incinta e le abbia promesso di aiutarla, è magistrale e riassume in poche vignette, amplificandolo, tutto il menefreghismo e disprezzo per il prossimo che si era respirato nel corso del fumetto.

I disegni, di difficile approccio e all'apparenza sgraziati (ma in realtà la Adam ha una mano a dir poco invidiabile), sono funzionali alla creazione dell'atmosfera che ho appena descritto.
Forse lo sono un po' troppo perché, seppur perfetti per raccontare la storia di Jean e Alma, non riescono a rendere al meglio l'ambientazione di Ciudad Juarez. Leggendo Luchadoras sembra che si tratti di un paesino quando in realtà ha più di un milione di abitanti e assieme alla città texana di El Paso forma una grande metropoli di due milioni e mezzo di persone.

Non voglio dire che manca una didascalia con i dati su Ciudad Juarez... Quello che manca è l'atmosfera. Non si avvertono la caoticità della vita in mezzo a un infinito sciame di persone, la presenza silenziosa del narcotraffico, il via vai dei gringo attirati dai locali notturni, la precarietà inevitabile in una città di confine lungo una frontiera che tutti vorrebbero scavalcare. Nel fumetto Ciudad Juarez sembra una qualunque cittadina di periferia situata chissà dove nel Messico.
Se faccio questo rilievo è perché leggendo Luchadoras si capisce che Peggy Adam ci teneva a rendere nel modo adeguato l'ambientazione.

Lo dimostra la sequenza ambientata in fabbrica dove lavora la sorella di Alma. Negli ultimi anni, in seguito a un accordo economico fra Stati Uniti e Messico per arginare il fenomeno dell'immigrazione, a Ciudad Juarez sono nate un sacco di fabbriche dove gli operai sono sottopagati. Nel fumetto però si capisce solo che c'è una fabbrica dove tutto sommato le operaie non se la passano male, visto che se ne stanno sedute comode a farsi le loro chiacchierate nel bel mezzo del turno.

L'esempio della fabbrica mi porta a fare anche un'altra considerazione. In teoria la sequenza ambientata in fabbrica poteva benissimo essere tagliata perché non è indispensabile ai fini della trama principale. Cioè, il fumetto, in generale, poteva essere più snello e puntare ad essere una novella a fumetti su Alma e il tema della rassegnazione al male. La Adam voleva qualcosa in più e quel qualcosa doveva essere Ciudad Juarez, personaggio silenzioso in sottofondo che desse a Luchadoras la misura del romanzo.

Secondo me l'intento non è stato raggiunto. E' un vero peccato perché così Luchadoras è "solo" un bel fumetto. Poteva ambire a molto di più, sia rinunciando a qualcosa e puntando alla novella sia andando in modo più vigoroso (con questo non voglio dire "centinaia di pagine": in alcuni casi basta un'unica vignetta ispirata, come ha dimostrato più volte Will Eisner nei suoi fumetti newyorkesi) nella direzione opposta.


Luigi Siviero - gennaio 2009 -
l'articolo su fumettidicarta