sabato 13 marzo 2010

Disegnatori e illustratori nel fumetto italiano


Il 2 e 3 ottobre 2008 il Museo Civico di Rovereto ha ospitato il convegno Disegnatori e illustratori nel fumetto italiano promosso dall'Accademia Roveretana degli Agiati in collaborazione con la Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, la Biblioteca Civica di Rovereto, il Dipartimento di Linguistica e Scienze della Comunicazione dell’Università di Verona, il Museo Civico di Rovereto e la Biblioteca Civica di Verona.
Potevo non macinare 25 miseri chilometri per ascoltare Sergio Bonelli, Carlo Ambrosini, Daniele Barbieri, Andrea Plazzi, Grazia Nidasio, Davide Toffolo e molti altri autori e studiosi di fumetto di questa caratura? Certo che no.
Saltati a piè pari i convegni della mattina del 2 ottobre per mancanza di entusiasmo e interesse (
verificate qua; mica può piacermi tutto ma proprio tutto, e poi i titoli delle relazioni non erano granché invitanti) ho puntato direttamente agli incontri pomeridiani.
Dico subito che per colpa di una serie di ritardi a cascata ho perso l'autobus, il treno e - dopo avere ripiegato sulla corriera - l'intervento di Grazia Nidasio.



Giunto a Rovereto ho imboccato la strada per il Museo Civico fino alla Sala Conferenze in mansarda. Sono sgattaiolato nella sala a conferenza in corso e dall'ultima fila ho iniziato a spiare i miei beniamini.

 -http://www.fumettidicarta.it/articoli...disegnatori_illustratori.html
il suo sito) ed ha voluto farci credere che realizzarli è tutta questione di culo (tutti gli hanno creduto, chiaro)! Disegni che secondo lui sono frutto della fortuna: questo, questo e pure questo (leggete come ha fatto a farlo).
Ha spiegato che ha deciso di abbandonare il campo dei fumetti a favore dell'illustrazione perché i fumetti, fatti di disegni al tratto, per lui sono più difficili da realizzare. Sbagliare una linea quando si fa un fumetto significa rovinare tutto, mentre nel campo delle illustrazioni, dove non ci sono tratti decisi ma campiture e colori che si toccano e mescolano, si possono fare correzioni in corso d'opera quando si sbaglia.

Dopo Aldo Di Gennaro è stata la volta di Daniele Barbieri che ha parlato di tragedia, grottesco e magia nei fumetti di Magnus. Mi spiace ma non cercherò di riassumere il suo discorso perché è troppo articolato e necessita del sostegno di un apparato iconografico piuttosto vasto.
Ero curioso perché non avevo mai ascoltato Daniele Barbieri, autore del primo libro sui fumetti che abbia mai letto (I linguaggi del fumetto). E' stato interessante, per non parlare dei fuochi d'artificio proiettati sul maxischermo: tavole de Lo Sconosciuto, Le 110 pillole, Le femmine incantate e gran finale col Texone.

Al termine dell'intervento di Barbieri ha preso la parola Sergio Bonelli che ha raccontato due aneddoti su Magnus. Due "lezioni di vita", come le ha chiamate l'editore e scrittore; due esempi di dedizione, amore per il fumetto, rispetto e professionalità.
Bonelli ha raccontato che per svariati anni aveva corteggiato il Raviola chiedendogli di disegnare il Texone ma la risposta era sempre stata picche. Non c'era verso di convincerlo. Poi un bel giorno fu lo stesso Magnus a cambiare idea e farsi avanti: in pratica fu lui a dire "Faccio il Texone". Bonelli rimase sorpreso perché ormai si era quasi rassegnato e non sperava più di fargli cambiare idea, ma prese la notizia con diffidenza. Pensò che forse non c'era vero interesse, visto che per anni Magnus non ne aveva voluto sapere, che probabilmente il disegnatore bolognese puntava solo al ritorno economico e che se la sarebbe cavata sfornando tavole dignitose ma non eccelse. E invece Bonelli dovette ricredersi fin da subito. La cura di Magnus era maniacale e Bonelli doveva strappargli di mano le tavole altrimenti il disegnatore, sempre puntiglioso e insoddisfatto, le avrebbe corrette e ritoccate all'infinito. Scherzo o verità che sia, una volta Magnus gli disse che non gli piaceva la venatura di una foglia!
Il secondo aneddoto riguarda gli ultimi tempi di lavoro sul Texone. Magnus era stato colpito da una malattia incurabile e sia lui che Bonelli sapevano che non gli rimaneva molto tempo. Quando Magnus stava male e ci si sarebbe aspettati che si sarebbe fermato arrendendosi al male, intensificò il lavoro per riuscire a completare il Texone. Un giorno Bonelli ricevette un telegramma, oggi incorniciato e appeso nel suo ufficio, con scritto semplicemente "Finito, Magnus".

Dopo una breve pausa caffè si riprende con Lucio Filippucci, toccato dai discorsi precedenti e dalla proiezione delle tavole di Magnus di cui è stato allievo, che parla brevemente del Texone di questa estate disegnato da lui e scritto da Gino D'Antonio (l'ultimo fumetto di Gino D'Antonio).
Curiosità che mi è rimasta impressa: la moglie di Filippucci ha costruito un orto botanico aperto al pubblico.

Poi è la volta di Ivo Milazzo che si psicanalizza (scherzi a parte Milazzo ha fatto un intervento su fumetto e psicanalisi).
Ha parlato anche di Lucca dicendo che nel corso degli anni il livello culturale della manifestazione si è abbassato e ormai i visitatori portano a casa ben poco oltre alle borse piene di fumetti. Ha precisato che la manchevolezza non è da attribuire al disinteresse dei visitatori o alla preferenza per eventi collaterali non legati al fumetto, ma agli addetti ai lavori che sono poco propositivi e dovrebbero sforzarsi di offrire qualcosa di più dal punto di vista di dibattiti e convegni.

Ritorno in corriera, jogging defaticante, cena, dopocena, serata davanti al computer a scrivere, sonno dei giusti, risveglio mattutino.

Venerdì apre le danze Carlo Ambrosini.
Dal suo discorso sui temi dell'arte nella struttura del fumetto popolare tento di estrapolare un pezzettino che riguarda la nascita di Napoleone e Jan Dix.
[NB: qui rischio di prendere cantonate pazzesche. Spero che Ambrosini non capiti mai per caso da queste parti...]
Ambrosini sostiene che la novità di Dylan Dog, rispetto ai precedenti eroi dei fumetti mostrati "in azione", è stato il suo interrogarsi su cosa sia questa azione. Non semplicemente sconfiggere i mostri, l'agire dell'indagatore dell'incubo, ma domandarsi cos'è l'orrore. Tolto dall'azione pura e semplice e collocato in una posizione di osservatore, l'eroe, di fronte alle cause dell'orrore, ha mostrato la sua fragilità. E' stata questa nuova prospettiva - il personaggio che oltre ad agire osserva - l'elemento di novità, ed è stata la fragilità di Dylan Dog il motivo del successo della serie. Sclavi è partito da elementi molto classici, basti pensare al fatto che il detective con l'aiutante che fa da spalla ha origine addirittura nello Sherlock Holmes ottocentesco, ma è riuscito a coniugarli in qualcosa di nuovo e originale.
L'autore bresciano si è chiesto se poteva essere fatto un ulteriore passo in avanti rispetto a Dylan Dog che era osservatore dell'azione anziché eroe in azione. Nella serie Napoleone, invece di un personaggio che si interroga su particolari azioni legate al suo essere eroe, abbiamo il protagonista che fa i conti con i momenti della vita più banali o addirittura con ciò che rimane solo un'idea senza nemmeno concretizzarsi. La banalità è solo apparente perché dietro qualsiasi azione, anche la più insignificante, si nasconde un'archeologia, una stratificazione che può essere indagata fino a giungere alle sue radici con la mitologia e i territori dell'inconscio collettivo.
Ambrosini ha voluto inserire un elemento di novità anche in Jan Dix. In questa serie non c'è più un eroe che si interroga su cosa sono il bene e il male ma un esperto d'arte che si chiede cosa sono il bello e il brutto. Questo cambiamento si ripercuote sulla natura stessa di Jan Dix che non è il classico personaggio infallibile, vincente e realizzato. Lavora come consulente per un Museo di Amsterdam ma non è riuscito a capitalizzare al meglio i suoi studi, ha una relazione ma è sempre insoddisfatto... In questa serie sono caduti quegli aspetti di romanticismo che, seppur in modo marginale, erano presenti in Napoleone.
Come ho detto sopra spero di non avere preso cantonate. Se siete interessati all'argomento consiglio vivamente di andare a verificare nel volume dedicato agli atti del convegno. Tra l'altro la relazione di Ambrosini era più ampia.

Davide Toffolo ha iniziato il suo intervento con un po' di timidezza, forse perché sentiva il peso di un contesto, un convegno di studi di fronte ad un pubblico "anzianotto" e per buona parte composto da addetti ai lavori, al quale non era abituato. L'animo da rocker è venuto fuori quasi subito e Toffolo ha parlato con molto entusiasmo del tema dell'adolescenza, a lui caro e presente nei suoi fumetti fin dagli esordi, e del processo creativo dietro ad alcuni suoi volumi a fumetti usciti negli ultimi anni, Carnera, Pasolini e Il re bianco.
Carnera, biografia del pugile friulano campione mondiale dei massimi nel 1933, ha radici nei racconti fatti a Toffolo dal nonno durante l'infanzia e viene sviluppato attraverso una ricerca su svariate fonti che parlano del gigante di Sequals, dai libri al cinema. A proposito di questo fumetto Toffolo ha svelato un aneddoto gustoso; nel realizzarlo si è preso una licenza poetica raccontando che Jerry Siegel e Joe Shuster si erano ispirati a Carnera per inventare il loro Superman. Da licenza poetica è diventata una leggenda metropolitana in internet alla quale credono in molti, compreso qualcuno che l'ha raccontata - convinto che fosse vera - allo stesso Toffolo!
Toffolo è friulano ed i personaggi della sua terra lo affascinano: non a caso subito dopo Carnera ha dedicato un libro a Pasolini. Quando ha realizzato Pasolini (2001) si è armato di videocamera ed ha fatto un viaggio iniziato a Casarsa, dove Pasolini trascorse la giovinezza e durante l'occupazione tedesca nel '43 insegnò in una scuola di fortuna, e proseguito a Bologna, sede degli studi universitari, Roma, Catania e Madrid.
Anche Il re bianco è frutto di un viaggio. Una volta saputo che il gorilla albino dello zoo di Barcellona aveva il cancro e stava per morire, Toffolo, che era affezionato all'animale, è andato in Spagna a salutarlo. Durante il viaggio ha fatto delle riprese - in parte mostrate in sala - che poi gli sono servite come base per i disegni. A proposito de Il re bianco ha detto che probabilmente non farà mai più un fumetto di questo tipo perché il coinvolgimento emotivo è stato troppo forte e lo ha fatto stare male.

Antonio Serra ha parlato delle influenze dei cartoni animati giapponesi e dei manga sugli autori italiani. Naturalmente l'ampiezza del tema lo ha portato a fare un esame del quadro generale, partendo dalla trasmissione in Italia di serie come Heidi e Goldrake ed arrivando a L'altra parte di Vanna Vinci (Granata Press), citato come prima opera che si ispira in modo esplicito alle produzioni giapponesi, Nathan Never e Pugno.
Serra ha anche detto che i cartoni animati giapponesi avevano avuto una certa influenza sugli aspiranti disegnatori che si proponevano alle case editrici negli anni '80. Le tavole di prova non erano però imparentate con i manga perché, fino all'uscita di Akira (Glénat), i fumetti giapponesi erano sconosciuti in Italia. Si trattava quindi di tavole dalla gabbia classica e regolare e prive di sfondamenti, disegnate con uno stile molto essenziale.

Poi Mirko Tavosanis si è occupato della comicità nei fumetti di Rat-Man. Confesso che sono a digiuno di Rat-Man da un po' perché ho accumulato un tot di numeri che mi leggerò in una botta sola... le gag proiettate sullo schermo durante l'incontro hanno fatto bene alla mia piccola astinenza.
Tavosanis ha sottolineato come Ortolani riesca a scrivere dialoghi che ricordano molto l'italiano parlato tutti i giorni, a differenza di molti fumetti attuali distanti dall'italiano comune e costruiti in modo artificioso. Rispetto ad Andrea Pazienza, altro grande autore molto abile a cogliere quanto di più vivo c'è in una lingua, Leo Ortolani ha preferito l'italiano al dialetto, concentrandosi sulla semplicità e l'immediatezza.
Poi ha descritto la comicità ottenuta per mezzo delle coppie di tavole. Spesso Ortolani crea i presupposti della gag in una pagina ma colloca la battuta finale nella pagina successiva; in questo modo la battuta giunge inaspettata al lettore (parentesi: ne approfitto per fare pubblicità a
questo mio articolo sull'uso delle coppie di tavole in Rat-Man).

L'intervento di Andrea Plazzi ha riguardato Will Eisner, autore del quale Plazzi ha tradotto, curato e pubblicato le opere in molteplici occasioni.
Quando Eisner ha iniziato la serie The Spirit, negli Stati Uniti il formato comic book (albo spillato di 17x26 cm.) era nato da poco e ancora nessuno aveva capito le potenzialità offerte da questo nuovo modo di pubblicare fumetti. Fino agli anni '30 i fumetti coincidevano tout court con le tavole domenicali, quindi gli autori non avevano la possibilità di realizzare storie di più pagine in sequenza e ragionavano solo sulla tavola singola. Eisner è stato il primo a scoprire le possibilità offerte da un insieme di più tavole in sequenza.
Fra gli esempi citati da Plazzi c'è l'episodio di The Spirit intitolato Ten Minutes. La vicenda raccontata nel fumetto dura esattamente dieci minuti e in ogni pagina viene descritto quello che succede in un minuto o due. Eisner riesce a far sì che gli eventi raccontati nelle varie pagine durino davvero un minuto, senza chiedere al lettore di ricorrere alla sospensione dell'incredulità per comprimere in quel minuto eventi lunghissimi. Più pagine in sequenza costruite in questo modo finiscono per formare la storia di Spirit incentrata sugli ultimi dieci minuti di vita del personaggio di nome Freddy. Una sequenza del genere ha senso perché il lettore può leggersi la storia tutta d'un fiato e percepire in modo limpido lo sforzo dell'autore di costruire una catena di eventi che si incastrano effettivamente in quel lasso di tempo. Tutto questo si perderebbe se un quotidiano pubblicasse le tavole una per volta a distanza di un giorno o addirittura di una settimana l'una dall'altra.
Nel 1952, una volta terminata la serie The Spirit, si sono perse le tracce di Will Eisner per oltre vent'anni. L'autore statunitense è ritornato nel mondo dei fumetti nel 1978, quando è uscito il volume Contratto con Dio, seguito da una instancabile produzione durata fino a quindici giorni prima della morte (2005). Nella sua seconda giovinezza Eisner ha preferito il volume alla serie spaziando su molti generi, dall'autobiografia di Verso la tempesta e Il sognatore alla fantascienza di Vita su un altro pianeta.
Plazzi è sceso nel dettaglio parlando di una tavola di Contratto con Dio dove Eisner ha fuso testo e disegno.
Nella tavola si legge la frase "Per tutto il giorno le acque del diluvio furono sul Bronx, senza pietà." Questo ovviamente è il livello testuale. A questo primo e immediato livello testuale Eisner ha affiancato un livello visivo disegnando delle gocce di pioggia che colpiscono e impregnano le parole.

Piccolo evento: da Andrea Rivi ho saputo per la prima volta un dato di vendita di un fumetto edito da Panini. Il fumetto è XIII e la vendita è di 500/800 copie. C'è stato bisogno di un'esplicita domanda di Sergio Bonelli in persona per estorcere questo gossip.

NB: Questo articolo non è una trascrizione delle relazioni. Ho tentato di esprimere con le mie parole i concetti che ho ascoltato nel corso del convegno. Spero di non avere fatto torto agli studiosi intervenuti e a voi lettori travisando gli interventi.

Vorrei anche accennare ad una cosa che non mi è piaciuta. Nonostante fossero presenti autori di spicco del panorama fumettistico italiano la sala era mezza vuota e, se non ci fossero stati molti relatori ad ascoltare i colleghi, sarebbe stata quasi deserta. Non mi sono preso la briga di contare quante persone c'erano ma dubito che fossero più di quindici... Quanto a partecipazione del pubblico il convegno è stato un fiasco totale.
I quotidiani locali non si sono certo sbracciati per dare spazio all'avvenimento, ma neanche gli organizzatori hanno fatto grandi sforzi.
Pur abitando a Trento ho scoperto dell'esistenza del convegno solo due giorni prima del suo inizio. Le fumetterie del Trentino, perfino quella fumetteria di Rovereto che dista cento metri dal Museo Civico, non ne sapevano nulla e non hanno ricevuto materiale informativo (ma è un vizio: due anni fa è successa la stessa cosa e gli spettatori erano addirittura meno). E dubito che qualche volantino sia arrivato alle librerie e alle biblioteche di Trento.
Meglio non commentare...

Va detto che il successo di un convegno non si misura solo con il numero delle persone presenti. E' molto più importante che i relatori propongano interventi interessanti e stimolanti, e da questo punto di vista le cose sono andate davvero bene.

Luigi Siviero - settembre 2008

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