domenica 25 ottobre 2009

Matteo Casali e Giuseppe Camuncoli - feb 2008

Le carriere fumettistiche dello scrittore Matteo Casali e del disegnatore Giuseppe "Cammo" Camuncoli non sono inscindibili ma presentano comunque molti punti di contatto fin dal 1990, quando i due frequentano un corso di fumetto tenuto a Reggio Emilia da Otto Gabos e Onofrio Catacchio.
Grazie alle dritte che arrivano dagli insegnanti il quindicenne CamuncoliJim Lee – una passione per disegnatori come Kent Williams, Ted McKeever, Duncan Fegredo, Marc Hempel (futuro inchiostratore dello stesso Camuncoli su Swamp Thing) e Chris Bachalo, e conosce gli autori basilari (i vari Miller, Gaiman,
McKean, Otomo, Mattotti, Berardi, Milazzo e altri). Sia lui che Casali, inoltre, si appassionano alla fiorente linea Vertigo che in quel periodo iniziava ad arrivare in Italia grazie alle edizioni della Comic Art. Probabilmente è proprio grazie alla lettura di fumetti come Sandman (il sesto episodio intitolato 24 ore) che i due iniziano a gettare le basi per Bonerest.

giovedì 15 ottobre 2009

L'archivio di fumettidicarta.it

Non fa mai male ricordarlo: questo blog è l'archivio della webzine sui Fumetti fumettidicarta.it ed è in perenne aggiornamento.
In questo blog si trovano tutti (tutti!...) gli scritti - articoli, recensioni, analisi, dossier, interviste... - apparsi sulla webzine dal 2001 ad oggi; anzi per ora siamo arrivati al maggio 2008...
La webzine originaria - http://www.fumettidicarta.it/ - è viva e attiva e prosegue la sua avventura.
ciao!
Orlando Furioso

lunedì 12 ottobre 2009

Martian Manhunter - mag 2008

MARTIAN MANHUNTER voll. 1 e 2 di John Ostrander (testi) e Tom Mandrake (disegni) + Ospiti - il vol. 1 raccoglie Martian Manhunter nn. 0 - 17 e 1.000.000 [1998 - 2000]; il vol. 2 raccoglie i nn. 18 - 36 [2000 - 2001] - ogni volume: brossura, colore, 464 pag. - Euro 19,95 Planeta-DeAgostini Editore

Uno splendido personaggio, il Martian Manhunter, J'onn J'onzz da Marte.
Creato nel 1955, il Segugio di Marte avrebbe potuto essere uno degli innumerevoli cloni del blasonato Superman: alieno, apparentemente unico superstite della sua razza, fortissimo, praticamente invulnerabile, con la capacità di volare e una sorta di vista calorifera...
Ma J'onn J'onzz, oltre ad avere dei fantastici poteri che il buon vecchio Uomo d'Acciaio non possiede, come la telepatia e la capacità di rendersi intangibile, ha una caratteristica che permea non solo il suo essere, ma la sua stessa potenzialità narrativa: è un mutaforma.

Cheat - mar 2008


CHEAT di Christine Norrie
brossura con sovracoperta, b/n, 72 pag. euro 10,00 - Bottero Edizioni

Bastano poche tavole e Christine Norrie ti trascina dentro una storia che si fa penetrare intimamente perché vivibile da ogni persona.

Certo, questo non basta, bisogna anche saper raccontare: Christine Norrie ne è capace.

Negli elogiativi e pubblicitari commenti scritti in quarta di copertina di Cheat viene citata, a parere di chi scrive in modo non del tutto appropriato, la soap-opera, forma di narrazione in cui spesso le situazioni roteano vorticosamente sfociando talvolta nell'assurdo.
Cheat - originariamente pubblicato negli USA dalla ONI PRESS - invece è una romance storysoap, non foss'altro perché si tratta di un volume unico autoconclusivo.
L'autrice privilegia un tipo di narrazione realistico e proprio in questo sta la forza della sua storia: non accade nulla di eclatante eppure, come si diceva poco sopra, in poche tavole si viene catturati in una lettura serrata, come la vita; languida, come certi momenti della vita; anche banale, com'è la vita quasi sempre; emozionante...
con un approccio diverso da quello tipicamente

LA STORIA

A New York City Marc e Janey hanno appena traslocato; Anna e Davis sono i loro nuovi simpatici vicini; due coppie simili per età ed estrazione sociale, persone intelligenti, con diversissimi gradi di sensibilità.

Entrambe le coppie vivono una crisi, detta o meno che sia, e tutte e quattro le persone cercano un senso alle cose e alla relazione che stanno vivendo.
Solitudini e amicizie mancate vengono ad incunearsi maliziosamente, e tragicamente, tra le pieghe della crisi in atto andando a stravolgere per sempre i traballanti(ssime) equilibri.
Infedeltà, prima di tutto verso se stessi, vengono inizialmente scambiate per ciò che non potranno mai essere (consolazione, acquietamento, serenità...) e la consapevolezza che ne deriverà sarà durissima per tutte le persone coinvolte.

Si è già detto poco sopra che in Cheat non accade nulla di eclatante; e allora dove sta l'aspetto coinvolgente, interessante, gratificante che viene dalla lettura di questa storia a fumetti?
Sta nel fatto che, oltre ai disegni cui si accennerà più avanti, la storia è raccontata da Christine Norrie in maniera molto toccante, commovente e con un'intensità molto potente.

La primissima sensazione, dura giusto la lettura delle prime due-tre tavole, può essere quella del "luogo comune", i personaggi della storia inizialmente sbattono in faccia a chi legge la loro tipicitàpersone e le persone, per quanto si dica e si insista sull'unicità di ognuna, alla fin fine si somigliano tutte e questo è bello e terribile allo stesso tempo. Qui nessuno è "meglio" di nessun altro e le scelte fatte, o non-fatte, sono tutte ampiamente detestabili, inevitabili, condivisibili o chi lo sa... tratteggiata comunque in modo delicato. Poi improvvisamente i personaggi cessano di essere tali, di recitare quindi, e diventano

Il racconto tocca corde cui normalmente - ad avere un cuore che non è di pietra, s'intende - si è tutti quanti sensibili, molto sensibili e in più l'autrice ci sa fare parecchio nello scuotere chi legge, facendogli provare rabbia, tristezza (tanta) e commozione, oltre a un senso di tragicità e ineluttabilità che fanno male al cuore, quindi bene alla mente visto che stimolano per forza riflessioni profonde...

I DISEGNI

Delicati, dolci, malinconici. Disegni tracciati con uno stile personale, che paga con grazia gli inevitabili debiti con altri e più famosi artisti per poi giungere a una sintesi che contiene in se', contemporaneamente, una gran delicatezza e una certa forma grezza che aggiunge fascino al segno.

Le grandi vignette in cui non compaiono persone pare trasudino una sorta di ineluttabile stanchezza.

...come diavolo fa un disegno a "trasudare ineluttabile stanchezza"?!?... Chissà.
Forse, al di là della sacrosanta soggettività grazie alla quale ognun vede ciò che vuole e ciò che può - e sa - forse, si diceva, i disegni della Norrie riescono a trasmettere la malinconia e l'instabilità caratteristiche di un'intera generazione.

E' come quando si è in una stanza vuota, che non si conosce bene e della quale non si conosce a fondo l'abitante: ecco che guardando gli oggetti che compongono l'ambiente, respirandone l'atmosfera stessa, ci si fa un'idea, giusta o sbagliata che sia (ma può esistere in questo campo un'idea "sbagliata"?...) delle emozioni che hanno dimorato o che ancora dimorano lì.
Christine Norrie coi suoi disegni riesce a trasmettere questo tipo di sensazioni in modo forte.

I bianchi e i neri sono usati morbidamente per conferire particolari emozioni, per aumentare l'intensità di un momento; tanto bianco smarrisce, molto nero rende pesanti le emozioni vissute in quell'istante, la loro alternanza comunica l'insicurezza e l'instabilità, i fraintendimenti e le illusioni destinate a rimanere deluse.

Un cenno alla bellissima copertina - che si può ammirare a colori nella sovracoperta e in bianco e nero sulla copertina sottostante - la cui figura principale ricorda le giovani donne protagoniste dei romance/love comics pubblicati da Marvel e DC negli Anni 60 e 70, mentre il design generale di Kelley Seda impreziosisce il tutto con suggestioni neo-liberty.

Orlando Furioso

Neuro Habitat - mar 2008


NEURO HABITAT. CRONACHE DELL'ISOLAZIONISMO di Miguel Angel Martin
brossurato, b/n, 80 pag. euro 11,00 - Coniglio Editore - 2008

Neuro Habitat. Cronache dell’isolazionismo di Miguel Ángel Martín è la cronaca della vita di un giovane esiliato di sua volontà in una casa refrattaria alle emozioni che cercano di penetrare dall’esterno. Non è un emarginato: la notte di capodanno riceve un messaggio telefonico da una ragazza che vorrebbe fargli vedere la lingerie rosa. Potrebbe avere una fidanzata, la famiglia… e invece il suo eremitaggio nell’alveare di condomini metropolitani è una scelta ponderata che lo porta a cercare di allontanarsi dai rapporti con le cose fatte di carne, siano esse umane, animali o vegetali.

Martín racconta la cronaca di questo isolazionismo con uno stile essenziale, creando tavole in cui nemmeno una linea o una didascalia è lasciata al caso, e lo storytelling fluente mette a nudo le debolezze di un individuo che tenta inutilmente di mascherare crepe di vuoto e indecisione.
Fin dalla numerazione dei capitoli (pag. 5), fatta con il sistema binario, Martín offre degli spunti ai lettori. La numerazione binaria, utilizzata in informatica come linguaggio dei computer, fa pensare che la tecnologia deve avere un ruolo centrale, e infatti voltando pagina arriva l’immediata conferma. Nella prima tavola a fumetti (pag. 7) Martín descrive l’interno di un appartamento freddo (gelido) e spoglio, incominciando da un campo medio su un corridoio arredato unicamente con due lampade a muro, per poi indugiare sui dettagli di mouse, telecomando, altoparlanti, segreteria telefonica, telefonino e di un poster dei Magma (gruppo musicale che scrive i testi delle canzoni in una lingua artificiale chiamata kobaïano). Proprio un’incomprensibile canzone dei Magma, Theusz Hamtaahk, fa da sottofondo alle sei vignette che presentano al lettore l’appartamento.

L’asetticità, la mancanza di vita e la lingua kobaïana strana e inaccessibile fanno provare un sentimento di distanza e distacco dall’abitante della casa, una persona che usa la tecnologia come una sorta di barriera fra sé e l’esterno (“esterno” inteso tanto nel senso di altri personaggi del fumetto quanto del lettore). La scelta di ascoltare i Magma è sintomatico del modo di pensare dell’abitante della casa; nel primo album (Kobaïa, 1970) il gruppo francese di rock progressivo racconta la storia di alcune persone che scappano da una Terra destinata alla distruzione per stabilirsi sul pianeta Kobaïa, diventando un nuovo popolo, i Kobaïani, sradicato dal pianeta d’origine (da Wikipedia). Come i Kobaïani, anche l’alieno di Martín vuole lasciarsi alle spalle i terrestri.

Nelle due pagine successive (8 e 9) il lettore fa la conoscenza dell’individuo che vive nella casa spoglia e bianca come un ospedale. Sembra un marziano (o un kobaïano, se mai qualcuno è riuscito ad avvistarli), ma l’ipotesi extraterrestre va rigettata. Probabilmente Martín lo raffigura glabro, senza naso e con gli occhi da rettile affinché il lettore lo percepisca come uno straniero in cui non trovare nulla di familiare se non l’eco di una fantascienza classica che risuona nel volto. Consuma un pasto preconfezionato e plasticheggiante in stile McDonald, e un finto albero di Natale minimalista a forma di lisca di pesce crea un’atmosfera surreale e accentua la distanza dagli esseri viventi che stanno al di fuori della scatola/appartamento.

Nei capitoli successivi, a dispetto della voglia di isolarsi e di annullare i sentimenti traendo ispirazione dagli oggetti tecnologici con i quali si è circondato, l’alieno si mette continuamente in relazione con altri esseri viventi provando la più vasta gamma di emozioni. In tutti i brevi capitoli del fumetto ascolta, guarda o incontra fidanzate, serpenti, operatori del pronto soccorso, gatti, emitteri, genitori, fattorini, presentatrici televisive, prostitute, attrici porno o adolescenti asiatici asessuati. Ed ogni volta manifesta noia, curiosità, dispiacere, crudeltà, indifferenza, tristezza, gioia o ansia. Alla faccia del millantato isolazionismo!

L’alieno vive in bilico fra la voglia irrefrenabile di urlare la propria individualità e unicità e la presenza prepotente di una società massificata e omologante che si insinua sotto tutte le forme, dal cibo preconfezionato alla moda imposta dall’alto.
La vera beffa è che anche lui si è trasformato in modello da imitare e duplicare, trasformando il suo isolazionismo in qualcosa che il lettore può osservare, sezionare e studiare. O forse quello che a lui sembra un originale stile di vita non è altro che quello che succede a tutti i suoi simili (e di cui nessuno può venire reciprocamente a conoscenza) nella miriade di palazzi e grattacieli che lo circondano.

Luigi Siviero

Irripetibili - Le grandi stagioni del fumetto italiano


IRRIPETIBILI - LE GRANDI STAGIONI DEL FUMETTO ITALIANO
di Luca Boschi
352 pag. + 32 di illustrazioni a colori - euro 28,00 - Coniglio Editore


"Per poter apprezzare bisogna prima conoscere, e per essere spinti alla conoscenza bisogna avere la curiosità di scoprire." Luca Boschi, dalla prefazione a Irripetibili

L'AUTORE

Una presentazione esaustiva di Luca Boschi richiederebbe moltissimo spazio e una competenza che l'estensore di queste righe purtroppo non ha.

Sono pressoché innumerevoli le sue collaborazioni, le sue direzioni, i progetti e i volumi che ha scritto, curato e sta curando; se un volume, una collana, un qualsiasi progetto, ha lo "zampino" di Luca Boschi, si può stare tranquilli che si tratterà sempre di ottimi prodotti, realizzati invariabilmente con grande passione, competenza sterminata, cura e amore.
E' anche Direttore Culturale del Salone Internazionale Napoli Comicon, e ha ricoperto la medesima carica per Lucca Comics, oltre a collaborare con molte altre prestigiose manifestazioni internazionali, il cui elenco occuperebbe parecchie righe.

Luca Boschi ha anche diretto e coordinato alcune tra le più belle - a parere di chi scrive - riviste di fumetti, come ad esempio, negli Anni 90, Horror, poi diventata DC Comics PresentaComic Art), riviste che ancora si rileggono con grande piacere, compresi i begli editoriali che accompagnavano il lettore in territori a quell'epoca ancora sconosciuti. Fu proprio in quelle riviste che in Italia vennero presentati per la prima volta i personaggi della Vertigo, che cambiarono per sempre la concezione stessa del fumetto popolare statunitense.

Tornando al presente: la consultazione del suo Blog oltre a garantire piacere e divertimento intelligenti, fornisce agli appassionati moltissime informazioni non solo sul fumetto, ma anche sul cinema di animazione e l'illustrazione, altrimenti irreperibili, specialmente in lingua italiana.
(entrambe edite dalla rimpianta

Luca Boschi - storico, critico, esegeta del Fumetto, autore e sceneggiatore, insegnante alla Scuola di Comics di Firenze e uno dei massimi esperti di fumetto italiano - ha un grande dono, cioè quello di scrivere, sempre, in maniera felice ed interessante.
La sua scrittura colta ma scorrevole a un tempo, quindi fruibile da un'amplissima fascia di lettori e lettrici, cattura l'attenzione, stimola riflessioni, riesce a non essere mai "pesante" anche quando si addentra nel dettaglio tecnico.

IL LIBRO

Le 352, illustratissime pagine di IRRIPETIBILI - Le Grandi Stagioni del Fumetto Italiano, sono molto dense di storie, tutte raccontate da Boschi con dovizia di particolari, specialmente particolari umani, quei particolari cioè che rendono il dettaglio tecnico più comprensibile, umano esso stesso perché frutto di passione e, quasi sempre, di amore.
Parola grossa, "amore", eppure calzante per questo splendido, indispensabile saggio, atteso da tempo e che non a caso va a colmare un bisogno di notizie, storie ed informazioni su un periodo - e un argomento - ricchissimo di avvenimenti, rivoluzioni, cadute, assalti, litigi e, appunto, amore (ach, di nuovo quasta parolina così imbarazzante...).

E' proprio l' amore una delle molle che permette la nascita, negli Anni 60 e 70, di quelle riviste di fumetti di importanza epocale in Italia: da Linus a Horror, dal Corriere dei Piccoli con storie di Toppi, Battaglia, Hugo Pratt (...incredibile, eh?... lo sanno i giovani lettori che Una ballata del mare salato fu serializzata anche sul Corriere dei Piccoli nel 1971?...), da l'Intrepido a Il Mago e via via fino ad arrivare a Metal Hurlant, Frigidaire, Il Grifo, la vituperata - perlomeno da chi scrive - Corto Maltese.
Oltre a decine di altre riviste, non sopravvissute alle periodiche ecatombi, che seppur importanti storicamente sarebbero consegnate al dimenticatoio se non esistessero libri come questo IRRIPETIBILI. "Si sono sprecati i numeri zero che non sarebbero mai stati seguiti dagli uno", come ricorda giustamente Luca Boschi nella prefazione; e aggiunge, a proposito del pericolo di dimenticare la propria storia: "Chissà, forse il consumo iperveloce di notizie, idee e storie, accelerato dai ritmi della fruizione televisiva che alterano nel profondo i modi del pensiero dei teleutenti hanno contribuito anche per i fumetti a sviluppare questo truce fenomeno di smemoratezza collettiva..." (p. 6 op. cit.) .

Un percorso già di per se' molto affascinante che Luca Boschi offre con partecipazione, enorme competenza - anche perché in molte, moltissime delle cose narrate... lui c'era - e quella felicità di scrittura, uno dei suoi doni, cui si accennava poco sopra.
I nomi, i fatti, le storie, i personaggi: tutto diventa vivo e vivido, anche quando, nella realtà, molti dei protagonisti di IRRIPETIBILI non sono più tra noi da molto tempo.

In questo libro si incontrano senza vicendevoli imbarazzi Andrea Pazienza e Teddy Bob, non per un peloso senso di "democratico" appiattimento, ma perché tutto concorre alla formazione di quella categoria astratta, eppure così sentimentalmente pregnante, che è (ed è stato) il Fumetto Italiano.
Scopriamo per esempio che molti mostri sacri del comicdom italiano hanno cominciato disegnando e/o sceneggiando su tascabili che non avevano certo la patente di "nobiltà".

Con i capitoli intitolati La Golden Age del Fumetto Italiano Luca Boschi entra nel vivo di un periodo che ha coinciso con il suo forte coinvolgimento personale nelle esperienze fumettistiche più dense e importanti del periodo. Il racconto si fa, se possibile, ancor più appassionato/ante, sviscerato nel dettaglio, sempre senza mai dimenticare il lato squisitamente umano di quelle storie.
Il gruppo Valvoline, eppoi Totem, Pilot, Frigidaire, e ancora L'Eternauta, Comic Art... e gli autori, i preferiti come Magnus, Giardino, Micheluzzi...

"EVVIVA IL FUMETTO D'AUTORE!" (p. 121 op. cit.)

Informazioni e considerazioni, dati, racconti ricchi e appassionati: Luca Boschi a questo punto si schiera apertamente col cosiddetto "fumetto d'autore", o "di prestigio".

Senza minimamente sfiorare gli "isterismi" abbastanza tipici, ultimamente, dei contemplatori di ombelichi (in genere i propri...) pontificatori del disprezzo verso tutto ciò che viente identificato come "basso", "popolare" o, non sia mai!, "da edicola", il libro di Boschi tra i tanti meriti ha anche quello di mostrare in modo organico, chiaro e onestissimo un punto di vista appunto schierato e proprio per questo rilevante anche emotivamente, significativo e interessante persino per quei lettori "vecchi" e reazionari come l'estensore di questa "recensione".

[Anche se, personalmente, e mi scuso per l'uso della prima persona che però qui è indispensabile, quando penso ad esempio ai Giovanotti Mondani Meccanici a me viene davvero la famosa "orticaria", così come quando ricordo le commistioni tra griffe, cioè quanto di meno rivoluzionario esista, e fumettari "in odore" di rivoluzione tipica dei Meravigliosi Anni Ottanta...]

Ma è anche questo uno dei compiti di uno storico del fumetto: riportare, sempre con sentimento e delicatezza come fa Boschi, coi piedi per terra chi, magari un po' mummificato nella nostalgia, ha questi ricordi mitici di un'epoca simile all'El Dorado dei fumetti, o meglio: dei fumetti in Italia; un'epoca d'oro nella quale i fumetti si trovavano in ogni casa e tutti leggevano Tex e in ogni bottega di barbiere della Penisola si ammonticchiavano alla rinfusa Kriminal e Satanik, Diabolik, Zagor, gli Albi di Topolino, ABC e Menelik e ogni altra delizia disegnata. Il lavoro di uno storico del fumetto è anche quello di aiutarci a discernere ciò che è ricordo, nostalgia, speranza, da quello che era, invece, la realtà vera. Giovanotti Mondani Meccanici compresi.

Comunque un'ipotesi del perché siano morte le riviste a fumetti in Italia potrebbe essere proprio l'eccessiva cesura che il "fumetto d'autore" ha provocato; cesura sviluppatasi tra il "tipico" lettore/appassionato di fumetti e la poca comunicazione/comunicatività degli Autori, presi questi ultimi da una sacrosanta volontà artistica, di sperimentazione e di libertà che forse però li ha allontanati troppo dai desideri dei lettori, che sono alla fin fine, ahimé, gli acquirenti dei fumetti.

Concludo queste righe di grande ammirazione per Luca Boschi e per il suo IRRIPETIBILI - Le Grandi Stagioni del Fumetto Italiano consigliandone l'acquisto e la lettura non solo ai "già convertiti", ma proprio alle persone che, come chi ha scritto questa modesta recensione, hanno dei pregiudizi o credono di avere dei "conti in sospeso" con certi periodi della comunque ricchissima, appassionante, irripetibile storia del fumetto italiano.

Si dice sempre che "questo libro non deve mancare nella biblioteca di ogni appassionato", ma in questo specifico caso l'affermazione non ha proprio nulla di retorico.

Buona, anzi ottima, lettura!

Orlando Furioso

Capitan America è morto - nov 2007


CAPITAN AMERICA E' MORTO
Captain America Vol. V, # 25 di Ed Brubaker | Steve Epting
in Italia su THOR E I NUOVI VENDICATORI n. 104 - Panini Comics

Capitan America è morto.

Ormai lo sapevano tutti, ma ora che la storia è stata pubblicata anche in Italia (su THOR 104 della Panini Comics) finalmente è possibile parlarne liberamente.

Con la vittoria dei supereroi pro-registrazione alla fine della saga CIVIL WAR, Steve Rogers si è consegnato alle autorità per garantire ai suoi compagni ribelli una seconda possibilità. L’eroe a stelle e strisce dell’Universo Marvel finisce così nelle mani della giustizia, quella stessa giustizia che per anni ha rispettato e fatto rispettare.

E’ una delle pagine più amare nella vita di Capitan America: in manette, portato in tribunale, si prepara ad un processo che non subirà mai... Da un palazzo Crossbones, un vecchio nemico, gli spara ferendolo. Lo finiscono dei colpi ravvicinati all’addome; a spararli è Sharon Carter, la sua amata “storica”, sotto il controllo ipnotico dello psichiatra criminale Dottor Faustus.

E’ la morte di Capitan America, la morte del Sogno.

Questo, in breve, quello che succede in CAPTAIN AMERICA Vol. V 25, scritto da Ed Brubaker e disegnato da Steve Epting.

Il mio calendario dice che siamo nel 2007. Leggere questi fumetti però mi fa tornare un po’ più indietro: ai primi anni ’90, gli anni dell’evento a tutti i costi, delle morti importanti, degli speculatori.

15 anni fa in questi giorni moriva Superman, e giornali e tv non parlavano d’altro. Il primo supereroe era morto, ucciso dai violenti colpi di Doomsday. Un “evento memorabile” per i fan affamati di colpi di scena, la “solita trovata pubblicitaria” per chi i fumetti non li legge.

La morte di Superman, la paralisi di Batman, la follia di Lanterna Verde, il clone dell’Uomo Ragno, la morte di Mr. Fantastic... lo stesso Capitan America in quegli anni si ammalò gravemente (per poi guarire dopo circa un anno).

E ora, in un periodo in cui i Nineties vengono visti come la più nefasta delle piaghe d’Egitto ma in realtà non smettono di essere fonte di ispirazione per troppi autori, la storia si ripete. Muore Capitan America perché le case editrici non hanno imparato la lezione. 10/15 anni dopo siamo sempre lì, con le solite morti, i soliti “eventi storici”, i “niente tornerà come prima”.

Saranno contenti gli speculatori: anche stavolta potranno sognare di fare miliardi rivendendo le loro copie di CAPTAIN AMERICA 25, così come fecero con X-MEN 1 o SUPERMAN 75 (che oggi si trovano svenduti in quantità industriali). A pochi giorni dall’uscita, su E-bay si trovava già venduto a 100 Dollari... Per non parlare di tutte quelle belle variant e ristampe che sono spuntate come funghi.

Saranno contenti anche quei fan a caccia di “coolness”, quelli che sperano che tutti sia definitivo e che il redivivo Bucky Barnes (altra “geniale” trovata) prenda il posto del defunto amico. Il loro unico desiderio è dire “io c’ero!” su qualche board.

Sarà contento pure Quesada, insieme allo staff Marvel, dato che di Capitan America nessuno parlava mai. Ora è sulla bocca di tutti. Che importa se i non lettori diranno che è “la solita trovata pubblicitaria”? L’importante è che se ne parli; bene o male... che importanza ha?

Tutti contenti, allora? Beh, no. Io non lo sono. E ringrazio Fumettidicarta per aver concesso a questo lettore di Cap da tanti anni di dire la sua in questo spazio...

Non ne posso più di questi eventi. Tutti a parlare male di quei brutti e cattivi anni ’90, ma nel frattempo sono applausi continui per “idee” che recuperano il peggio di quel periodo. La Guerra Civile, l’Uomo Ragno smascherato, la morte di Capitan America... basta, per favore. Basta, fatemi leggere delle storie. Sono ANNI che non leggo un ciclo decente di Capitan America. Anche questo tanto osannato Brubaker si è limitato a ripescare i soliti nemici di Cap e a far resuscitare Bucky, il morto più morto del Marvel Universe (necrofilia fumettistica, se vogliamo chiamarla con il suo nome). Possibile che non riescano a produrre delle storie che sappiano essere appassionanti, coinvolgenti, emozionanti, vive... senza far morire o resuscitare qualcuno?

In questi ultimi anni, insoddisfatto dalle più recenti gestioni del personaggio, mi sono buttato sui CAPITAN AMERICA Corno. Ho conosciuto così le storie di Lee, Friedrich ed Englehart, disegnate da Kirby, Colan, Romita, Buscema... un altro pianeta, rispetto alla mediocrità del Cap del 2000.

Intendiamoci, la storia di CA 25 non è neanche brutta. E' scritta più che dignitosamente, ben disegnata. Però non è quello che voglio da questi fumetti. E' solo un evento crea hype. Fatto anche benino, per carità, ma sempre evento crea hype rimane. Come negli anni '90.

Altro sale sulla ferita, la continua ricerca del realismo, ormai regola numero 1 di gran parte dei fumetti Marvel post-11 settembre, colpisce ancora: Steve Rogers muore sui gradini del tribunale, a causa di ferite da arma da fuoco. Un attentato che ricorda quello in cui morì il presidente Kennedy. Una morte realistica, certo, ma così ingloriosa... un simbolo, una macchina da combattimento come lui, privato anche della possibilità di andarsene sul campo di battaglia. Ucciso da un "banale" attentato, senza la possibilità di difendersi. Come nel mondo reale, certo... che però non è l'Universo Marvel, nonostante la tendenza degli ultimi anni di eliminare il sense of wonder a favore di un più cupo (e per me sgradevole) realismo..

Capitan America è uno di quei personaggi completamente positivi che al giorno d'oggi non hanno la vita facile. Tra tanti eventi drammatici, tra tanto grim and gritty, può piacere ancora ai lettori un nobile eroe fuori dal suo tempo, "relitto" di un passato che per lui non è mai morto? Cap dava sicurezza, lui stesso era una certezza: qualsiasi cosa succedesse, era sempre in prima linea, pronto a fare la cosa giusta. Forse non era cool, ma era un autentico eroe. Vero e proprio esempio di ottimismo, di quell'American Way of life che a volte sembra solo un'utopia, Steve rappresentava non l'America, ma il Sogno Americano, i valori sui quali si basa la più grande Nazione democratica del mondo. La sua morte, per i cittadini del Marvel Universe, è la morte di quel sogno, di quell'ottimismo che (anche) stavolta ha perso contro la dura realtà.

E ora, che succederà all'eroe creato nel 1941 da Joe Simon e Jack Kirby? Tornerà? Non tornerà? Immagino che, con il film in uscita, riapparirà più in forma che mai. Per ora, però, l'Universo Marvel e i lettori perdono uno degli eroi più conosciuti e rappresentativi. E il mondo del fumetto è un po' più vuoto (ma la serie regolare, che esplora le conseguenze dell'evento, continua).

A presto, Cap!

Francesco Vanagolli

Il Grande Male - feb 2008

Il Grande Male di Paolo Cossi - 144 pag b/n, euro 14,50 - Hazard Edizioni

In questo libro Paolo Cossi affronta un tema dimenticato dai più: il genocidio degli armeni da parte dei turchi, perpetrato tra il 1914 e il 1916 e definito ancora oggi dagli eredi dei sopravvissuti "Medz Yeghern", "Il Grande Male". Una tragedia terribile per le sue dimensioni (il bilancio finale fu di più d'un milione di vittime) e per la feroce premeditazione con cui fu attuata.

La difficile convivenza tra gli armeni e i turchi, nell'ambito dell'allora Impero Ottomano, aveva già portato a tensioni e tragedie nei secoli precedenti, ma fu nei primi anni del '900 che i Giovani Turchi (che presero il potere nel 1908, organizzandosi nel partito Ittihad e di fatto esautorando progressivamente il sultanato) instaurarono una dittatura militare che pianificò la "soluzione finale" della questione armena, secondo teorizzazioni e pratiche che nulla ebbero da invidiare alla "soluzione finale" che i nazisti proposero pochi decenni più tardi per gli ebrei.

Nell'ambito di quel gigantesco scontro che fu la prima guerra mondiale (militare e geopolitico, destinato a ridisegnare - assieme al conflitto '40 - '45 - l'assetto planetario, tra nuove potenze emergenti ed imperi ormai al declino), la triade dominante dei Giovani Turchi (i ministri Djemal, Enver Pascià e Talaat Pascià) trovarono una ghiotta occasione per concretizzare quella feroce teoria, mentre l'attenzione del mondo era distratta dalle altre vicende belliche. Omicidi mirati dell'intellighenzia armena, sterminio dei soldati armeni arruolati nell'esercito turco, deportazioni della rimanente popolazione civile (tutta attestata nella parte orientale dell'Impero Ottomano), organizzate secondo l'ipocrita scusa del trasferimento in zone più sicure e lontane dal fronte, e in realtà finalizzate a lasciare i deportati in balia di bande armate o della morte per sfinimento.

E' davvero bello questo libro di Paolo Cossi, almeno per due motivi connessi tra loro. In primo luogo, non è semplice parlare della storia senza rischiare di essere didascalici, senza rischiare che il rigore della ricostruzione prenda il sopravvento sulla parte narrativa. In secondo luogo, quando si prende in esame una pagina di storia a lungo negata o rimossa ai rischi sopra esposti si assommano quelli dell'enfatizzazione emozionale, quasi si debba operare un risarcimento nei confronti di chi ha visto negata un'ingiustizia, assumendo atteggiamenti manichei.

Paolo Cossi evita entrambi questi pericoli. Nel suo lavoro intreccia spunti storici rigorosi e una bella e toccante vicenda tratteggiata da personaggi di fantasia. Così, nel fumetto troviamo la storia di Armin Wegner, un soldato tedesco che, a costo di pesanti ripercussioni personali, fu il primo a rivelare con un reportage fotografico lo sterminio. Apprendiamo poi del tentativo di resistenza armena, e del processo (di alcuni anni successivo) a Tehlirian, un sopravvissuto che assassinò Talaat Pascià, uscendo assolto dal giudizio.

A questi fatti storici, l'autore annoda le vite dei suoi personaggi. Un giovane armeno di nome Aram, ingenuo e terrorizzato da quanto vede accadergli attorno, che raggiungerà la salvezza grazie al pragmatismo e alla generosità di Murat, suo coetaneo turco che saprà vincere la naturale diffidenza di Aram. Cossi lascia poi scivolare tra le righe del suo racconto un incrocio di destini, narrandoci dell'amicizia nata durante la deportazione fra la giovane Sona e la madre di Aram. La prima è una giovane armena che si salverà dal massacro e si sposerà proprio con Murat; la seconda non ce la farà, e il figlio - per usare le sue parole - non saprà neppure come o di cosa sia morta la madre ("di lei non mi rimane nulla, se non l'immagine confusa di quando partì per il Caucaso"), e neppure scoprirà della casuale e fugace amicizia nata fra la madre e la futura moglie dell'amico turco.

Sul piano grafico, Cossi è ugualmente bravo nell'evitare scene eccessivamente truculente o crude e nel disegnare le sue tavole con un ritmo incalzante ed un ottimo storytelling. Altra scelta grafica da me molto apprezzata è l'aver differenziato lo stile optando per una caratterizzazione precisa nei volti e nelle espressioni, mentre i fondali restano vaghi e indefiniti: non credo si sia trattato di approssimazione, ma di una scelta artistica, quasi che gli sfondi nella loro evanescenza debbano essere paradigmatici della dissoluzione di un popolo, e contemporaneamente andare al di là della puntuale ricostruzione di un singolo caso, diventando denuncia universale di ogni genocidio, avvenuto ovunque e in qualsiasi periodo storico.

Francesco 'baro' Barilli

Gesù contro i Vampiri

loadedbible_cover

Loaded Bible
Gesù contro i Vampiri

di: Tim Seely, testi;
Nate Bellegarde, disegni;
Mark Englert, chine;
Stefano Caselli, cover

brossurato, colore, cm 16,5 x 25,5, 48 pag.

Euro 6,00

edizioni ARCADIA

domenica 11 ottobre 2009

Gravetown - mar 2008


GRAVETOWN vol. 1 di: Paolo Zeccardo, storia, disegni, lettering e copertine;
Andrea Pistoia, revisione e supervisione testi

volume brossurato, b/n, cm 16 x 22, 100 pag. - EURO 8,00 Cagliostro E-Press - collana DownLoad

"A Gravetown ci sono 111.100 anime. A Gravetown non si vede quasi mai il sole. A Gravetown nevica spesso. A Gravetown il nero della fuligine dei camini si confonde con il nero delle anime dei suoi abitanti. A Gravetown il bianco della neve si riflette nella luce abbagliante che emettono gli occhi fiammeggianti di un angelo caduto. A Gravetown vive Vincent Nightly. A Gravetown vive Lost Amidale." -
Gravetown

Immaginate la città di Halloween, quella di Nightmare Before Christmas (il magnifico film d'animazione in step-motion diretto da Henry Selick e prodotto da Tim Burton), ma senza le risate dei bambini-mostro, senza tutta quella "vitalità", seppur mortifera, senza la banda e senza cani fantasma che abbaiano alla luna.
Immaginate una Halloween più cupa e dark, senza divertimenti, grigia e misteriosa e avrete un'idea dell'atmosfera che si respira in Gravetown.

Paolo Zeccardo, evidentemente cresciuto a pane & manga, riesce a creare con pochi e stilizzati segni un'atmosfera cupissima e claustrofobica che stringe l'anima come un paio di tenaglie di metallo nero.

Sono rimasto incantato da Gravetown sin dalla prima, rapida sfogliata data al volume mentre ero in visita allo stand della Cagliostro E-Press e Bottero Edizioni durante l'ultima Mantova Comics.

Mi piacciono molti manga e mi piacciono le cose dark, resto sempre affascinato dalla malinconia cosmica che si cela dietro una storia gotica e trovo che i demoni siano dei personaggi che, come il nero, stanno bene un po' dappertutto; mi piacciono i tratti cartooneschi e i disegnatori che con pochi segni riescono a creare un'atmosfera.
Tutte queste cose sono le caratteristiche costitutive di Gravetown e trovarcele dentro tutte insieme non può che farmi apprezzare, e molto, questo volume.

Altra cosa da apprezzare senza riserve sono, oltre la bella copertina a colori, le illustrazioni in bianco e nero a tutta pagina (che si possono ammirare a colori sul sito della Cagliostro E-PressGravetown è scaricabile gratuitamente, insieme a dozzine di altri fumetti, in formato pdf) nelle quali l'autore riversa tutto il suo amore e la sua passione per questo tipo di atmosfere. dove tutto

Vari tipi di immaginario, "nipponico" e non, convergono in questa storia: oltre a quello gotico/horror vi trovano spazio situazioni di sentimento profondo, una storia d'amore gay - tra Vincent Nightly, il protagonista della storia e Lost Amidale sono sicuro che non ci sia solo amicizia e la cosa mi fa molto piacere... - e poi ancora demoni e superpoteri, orfani e potenze misteriose, doppelganger e molti segreti da svelare.
Non si pensi a un'accozzaglia però, perché la storia, che prende a modello alcuni tipici stilemi narrativi giapponesi, funziona benissimo e le varie situazioni si incastrano perfettamente tra loro creando suspance e attesa.

Paolo Zeccardo dopo il diploma di liceo artistico ha frequentato la Scuola Romana dei Fumetti e si è dedicato quindi al disegno e alla pittura. Ha inoltre pubblicato delle illustrazioni per riviste pubblicate in Giappone.

Orlando Furioso

Alpen Rose - feb 2008


ALPEN ROSE di Michiyo Akaishi
8 volumetti brossurati mensili, b/n, 192 pag, euro 4,20

Star Comics edita in Italia il manga Alpen Rose di Michiyo Akaishi, pubblicato per la prima volta in Giappone nel 1983 e noto in Italia soprattutto per aver subito una selvaggia censura nella sua trasposizione animata: fu infatti, tra le altre cose, eliminato ogni riferimento al nazismo e alla II Guerra Mondiale, rendendo in questo modo la storia poco fruibile, quando non poco comprensibile.

La casa editrice perugina prosegue così la lodevolissima pubblicazione di manga classici, spesso inediti da noi come nel caso di Alpen Rose.
La Star Comics non è nuova a scelte che possono apparire controcorrente: ricordo ancora con gratitudine la decisione di pubblicare fino alla fine Rough il capolavoro di Mitsuru Adachi, nonostante le vendite dell'albo fossero tali da giustificarne un'anticipata chiusura.
Ancor oggi alcune delle scelte della Casa Editrice denotano coraggio e passione, come appunto la pubblicazione di manga classici che a una (superficiale) lettura odierna potrebbero apparire "datati", fuori target e quindi poco appetibili.
Invece ci troviamo quasi sempre davanti a dei classici del fumetto giapponese, meritevoli di essere conosciuti e goduti anche dai lettori e dalle lettrici di oggi, sempre che si sia in grado di lasciarsi andare a un tipo di narrazione cui non sempre si è abituati.

D'altronde chi ama i fumetti, da qualsiasi latitudine essi provengano, non dovrebbe avere troppe difficoltà ad immedesimarsi in una storia, sia essa modernissima o "antica", ad immergervisi lasciando fluire le sensazioni e le emozioni che, almeno quelle, non hanno età ne "epoche" di rigida appartenenza.

LA STORIA

La situazione iniziale ricorda da vicino quella già incontrata in Georgie, cioè l'amore tra fratello e sorella, seppur "adottivi", una situazione tipicamente accattivante proprio per la pruderie e lo sconcerto che suscita, in quanto moralmente discutibile. "Fratello" e "sorella" che diverranno via via l'uno il sostegno dell'altra, in un mondo crudele che gira infischiandosene dei sentimenti, degli affetti perduti

Come in molti shojo degli Anni 70 e 80, anche qui l'autrice gioca per un po' la carta dell'androginia che è per ora - siamo al secondo volumetto pubblicato in Italia - l'unica situazione "ambigua" mostrata, in quanto i buoni sono davvero buonissimi e i cattivi sono realmente malvagi.
Persone vengono vendute per denaro, o peggio per innalzare il proprio status sociale, persone vengono tradite per denaro e l'unico modo di emendarsi è la morte, argomento, quest'ultimo, sempre presente, anche perché è appena cominciata la Seconda Guerra Mondiale.

In una situazione di tensione generale, in un'Europa inquieta e giustamente spaventata seppure ancora insonsapevole degli orrori che verranno, tra Svizzera, Austria e Germania si muovono i protagonisti di Alpen Rose: Jeudi, Lundi, il crudelissimo (e improbabile) conte di Goncourt, il generale Henry Guisan, Ashenbach e tutti gli altri personaggi che via via incontriamo lungo la storia.
Jeudi ha circa 13 anni e non sa nulla dei suoi genitori, in quanto è stata ritrovata da piccina senza memoria; Lundi, il suo tenero e innamorato "fratello", fugge con lei alla ricerca disperata di indizi che possano portare la ragazza al ritrovamento delle sue radici, e possibilmente della sua famiglia.

Non certo la più originale delle situazioni, eppure la storia scorre in modo molto piacevole e divertente, anche nelle sue ovvie improbabilità: si sa che i Giapponesi trattano in modo estremamente disinvolto - e per questo a mio parere ancor più affascinante - gli argomenti per loro esotici (e poche cose sono più esotiche dell'Europa della prima metà del '900, per un Giapponese...).
Non ha alcuna importanza, ai fini del racconto - che si propone di emozionare, non certo di tenere una lezione di Storia! - la precisione storica, la congruenza di luoghi, paesaggi e situazioni, perché ciò che l'autrice vuole trasmettere sono i sentimenti: amore innanzitutto, poi paura, tradimento, angoscia, speranza...

Non ci troviamo davanti a un capolavoro immortale, ma Alpen Rose è un manga che si lascia leggere molto volentieri, divertente e denso di situazioni frenetiche e piene di suspence. L'alternanza tra momenti lievi, quasi comici, e situazioni tragiche e angoscianti è ben sviluppata e, per quanto riguarda i primi due volumetti a tutt'oggi usciti, non ci sono momenti di stanca e forse è proprio questa la forza maggiore di Alpen Rose: l'assenza completa di noia.


I DISEGNI

I disegni rientrano negli stereotipi tipici di certo shojo manga, quindi abbiamo figure molto slanciate e sempre con caratteristiche tipiche femminili (maschi compresi). Le tavole sono fitte di vignette, la splash page è usata raramente e solo in situazione diciamo così "estreme"...

A differenza di altri/e mangaka, Michiyo Akaishi non si lascia andare a leziosità su leziosità; il suo segno conserva una certa "seriosità" di fondo, una certa... "grezzezza", ma sia inteso in senso assolutamente positivo.
Personaggi e particolari, sfondi, paesaggi e oggetti, sono curati e ben resi, ma non in senso maniacalmente barocco. E' privilegiata la funzionalità, lo storytelling, anche se non mancano talvolta ardite prospettive "ad effetto". Niente fiorellini e disegnetti a incorniciare le scene topiche; pochissimo usato l'effetto fané: un segno direi quasi sobrio, per quanto sobrio possa essere il disegno di uno shojo, s'intende. Comunque si tratta di un segno accattivante che risulterà certamente gradito a chi è appassionato al genere.

Basandosi sui primi due volumetti usciti, Alpen Rose sembra meritevole di pubblicazione in Italia ed è consigliato a chi ama i classici fumetti giapponesi e ne subisce felicemente il fascino, specie di quelli realizzati negli Anni 70 e 80, ed è consigliato anche a chi abbia desiderio di provare per la prima volta a leggerne uno, proprio per la non eccessiva dose di zuccherosità e leziosità di cui si diceva poco sopra.

Orlando Furioso

Showcase Presents: Flash e Green Lantern - gen 2008


Le ristampe dei classici della DC Comics

Seguendo l’esempio della concorrente Marvel, anche la DC Comics ha ultimamente lanciato una collana di ristampe classiche in bianco e nero a prezzi contenuti. Tale linea riprende il nome di una delle classiche antologiche della DC degli anni ’50: Showcase (con l’aggiunta del suffisso “Presents”). L’occasione di riscoprire i classici della Silver Age a prezzi modici (17 dollari circa, per oltre 500 pagine di materiale) è veramente ghiotta; oltretutto, carta, rilegatura e stampa sono decisamente migliori di quelle degli Essential Marvel, e ne fanno una vera chicca per gli appassionati che non possano permettersi i ben più onerosi (e lussuosi) Archives.

Da questo aggiornamento di Fumetti di Carta, cominciamo una rubrica semi-fissa dedicata proprio agli Showcase. E quale miglior modo di iniziare, se non con i due eroi che hanno segnato la nascita della Silver Age of Comics, permettendo il definitivo rilancio dei supereroi dopo l’oblio post-bellico?

Sto parlando ovviamente di Flash/Barry Allen e Green Lantern/Hal Jordan. Eccovi due brevi e non spoilerose recensioni dei loro primi volumi a marchio Showcase Presents.


Showcase Presents: Flash vol. 1

512pg. | B&W | Softcover | $16.99 US

Correva l’anno 1956. Nel numero 4 dell’antologica “Showcase”, la DC decideva di ritentare la carta dei supereroi, dopo anni in cui i personaggi in calzamaglia erano stati messi in soffitta, con le uniche eccezioni di Superman, Batman e Wonder Woman, i soli capaci di sopravvivere alla fine del periodo bellico. E lo faceva con una formula semplice quanto geniale: il completo rilancio di un concept che già aveva avuto successo nella Golden Age, ma adattato per incontrare il gusto dei propri contemporanei.
Nacque così Barry Allen/Flash, il primo di una serie di eroi nuovi di zecca che riprendevano il nome di battaglia e i poteri di personaggi dei ’40 ormai dimenticati, ma con un look radicalmente nuovo e, soprattutto, in un nuovo contesto, decisamente fantascientifico.

Proprio in quegli anni, la science-fiction cominciava a diventare un fenomeno importante: come diremmo oggi, era “cool”, e la scelta di legare i propri nuovi character a certe suggestioni, da parte degli editor DC, si rivelò vincente. Flash fu un successo immediato, e di lì a poco, come dicevamo, la stessa formula sarebbe stata applicata a tanti altri, da Green Lantern a Hawkman, passando per Atom.

Detto dell’importanza storica di queste storie, è bene chiarire subito che non è l’unica cosa per cui vale la pena di leggerle. Certo, per un lettore abituato ai ritmi e agli schemi dei comics del 2000 il primo impatto con la Silver Age DC non è semplice. Storie figlie di un’altra epoca, dove era soprattutto l’idea, la trovata bizzarra, a contare, più che le trame intricate. Storie che nascono e si concludono in poche pagine, laddove oggi pare che nessuno possa raccontare una vicenda in meno di 100 tavole (Morrison e Cooke a parte, e che Dio li benedica). Continuity blanda che significa soprattutto “non contraddiciamo gli episodi precedenti”, ma senza sottotrame a lunga gittata né continui riferimenti incrociati. Però, per chi ha la pazienza di perseverare e superare lo straniamento iniziale, si dischiude un mondo meraviglioso, dove veramente tutto può accadere, e dove una certa ingenuità di fondo diventa elemento di fascino, di atmosfera, perché ci parla di un mondo dal quale ormai ci dividono 50 anni di storia e cambiamenti, e non tutti per il meglio.

Nello Showcase di Flash troverete tutto questo e anche di più. Troverete gli esordi di Wally West nei panni di Kid Flash; la nascita dei membri principali della “Rogues Gallery” del velocista, una sfilata di supercriminali tra i più bizzarri e originali mai creati, secondi solo a quelli di Batman per varietà e fantasia; troverete i “Flash fact” con cui gli autori cercavano di dare della basi scientifiche (per quanto fantasiose) ai poteri e ai trucchi dell’uomo più veloce del mondo. Soprattutto, troverete tanta avventura, divertimento puro, una lettura di escapismo come oggi, purtroppo, non esistono quasi più, presi come sono gli autori moderni a mostrare il lato sporco e cattivo dei supereroi.

E poi, è semplicemente innegabile la perizia tecnica di scrittori come John Broome e Gardner Fox, capaci di fornire lavori impeccabili e interessanti nonostante le fortissime restrizioni della censura di quegli anni, scatenata contro i comics dalle farneticazioni di psicologi come Frederic Wertham.

Ai disegni, il mitico Carmine Infantino segna un’epoca, con il suo tratto elegante e pulito ma al tempo stesso dinamico. La sua rappresentazione della supervelocità, con Flash che lascia una scia di immagini residue dietro di sé, è un classico immortale, e per anni è stata considerata il modo di disegnare i velocisti nei comics. Le tavole di Infantino non hanno la stessa forza dirompente di un Kirby o di un Colan, né il tocco "michelangiolesco" di un John Buscema, ma per certi versi ne anticipano la modernità, perché cominciano a mostrare un primo distacco dalla classicità impeccabile, ma ormai un po’ ingessata, dei vari Wayne Boring e Curt Swan.

Una lettura consigliatissima, oserei dire indispensabile, per tutti coloro che amano la storia dei comics. Per gli altri, può essere un’occasione per cominciare un viaggio di riscoperta di un passato mai troppo lodato.


Showcase Presents: Green Lantern vol. 1
528pg. | B&W | Softcover | $9.99 US

E’ sempre sulla rivista Showcase che, a tre anni di distanza dal secondo Flash, fa la sua comparsa un nuovissimo Green Lantern. Anche qui, come nel caso del velocista scarlatto, al di là dell’omonimia e di poteri molto simili, il nuovo personaggio non ha nulla a che fare con il vecchio.

Laddove la Lanterna Verde della Golden Age era Alan Scott, un ingegnere improvvisatosi vigilante, il cui potere nasceva da una lanterna magica, il nuovo è Hal Jordan, pilota collaudatore, che viene scelto per far parte di un corpo di polizia intergalattico. L’idea stessa dei Green Lantern Corps è una delle più innovative, poiché toglie all’eroe della collana i caratteri di unicità e irripetibilità che sono uno degli stilemi classici del genere, e non lo fa con l’introduzione di un sidekick, ma di una vera e propria squadra di alieni che ne fanno una parte di un tutto ben più vasto.

Inutile dire che, in un contesto del genere, l’elemento sci-fi risulta ancora più marcato in GL che in Flash, e diventa un vero e proprio marchio di fabbrica per la serie, facendone la prima vera rappresentante del filone “cosmico” che sarà, qualche anno dopo, una vera miniera per i comics, e non solo alla DC ma anche (se non soprattutto) in casa Marvel.

Tutti i discorsi appena fatti sulle storie di Flash valgono anche per Green Lantern, e non a caso, visto che gli scrittori sono gli stessi, Broome e Fox. Forse, però, laddove il Flash degli anni ’50 è un po’ più “denso” e pseudoscientifico, Green Lantern risulta più scorrevole, grazie all’impostazione ancora più avventurosa e “caciarona”, giustificata anche dalla diversità del protagonista. Hal Jordan è un pilota di caccia piuttosto spaccone e sicuro di sé, piuttosto diverso dal ben più posato agente della scientifica Barry Allen. Purtroppo, GL non ha, in questi primi episodi, degli avversari dotati della stessa personalità e carisma di quelli di Flash, con l’unica eccezione della Lanterna Verde rinnegata, Sinestro, con il suo anello del potere giallo.

I disegni sono a cura di un giovane Gil Kane, ancora acerbo e ben diverso dall’artista che avrebbe segnato alcune delle pagine più significative nella storia di Amazing Spider-Man con i suoi chiaroscuri e le sue ombreggiature “nervose”. Nondimeno, sempre di un ottimo disegnatore si tratta, e dal punto di vista grafico c’è poco di cui lamentarsi, sfogliando questo Showcase.

In definitiva, anche questo volume è consigliato, e anzi, può rappresentare un ideale punto di partenza visto il prezzo di lancio (fu uno dei primi due volumi della collana a essere pubblicati dalla DC) di soli 9,99 $.

Dario Beretta

CREEPER di Steve Ditko


CREEPER di STEVE DITKO
volume brossurato, b/n, 254 pag. collana Classici DC, € 9,95 - Planeta-DeAgostini

ATTENTI A CREEPER!

Seguendo da anni in edizione originale la DC Comics moderna, la pioggia di pubblicazioni DCPlaneta DeAgostini non ha avuto un grande effetto su di me... continuo a comprare SUPERMAN, ACTION COMICS e compagnia in inglese, affezionato come sono a questi titoli storici. Unica eccezione, le uscite contenenti materiale più “antico”. La PDeA, infatti, ha già pubblicato un numero notevole di albi dedicati a materiale DC prodotto dagli anni ’60 fino alla fine dei ’90, in alcuni casi persino inediti da noi. Ho ovviamente lasciato perdere ciò che già avevo in italiano o in inglese, ma ci sono delle piccole perle che non mi sono lasciato sfuggire... e una di queste è il volume contenente tutte le storie di Creeper firmate dal suo creatore Steve Ditko. targate

In Italia Ditko è noto soprattutto per i suoi lavori Marvel, ovvero i cicli di Uomo Ragno e Dr. Strange della prima metà degli anni ’60, ma non si tratta certo delle sue uniche produzioni. “Sturdy Steve” infatti ha collaborato in più occasioni con Charlton e DC Comics, per le quali ha creato numerosi personaggi... e Creeper è sicuramente uno dei più originali e particolari.

Apparso per la prima volta nel 1968 sul numero 73 della serie antologica SHOWCASE (la stessa in cui debuttarono Barry Allen/Flash, Hal Jordan/Lanterna Verde e altri eroi), Creeper è Jack Ryder, rampante giornalista televisivo di Gotham City. Un uomo onesto che non ha paura di dire ciò che pensa, contro tutto e tutti, non molto diverso dal Peter Parker che Ditko definì nei suoi 38 numeri di AMAZING SPIDER-MAN. Un vero e proprio oggettivista, come lo stesso Ditko, che pur di non scendere a compromessi è disposto a farsi buttare in mezzo a una strada dalla sua stessa rete.

Quando Ryder, lavorando ad un servizio sul rapimento di uno scienziato, viene ferito gravemente dai rapitori (la banda di Angel Devilin), è salvato proprio dal luminare, il professor Yatz, che usa su di lui le sue più importanti invenzioni: un siero che guarisce e fa aumentare la forza fisica e un apparecchio che permette di far apparire abiti e oggetti. Nel caso di Jack, un bizzarro e colorato costume che il reporter aveva indossato poco prima solo per entrare inosservato nella villa dei criminali, dove si stava svolgendo una festa in maschera. Il reporter non pensava certo che quel costume, messo insieme con poco tempo e materiale a sua disposizione, sarebbe diventato un simbolo della lotta contro il crimine... il costume di Creeper, ovvero “colui che spaventa”, perché sin dall’inizio il giornalista usa questa sua nuova identità per mettere paura ai criminali con atteggiamenti e movenze non proprio rassicuranti. A differenza della maggior parte dei supereroi, Creeper non ha un aspetto né bello né pacifico, e Jack si diverte un mondo a farsi passare per una specie di folle demone dotato di un’agghiacciante risata. Pazienza se anche la gente normale avrà paura di lui, l’importante è che alla criminalità di Gotham arrivi chiaro il messaggio... attenti a Creeper!

E BEWARE THE CREEPER è il titolo della serie che la DC dedica al vigilante di Steve Ditko, in cui l’autore, aiutato dagli scrittori Don Segall e Dennis O’Neil, amplia il mondo di Jack Ryder introducendo nuovi comprimari della rete Wham-TV (Bill Brane, Vera Sweet...) e grotteschi criminali Terror, Proteus...). La serie dura sei numeri, ma Ditko riutilizza il suo personaggio anche in seguito, prima nel nono numero di 1ST ISSUE SPECIAL (un’altra serie antologica) e poi in un serial proposto in appendice a WORLD’S FINEST, l’albo con le alleanze Superman/Batman.

Si tratta di materiale di altissimo livello, fuori dal comune, senz’altro una delle più originali proposte della DC anni ’60, periodo forse meno “infantile” di quanto ci abbiano raccontato, se in quei giorni poteva nascere un character tanto inusuale. Materiale ora disponibile anche in Italia in un unico volume, per la gioia dei fan del riservato autore. Certo, molti puristi potrebbero storcere il naso di fronte a quest’edizione tascabile e in bianco e nero, ma pur di leggere gioielli come questo CLASSICI DC: CREEPER sono più che disposto a tapparmi il naso. Più gravi, a mio parere, le tante imperfezioni di lettering. Tante, troppe, per un volume che costa 9,95 €.

In Italia non c’è mai stato un vero “culto di Ditko”. Da noi i disegnatori Marvel classici più popolari sono sempre stati Jack Kirby, John Romita Sr. e John Buscema, e i lavori di Ditko usciti per Charlton e DC sono sconosciuti. Un volume come CLASSICI DC: CREEPER è un buon modo per far conoscere ed apprezzare a lettori vecchi e nuovi l’arte di un autore originale e innovativo troppo spesso sottovalutato.

Jack Ryder, simpatica faccia tosta ed eroe per caso, è entrato subito nella classifica dei miei personaggi minori preferiti... quei personaggi che raramente hanno successo, ma che sanno sempre entrare nel cuore di qualche lettore per quel “qualcosa” che li rende diversi dai pezzi grossi, ma non meno interessanti.

Francesco Vanagolli

GLI ETERNI di Jack Kirby - dic 2007


GLI ETERNI di JACK KIRBY
cartonato con sovrac. cm 18x27, col, 392 pag. euro 29,00 Panini Comics
contiene Eternals 1 - 19 e Eternals Annual 1


Non siamo soli su questo pianeta.

La vita sulla Terra, la stessa razza umana, derivano dagli esperimenti fatti milioni di anni fa da una razza di divinità cosmiche discese su questa palla di fango con obiettivi noti soltanto a loro stessi.

La vita umanoide è distinta e divisa in tre tipi, ognuno con caratteristiche peculiari: Eterni, Umani e Devianti. Gli Umani sono l'unica delle tre razze a non conoscere l'esistenza delle altre due, almeno fino a che...

Questo è l'assunto di base che sottende la creazione di The Eternals, ennesimo capolavoro di Jack Kirby durato dal luglio 1976 al gennaio 1978, che Panini Comics pubblica per la prima volta in Italia in un sontuoso, perfetto volume che farà la gioia di vecchi e - si spera - nuovi fan del Re.

.....DI-SEGNI

In queste venti storie il segno di Kirby raggiunge una sintesi essenziale e il cui fulcro non è la tridimensionalità: le grandi tavole esprimono una tale epicità da apparire quasi "piatte", perché la creazione di una Nuova Mitologia - non certo la prima da parte del Re - deve esprimere concetti e simboli.
I macchinari fantascientifici/fantadivini, che sono una delle numerose, affascinanti caratteristiche kirbyane e che qui, ne Gli Eterni, vengono fusi con elementi che ricordano miti e simboli mesoamericani, risultano meno carichi di dettagli, più essenziali, quasi bidimensionali, macchinari simbolici insomma, come nella 2a e 3a tavola della storia Il Diavolo a New York.

Segno meno focalizzato sulla tridimensionalità, dunque, ma che persegue comunque una ricerca che sfocia nel decorativo e non manca di stupire, anche in senso... "buffo", se così si può dire senza voler minimamente mancare di rispetto al Re. Ci si riferisce principalmente alle incredibili teste-a-caffettiera dei Celestiali, le potentissime e misteriose divinità cosmiche creatrici della vita sulla Terra, che con quelle strane teste fanno anche un po' sorridere, pur nella loro fantastica originalità.

Nel 1976, anno di uscita del primo numero di The Eternals, tutti i costumi, le armature, i mascheramenti erano già stati inventati - la maggior parte da Kirby stesso - e strausati, copiati, riciclati.
Jack Kirby ricerca quindi l'originalità massima, vuole creare dei personaggi visivamente potenti e che non somiglino (troppo) a nulla di già visto, forse proprio per creare un senso estremo di alterità, di distanza tra il cosmico/divino e il terrestre, tra chi vola e chi striscia.

I Celestiali sono qualcosa di veramente, assolutamente unico: immensi, alti decine di metri, hanno corpi coperti di armature cariche di decorazioni che sfociano nell'astratto e che in certi particolari potrebbero ricordare i paesaggi metafisici che il grande maestro Steve Ditko creava per il Dottor Strange, mago supremo dell'Universo Marvel.
E naturalmente ci sono quelle incredibili, buffe e allo stesso tempo inquietanti teste-a-teiera, non a caso prive di occhi, nasi, bocche, orecchie...


.....PERSONAGGI

Anche negli stereotipi di base la sintesi viene ulteriormente "bidimensionalizzata", caratteristica d'altronde già presente in tutta la letteratura popolare così come nell'opera di Kirby: i "buoni", gli Eterni, semi-divinità belli e possenti; i "cattivi", i Devianti, portano nelle loro orribili deformità il marchio della malvagità, malvagi perché deformi e deformi perché malvagi, una sorta di concetto "eugenetico".
Parrebbe sempre più lombrosiana l'idea del "male"... ma si peccherebbe di superficialità perché durante la lettura si capisce invece come gli stessi concetti di "bene" e "male" sono sfumati, confusi, ambigui.

La caratteristica del "buoni=belli" e "cattivi=brutti" ha sempre accompagnato il lavoro di Kirby, ma decine e decine di storie, intrecci, personaggi creati e co-creati dal Re stanno invece a dimostrare che "male" e "bene" si intersecano più spesso e in modo più profondo di quanto non sembri, dai Fantastici Quattro ai Nuovi Dei, da Demon a Gli Eterni.
Forse solo da certi cicli di storie di Cap. America sono escluse ambiguità e incertezze...


.....LE ETERNE - Le Donne di Kirby

I fumetti del Re, improntati come ogni fumetto mainstream dell'epoca al più stereotipato machismo-maschilismo, hanno sempre contemplato la presenza di figure femminili. Le donne di Kirby sono tradizionalmente ancor più stereotipate, più "tipi-che" delle figure maschili, sempre e comunque dominanti, sia quantitativamente che a livello di ruoli interpretati.

Dalla Ragazza Invisibile in poi [Invisible GIRL, ma HUMAN Torch, mica Teen Torch... già questo la direbbe lunga] le donne kirbyane sono sempre state o fragili principesse da difendere, anche quando dotate di superpoteri, o crudeli femmes fatales.
Parziali semi-eccezioni: le "dee".
Big Barda
di Apokolips, adorabile gigantessa col sex-appeal di un plasticoso big jim con (enormi) tette, che proprio "dea" non è, rappresenta un lodevole tentativo del Re di uscire, parzialmente, dallo stereotipo più trito. Chissà quanto consapevolmente, ma anche i creativi più conservatori furono in qualche modo investiti dall'ondata di sacrosante proteste del femminismo degli Anni 70.

Con le Eterne - Sersi e Thena - Jack Kirby cerca di rendere un po' più protagoniste le donne, compiendo un'operazione, anche qui non sappiamo quanto consapevole, interessante: rappresenta personaggi femminili "ambigui", in bilico tra un generico "bene" e una fastidiosa, sebbene legittima, perlomeno narrativamente parlando, "crudeltà stregonesca", rinunciando, come autore, a tranciare giudizi sommari.

Sersi, che in fondo non è che la trasposizione della mitologica maga/strega Circe, trasforma uomini in porci, ma per la prima volta in duemilacinquecento anni viene fatto intendere che... costoro se lo meritassero!

E ancora: Sersi - e quindi Kirby - mette in ridicolo, in una sola vignetta, uno degli archetipi del soprannaturale maschile per eccellenza, quello stesso Merlino che in altre e precedenti storieMorgana Le Fay. sconfigge invece la femminilità "selvaggia", e quindi "pericolosa" per il Maschio, di

Kirby è, com'è ovvio che sia per cultura e tempi (era nato nel 1917), inesorabilmente maschile nel suo modo di narrare e rappresentare eppure traspaiono i suoi sforzi di rendere (un po') meno maschiliste le sue storie e le sue stereotipie.

Tutto ciò non vale però dal punto di vista squisitamente grafico: le donne del Re sono tutte, senza quasi eccezione, sempre la stessa Donna, cioè in realtà uomini con lunghi capelli ed enormi, e palesemente posticci, seni. Per tacer delle pettinature....


.....BRIGLIE (SCIOLTE!)

Con la creazione di Celestiali, Eterni e Devianti, Jack Kirby voleva evidentemente "ricominciare da zero" raccontando una Nuova Mitologia che ne spiegasse le precedenti incarnazioni (e qui la "parentela" con l'operazione Nuovi Dei si fa più stretta) e certamente desiderava lavorare con la più ampia libertà possibile.
Il cosmo in cui si muovono queste storie è infatti vergine da ingombranti - e precedenti - presenze supereroistiche.

L'origine della specie, anzi delle tre Specie, è perfettamente e compiutamente spiegata e non contempla né supereroi né entità come Galactus o Thanos.
Non solo: la Nuova Mitologia degli Eterni escludeva, comprendendole genialmente in se stessa, le altre mitologie presenti nel convenzionale Marvel Universe: Olimpici, Asgardiani ecc.

Chissà come andò: se il Re subì odiose pressioni o se fu una sua iniziativa, ma ad un certo punto della storia de Gli Eterni... fa la sua comparsa il Marvel Universe!
Fa la sua comparsa grazie ad un geniale - e divertentissimo - escamotage, quello sì certamente opera del disegnatore newyorchese, o almeno così ci piace pensare, di cui non si parlerà per non rovinare la sorpresa a chi si appresta a conoscere quelle storie per la prima volta.


.....CONCLUSIONE (L'UNICA POSSIBILE)

E' Jack Kirby, the King; è un volume che raggruppa un intero ciclo, concluso in sé; le storie presentate sono uniche e inimitabili, nel bene e nel male; il volume è curatissimo, perfetto, sontuoso, scintillante e... non contiene errori di lettering né balloons "scambiati di posto" o ripetuti. Al termine del volume tre pagine "della posta" dell'epoca curate direttamente da Kirby; due lunghi e approfonditi articoli di Robert Greenberger su Gli Eterni. E per i DC fan più incalliti... un cameo con la partecipazione straordinaria di "Clark Kent" nella storia "Zona di Devastazione".
A questo punto la cosa da fare mi pare ovvia.
Buona lettura!

"...Ho la netta sensazione che mi scapperà di urlare!" (Margo Damian - Gli Eterni n. 15, di Jack Kirby)

JLA - JSA voll. 1 - dic 2007


...And JUSTICE For All

Il trucco denominato "One Year Later", messo in atto dopo la fine di Infinite Crisis, ha offerto alla DC Comics il miglior starting point dai tempi di Crisis on Infinite Earths. Spostare tutte le collane in avanti di un anno, fornire un punto di approccio semplice per i nuovi lettori, far ripartire alcune testate con un nuovo numero uno… Il tutto, senza buttare nella spazzatura la continuity precedente, ma mantenendola come risorsa e non come peso. Un’idea semplice ma geniale. Peccato che l’esecuzione non sia stata neanche lontanamente all’altezza di uno spunto così interessante, con serie rilanciate con grandi prospettive e uccise da incredibili ritardi (Wonder Woman, Action Comics) o semplicemente da una qualità talmente bassa da renderle più adatte al cestino dell’immondizia che alle vostre librerie (Flash, Nightwing).

Tutto questo succedeva ormai un anno e mezzo fa; di acqua sotto i ponti ne è passata tanta, e la DC sta faticosamente cercando di porre rimedio ai propri errori, con risultati alterni ma sicuramente più positivi di allora.

Tra tutte le difficoltà, però, ci sono almeno due serie a cui il salto “un anno dopo” e il restart da 1 riuscì particolarmente bene, coniugando qualità e quantità. Non a caso, sono tra le poche a essersi salvate anche nelle classifiche di vendita, sempre più dominate dalla vivacissima Marvel. Sto parlando delle collane dedicate alla Justice League e alla Justice Society, autentiche istituzioni del DC Universe: il supergruppo per eccellenza, formato dalle più grandi icone della casa editrice, e il primo, storico ensamble di supereroi che la storia ricordi, proveniente direttamente dagli anni ’40. Per saperne di più, andiamo a esaminare le prime due collected editions di queste nuove/vecchie collane, recentemente uscite negli USA.



JUSTICE LEAGUE OF AMERICA VOL. 1: THE TORNADO'S PATH
Brad Meltzer, testi - Ed Benes and Sandra Hope, disegni
cartonato, colore, 224 pag, $ 24,99 - DC Comics

La dissoluzione della Justice League pre-Infinite Crisis era una diretta conseguenze di una storia scritta da lui (Identity Crisis). Una bellissima storia, peraltro. Chi meglio di lui poteva ricostruire, da macerie ancora fumanti?
Brad Meltzer è noto soprattutto come autore di bestseller di genere legal thriller, ma il suo ingresso nel mondo dei fumetti è stato devastante. Prima un ciclo di 6 splendidi episodi su Green Arrow (il personaggio con cui è ancora oggi più a suo agio), poi Identity Crisis, sicuramente la storia DC più importante, in termini di impatto narrativo, degli ultimi 10 anni. Meltzer unisce ad un amore sviscerato per la League e la sua storia una capacità narrativa fuori dal comune. E’ abituato a giocare con le emozioni del lettore e si vede; al tempo stesso, ama abbastanza i classici della DC da modernizzarli rispettandoli. In questo lussuoso volume, troverete i primi sei episodi del suo ciclo di dodici, con cui ha rilanciato la League “One Year Later” riportandola in vetta alle classifiche.

Più che dalle parti di Crisi di Identità, comunque, con questa saga siamo da quelle dei suoi numeri di Green Arrow. Al centro delle vicende sono i personaggi e i loro sentimenti, gli uomini dietro le maschere, più che le icone. Non è un caso che il palcoscenico principale non lo calchino i tre big, ma characters decisamente più “terreni” (e minori) come Roy Harper, Black Canary e Tornado Rosso. Meltzer si diverte a scrivere un Pinocchio moderno in salsa super-eroica, ricostruendo al tempo stesso la Justice League dalle ceneri con un fumetto che è al tempo stesso un atto d’amore per la sua storia e un tentativo di guardare avanti.

Le due anime si miscelano bene: da un lato, la voglia di crescere, rappresentata efficacemente dai succitati Roy, Dinah e Tornado, ognuno dei quali si trova ad affrontare un percorso di formazione che porta verso nuovi traguardi e una maggiore comprensione di sé; dall’altro, la tradizione che ritorna, attraverso il coinvolgimento di villain come Amazo e Starro, già antagonisti degli eroi nelle primissime storie del gruppo, negli anni ’50. Il risultato è un fumetto raffinato, che piacerà a tutti coloro che amano le storie profondamente character-driven, ma risulterà godibile al 100%, probabilmente, solo agli appassionati della DC, e in particolare della League. Anche se, a onor del vero, va detto che diventare degli esperti in materia non è mai stato semplice come oggi, grazie alla lodevole iniziativa dei volumi a marchio “Showcase Presents”.

Passando al comparto grafico, il salto di qualità fatto da Ed Benes è notevolissimo. Da mero clone meno dotato di Marc Silvestri, il disegnatore brasiliano è diventato uno dei nomi di punta della DC. Resta sempre un disegnatore “post-Image”, ma i grandi progressi in termini di storytelling e l’evoluzione del suo tratto gli hanno permesso di affrontare e superare con bravura una sfida come il rilancio della collana DC più importante, oltretutto con uno sceneggiatore di prima fascia che punta più sui sentimenti che sull’azione. Un bel lavoro davvero.

Se c’è un difetto che si può trovare in “The Tornado’s Path” è probabilmente la lentezza della vicenda, che chiarisce al di là di ogni dubbio come sia stata concepita per questo formato, quello del volume unico. Possiamo solo immaginare che strazio dev’essere stato, a tratti, leggerla nell’arco di 6 mesi, 22 paginette alla volta. Ma dato che qui stiamo recensendo la versione in volume, è un dettaglio secondario.
La confezione, come sempre per i volumi DC di prestigio, è assolutamente impeccabile, e i “contenuti speciali” sono decisamente interessanti, anche se non ricchi come quelli dell’HC di Identity Crisis. Insomma, se avete il budget, questo volume è sicuramente il modo migliore per leggere questa storia.


JUSTICE SOCIETY OF AMERICA VOL. 1: THE NEXT AGE

Geoff Johns, testi - Dale Eaglesham, Art Thibert e Ruy Jose, disegni
cartonato, colore, 144 pag, $ 19,99 - DC Comics

Se per la Justice League c’era la necessità di ripartire e ricostruire, la Justice Society non aveva proprio nessun bisogno di restyling. “If it’s not broken, don’t fix it”: se non è rotto, non aggiustarlo. Una massima di saggezza popolare anglosassone che gli stessi anglosassoni dovrebbero probabilmente ricordarsi un po’ più spesso. Per fortuna, Geoff Johns se n’è ricordato eccome, e così la nuova serie della Society riparte esattamente da dove si era interrotta la precedente. Ok, è passato del tempo, ci sono personaggi nuovi che vengono introdotti, c’è un nuovo disegnatore… Ma la sostanza è sempre quella.

JSA non è un capolavoro. Non è una collana capace di cambiare il volto al mondo del fumetto. Ma questo non dovrebbe farci perdere d’occhio il fatto fondamentale che in 80 numeri della vecchia incarnazione, così come nei primi di questa nuova, ha mantenuto un livello di qualità straordinariamente costante, e quasi sempre ben superiore alla media! Se volete leggere un fumetto di supereroi ultraclassico, ma al tempo stesso scritto con uno stile assolutamente moderno e al passo coi tempi, non c’è niente di meglio della JSA.

Justice Society of America è la logica prosecuzione delle grandi collane del passato scritte – tanto in Marvel quanto in DC – da Roy Thomas, autore al quale Johns deve moltissimo, se non quasi tutto. Ma a differenza di altri fumetti “nostalgici”, non sembra scritto da Roy Thomas negli anni ’60. Non ha uno stile datato, anacronistico, falso. Anzi. Il ritmo è quello di oggi, sia nella narrazione che nelle scene d’azione.

E' lo sviluppo dei personaggi a essere classicissimo e quindi più simile a quello di ieri: un processo lungo e corale, in cui ogni membro del gruppo impara a conoscersi e a conoscere gli altri, con una forte continuity interna che premia i lettori più costanti, in opposizione alla struttura “storia da chiudersi in 6 episodi da raccogliere in TP”, in voga ormai da qualche tempo.

Insomma, una perfetta fusione di antico e contemporaneo, esattamente come i ranghi del gruppo stesso, che comprendono alcuni dei membri originali degli anni ’40 – vecchietti assolutamente arzilli, che oltre a fare da figure paterne sono ancora in grado di menare come fabbri – insieme a eroi giovani e giovanissimi, in un roster unico nel mondo dei comics che abbraccia 3 generazioni. Dal Flash della Golden Age a Stargirl, passando per Dr. Mid-Nite III. E’ questa la sua forza, e il motivo dell’amore viscerale di tanti lettori per questo gioiellino unico nel suo genere. La JLA è il luogo delle icone, dei simboli universali; ma la JSA è la spina dorsale del DC Universe (altro che quella fuffa di Countdown, lasciatevelo dire!), la serie che più di ogni altra, anche più dei Teen Titans, tiene vivo il concetto di Legacy, che è quanto di più unico abbia la DC, da sempre, rispetto alla concorrenza.

Come dicevo, tutti gli ingredienti della ricetta ci sono ancora, anche con questo rilancio della testata. Anzi, sono addirittura potenziati. Nel primo episodio extralarge, Johns introduce molti nuovi personaggi (alcuni dei quali destinati a durare ben poco, a dire il vero!), ci mostra come altri siano cresciuti, e aumenta il già alto tasso di adrenalina e di azione, ovviamente con l’aiuto determinante di un Dale Eaglesham in stato di grazia. Eaglesham è ormai un artista completo, tra i più solidi in circolazione, a suo agio tanto con l’azione che con il dramma, con i momenti più crudi come con quelli più leggeri. La sua crescita è stata costante, e c’è da sperare che rimanga su questa serie il più a lungo possibile, perché sembra nato per disegnarla. Una collana da leggere assolutamente, a meno che non siate proprio allergici ai supereroi. Perché se vi piacciono anche solo un pò, con la JSA vi divertirete di sicuro.

Anche questo volume si contraddistingue per qualità e cura editoriale, ovviamente. Il rapporto pagine/prezzo a dire il vero non è dei migliori, considerando il complesso della produzione DC, ma è stato indispensabile optare per questa divisione degli episodi, visto che i numeri 5 e 6 della serie saranno inclusi nel secondo volume HC della Justice League, essendo parte integrate del crossover “Lightning Saga” con la serie della JLA. A dimostrazione di un legame che va ben al di là dell’essere solo nominale, e che è anche alla base della scelta di scrivere questo doppio articolo, con il quale speriamo di avervi incuriosito almeno un po’ sulle vicende dei due supergruppi più importanti della DC Comics. Ora come ora, val proprio la pena di seguirli entrambi!
Dario Beretta