giovedì 3 settembre 2009

Batman - Il Ritorno del Cavaliere Oscuro - dic 2007

Il fumetto diventa Mito

Correva l’anno 1986. Ad un giovane cartoonist del Maryland veniva chiesto di dedicarsi ad un progetto relativo ad un personaggio: la peculiarità era che: a) quel giovane e talentuoso scrittore/disegnatore, con uno stile originalissimo e personalissimo ed una (insana) passione per il noir e l’hardboiled, era reduce dei fasti della rinascita di Daredevil (con la sequenza di storie più belle che abbiano mai avuto come protagonista il Diavolo rosso e i suoi comprimari più celebri, prima fra tutte la killer ninja Elektra); b) il personaggio in questione era, forse, il più grandioso protagonista dei comics che sia mai esistito.

Quel giovane era (ed è) Frank Miller. Il personaggio era (ed è) Batman.

I problemi di Batman, durante il corso dei decenni, sono stati essenzialmente due: i suoi autori e, senza dubbio, il suo editore. Cinquantasei anni circa di storie avevano reso il personaggio a fumetti noir per antonomasia ormai la pacchiana caricatura di se stesso. Infatti dopo il ciclo iniziale di storie scritto e illustrato dal grande Bob Kane e con la sola eccezione della sequenza silver-age anni’70 (con la magistrale interpretazione di Danny O’ Neil e la superba resa grafica del mai dimenticato Neil Adams), Batman ha vissuto un declino senza precedenti, mortificato più che mai dalle innovative produzioni della Marvel, rivale di sempre della DC: l’aureamediocritas che ha cosparso l’Uomo pipistrello è stata per molti aspetti peggiore di quella che ha caratterizzato le avventure di Superman e degli altri imbolsiti e anacronistici eroi DC della goldenage. Le serie TV anni’60 con Adam West, per quanto simpatiche, non erano che la caricatura, la rilettura in chiave satirica, di quello che Batman era davvero. E adire il vero forse solo la produzione cinematografica (in primis fra tutti il “Superman” anni’70 di Richard Donner e i suoi sequels) spiegano come abbiano fatto i serials DC a sopravvivere fino al 1986! Tim Burton lo avrebbe capito proprio dopo aver letto “Il cavaliere oscuro”, confezionando due bei film onirici e fiabeschi, nel 1989 e nel 1992, con storie visionarie e“adulte”, ed ottimi interpreti (a differenza dei due orridi film di Joel Shumacher!) così come avrebbe fatto Christopher Nolan con l’ultimo "Batman Begins” (che però sembra più ispirato da “Batman Year One”, sempre di Miller).

Quindi qualcosa andava fatto perché Batman era diverso sotto ogni punto di vista.

Miller parte da un discorso base: Bruce Wayne è un uomo come tutti gli altri. Forse solo ricco, molto ricco. L’omicidio dei suoi genitori lo spinge verso la strada della vendetta. Una vendetta comunque assurda, malata,una crociata di una follia accecante, morbosa, psicotica, e schizofrenica.

In una parola, insana. Elementi questi che potevano solo essere accennati nella originale e, comunque, superba ed innovativa produzione anni’40 di Kan. Miller riprende il discorso in termini tuttora attualissimi ed ancora più innovativi: come potremmo considerare un uomo che, dopo aver assistito da bambino all’omicidio dei suoi adorati genitori, decide di consacrare la sua stessa vita, anima e corpo, alla lotta al crimine? Attenzione: il giovane Wayne non medita vendetta solo nei confronti dell’assassino dei suoi, ma contro tutto il crimine (organizzato e non) in qualunque modo si manifesti. Una persona del genere cosa farebbe? Studierebbe per diventare, che so, un avvocato, un magistrato, un componente delle forze dell’ordine, magari con del denaro a disposizione si darebbe alla politica per influire direttamente sull’iter legislativo: no, lui no. L’idea del giustiziere mascherato che agisce come vigilante potrebbe essere, se non auspicabile, quanto meno comprensibile: ma come considerare convincente ladecisione di combattere il crimine indossando un mantello con una maschera (per giunta da pipistrello) per instillare il terrore nei cuori di chi combatte? Come giudichereste voi un uomo così?

Miller, partendo da un discorso che lo accomuna in modo impressionante ad Alan Moore (che nel frattempo stava “costruendo” il suo capolavoro “Watchmen”), prova a darci una risposta confezionando (con l’aiuto del grande inchiostratore Klaus Janson e della moglie, la colorista Lynn Varley) forse la più grande opera a fumetti (proprio assieme a “Watchmen”) mai scritta prima e, sicuramente, finora.

Un breve ciclo di storie, una miniserie di soli quattro numeri, che in breve tempo rivoluzionò il modo di fare fumetto influenzando praticamente tutta la produzione fumettistica occidentale da lì in avanti.

Il Batman di Miller è un personaggio cupo e misterioso, un samurai dei nostri tempi, anzi un ronin (figura questa che Miller conosce bene!), con un suo preciso codice d’onore. E’ un cinquantaseienne (nasce -graficamente- attorno al 1930, appunto, mentre la miniserie viene pubblicata nell’86) che sente su di sé il peso del tempo che è passato. E’ un ex-vigilante che, ormai, si è ritirato dalle scene, come una grande, discussa (e discutibile) rock-star.

Il mondo lo ha quasi dimenticato e lui vive ormai solo nel ricordo dei suoi vecchi amici (e nemici) e nell’immaginario di qualche adolescente che lo vede come un mito.

Perché lui è questo: un mito, una leggenda, un’autentica icona pop, che potrebbe affiancare il suo simbolo universalmente conosciuto proprio a quello smile (in)volontaria icona di “Watchmen”.

Miller ne recupera lo spirito appieno ed in maniera magistrale con il suo stile inconfondibile (che già aveva utilizzato reinventando Daredevil).

Batman/Bruce Wayne versione Miller è un eroe da tragedia elisabettiana, un anti-eroe degno di Alfieri o di Dumas e della migliore letteratura europea sette-ottocentesca, un titano romantico, anzi, decadentemente dannunziano, pronto a battersi contro tutto e tutti pur di perseguire il suo personale ideale di giustizia, per quanto opinabile esso possa essere. Il titano si fonde con il detective anni’40, stile “Spirit”: in poche parole Alfieri incontra Will Eisner (!) con un procedimento, forse, più unico che raro nel mondo del fumetto. Miller crea una miscela esplosiva che orchestra magistralmente, che controlla con una prosa assolutamente asciutta ma elegante e che, a tratti, pare evolversi in autentica poesia.

Miller è sceneggiatore e scenografo e ci proietta in una Gotham City resa al meglio, decadente e gotica, che alterna abitazioni fatiscenti e spazi angusti e claustrofobici, a spazi aperti in cui si espande il mantello del nostro: lo stesso Tim Burton pare prendervi spunto nei suoi “Batman” e “Batman returns”.

Il meccanismo narrativo è potente ma mai pesante e fa apparire vecchio tutto quello che è venuto prima. La struttura è squisitamente cinematografica ma della migliore manifattura noir, e il racconto si dipana un po’ alla volta con una freddezza realistica dura e convincente (ingredienti questi che Miller avrebbe ripreso un po’ in tutta la sua produzione successiva, in ultimo in “Sin City”): Batman è un vigilante di strada ed è un autentico pazzo. Il mondo intorno a lui è cambiato al di là di clowns sghignazzanti e uomini-pinguino. La nuova razza di criminali è diversa: i “figli” del killer che ha ucciso i suoi genitori "appartengono ad una razza più pura", che non prova il minimo scrupolo ad uccidere immotivatamente.

Il vecchio vigilante stenta a comprenderli ma sa che deve combatterli, trova quasi un nuovo stimolo di vita quando si rende conto che non può farne a meno: la follia, la pazzia purissima. Ancora una volta il confronto, degno di Erasmo da Rotterdam, tra la pazzia geniale e la follia distruttiva: Miller ne è consapevole e scava a fondo nella psiche turbata di un bambino scioccato dall’omicidio. Mutare (in pipistrello) diventa un bisogno, specie quando l’età ed un altro omicidio (quello del giovane secondo Robin, Jason Todd ) lo spingono ad appendere al chiodo cappa e cappuccio.

Ma le ispirazioni di Miller sono tante e la critica alla società (americana) anni’80, dell’edonismo reaganiano, è marcata, diretta, a tratti spietata. Conscio della lezione di Orson Wells in “Quarto potere”, Miller sottolinea l’importanza, l’onnipresenza, a volte la banalità, a volte anche la pericolosità dei media, che nel teatro greco allestito dall’autore rappresentano il coro che riempie tutti i vuoti narrativi, spesso in maniera logorroica e martellante, con voci contrastanti e contraddittorie. Nel tetro teatro greco di Miller non poteva mancare il deus ex- machina, incarnatonel Superman più convincente che si ricordi, il super-eroe appunto, una forza della natura che nei colori incarna i più sani valori dell’America, che lo accolse bambino, alla quale (e al cui governo) lui si prostra in segno di totale gratitudine/sottomissione. Superman qui interpreta un po’ il ruolo del dr. Manhattan in “Watchmen”: la furia irrazionale della natura, messa sotto controllo governativo, l’arma più potente ("Dio è con noi o quel che più gli si avvicina"), che paradossalmente sembra essere anche l’ostacolo maggiore ai negoziati con i sovietici (gli altri supereroi DC, da Wonder Woman a Green Lantern, sono stati messi tutti a riposo, disinnescati con un decreto governativo molto simile al Keene Act di “Watchmen”).

Il super-eroe sconfitto dall’eroe?

La grandezza di Miller è nell’ analisi acuta, attenta e spregiudicata che ci dà di personaggi storici delle pagine DC. Lungi dal cedere alla tentazione di rimodellare i characters, come regolarmente avviene oggi tra gli autori contemporanei (che, anziché crearne di nuovi o dare più spessore ai vecchi, preferiscono dedicarsi a continue opere di remake), Miller scava a fondo nella psiche e nei caratteri degli stessi: non ci dà nuove versioni dei suddetti personaggi, ma ne valorizza al massimo contenuto e potenzialità che già erano accennate ai tempi di Bob Kane, ma che col tempo erano stati appiattiti all’inverosimile. Ecco, quindi, un commissario Gordon finalmente diverso dallo stereotipo del poliziotto senza macchia, più vicino all’ispettore Callaghan che a John Wayne, per intenderci: il poliziotto imbalsamato finalmente diventa quel personaggio a 360 gradi, un uomo tridimensionale che apre la strada alle sue stesse “origini”(raccontate proprio da Miller poi in “Batman Year One”), il poliziotto che non sa solo attivare il bat-segnale, ma anche l’uomo che come il vigilante sente su di sé, ancor di più, il peso degli anni, in un mix di malinconia per quel che il mondo è diventato, stretto tra gangs giovanili alla deriva in cerca di miti in cui credere, spacciatori, stupratori, prostitute, la Guerra fredda (sempre in procinto di diventar calda) e la nostalgia per gli anni della goldenage, quando il nemico era il Joker e tutto era più semplice.

Il Joker, appunto, la nemesi del vigilante per antonomasia. In questa atmosfera ultra decadente e tipicamente dark anni’80, anche il Joker sembra aver perso il sorriso: appare più simile ad un serial killer che al buffone armato di gas esilarante. Dopotutto nella sua prima apparizione il Joker è un killer maniaco, e Miller recupera questa visione. Batman è la pazzia (geniale?), il Joker con la sua maschera perpetua è la pura follia (fredda e distruttiva) che si manifesta con un istinto omicida primigenio e immotivato che lo porta al suicidio finale. Non c’è speranza né di cambiamento né di redenzione: Miller vuole che questo sia ben chiaro in una realtà dura che non fa sconti dove vige la legge del più forte. La legge della strada appunto, ma anche quella di Wall street e della deregulation neo-liberista più esasperata. Il Joker è un anarco-nichilista punk che si muove istintivamente e che sbatte il muso contro il vigilante/titano (forse solo un po’ meno anarchico), che si muove però nel perseguire un ideale di giustizia più utopico che realizzabile.

Sono le due facce della stessa medaglia e questo Miller lo rende in maniera sublime.

Per poi non parlare dell’altro villain del racconto, un Due-Facce finalmente “guarito” che, proprio per questo rappresenta in maniera ancor più inquietante l’aspetto più traumatico, schizzofrenico e psicotico della duplice personalità, di cui Batman/Wayne non è immune e in cui non può fare a meno di vedere uno specchio, ("vedo un riflesso, Harvey"): il dualismo, nonostante le apparenze, non è fuori, ma dentro, solo ed esclusivamente dentro. Il dialogo finale crudo ed ultrarealistico, breve ed intenso con Harvey Dent, l’ex procuratore distrettuale, è senz’altro uno dei momenti più alti che (non solo) il fumetto abbia mai conosciuto. E’ pura letteratura.

Da principio viene raccontato il ritorno sulle scene del vigilante e la reazione della comunità tutta, permettendoci di dare un’occhiata alle vecchie conoscenze e presentandoci, nel frattempo, i nuovi arrivi, prima fra tutti la giovane Kelly: il nuovo Robin è una boccata d’ossigeno nella claustrofobia opprimente di Miller, ed i suoi primi goffi tentativi di emulare la spalla storica del suo mito, fanno da contrappunto al climax devastante che porta Batman di nuovo sulle scene ("un lupo ulula, so come si sente"). Straordinario è anche lo scontro (in due parti) con il capo della gang dei mutanti: il vigilante con un cinismo da brivido capisce che solo sconfiggendolo definitivamente, può garantirsi l’approvazione delle masse di adolescenti perduti, una nuova generazione sbandata in cerca di ispirazione. Volente o nolente sono loro il futuro, e questo Batman lo sa. Non può sconfiggerli tutti, quindi sconfigge in maniera plateale il loro capo per essere lui, stavolta, la loro fonte di ispirazione ("Il futuro appartiene a noi. I figli di Batman"). Con un decisionismo ed una realpolitick degna del miglior stratega politico, capisce comeconquistare il cuore delle masse giovanili, le uniche persone che possono ancora, potenzialmente, nutrire un ideale ed aiutarlo nella sua utopica crociata di giustizia.

In pratica dà loro proprio un ideale in cui credere.

Un discorso apparentemente semplice, ma in realtà complesso e straordinario: il vigilante si erge come nuova fonte ispiratrice di Giustizia, quella vera, al di là delle convenzioni sociali e delle leggi-compromesso scritte dall’uomo. E straordinario è il paragone che Gordon fa assimilando Batman a Roosvelt ed alla presunta conoscenza di quest’ultimo dell’imminente attacco a Pearl Harbour ("in una notte avemmo il nostro esercito"): Batman diventa un concetto, un’idea, le cui azioni (come quelle di Roosvelt) sono troppo grandi per essere giudicate dall’uomo. Sarà la Storia a farlo (come Gordon spiega al suo successore).

Letteratura, poesia, politica, sociologia, filosofia: straordinarie le riflessioni sulla vigliaccheria delle armi da fuoco che rendono l’omicidio troppo facile.

Tutto si interseca alla perfezione. Finanche il recupero di Green Arrow, un Oliver Queen invecchiato e mutilato: un Robin Hood riletto in chiave moderna, tacciato come un comunista anacronistico che supplica Batman, il vigilante fascista, di "lasciargliene un pezzo, anche piccolo" per contribuire alla crociata. Magari aiutandolo proprio nello scontro finale contro lo "scolaretto azzurro".

C’è anche Selina-Catwoman-Kyle, un amore impossibile, una donna visibilmente invecchiata, fragile, lacerata nel corpo e nello spirito. C’è Alfred il fedele maggiordomo ultra ottantenne, dal pungente humor tutto british. Le citazioni, dalla bat-caverna, al bat-arsenale, alla bat-mobile, a tutti i bat-congegni possibili ed immaginabili, non mancano certo: ma tutto è riletto in chiave adulta, realistica, decadentemente noir, e terribilmente credibile al di là della celebre "sospensione dell’incredulità" che da sempre caratterizza la lettura dei comics.

Anche i flashbacks delle origini hanno una dirompente potenza evocativa assimilabile forse solo allo spazio che intercorre, nella primissima storia di Bob Kane, tra la vignetta dell’omicidio dei genitori e l’immagine di Bruce che giura inginocchiato al suo letto. La differenza tra un racconto anni’30 ed un altro fine anni’80 è abissale, ma lo spirito originale non è tradito, anzi riletto in chiave moderna, arricchito nella sua potenzialità originaria e reso imprescindibile fonte ispirativa.Il racconto tutto è politicamente scorretto (e facilmente assimilabile a coeve opere del rock e del cinema) e non manca, nel finale, un barlume di speranza dopo l’olocausto ("Questa è la fine, Clark, per ciascuno di noi"), il sacrificio, la sua morte inscenata per sottrarsi al gioco delle parti, ma solo dopo aver sconfitto, altrettanto platealmente Superman: l’ultimo smacco al sistema, l’ultimo ruggito del leone, anzi del pipistrello, di "un eroe che ormai ha fatto il suo tempo".

Semplicemente grandioso. Immenso.

“The Dark knight returns” rappresenta a suo modo, insieme con “Watchmen”, la chiusura di un’epoca e l’apertura di un’altra: come al suo protagonista, viene dignitosamente dato il commiato ad una stirpe particolare di eroi (e di autori!) del fumetto americano. Viene idealmente raccontata l’ultima storia del più grande degli eroi a fumetti, un po’ per dare un segnale a quella che sarebbe stata la new wave del fumetto, un po’ per salutare definitivamente il fumetto inteso come cult per pochi.

Da lì in poi, forse complice il successo planetario ottenuto dalle due grandi miniserie DC e dai grandi serials Marvel (di Claremont, Byrne, Sienkievicz, Simonson, lo stesso Miller, solo per citarne alcuni), ugualmente a tinte fosche, il volto del fumetto non sarebbe stato più lo stesso.

Negli anni a venire Miller ci riprova con un ottimo prequel ideale (il buon “Batman year one” con disegni di David Mazzuchelli) e con un pessimo oltre che inutile sequel, (“The dark knight strikes again”, un’ operazione puramente commerciale che non meriterebbe neanche di essere citata dato che già il titolo appare parodistico, oltre che farsesco e ridicolo, e lo stesso Miller sembra non crederci affatto: sembra più un cartoon per la TV).

“The dark knight” è letteratura, poesia, politologia, filosofia, sociologia, schizzi e acquerelli. Il tutto in un’opera geniale e sempre attuale.

Oggi, invece, il fumetto è principalmente effetti speciali.

"This is the end, Clark, for both of us".

Grazie Frank.

Marco Santoro

Amazing Spider-Man - nov 2007

Amazing Spider-Man di Stan Lee e John Romita, Sr.

Anche per quest’anno la fiera di Lucca è finita. Ho rivisto gente, mi sono divertito, ho comprato... eh, quanto ho comprato. Tante cose. E tra queste, un qualcosa “in più” che ho voluto come autoregalo di laurea: dei numeri di AMAZING SPIDER-MAN degli anni ’60. Non importa quali siano, o quanto li abbia pagati (per fortuna poco!). Ciò che per me conta davvero è che mi sono portato a casa dei pezzi “antichi” appartenenti a quello che considero il miglior periodo nella vita editoriale del mio eroe preferito, l’Uomo Ragno. Avevo già deciso di scrivere per questo sito un articolo su quell’epoca d’oro, e ora che ho tra le mani queste meraviglie di Stan Lee e John Romita Sr. mi sembra ancora più doveroso farlo!

Premessa: adoro le storie di Spider-Man di Stan Lee e Steve Ditko, i creatori del personaggio. Trovo che Ditko sia stato eccessivamente e ingiustamente sottovalutato, e le sue storie meriterebbero di essere riscoperte con più attenzione. Però... è con Romita che l’Uomo Ragno diventa l’Uomo Ragno che tutti conosciamo e amiamo. Sono quelle le storie che hanno reso questo personaggio davvero immortale e popolare. Ed è di loro che oggi voglio scrivere.

John Romita Sr. sostituisce Ditko con AMAZING SPIDER-MAN 39, nel 1966. Un albo storico, non solo per l’esordio del nuovo disegnatore, ma anche perché rivela finalmente ai lettori l’identità segreta di Goblin, supercriminale che ha tormentato l’Arrampicamuri sin dal numero 14: si tratta di Norman Osborn, padre di Harry, un compagno di corso di Peter Parker.

Romita è un disegnatore che ha dedicato buona parte della sua carriera alle storie d’amore, oggi praticamente inesistenti nei fumetti USA ma estremamente popolari nella Silver Age. Non si direbbe il disegnatore più adatto alle avventure di un supereroe come Spider-Man, nonostante nella sua carriera non siano mancate incursioni nel territorio degli eroi in calzamaglia: da ricordare alcune sue prove con il Capitan America degli anni ’50 e soprattutto sulla serie DAREDEVIL poco prima di approdare su AMAZING. Eppure... l’alchimia Lee/Romita/Uomo Ragno funziona, e permette la nascita di alcune delle più belle storie Marvel di sempre.

Sconfitto Goblin l’Uomo Ragno incontra nuovi criminali come Rhino, Shocker, il secondo Avvoltoio e Kingpin e ritrova alcune vecchie e sgradite conoscenze come il Dottor Octopus, Kraven e l’Avvoltoio. Insomma, pur con la partenza di Ditko, vero maestro nel ritrarre villains grotteschi come quelli affrontati abitualmente dall’Uomo Ragno, la vita del nostro eroe non era certo priva di minacce impossibili e duelli estenuanti!

Tutto questo mentre anche la vita privata di Peter Parker cambia ed offre ai lettori interessanti novità: il trasloco a casa di Harry, la partenza di Flash Thompson per il Vietnam, la fine dell’amore di Peter per Betty Brant, l’inizio del fidanzamento con Gwen Stacy e, ultima ma non per importanza, l’introduzione di Mary Jane Watson, presentata ai lettori dopo una lunga attesa.

E tutto questo in sole venti pagine mensili. Impensabile, oggi... ma negli anni ’60 l’appassionato dell’Uomo Ragno poteva godersi ogni mese una bella storia piena di azione, amore, colpi di scena e molto altro ancora. Tutto merito di Lee e Romita, aiutati in diverse occasioni anche da altri professionisti del settore come Don Heck, John Buscema e soprattutto Gil Kane.

Pagine memorabili, storie memorabili, che già da qualche tempo il pubblico italiano ha la fortuna di poter riscoprire grazie a SPIDER-MAN COLLECTION, eccellente ristampa cronologica del Tessiragnatele iniziata nell’autunno 2004 da Panini Comics e arrivata al numero 27. Proprio in questo periodo SMC ha iniziato a riproporre quelle che considero le migliori storie dell’epoca: la nascita di Schemer, lo scontro con la Vedova Nera, lo smascheramento di Peter Parker, la morte del capitano George Stacy, la campagna anti Uomo Ragno di Sam Bullitt....

Sono tutte storie che conosco a memoria, e che soprattutto ho letto quando erano già piuttosto vecchie: avevano almeno tre decenni sulle spalle quando le scoprii per la prima volta, eppure contro ogni “regola” (non chiedetemi perché, ma a quanto pare i lettori più giovani degli anni ’90 dovevano leggere solo Image) me ne innamorai subito. Ora i decenni sono quattro, ma quei fumetti non sono ancora invecchiati. E mentre li leggo... neanch’io. Anche se li rileggo con gli occhi di una persona che ha dieci anni di più, riprovo ancora le stesse emozioni di una volta quando rivedo il sorriso di Gwen, l’Uomo Ragno disteso sulla neve sconfitto dal secondo Avvoltoio, il costume rosso e blu gettato nel bidone, Mary Jane che balla al “Gloom Room a go go”, il triste Uomo Ragno alla finestra di Gwen... Non c’ero quando queste storie uscirono, ma non mi importa, sono comunque una parte importante della mia vita di lettore. Il mio amore per loro le ha rese anche mie. Altrimenti come avrebbe potuto colpirmi così tanto un’opera più recente, ma che omaggia quei momenti irripetibili, come SPIDER-MAN: BLUE di Jeph Loeb e Tim Sale?

Sono passati 41 anni da AMAZING 39 e dall’inizio dell’era Lee/Romita... ma che importanza ha? I bei fumetti non hanno età, e per nostra fortuna l’AMAZING SPIDER-MAN di Lee e Romita Sr. è un bellissimo fumetto, da leggere e rileggere. Magari ascoltando qualche canzone dell’epoca per ottenere l’atmosfera giusta...
Mentre scrivo ho tra le mani L’UOMO RAGNO 95 della Corno; nelle prime pagine dell’albo Peter cammina pensieroso per la città, Gwen Stacy se n’è andata a Londra e forse non tornerà più... in sottofondo Mina canta “Se telefonando”. Ancora una volta, mi emoziono davanti ad un “vecchio fumetto”

mercoledì 2 settembre 2009

AARGH! ALAN MOORE E L’OMOSESSUALITA' - 2005?


Leviticus condemned most sexual practice as unclean, including that between two men. This was designed to snub the Canaanites, whose male priests practiced sodomy. Had they been cannibals instead, how different might things be.

(Il Levitico condannò/Molte pratiche sessuali/Come impure,/comprese quelle/tra due uomini.//Ciò venne pensato/Per umiliare i Canaaniti,/i cui sacerdoti/praticavano la sodomia.//Se fossero stati/Cannibali, invece,/quanto diverse/le cose sarebbero state. - Alan Moore, THE MIRROR OF LOVE, pag. 1)

Alan Moore nel 1988 è l’autore più famoso ed influente del mondo dei comics: ha stravolto e cambiato l’ottica del fumetto di supereroi con capolavori come Watchmen, Swamp Thing, Batman: The Killing Joke, e aperto la strada a tutta una generazione di scrittori e disegnatori inglesi che hanno portato una ventata di nuove idee allo stantio universo dei comic books supereroistici statunitensi. In quell’anno sta lavorando a due opere lontanissime dall’universo dei supereroi, come From Hell e Lost Girls, che avranno una gestazione lunghissima (della seconda sembra che ne vedremo la versione definitiva nel 2005, a oltre quindici anni di distanza dall’apparizione del primo albo), e dal punto di vista personale sta vivendo una relazione a tre con la prima moglie Phyllis e la loro girlfriend Debbie Delano.

Il governo inglese propone proprio in quei mesi la Clause 28, ovvero la ventottesima sezione del Local Government Act del 1988, che imponeva alle autorità locali di non promuovere intenzionalmente o pubblicare materiale con l’intenzione di promuovere l’omosessualità e di non insegnare come valore l’accettazione dell’omosessualità come forma di relazione familiare. Moore e le sue due compagne rimangono sconvolti da questa ennesima recrudescenza sessista, e l’autore inglese pensa così di contribuire alla causa delle associazioni che stavano lottando contro l’approvazione della Clause 28 attraverso la realizzazione e la diffusione di un comic book i cui proventi andassero totalmente aloro beneficio. Nasce così il progetto di AARGH! (Artists Against Rampant Government Homophobia) e della casa editrice dello scrittore, la Mad Love, che però avrà vita breve ed il cui fallimento porterà Moore sull’orlo del tracollo finanziario.

AARGH! Nasce come antologia di contributi a fumetti richiesti, a titolo gratuito, a molti autori per appoggiare l’iniziativa, ed Alan Moore scrive appositamente per l’albo una breve storia di 8 pagine, THE MIRROR OF LOVE, per i disegni di Steve Bissette e Rick Veitch, autori che avevano già collaborato con lui nella lunga run di Swamp Thing, e che ritroverà al suo fianco qualche anno dopo per il progetto della mini 1963 per la Image Comics.

Nel breve “poema in prosa” (come l’ha definito lo stesso autore), Moore riassume l’importanza dell’apporto di personalità omosessuali nella storia e nell’evoluzione dell’arte, della letteratura e della cultura occidentale. Il senso dell’operazione è quello di dimostrare agli eterosessuali (ed in particolare agli omofobi) come lo sviluppo dell’arte e del pensiero avesse avuto una forte spinta in avanti proprio grazie ad autori, pensatori ed artisti omosessuali o bisessuali, e di rendere l’universo gay maggiormente consapevole e orgoglioso di questo.

Nel 2003 l’artista e fotografo Jose Villarubia, già collaboratore di Alan Moore su Promethea, propone allo scrittore di riprendere in mano THE MIRROR OF LOVE e di trasformarlo, associando al testo originale non più delle tavole disegnate ma una serie di quaranta fotografie che più che illustrare il testo ne evocassero le sensazioni espresse. Questa nuova prestigiosa edizione è stata pubblicata dalla Top Shelf in un elegante volume.

Se THE MIRROR OF LOVE è l’opera in cui Alan Moore ha focalizzato l’omosessualità come argomento, come centro del racconto, l’autore inglese ha toccato il tema anche in altri suoi lavori a fumetti., attraverso personaggi più o meno velatamente gay, ma mai in modo pruriginoso, offensivo o sessista.

La sessualità, in quanto parte importante della vita umana e delle relazioni interpersonali, ha sempre avuto rilievo nelle storie dello sceneggiatore (basti pensare alla storia d’amore tra Swamp Thing e Abigail Arcane, la cui rappresentazione grafica portò alla pubblicazione dell’albo senza l’approvazione della Comics Code Authority), fino dalle opere scritte per il mercato inglese nei primi anni ’80. Già nel Book Three delle avventure di Halo Jones, una delle serie più famose realizzate da Moore sulla rivista 2000 AD, appare il personaggio di Toy, una donna soldato che si innamora della protagonista, la quale confonde per amicizia i suoi sentimenti. Anche in Miracleman l’autore ha accennato all’omosessualità di uno dei personaggi, Young Marvelman, accenno che poi è stato utilizzato da Neil Gaiman nella prosecuzione della serie.

La visione di Alan Moore dell’omosessualità rientra nella sua visione più generale della sessualità e degli atti creativi. Riprendendo Freud, le teorie sulla creatività di Jean Cocteau e le pratiche magiche di cui si interessa da una decina d’anni, lo scrittore inglese afferma che tutto quanto è sessualità e che l’atto creativo è comunque il risultato del rapporto, dell’accoppiamento “virtuale” tra la parte maschile (generalmente più creativa, investigativa) e quella femminile (più ricettiva, maggiormente volta verso il tentativo di comprendere le cose) di noi stessi, intese come energie che ognuno di noi possiede, anche se in proporzioni diverse. Partendo da questo assunto, l’idea di una sessualità “migliore”, o comunque preferibile rispetto ad un’altra, diventa per Moore irrilevante. Ogni tipo di sessualità, di rapporto amoroso-sessuale tra persone, è di per sé normale, perché ha origine in questa compresenza di energia maschile e femminile, derivante dal fatto che, come affermava Freud, lo stato iniziale, fondamentale, della sessualità umana, è polimorfico, contiene in sé tutte le possibilità esprimibili.

Questa visione naturale della, o meglio delle sessualità, si riscontra anche in alcuni tra i più recenti lavori dello sceneggiatore: Promethea, Top 10 e Lost Girls.

In Top 10, miniserie facente parte dell’etichetta America’s Best Comics creata dall’autore inglese a fine anni ‘90, Alan Moore descrive la giornata di un distretto di polizia in una città dove tutti gli abitanti hanno super-poteri. Questo permette all’autore di analizzare maggiormente le relazioni interpersonali tra i numerosi personaggi protagonisti della storia, rendendo la saga in 12 numeri una specie di 87° Distretto (la lunga serie di romanzi polizieschi che ha come protagonisti un gruppo di poliziotti, scritta dall’americano Ed McBain), e di utilizzare i super-poteri nelle loro conseguenze “normali”, e non come un sovrappiù di un singolo personaggio o di un gruppo di persone che eccellono tra le altre.

Le pagine finali della miniserie (“Court on the Street”, Top Ten n. 12, pubblicato in italiano su ABC n. 12 del maggio-giugno 2003 e ristampato sull’ultimo dei tre volumi in cui la Magic Press ha raccolto la miniserie) mostrano il ritorno a casa di uno dei protagonisti della lunga storia, un anziano poliziotto che, risalendo le scale di casa, saluta il suo compagno, lo bacia, si siede insieme a lui a bere un cocktail chiacchierando del più e del meno in attesa della cena. La normale scena del rientro a casa di un lavoratore, scritta con leggerezza e poesia. Niente di gridato e di annunciato come “evento” (al contrario di quanto successe con l’outing pubblico di un altro supereroe, Northstar, sulla serie Marvel Alpha Flight negli anni ’90), niente di stereotipato (al contrario della coppia di supereroi gay più famosa di questi ultimi anni, Apollo e Midnighter di Authority, realizzati graficamente secondo stereotipi classici come il biondo efebo e il sado-maso vestito in pelle), solo la normalità della vita quotidiana.

In Promethea, serie da poco terminata negli USA e facente parte, come Top Ten, dell’etichetta ABC, Alan Moore illustra una summa di tutto quello che è ed è stato considerato magia nell’arco della storia dell’uomo, ed i riferimenti alla sessualità, a qualunque tipo di sessualità, ed alle sue correlazioni con la magia, sono continui, fino a diventare argomento unico di un numero della serie (il n. 10 “Sex, Stars and Serpents”, pubblicato in italiano su ABC n. 11 del marzo-aprile 2003).

Sessualità, omosessualità, bisessualità sono i temi portanti anche di Lost Girls, opera iniziata all’inizio degli anni ’90 (i primi sei capitoli apparvero sulla rivista Taboo, insieme ai primi capitoli di From Hell) e di cui ancora non si è vista l’edizione integrale, che dovrebbe apparire, come detto all’inizio di questo articolo, nel corso del 2005 per i tipi della Top Shelf. Disegnata con una tecnica a pastelli da quella che, nel corso degli anni passati dall’inizio della stesura della sceneggiatura, è diventata la compagna di Alan Moore, Melida Gebbie (autrice anche della supereroina fetish Cobweb realizzata dallo sceneggiatore inglese per l’etichetta America’s Best Comics), Lost Girls ha come protagoniste tre eroine della letteratura per l’infanzia di fine ‘800 – inizio ‘900, Alice (di Alice nel Paese delle Meraviglie), Wendy (di Peter Pan) e Dorothy (de Il Mago di Oz) che si ritrovano, ormai giovani donne, in un hotel sul lago di Costanza. Mentre nel mondo esterno all’hotel infuria la Prima Guerra Mondiale, le tre protagoniste passano attraverso numerosi rapporti sessuali tra di loro e con gli altri ospiti dell’albergo.

L’intenzione dell’autore è quella di non escludere nessuna forma di esperienza erotica dalla rappresentazione di Lost Girls, a maggior conferma della sua opinione che non c’è niente di sbagliato in nessun orientamento sessuale ed in nessun tipo di rapporto sessuale, quando non c’è coercizione. La presenza della guerra, aleggiante nel sottofondo della storia, serveper affermare con maggior forza come tutto quello che accade a letto tra persone consenzienti diventi niente al confronto dell’orrore che esprime la società nella sua totalità quando c’è una guerra.

L’ennesima, anche se metaforica, critica a tutti coloro che additano le tendenze sessuali o i costumi e gli stili di vita degli altri, senza capire che ci sono cose molto più serie di cui occuparsi e PREOCCUPARSI.

L’ennesima lezione di liberalismo ed apertura mentale di un grande autore.

Lorenzo Corti

Le guerre dei mondi di Moore e Wellman - 2005?


Nel fumetto Promethea [1] Alan Moore descrive gli uomini come degli anfibi che possono tuffarsi in un mondo diverso da quello materiale. Dalla materia sarebbe possibile uscire e percorrere il sentiero dell’Immateria, penetrando un “luogo” che è situato oltre la mente, un territorio che ne è al di fuori e non appartiene al singolo individuo.

E’ in questa direzione che dovrebbero dirigersi gli artisti che non dovrebbero cercare le idee dentro di sé ma limitarsi a varcare un regno che è condiviso con l’umanità e donare i frutti di questa terra a chi non riesce a raggiungerla.

Un esempio di questo mondo magico e sconfinato è l’Inghilterra (e il Mondo) della fine dell’’800 descritto da Moore assieme a O’Neill nella Lega degli Straordinari Gentlemen [2]. Si tratta di un Mondo che va oltre la fantasia dei singoli romanzieri che hanno descritto qualche frammento, un Mondo che non è nemmeno di Moore e O’Neill perché è Immateria.

In passato è capitato ad altri scrittori di passeggiare nello stesso mondo londinese. E’ successo a Manly W. Wellman e Wade Wellman nel loro La guerra dei mondi di Sherlock Holmes [3], un romanzo collocato nella stessa cornice del più famoso libro di Herbert G. Wells [4] ma sviluppato tenendo conto del ruolo sostenuto dal celebre detective.

C’è un interessante punto di contatto con la Lega di Moore e O’Neill [5] a pag. 58.

“Holmes tornò in fretta a casa. Fece due valigie (…). Mentre stava armeggiando, sentì bussare. Aprì la porta e vide Sir Percy Phelps.

- Entrate, caro amico – disse Holmes. – Sono giusto sul piede di partenza, e raccomando caldamente anche a voi di andarvene. Le notizie qua sono veramente terribili.

- Ma non dovete andarvene – disse Sir Percy, con voce scossa e implorante. – Sono venuto a portarvi un documento segreto della massima importanza.

Porse un foglio di carta ripiegato a Holmes, che lo spiegò e lo lesse immediatamente. Aggrottò la fronte, concentrandosi.

- Povero me – disse dopo un attimo. – A quanto sembra questo mi conferisce i più grandi poteri e le più grandi responsabilità.

- Il governo stesso è in partenza diretto a Birmingham – disse Sir Percy. – Holmes, noi vi chiediamo in nome del paese, anzi no, in nome di tutta l’umanità, di fungere da osservatore qui a Londra, e di aiutarci a fare tutti i piani che si possono fare.”

Holmes si trova nella stessa posizione degli straordinari gentlemen di Moore e O’Neill, investito dalla Corona dell’onere di fare ciò che va oltre le possibilità delle persone comuni per salvare l’umanità.

Nel fumetto della Lega Moore è stato costretto (a malincuore?) a servirsi di un personaggio inventato da lui [6], Campion Bond, probabilmente l’unico che non sia riconducibile a qualche romanzo o novella. E’ un peccato che Moore non abbia avuto modo di conoscere La guerra dei mondi di Sherlock Holmes, altrimenti avrebbe potuto utilizzare Sir Percy Phelps al posto di Bond rendendo così l’affresco della Lega più completo.

Un vero e proprio viaggio in bilico fra materia e immateria è stato fatto dai curatori della collana Urania che in quarta di copertina hanno scritto una presentazione che è una chicca:

“H. G. Wells odiava Arthur Conan Doyle? Nutriva una gelosia e un’invidia mortale per il creatore di Sherlock Holmes? Sta di fatto che nella sua pur minuziosa, particolareggiata storia della Guerra dei Mondi, Wells ha deliberatamente ignorato il decisivo ruolo di Holmes (nonché del Dr. Watson e del Prof. Challenger) nella lotta contro l’invasore marziano. Oggi finalmente, grazie alle ricerche di due studiosi americani, la verità è venuta in luce; il ruolo di Holmes nell’agghiacciante vicenda è stato precisamente ricostruito; e URANIA è lieta di presentarne la completa, imparziale, affascinante documentazione.”

[1] A. MOORE, J. H. WILLIAMS III e M. GRAY, Promethea, vol. I, Magic Press, Roma, 2003.

[2] A. MOORE e K. O’NEILL, La Lega degli Straordinari Gentlemen, vol. I, Magic Press, Roma, 2002.

[3] M. W. WELLMAN e W. WELLMAN, La guerra dei mondi di Sherlock Holmes, in Urania, n. 885, Mondadori, Milano, 1981.

[4] H. G. WELLS, La guerra dei mondi, Mursia, Milano, 1991.

[5] A. MOORE e K. O’NEILL, La Lega degli Straordinari Gentlemen, vol. II, in ABC n. 13 – 18, Magic Press, Roma, 2004.

[6] Qua si parla di Bond in modo dettagliato


Luigi Siviero

Grant Morrison intervista - prima parte


Grant Morrison: Master & Commander Parte I: La Divinazione a Fumetti


La lunga intervista a Grant Morrison che vi presentiamo tradotta completamente, è stata realizzata da Jonathan Ellis ed apparsa sul sito www.popimage.com nella primavera del 2004. Durante il colloquio l’autore scozzese parla della sua vita, dei suoi progetti passati (New X-Men), presenti (le tre miniserie per la DC: “Seaguy”, “Vimanarama” e “We3”) e futuri (il complesso progetto dei “Seven Soldiers”, sempre per la DC), di magia e di quanto gli possa venire in mente. Questa intervista diventa qiundi un documento importante per conoscere più approfonditamente l’autore di “Animal Man”.

Un ringraziamento particolare va ai traduttori dell’intervista, Andrea Toscani, Albyrinth e soprattutto Diflot (che ne ha tradotta la maggior parte), che hanno avuto a che fare con la logorrea di Morrison, col suo ego smisurato e col piacere che prova ad esprimersi con frasi elaboratissime, termini involuti e riferimenti esoterici. E’ stata una faticaccia, alla quale hanno partecipato anche Lexland (con alcune revisioni e le annotazioni di alcuni riferimenti) e il sottoscritto, che ha revisionato tutto quanto, cercato altri riferimenti e tradotto una piccolissima parte prima di arrendersi di fronte alla eloquenza del pazzo scozzese.
fumettidicarta

***********************

DISCLAIMER Intervista originalmente pubblicata su www.popimage.com - copyright e tutti i diritti riservati agli autori - 2003 - 2004


Domanda: Prima domanda. Arte, commercio, media, storia, realtà. Tutto in una domanda.
Per quanto mi riguarda, il problema di vedere il fumetto come una questione commerciale è proprio quello di vedere il fumetto come una questione commerciale. È difficile immaginare degli individui creativi che fanno un lavoro che amano solo per ritrovarsi impegnati in progetti in cui non credono davvero. Naturalmente, anche queste persone hanno bollette da pagare e figli da sfamare. Non tutti possono permettersi il lusso di scegliere i propri progetti. Ti sei mai trovato in una posizione simile? Non ti sembra che il mondo del fumetto abbia preso a girare sempre più spesso intorno ai soldi e sempre meno intorno alle storie da raccontare?

Grant Morrison: "La componente arraffa-soldi è sempre stata presente nei fumetti, come in qualsiasi altra forma di commercio nella cultura dei beni di consumo all’interno del Mercato Capitalista che è la casa di noi tutti. La cosa triste è che al momento col fumetto non c’è da fare soldi, e tutti coloro che pubblicano le proprie opere per la piccola editoria o lavorano a ri-edizioni su licenza nella speranza di far fortuna, stanno scortecciando la sequoia sbagliata. Se vuoi anche solo cominciare a sentire l’odore della ricchezza devi scrivere una tremenda quantità di fumetti, e nessuno viene pagato abbastanza da arricchirsi. La maggior parte dei diritti cinematografici non paga più di qualche migliaio di dollari al massimo. Se fossi ricco non starei a correre impazzito perso dietro 27 progetti differenti. Sarei placidamente addormentato su un’amaca perso nell’Oceano Indiano.

Chiunque scelga di fare dei fumetti la propria professione ha una sua versione della storia e non posso certo pretendere che il mio caso parli anche per gli altri. Io non ho figli, e ho l’impressione che la mancanza di una responsabilità di questo tipo mi renda meno soggetto alle pressioni commerciali e più libero di rischiare il mio equilibrio economico e la mia reputazione uscendomene con materiale leggermente più innovativo rispetto ai tempi, e quindi non ‘alla moda’, come The Filth.

La certezza del lavoro in questo campo non è mai sicura, le ore sono lunghe e solitarie, il pubblico sempre meno numeroso, instabile e insoddisfatto, come tre dei sette nani, il rispetto inesistente, il successo labile; meglio far parte di una boy-band: quantomeno, prima di diventare obsoleto, ti sarai fatto qualche scopata. È un miracolo che il fumetto americano tradizionale sia sopravvissuto fino a oggi (e con gli stessi personaggi che c’erano al tempo della Rivolta dei Boeri o giù di lì. Mister Terrific! Come può esistere ancora una cosa del genere. Quale mostruoso atto d’amore e di volontà riesce a mantenere in vita uno specifico ‘universo’ a fumetti, contro ogni pronostico?). Rappresentano senz’altro l’estrema difesa di qualcosa, questo è sicuro, ma è difficile immaginarli, attraverso gli occhi da insetto delle generazioni future, come qualcosa di diverso da un curioso esempio di tecnologia primitiva per la ‘realtà virtuale’ disegnata a mano. La maggior parte delle persone che fanno questo lavoro lo fanno per amore, lo stesso amore che si può provare per un amico malato.

La crescente sensazione di insoddisfazione che molti fan stanno sperimentando non è causato tanto dal fatto che la gente desidera essere pagata per il proprio lavoro, quanto dall’impressione che il fumetto si stia progressivamente svendendo come forma espressiva. Via via che l’impulso di convertire storie a fumetti in facili e colorati conglomerati cinematografici diviene più trasparente e meno caotico, si fa avanti in noi la consapevolezza di una sorta di tradimento consumato ai danni dell’esotica stranezza e dell’ originalità dei comics americani, con gli editori, gli autori e i lettori che confondono i media e sempre più spesso si aspettano che le storie a fumetti si conformino alle convenzioni narrative hollywoodiane.

Datevi una svegliata! Più i fumetti imiteranno i film, meno i film sentiranno la necessità di ricorrere ai fumetti come fonte di nutrimento immaginario; va ricordato che l’industria cinematografica ha appreso SOLO OGGI a simulare la tecnologia e l’inventiva che Jack Kirby dispensava con la sua matita già 40 anni fa. Come sto ripetendo allo sfinimento ormai da un paio di anni, la nostra comunità creativa è in debito con il futuro: sta a noi produrre oggi le storie folli, brillanti, mozzafiato, inaspettate che da qui a 40 anni saranno convertite in esperienze olografiche immersive nei cinema di nuova generazione. Il fumetto è un medium artistico estremamente specifico, in cui fioriscono molte intelligenze creative piene di talento, e mi si spezza il cuore vedere tante delle più acute e brillanti menti del nostro settore piegarsi alle medesime pressioni di mercato che governano, al ribasso, le mega-produzioni cinematografiche e i programmi televisivi di successo. Cerchiamo di interrompere questa moda pretendendo e creando fumetti interessanti ed eccessivi che amplino i nostri orizzonti immaginativi. Avventure scoppiettanti, piene di vita e ricche di immagini sconvolgenti, di cose mai viste prima sulla Terra. Costruiamo oggetti che non somiglino a nessun gioco o film, oggetti assolutamente alieni, così strani e diversi da rappresentare una finestra su un altro universo. Sollecitiamo immagini che provengano direttamente dalla fantasia di artisti ispirati e non piuttosto da qualche fotogramma pubblicitario. I fumetti di supereroi sono troppo costosi per il mercato di massa e la violenta e variopinta commistione ‘pulp’ per cui un tempo essi rappresentavano l’unica fonte è oggi disponibile su altri, più attraenti, media. Dobbiamo rendercene conto una volta per tutte, e smetterla di giocare al ribasso, di tenere a freno la creatività dei nostri artisti e di cercare in ogni modo di attrarre un immaginario ‘pubblico mainstream’. Il modo migliore di consolidare i fumetti in quanto mezzo e forma di comunicazione è di renderli DIVERSI rispetto agli altri media, e non cercare di uniformarli ad essi. Lasciamo liberi i nostri artisti di sperimentare tavole e scansioni inusuali. Ancora per un po’, lasciamo che i nostri autori peschino le proprie storie dai loro sogni e non in qualche articolo di giornale. Occorre puntare su di un pubblico colto, ‘universitario’, come ha fatto Stan Lee negli anni ’60, ottenendo un enorme successo.

E, parliamoci chiaro, alla gente non piacciono i film di supereroi perché amano i supereroi o i fumetti, ma perché gli piacciono i film. Quando va bene si ricordano di Spiderman o di Hulk per aver visto un telefilm o un cartone animato, e non per aver letto l’albo a fumetti. La significativa sovrapposizione di mercato che sembrano indicare i dati di vendita dei fumetti in realtà NON ESISTE. Ci agitiamo come pupazzi per pochi spiccioli, ma non c’è nessun nome nuovo, chi c’era prima c’è anche adesso. Che ne dite di ritrovare un po’ di orgoglio di mestiere e di restituire il nostro medium alle proprie specificità?

Ho avuto la fortuna di ottenere visibilità e successo la prima volta - grazie ad ANIMAL MAN, alla DOOM PATROL e ad ARKHAM ASYLUM - in un periodo degli anni ’80 in cui i lavori sperimentali sui supereroi, ispirati dai film di Nicolas Roeg, dalle opere teatrali di Dennis Potter, da Brecht, Joyce, Warhol, Beuys, Burroughs, dal sesso, dalle droghe, dalle filosofie trascendentali e dal Theatre of Cruelty erano CONTEMPORANEAMENTE alla moda e remunerativi. Era possibile fare soldi con opere ambiziose che si prendevano gioco dei rigidi stilemi della scrittura hollywoodiana e rendevano onore al fumetto come mezzo espressivo autonomo. Oggi è come se Joyce non fosse mai esistito. Come se Picasso e Kerouac non fossero mai esistiti. Come se Bill Sienkiewicz non fosse mai esistito. La narrazione a fumetti oggi si è lasciata impantanare nelle convenzioni narrative del romanzo settecentesco e delle pellicole hollywoodiane, cosa che trovo assolutamente umiliante.

C’è spazio per tutto e tutti, naturalmente, o almeno è ciò che continuano a ripetermi, ma se mi guardo intorno oggi non ne vedo abbastanza di fumetti come dico io. Qua e là ci sono cose che apprezzo e mi divertono, e che meritano di essere citate, come Rose and Thorne di Gail Simone, il Planetary di Ellis (quando esce), New Frontier di Darwyn Cooke, Plastic Man, il Superman di Waid e poche altre opere interessanti. Ma in generale all’interno di troppi lavori post-Ultimate si finisce per percepire una aria da ‘budget ristretto’. Lasciate questo lavoro a chi lo sa fare bene, nelle mani di folli visionari, consumatori di acidi e tutti gli altri variopinti eccentrici che realizzano storie NON ispirate dai film hollywoodiani o dalle produzioni televisive dell’HBO.

E ripeto ancora una volta, prima che giunga la nuova ‘moda’: se persino i film non somigliano più ai film, perché mai i fumetti dovrebbero continuare a conformarsi a una forma mediale pre-digitale di presentazione dell’immagine? Per attirare un pubblico mainstream privo di cervello che non esiste? Allora perché non azzerare completamente il nostro IQ collettivo e vedere se il nostro pubblico si allarga ulteriormente, con l’aggiunta di tutti gli idioti là fuori… ‘Guarda come corre Capitan America! Corri Capitan America! Corri!’

Cazzo! Suona bene, non trovi?

Qual era la domanda?"

Domanda:
‘Faster Wonder Woman! Kill! Kill!

Grant Morrison: "Lo faresti, non è vero?"

Traduzione di Andrea Toscani

Grant Morrison intervista - parte 2 - 2004


Grant Morrison: Master & Commander Parte 2: A proposito di Paramatma

Scrivere fumetti, non scrivere fumetti, citazioni da Oscar Wilde e la Biografia di Grant Morrison
DISCLAIMER Intervista originalmente pubblicata su www.popimage.com - copyright e tutti i diritti riservati agli autori - 2003 - 2004

Domanda: Riesci a immaginare di lavorare al di fuori del campo del fumetto o della musica? Ad esempio, alcuni artisti hanno spesso incubi circa il fatto di restare menomati alle mani e di non essere più in grado di disegnare.

GRANT MORRISON: Alcuni di loro lo stanno già facendo senza essere menomati. Per quanto mi riguarda, ho sempre lavorato anche al di fuori del campo del fumetto, come sai bene, ma coglierò quest’occasione per srotolare una volta di più al pubblico dei fedeli il mio splendido curriculum vitae.
Nel corso degli anni ho scritto - con buon successo - opere teatrali, racconti, articoli, resoconti di viaggio, sceneggiature televisive. Sono un membro tesserato dell’Associazione degli scrittori d’America (Writer’s Guild of America) e sono stato pagato per aver realizzato Sleepless Knight per la Dreamworks SKG. Ho scritto due videogiochi, di cui uno è il titolo di prossima uscita Predator, per Vivendi/Universal, e altri sono in arrivo. In questo momento sto terminando un romanzo - the IF - che ha già attirato l’attenzione di almeno uno dei maggiori editori statunitensi. Tanto in Inghilterra che in America vengono messe in scena le mie opere teatrali. Sono invischiato nella realizzazione di una nuova serie degli INVISIBLES, questa volta per la televisione americana. Sono in attesa di notizie circa un adattamento operistico del mio lavoro teatrale tratto da Lewis Carroll Red King Rising, con Alison Goldfrapp nel ruolo di Alice, ma questi progetti vanno e vengono. Vengo pagato per tenere conferenze e relazioni su scienza, creatività, tecnologia e magia in giro per il mondo, in Tv e alla radio. Mantengo contatti piuttosto stretti con tutti i campi della pratica artistica, dall’animazione al teatro, dall’opera all’accademia, dai fumetti al cinema indipendente, dalla poesia al design tessile… Insieme a Kristan [n.d.r.: la compagna di Morrison] ho una mia società, vivace e poco ortodossa, la gmWORD Ltd. Inoltre abbiamo una band - i FUCK STAR - con cui il mese prossimo dovremo registrare nuovo materiale. E tutto questo in aggiunta ai miei lavori nel campo del fumetto e alle 15 serie su cui sto lavorando quest’anno.

Ricordate nell’ultimo numero degli Invisibles, quando si riusciva a intravedere cosa stesse combinando King Mob con Technoccult? Beh, quello sono io, e se trovate che io sia un po’ troppo compiaciuto di me stesso, è perché lo sono. Mi piace mantenermi occupato. Mi sono sempre visto come uno scrittore fin dall’età di cinque anni. Continuerò a farlo finché sarò in grado di reggere la penna o di dettare a qualcun altro.

I fumetti rappresentano la migliore palestra al mondo per esercitare la buona vecchia immaginazione, e rappresentano il campo in cui mi sento più a mio agio e libero di cazzeggiare con progetti folli e privi di ogni costrizione, ma riuscirei probabilmente a vivere anche senza se fossi costretto, ma non lo sono, e tu cosa faresti se cinque stronzi Nazisti stessero per violentare la tua donna e tu avessi solo un proiettile a disposizione, furbone?

Domanda: Immagino avrei dovuto essere più chiaro e parlare più di ‘intrattenimento’ che di ‘fumetti’, ma il concetto è ben chiaro. Se non scrivere forse recitare, ma che diavolo, persino fare il consulente mediatico è una forma di espressione. Magari l’insegnante.

GRANT MORRISON: Ho fatto anche l’attore per un po’, ma sono una mezzasega nell’imparare a memoria i copioni e bravo soltanto a improvvisare. E sarei il peggiore insegnante del mondo; spesso mi accorgo di stimolare le persone a far meglio quando li prendo in giro sottolineando tutti i loro errori. I bambini mi piacciono, ma non sarei mai in grado di insegnargli qualcosa, eccetto forse a sparare cazzate in maniera divertente e colorita.

Domanda: Trovi che scrivere fumetti stia diventando più difficile? Una volta che gli Dei sono stati uccisi e che nella realtà accadono episodi come la comparsa in Russia di ragazzine dotate di vista a raggi-x, come le manifestazioni ‘demoniache’ all’interno degli elettrodomestici in un piccolo villaggio siciliano o come la decisione del governo degli Stati Uniti di adoperare dei robot Trasformers per le Guerre Stellari, non ti senti spinto a tornare alle origini o a spingerti ancora oltre? O a fare entrambe le cose?

GRANT MORRISON: I fumetti non sono mai difficili da scrivere. Il mio problema è che non ho il tempo di scrivere tutti quelli che ho in testa, anche se ci sto provando. Al momento ho almeno 15 taccuini pieni di idee per i miei personaggi o per il rilancio di qualche vecchia gloria - centinaia di pagine di schizzi e storie e appunti per The Atom, Doctor Strange, Moon Knight, Iron Man, Freedom Fighters, Captain Marvel Jnr., blah blah blah. Anche il più piccolo pesciolino scintillante che nuota nella mia testa riceve una carezza e una lucidata, prima o poi. Amo il mio lavoro, ci tengo a dirlo.

Anzi, per dirla tutta, trovo che ogni volta diventa più facile. I miei ultimi lavori per la DC, che presto saranno pubblicati, sono stati partoriti praticamente senza sforzo, in una fluida perlacea catena di nuove idee, personaggi e ambientazioni. Per quanto mi riguarda, questo campo offre una forma di espressione sovvenzionata che non si trova in altri settori e ho anche la possibilità di costruire estese e occulte narrazioni o sigilli [n.d.r.: in originale Hypersigils, una sorta di sistema magico new age, nel quale Morrison ripone una notevole quantità di fede...] che mi aiutano a esercitare la mia volontà magica. I fumetti sono talmente all’avanguardia rispetto alle altre forme di intrattenimento popolare, infinitamente più moderni e significativi rispetto al cinema e perfino sul punto di superare i videogiochi quanto a interattività e raffinatezza.

Domanda: Cosa provi circa il fatto che qualcuno sta scrivendo la tua biografia?

GRANT MORRISON: Era inevitabile. Ho sempre immaginato che prima o poi qualcuno l’avrebbe fatto e ho cercato di vivere la mia vita di conseguenza. Dicevo a me stesso, o a chiunque fosse con me, “Farà bella figura nella mia biografia”. E tornavo a fare qualunque follia stessi facendo - come prendere l’acido sulla sacra mesa, fare il bunjee-jump, provare un nuovo taglio di capelli, ballare con uno sconosciuto, arringare la folla - qualunque cosa mi ‘terrorizzasse’, o avessi fantasticato di fare, o non avessi mai osato fare prima, provavo a farla spinto dall’idea che sarebbe stata una lettura più interessante. Desideravo ardentemente fare esperienze, così sarei stato in grado di scrivere e raccontare qualcosa di diverso dalle chiacchiere cervellotiche, libresche e intellettuali, che avevo imparato a scuola. Volevo che la mia scrittura nascesse da cose che avevo fatto, non da pagine che avevo letto, e ho cercato di vivere seguendo le orme dei miei modelli ed eroi musicali o controculturali, ‘Romantici’ o ‘Beat’, e le parole d’ordine erano sesso, musica, magia, viaggio. Oscar Wilde e Gilbert e George [n.d.r.: Gilbert Proesch e George Passmore, coppia di artisti inglesi che, proponendosi come “sculture viventi” hanno portato all’estremo il linguaggio dell’arte concettuale] hanno trasformato in Arte la propria vita. Ho sempre pensato che avessero scoperto uno splendido modo di arricchire la propria esistenza, e presa ispirazione da loro, ho deciso che avrei trasformato la mia vita in Fumetto. Se Kerouac poteva iniziare e terminare un romanzo di getto, io potevo certo scrivere 48 pagine di sceneggiatura di Really & Truly in un solo giorno con l’aiuto di una tavoletta di E, e così via.

La mia vita ha avuto una bizzarra dimensione pubblico/mediatica sin da quando venivo fotografato, da bambino, durante le marce di protesta ed i picchetti insieme ai miei genitori; di recente ho sentito necessario per così dire ‘uccidere Ziggy’, se vuoi [n.d.r.: riferimento al concerto del 3 luglio 1973 col quale David Bowie “uccise” metaforicamente il suo alter-ego musicale Ziggy Stardust per passare ad una nuova fase musicale].E passare oltre.
In questi mediocri tempi di Grandi Fratelli includere un’ultima grande ‘esposizione’ prima di affrontare il successivo pezzo della mia vita mi sembrava la cosa giusta, come una risata nella notte; una rivelazione definitiva, un denudamento scioccante che avrebbe lasciato tutti starnazzanti come Paperino e con un profondo senso di vomito. La Verità sarà rivelata. Gli imperi cadranno in polvere. Il fattore ‘novella 2000’ sta già spolpando le ossa di quello che resta del serio giornalismo ‘pop’ sui fumetti e allora io volevo una cosa fatta per bene, una schietta esposizione delle tette del mercato fumettistico e dei culi di quei dementi che lo frequentano, del tipo vinci-una-notte-con-Me-nel-locale-più-fico-di-Londra! Rimane comunque da vedere se alla fine verrà una cosa squallida come sembrerebbe.

D’altro canto il libro sulla POP Mag!ck dipinge un’immagine più ‘casalinga’ e soggettiva dell’aartiiiisstaaaa e delle sue epiche imprese. Perciò, da qualche parte in mezzo a questi due libri, contando anche la collezione di articoli ed interviste che ho intenzione di rilasciare nello stesso periodo, il quadro complessivo emergerà – è questione di un niente fare in modo che tutto sembri estremamente stupido o importante – una seratina con gli amici può diventare una esperienza warholiana fatta di feste infinite, intrise di acidi e luci strobo, oppure un bel quadretto di sfigati che nessuno ha mai sentito nominare che vanno in giro con vestiti strambi solo perché non hanno niente di meglio da fare. Dipende dal grado di sensibilità e immaginazione che Craig [Craig McGill, autore della biografia di Grant] è in grado di sostenere.
Come faccio a sopravvivere a questi momenti magici? Penso a suoni ed odori sentiti guardando uno spettacolo studentesco a Jogjakarta, una rappresentazione dei drammi mitologici della cultura giavanese in cui tutti gli dei e gli eroi portavano gli occhiali da sole. Annegare nello scintillante universo di possibilità aperte da Quell’accordo di Sol fatto da Quella 12-corde Rickenbacker bianca. Morire, immerso nelle allucinazioni da setticemia e bruciando di febbre Gnostica. Ballare il valzer con Ian McKellen, passare rune maledette a Gaspar Noe al party della prima di ‘Irreversible’ [n.d.r.: il titolo del film con Monica Bellucci e Vincent Cassel diretto dal suddetto GN], giocare a testate con Dominique Swain o cenare con Marilyn Manson mentre i nomi crollano come membra rilassate. Le feste, le serate fetish, lo champagne e i funghi, il cibo piccante, il vomito. La folle notte isterica con cui io e Millar abbiamo attraversato gli anni ’90. Gli anni colmi di travestiti stregati e in tacchi a spillo, PVC e rossetto rosso à la Paloma Picasso. Alieni e demoni. Ragazze bellissime. Gatti deliziosi e case e notti e stelle a testa in giù fino all’altra parte del mondo, e….
Senza il dolcificante della poesia che può essere aggiunto dalla memoria, rischia di diventare tutto robaccia da ‘gossip’, Qlippoth. Magia che diventa il bisbiglio disturbato di un caso mentale. Il rischio della dannazione è sempre forte e merita magari un pensierino, quindi occorre aspettare per vedere cosa ne salterà fuori. In ogni caso, di certo farà crollare un po’ di mitologie e ne ispirerà qualcuna nuova. La biografia è ciò che I Tibetani chiamano chod – sto affidando la mia vecchia vita a dei demoni (nella forma della penna di Craig) affinché venga fatta a pezzi; tutti i piccoli momenti significativi ridotti a pettegolezzo e schizofrenia. Secondo I Tibetani, questo dovrebbe liberarmi da tutto quello che ancora mi allaccia al mio ‘Ego’. Ma intanto chissà che cazzo vuol dire… Quando sarà finita ne avrò una coscienza completa.
Come disse Wilde, ‘Quelli che vogliono una maschera, devono indossarla’

Domanda: Oppure “Tutta l’arte è allo stesso tempo superficie e simbolo, quelli che vanno oltre la superficie lo fanno a loro rischio e pericolo”.

GRANT MORRISON: Quanto è vero, ma che pericolo! Devo ammettere di essere sempre più disturbato dal tipo di miti bizzarri che sono cresciuti come funghi intorno al mio nome nella cerchia dei fan di fumetti – continuo ad incazzarmi quando mi sento descritto con l’immagine del saggio idiota; mi vedo riflesso di nuovo sotto la forma di un tremante e ridicolo drogato, che spara spazzatura senza significato che può essere capita solo da quei ‘maledetti bastardi’ che dicono di vedere figure magiche in 3-d col loro terzo occhio e ometti piccoli che leggono le notizie in TV. Ormai non riesco più a leggere il mio nome su Wizard [n.d.t.: rivista di critica sui fumetti statunitense ‘mainstream’] senza trovare anche riferimenti a sostanze illecite. Le mode nel fumetto commerciale mi fanno le fusa quando le tocco ma l’industria dei comics mi tratta ancora con disprezzo e sospetto anche dopo tutti questi anni; non riesco proprio a capire come mai il mio nome è sempre così evidentemente assente dalle liste dei candidati ai vari premi, perché i miei colleghi (quando non anche ‘imitatori’) preferiscono arrampicarsi su lastroni di vetro piuttosto che fare riferimento al mio nome ed alla mia influenza nelle interviste, perché il mio lungo status di servizio ed i miei lavori siano così spesso sottovalutati e presi in giro. Cercare di sorridere nonostante tutti questi inspiegabili pregiudizi è davvero difficile a volte e se, come sono portato sempre più spesso a credere, vengo ostracizzato a causa dei miei immaginati ‘peccati’ collegati alla droga che violano la loro etica puritana, hanno davvero preso di mira lo scrittore sbagliato.
La psichedelia mi piace come piace all’uomo qualunque (se quest’uomo si chiama Timothy Leary e ho fatto un sacco di ‘ricerca’ in questo senso negli anni ’90) ma ho assaggiato un po’ di LSD solo una volta nella primavera del 2003 e prima di allora, nel 1999 quando sono andato a vedere ‘Matrix’ a Melbourne. Sono pulito, agente. Sono stato integerrimo per tutta la mia giovinezza e da ventenne ho avuto solo contatti molto limitati con ogni tipo di droga (quindi droghe psichedeliche, stimolanti, erba, tè e caffè). Questo fino ai 32 ma dentro la testa penso di essere stato psichedelico più o meno dalla nascita. Mia madre legge le foglie di tè. Insieme vivevamo in una bella e moderna casa infestata nella maledetta East Kilbride. Pratico magia fin da quando avevo 19 anni. La stramberia è quella che è in me e non ha niente a che vedere con le droghe. E’ molto, molto peggio di una droga!

Ancora verità, nient’altro che verità? Il libro di McGill è nel forno…

Traduzione di Andrea Toscani e Diflot

Grant Morrison intervista - parte 3 - 2004


Grant Morrison: Master & Commander - Parte 3: Salendo sugli aeroplani del POP!


DISCLAIMER Intervista originalmente pubblicata su www.popimage.com - copyright e tutti i diritti riservati agli autori - 2003 - 2004
Cos'hanno in comune Douglas Rushkoff e Courtney Love? Lo stesso che abbiamo in comune noi: I fumetti. Adesso discutiamo di trend e di stili nei fumetti.


DOMANDA: Qualche anno fa inventammo un modo di descrivere l’evoluzione degli archetipi supereroistici, etichettandoli come post-superumani, un modo che da allora è entrato a far parte del tipico linguaggio con cui si discute di fumetti. Post di qua, neo di là. Trovi che queste etichette siano ancora attuali?

GRANT MORRISON: Non so se l’ho mai fatto.
Comunque, che cosa mi dici dei Preterumani? E’ sicuramente il più assurdo tra questi sinonimi.
Quello che invece so è che adesso non c’è così tanta differenza tra I fumetti attuali ed i più importanti fumetti dei primi anni ’70. E’ quello che è successo con il glam dei primi anni ’70 ed i The Darkness adesso, o l’ondata terrorista di allora con la nuova versione mediorientale. Le cose si ripetono continuamente in cicli facilmente prevedibili. E’ per questo che la fase ‘realistica’ dei fumetti sarà sostituita, a partire da questa primavera, da una nuova fase ‘cosmica’, ‘psichedelica’, ‘surrealista’ o ‘strana’, come avevo detto già qualche anno fa. Probabilmente tutto partirà da questi preterumani e sarà la loro prima mossa nella loro terrificante ‘annessione’ del mondo
Aspettatevi la giusta e da lungo attesa canonizzazione di Brendan McCarthy, esattamente come è successo ad Aragorn nel “Ritorno Del Re”.

Domanda: Ci sono alcuni aspetti dell’arte sequenziale con cui ti piacerebbe sperimentare? Per esempio, ormai si è già fatto molto con i colori, ma aspetti come il lettering sicuramente hanno ancora un grande potenziale da esprimere.

GRANT MORRISON: Sono maggiormente interessato a giocare con la profondità delle pagine piuttosto che con piccoli particolari come il lettering e così via. Su We3 in particolare io e Vince (ovvero Frank Quitely) abbiamo lavorato a stretto contatto, ma in modo prettamente maschile, per sviluppare ed ampliare alcuni degli effetti visivi, basati sulla grande velocità, creati col computer ad un’alta risoluzione, effetti con cui avevo iniziato a giocare su fumetti come “Marvel Boy”. We3 contiene esperimenti sugli spazi della pagina, sulla percezione del tempo e sui modelli di movimento. In particolare nel secondo numero sperimentiamo con le percezioni umane che cambiano improvvisamente in percezioni animali. Supereremo i confini della pagina usandola come se fosse un vero spazio tridimensionale. Alcune delle idee e del design che io e Chris Weston abbiamo creato su “The Filth” – come l’idea di una videocamera di sorveglianza che creava immagini in 4 dimensioni - sono state ulteriormente sviluppate su We3. Speriamo che non risulti troppo astruso o difficile.
Per i miei fumetti ho mischiato il modello formato da veloci tagli ed effetti digitali creato da Mtv con quel tipo di effetti di profondità tridimensionali che vediamo in tutti i videogame – lo schermo di un televisore o di un monitor è più o meno un piano bidimensionale come la pagina di un fumetto; non c’è quindi alcuna ragione per cui non dovremmo ricreare la stessa profondità di campo sulle nostre tavole. Non c’è alcun bisogno di sistemare vignette solo sulla ‘superficie’ passiva dello spazio nella pagina – dalla profondità delle tavole possono nascere strutture di vignette dinamiche: possono essere abbassate, ruotate ed infine incastonate.
Per quanto riguarda questo discorso, continuo a sentire lamentele di persone che non riescono a sopportare i layout strani nei fumetti – bene, è tempo di un’altra piccola lamentela: è come se tuo nonno dicesse di non riuscire a sopportare tutta la paurosa e veloce messe di informazioni a Top of the Pops e per lui ci può essere una sola risposta. Fottiti nonno! Se sei troppo stupido per leggere una pagina di un fumetto, non dovresti nemmeno tentare di leggerne uno e forse già non lo fai. Come creativo, sento che è arrivato il momento di smuovere le placide acque del design dei fumetti e delle possibilità di storytelling nel tentativo di attrarre l’attenzione di persone che NON SARANNO MAI INTERESSATE nello sfogliare o nel comprare fumetti di supereroi disegnati a mano.
Comunque sia, ora che ho detto finalmente quello che avevo da dire, c’è una divertente storia sui lavori sperimentali ed il mio stile di scrittura ‘difficile’: recentemente ho letto un articolo di Stephen A. Meller dove sia il mio ARKHAM ASYLUM che la storia del 1940 ‘Batman contro il Joker’ venivano sottoposti al test Flesch sulla semplicità di lettura. La ‘semplice’ Golden Age ha totalizzato un punteggio di comprensione di lettura di 78.25, mentre ARKHAM ASYLUM ha vinto la sfida con 91.28 – come dice lo stesso Meller: “ARKHAM ASYLUM è molto più facile da leggere di BATMAN CONTRO IL JOKER”.

Domanda: Quanta libertà hai ottenuto con il tuo nuovo contratto? Puoi lavorare al di fuori della Dc, presumendo che tu abbia scritto una certa quantità di storie per loro? Potresti lavorare con la Humanoids alla luce della loro recente collaborazione con la Dc?

GRANT MORRISON: Ho tutta la libertà che voglio di poter scrivere storie al di fuori dei fumetti, ma per due anni scriverò comics solo per la Dc. Che mi va benissimo, perché il contratto è stato formulato in modo che io possa creare tutti i personaggi e scrivere tutte le storie che voglio alla Vertigo e che possa giocare con le mie fissazioni supereroistiche e le mie teorie sugli ‘universi senzienti’ nel classico Dc universe.
Ho parlato con lo studio Humanoids in passato, ma, ad essere onesti, nessuno nel settore può raggiungere gli accordi sulla proprietà dei personaggi e la lunga amicizia personale che ho alla Vertigo, quindi tendo a lanciare ogni mio nuovo fumetto là.

Domanda: Uno dei più recenti cambiamenti avvenuti alla Vertigo, che personalmente mi ha fatto molto piacere, fosse solo per i potenziali talenti che potrà portare all’imprint, è stato l’arrivo di Jonathan Vankin nello staff editoriale. Cosa ne pensi del nuovo compito di Jonathan? Quando senti parlare o incontri persone talentuose fuori dal campo dei fumetti che sono interessati a questo genere di narrazione, li incoraggi a fare il primo passo?
GRANT MORRISON: Conosco Jonathan da pochi anni e mi piace molto, quindi spero che abbia veramente la possibilità di lasciare il segno. Ora è arrivato il momento della grande intelligenza e del gusto cattolico nei fumetti – un rinascimento psichedelico. La Kovention delle Kastagne del King Kirby. Incoraggio sempre i nuovi talenti a provare ad entrare nel mondo del fumetto, ma per loro è dura farcela come per qualunque sconosciuto che si presenti con sceneggiature interessante nelle loro borse. Brendan McCarthy non è riuscito a vendere il suo “House of Ideas” alla Marvel. Non sono riuscito a fare ottenere la pubblicazione alla mini serie sugli “Eterni” di Doug Rushkoff ed i miei sforzi di fare ottenere una testata a Steve Aylett si è schiantato sul muro dell’indifferenza della Vertigo, anche se penso ancora che un adattamento di “Slaughtermatic” sarebbe stato un gran fumetto. Forse Jonathan riuscirà a fare qualcosa a questo proposito…voi lettori che ne pensate?

Domanda: Trovo interessante vedere molta gente che non ha bisogno di lavorare nel mondo del fumetto, esprimere interesse verso di esso solo per ricevere poi rifiuti dalle case editrici. Per anni si è parlato di Rushkoff su PopImage e so che la Marvel ha dei contatti con Quentin Tarantino e M. Night Shyamalan perchè siamo stati noi a fornirglieli. Cazzo, Noam Chomsky sta scrivendo il suo primo fumetto, mentre quei due registi no. Almeno alla Vertigo ogni tanto si vedono delle novità rispetto ai soliti nomi noti. Non parlo solo di Jonathan, ma anche di persone come Si Spencer e Tara McPherson. Ci sono alcuni famosi sceneggiatori di film e di televisione che lavorano nei fumetti, ma anche scrittori ed artisti che molte persone non hanno neanche mai sentito nominare, ma che, dovunque essi vadano, creano una fila di persone disposte ad aspettare tre ore sotto la pioggia solo per incontrarli. Quindi non bisogna fermarsi qui, bisogna continuare in questa direzione. Spingi per avere copertine fatte da Mark Ryden, Paul Booth e Joe Coleman e, se serve, continua a proporre tuoi amici. Scommetto che addirittura Richard Metzger ha un paio di idee su dei fumetti…

GRANT MORRISON: Sono d’accordo con te, ma continuo a pensare che i manga siano il formato del futuro e che la Tokyopop stia riuscendo a fare i primi passi nel rendere i fumetti di nuovo interessanti agli occhi del grande pubblico – sono già riusciti ad ingaggiare Courtney Love come scrittrice di fumetti e di sicuro lei sa riconoscere una buona opportunità, non è vero?

Domanda: Uno dei futuri progetti che aspetto ardentemente è l’annunciata collaborazione tra te, Douglas Rushkoff e Genesis P-Orridge [n.d.r.: il primo è un esperto di cultura digitale, autore di ‘Open Source Democracy’; Il secondo è un musicista d’avanguardia, fondatore dell’antireligione del Tempio della Gioventù Psichica]. E’ ancora un progetto in essere? Più leggo cose su di voi, più mi rendo conto quanto abbiate in comune e come insieme formiate una moderna trinità culturale magica.

GRANT MORRISON: Questo progetto si è arenato per varie ragioni, alcune pratiche, alcune magiche. Ho visto Doug solo un paio di volte da allora e non ho avuto alcun contatto vero con Gen durante tutto il suo periodo di trasformazione in una affascinante donna-maschio. Tutta l’esperienza di ‘Abyss’ del 2001 mi ha tenuto fuori dai giochi per un paio di anni. Attualmente sto cominciando a ricostruire la mia rete di contatti.
Io e Daniel Pinchbeck probabilmente faremo in futuro una specie di intervista/discussione. C’era l’interessamento della rivista “Rolling Stone” e poi si sono tirati indietro: vedremo cosa succederà. Il suo stupefacente libro intitolato “Breaking Open The Head” è un testo seminale sulla nuova scena psichedelica e decisamente un must. Adesso ne sta scrivendo uno nuovo.

Traduzione di Albyrinth

Grant Morrison intervista - parte 4 - 2004


Grant Morrison: Master & Commander - Parte 4: Highway X

DISCLAIMER Intervista originalmente pubblicata su www.popimage.com - copyright e tutti i diritti riservati agli autori - 2003 - 2004

DOMANDA: Quando lavori su personaggi molto popolari presti attenzione a quanto dicono i fan o gli altri scrittori? Ho trovato di pessimo gusto leggere i commenti di John Byrne sul tuo ciclo su New X-Men, contando soprattutto che hai passato molto tempo ad omaggiare il suo lavoro...
GRANT MORRISON: Non ho letto i commenti di John Byrne e non voglio farlo, ma sono assolutamente sicuro che, non importa come sembrasse, ciò che il mio disegnatore preferito quando ero un ragazzino INTENDEVA dire era che lui ha semplicemente ADORATO il mio ciclo su New X-Men!

Con un atto infinitamente più magnanimo di solidarietà artistica, ho sentito che Arnold Drake, il brillante signore che ha creato e scritto le prime storie della Doom Patrol (e non solo), ha citato la mia versione del fumetto come la più fedele alla sua visione creativa. GRAZIE, Mister Drake. Mi sono molto impegnato per rinnovare e preservare l'anima del fumetto ed è bello essere apprezzati per questo dal creatore di questi personaggi affascinanti e duraturi. I paperback di ristampa del mio ciclo usciranno nei prossimi mesi.

Ciao mamma.

D: Consideri New X-Men come un tuo sigillo o si può dire che non fosse tutta farina del tuo sacco? Mi ricordo di un interessante articolo su un sito amatoriale, dove venivano esaminati gli albi e contate quante volte appariva la parola "Sex" nei disegni...

GRANT MORRISON: Quell'articolo parla più dei fan stessi di quanto parli di me.
O, a dire il vero, parla più di Ethan "Erotik" Van Schiver e di “Filthy” Frank Quitely, che hanno riempito il fumetto di peni subliminali e di parolacce nascoste, come i due ragazzini che ridacchiavano mentre disegnavano due travestiti pelosi nei loro libri di fisica. Questi gioiosi scherzetti sono scandalosi quanto i vestitini di cuoio di Christina Aguilera.

Tutti i fumetti sono sigilli. "Sigillo" è una parola ormai antiquata. Tutta questa roba magica ha bisogno di una nuova terminologia, perchè non corrisponde più a ciò che è stato detto alla gente. La magia non è tutta basata su questa noiosa simbologia fuorviante che proviene direttamente dall'era Vittoriana, dove nessuno poteva parlare in modo chiaro e tutto veniva espresso in un aulico codice poetico. Il mondo è arrivato ad un punto critico ed è tempo di smetterla di parlare di stronzate come la Cabala e la Telema, del Caos e l'Informazione e di tutto quel metaforico fumo negli occhi e di quel gioco di specchi creato solamente per far apparire, agli occhi della gente, i maghi come persone speciali dotate di poteri speciali.. Non è affatto così. Ognuno fa delle magie continuamente, in modi diversi."Vita" più "significato" = Magica. Se volete approfondire provate a leggere "Pop Mag!C"

D: Hai lavorato con molti disegnatori sugli X-Men: senti di avere collaborato bene con loro? Qualcuno in particolare?

GRANT MORRISON: Quitely, Jimenez, Silvestri e John Paul Leon sono quelli che hanno realizzato le mie storie preferite.

D: Cosa ne pensi dell'uso che è stato fatto dei personaggi che avevi creato dopo che te ne sei andato? Fantomex e Dust, per esempio? Originariamente avevi piani più importanti per Dust?

GRANT MORRISON: Possono fare quello che vogliono con quei personaggi e lo faranno, ne sono sicuro. Originariamente Dust doveva avere un ruolo molto più importante, ma, alla fine, non riusciva ad entrare bene nel tipo di storia che si stava sviluppando pagina dopo pagina.

Quando decisi di continuare New X-Men con Scott ed Emma come direttori della scuola (questo fu prima di prendere la decisione di andarmene ed avevo già scritto la trama per una saga di 6 numeri che avrebbe sancito una "nuova direzione" per la serie dopo il numero 154, con il il ritorno delle uniformi scolastiche e così via. La prima storia di questo ciclo era sul primo studente umano alla mansion - lui viene tiranneggiato e trattato come un animale inferiore dagli altri studenti fino a che si scopre che lui è il miglior chitarrista mai sentito, così bravo che il suo talento potrebbe benissimo essere considerato un potere mutante e così il pregiudizio viene sconfitto quando tutti rimangono affascinati dalle sue canzoni. E' il momento di una gag: dovessi riscrivere adesso quell'episodio lo renderei più realistico trasformando il personaggio in una cavia gigante che può suonare il piano come Richard Clayderman, ma solo per tre notti al mese con la luna piena) l’intenzione era quella di far diventare Dust più importante come una delle insegnanti degli studenti. Le storie degli X-Men sono legate dalla continuity tipica della soap opera, quindi sapevo che potevo lasciare alcune sottotrame ed alcuni personaggi in attesa, arricchendo forse così il gruppo. Sono sicuro che i nuovi scrittori avranno dei piani per lei: ha dei grandi poteri ed infinite possibilità di sviluppo per un personaggio.

D: Quindi volevi fare ritornare le uniformi? E' interessante, perchè quando annunciarono la decisione di agire così dopo che te ne eri andato, in molti pensarono che fosse un grosso passo indietro rispetto a quanto avevi fatto con i personaggi...

GRANT MORRISON: Non era una mia idea: fu la Marvel a prendere la decisione di tornare ai costumi colorati e scintillanti dei supereroi, in parte per fare felici i licenziatari dei personaggi. Mi era stato chiesto di trovare un modo per rendere convincente questo ritorno allo spandex e poi, alla fine, non ho dovuto farlo ed è toccato a Joss Whedon trovare un modo per renderli credibili. Cosa che ha fatto in modo piuttosto efficace.

D: Un dialogo che mi colpì molto su New X-Men fu un commento fatto da Fantomex a Magneto: "Tutto ciò che dici è un clichè?". E' una critica al modo in cui è stato scritto in passato il personaggio? O un commento sulla crescente popolarità dello "Storytelling Decompresso", che spesso è basato sull'azione veloce intervallata da furbe e ben piazzate singole battute di dialogo, alcune della quali spesso sono, o diventano, clichè?

GRANT MORRISON: La saga "Planet-X" era parzialmente intesa come una critica alla infinita natura circolare della battaglia tra gli X-Men ed il loro più popolare nemico, Magneto e, più in generale, alla natura ugualmente ciclica delle reinvenzioni nel genere dei supereroi. Ho concluso il fumetto esattamente come l'avevo trovato, con Logan che uccide Magneto ANCORA, come fece alla fine del ciclo di Scott Lobdell. I cattivi non muoiono mai negli universi fumettistici, continuano a tornare: immagina Hitler che torna per la centesima volta dalla tomba per minacciare l'umanità. Quindi, nel modo in cui "Marvel Boy" era guidato nel ritmo ed alimentato dal motore delle "difficoltà dell'adolescenza", "Planet X" è basato sulla tremenda ed universale apatia di mezza età proveniente direttamente sia dalle mie frustrazioni, dal mio disincanto e dal mio freddo distacco, sia da quelle del personaggio di Magneto, così come sulle frustrazioni del tipo "Non è mai abbastanza", tipiche di una fetta di lettori cresciuti con i supereroi. A ben vedere, penso di avere un po' esagerato nel descrivere il mondo in modo negativo, ma alcune persone amate stavano morendo intorno a me mentre scrivevo queste storie, quindi penso di avere un po' il diritto di descrivere il mio angolo di miseria. Quella frase di Fantomex riassume completamente il mio cinismo in quel momento ed appare comunque giustificata visti gli sviluppi conseguenti al mio addio alla serie. Secondo me non doveva esserci un vero Xorn, doveva restare un falso, era questo il suo lato crudele e soprattutto quello sarebbe dovuto essere il vero Magneto, distrutto nell'animo, nevrotico e schizofrenico come l'ho descritto in Planet X, non un qualunque impostore. Ci sono tantissime cose buone in Planet X, a parte quel velo di tristezza e futilità che aleggia sopra tutta la storia. Ciò che la gente dimentica spesso è che Magneto, a differenza dell'adorbaile Sir Ian McKellen, è solo un vecchio pazzo e stronzo terrorista. Non importa se lui giustifica il suo comportamento stupido e brutale o se qualcun altro la fa al suo posto, alla fin fine è solo un vecchio bastardo con idee cretine ed antiquate basate sulla violenza e sulla coercizione. Voglio che questo punto sia chiaro una volta per tutte. Traduzione di Albyrinth

Grant Morrison intervista - parte 5 - 2004


Grant Morrison: Master & Commander - Parte 5: Danzando attraverso le conchiglie

DISCLAIMER Intervista originalmente pubblicata su www.popimage.com - copyright e tutti i diritti riservati agli autori - 2003 - 2004
Prima che gli X-Men diventassero predominanti tra gli impegni di Grant, lui e Chris Weston stavano co-creando la maxi-serie Vertigo The Filth. Recentemente raccolta in volume, The Filth ha dimostrato di essere troppo tenebrosa o troppo particolare per una parte del suo pubblico, più abituata alle figure eroiche, sensuali e splendenti di lavori precedenti come The Invisibles o la JLA. Greg Feely, il protagonista di The Filth, non veste tute rosse e non conosce il kung fu, bada al suo gatto, si soffia il naso e guarda pornografia.
Ma qualcos’ altro, accaduto successo nel periodo durante il qulae The Filth veniva realizzato, al momento in cui lo stavo leggendo era soltanto una nota a margine. Una dichiarazione superficiale. Un commento che sembrava destinato a restare inosservato, privo di importanza. Ma era molto importante, e mi impauriva.
Era il tipo di cosa che non vorresti mai sentire uscire dalla bocca di un genio creativo come Grant Morrison. Quando questa intervista è iniziata, era l’unica domanda che sapevo avrei dovuto fare, qua sotto potete leggerne i risultati.

Domanda: The Filth è stato raccolto in volume di recente. Nonostante non sia stata largamente pubblicizzata come The Invisibles, pensi che la serie, quando è uscita, abbia avuto il successo che ti aspettavi?

GRANT MORRISON: Dal punto di vista artistico sono molto contento di The Filth, e ci ritorno sopra con meraviglia ed affetto. E’ praticamente il lavoro più “forte” che abbia mai fatto. Mi ha visto passare attraverso un brutto periodo ed ha espresso quello che volevo, ma devo ammettere che sono molto offeso dalla mancanza di intelligente impegno critico a proposito della serie. Continuo a leggere cose di persone che insistono a dire che non c’è storia, non c’è trama, non esiste caratterizzazione etc, di fronte all’evidenza del contrario. Alcune volte sono completamente frustrato dalla risposta negativa a quello che considero un lavoro di satira molto schietto, divertente, visivamente splendido, inventivo e diretto.

Ad ogni modo, prevedo una riscoperta di The Filth, ora che è uscito il volume.

Tutti quelli che hanno apprezzato The Invisibles dovrebbero leggere The Filth per la sola ragione che se segui le conclusioni di Invisibles fino ai loro limiti, hai BISOGNO di The Filth per dare un senso a quello che accadrà dopo alla tua vita. Non c’è nessuna ‘magia’. Tutti moriremo, come anche i nostri eroi. E' sempre successo, ed è solo questione di aspettare il momento. La vita è uno stato di sospensione, dove la coscienza vede il suo stesso riflesso nella materia e, si spera, impara qualcosa di dolorosamente splendido sulla sua natura e i suoi obiettivi.

D: Una cosa che ho trovato piuttosto disturbante è stato un commento che hai fatto in una intervista online, che è sembrato restare inosservato dal sito, dove dicevi di aver tentato il suicidio ad un certo punto della creazione della serie.
GRANT MORRISON: THE FILTH è stato creato immaginando un filtro o un impianto di depurazione – un colorato pseudo-rene, se preferisci – una Cabala smembrata con echi di fallimento e sfruttamento attraverso cui sono riuscito a passare purificando il materiale ultravioletto, dannoso e seducente, ed esaminando tutte le cattive sensazioni e le immagini che ero riuscito ad associare alla vita all’alba del nuovo secolo – la strisciante paranoia della realtà vista come filmato di sorveglianza, gli interminabili omicidi di massa fatti in nome di cause stupide che contano meno delle scoregge, il terrificante disprezzo di sé tipico della cultura occidentale, l’osceno e sempre crescente fascino nei confronti di forme di divertimento basate sulle conseguenze della povertà e dell’ignoranza, l’uso della pornografia come un narcotico ed il suo conseguente impatto sul modo in cui gli uomini guardano le donne, il narcisismo incoerente della ‘reality’ TV. Tutte tendenze che secondo me meritavano di essere oggetto di satira e prese in giro; lasciamo penzolare questo bel paio di coglioni che è la nostra cultura, senza protezione e pronti ad essere colpiti da un bel calcione concettuale – The Filth mi sembrava la porzione ‘artistica’ visibile di un tentativo assai più vasto di consumare un po’ di energia ‘qlippotica’ o ‘negativa’ durante l’attraversamento dell’ABISSO, nell’accezione nota ai maghi.

Per facilitare questo passaggio, mi sono immerso nella lettura di libri sull’anti-vita, sulla morte, il decadimento, la vergogna, la sporcizia, il caos, l’esaurimento nervoso, sulla pornografia vista come controllo mentale, l’umiliazione, la crudeltà, l’arte schizofrenica e la patologia e mi sono cibato di malattia trasformandola in narrativa per fumetto da intravenosa – non mi meraviglia il fatto che molti l’abbiano odiato (il progetto aveva raggiunto una strana forma di dissonanza nella sua incarnazione mensile e pochissime persone tra quelli che lo commentarono sembravano in grado di distinguere un qualsiasi significato dalle nude immagini e parole che scorrevano davanti ai loro occhi. E’ stato fottutamente bizzarro per me leggere di alcuni che dicevano, a proposito di questa storia così meticolosamente programmata e dispiegata, che ‘la struttura è un vero casino’ oppure che ‘The Filth non ha un soggetto distinguibile, non ha personaggi, non ha un tema’, oppure la frase priva di senso e che odio più di tutte le altre, secondo cui ‘The Filth’ sarebbe piena di ‘stramberie per il gusto dello strambo’. Devo ancora vedere qualcuno che cerchi di denigrare WATCHMEN perché parla di ‘supereroismo per il gusto del supereroe’ o MAUS perché rappresenta ‘l’Olocausto per il gusto dell’Olocausto’ e sapere che gliela lasciano passare). Abbiamo odiato tutti la vaccinazione contro la Polio, giusto? A nessuno piace sentire la puntura, dopo tutto, anche quando viene fatta per il tuo bene.

Comunque, The Filth cresceva nella mia testa e diventava una devastante dissezione sul tema ‘Dove Siamo Oggi’ e, come al solito, ho finito per utilizzare la mia vita ed il mio lavoro come un laboratorio elaborando i risultati della sperimentaione in forma di storia. Anche se avevo familiarità con l’Abisso o con la ‘cerchia-da-non-oltrepassare’ (concetti derivanti da varie meditazioni poste ‘alla ricerca di piani d’esistenza superiori’ che risalgono al periodo in cui facevo i miei primi esperimenti sull’ Albero della Vita e sull’ ‘Aethyr’ enochiano) la ferocia dello stato di coscienza che mi intrappolava trasformando il mio mondo mi colse quasi impreparato. Entrai nell’Abisso appena prima l’11 Settembre, credo – quella mattina, mi svegliai in uno stato orribile, urlavo e tiravo calci senza riuscire a controllarmi; più meno risale ad allora l’inizio di tutto. Le cose diventavano il loro opposto – tutti i pensieri, i concetti, tutte le possibilità portavano con sé il loro devastante negativo finché nulla di ciò che non veniva cancellato nel processo aveva più significato. Pensare a qualsiasi cosa senza immaginare contestualmente il suo complemento negativo divenne sempre più impossibile, finché tutto questo scontro ‘particellare’ di concetti mi vaporizzò di brutto rilasciando energia sufficiente ad alimentare la nascita di un sole interno, che alla fine si stabilizzò in una visione della realtà molto strana e nuova (questo tipo di consapevolezza ‘Choronzonica’ è un tratto peculiare delle esperienze che hanno a che fare con l’Abisso). Prima di essere atomizzata, ogni illusione che avevo riguardo me stesso ed il mondo si trasformò come polvere particellare macinata in quel brutale mulino. Mentre scrivevo ‘The Filth’, in un periodo che parzialmente è conciso con la mia sequenza per ‘New X-Men’, mi sentivo così sconvolto e provato da quello che mi stava accadendo e dall’oscuro materiale che cercavo di metabolizzare che mi lanciai verso il balcone del 3° piano di un Hotel sul Sunset Boulevard solo per essere tirato dentro da Kristan, che mi ferii il petto e lo stomaco con il manico di metallo di un cucchiaio, che mi tagliai i polsi stupidamente (ma con estrema classe) usando i frammenti di vetro di una bottiglia di champagne. Tra gli altri numerosi e folli tanghi ballati con la pazzia, progettati (si direbbe) solo per rendere più interessante la mia biografia (vi prego, vi prego, vi prego non fatelo a casa, amici. Lasciate queste cose ai professionisti, sono tutti esperti e in gamba, potete starne certi). Per la maggioranza del tempo Non sono stato IN ME: ero preda in continuazione di ogni tipo di tendenze ossessive. Quella stessa cosa che mi ha permesso di andare avanti quando stavo per morire in ospedale nel ‘96 mi ha salvato di nuovo; il contesto in cui mi trovavo e la pura e semplice voglia di Vita Reale. Il mio ‘tunnel di realtà’,come lo chiama Robert Anton Wilson (vedi http://www.rawilson.com/main.shtml, NDT), mi consente di inquadrare convenientemente ogni esperienza ed ogni stato di coscienza, buono o cattivo, nel contesto della mia iniziazione magica e della mia evoluzione. Le discipline magiche portano struttura, significato e progettualità in momenti della vita che sono apparentemente senza struttura, senza senso e pieni di dolore. E aiutano anche le discipline terra-terra legate al guadagnarsi da vivere e al condividere una relazione.

Abbracciare veramente il Caos significa arrendersi alla definitiva e inflessibile espressione della Legge e dell’Ordine del nostro universo – legge secondo cui Tutto Cambia. Non avevo possibilità di spingermi molto più in là finché non saltò fuori la Pop Mag!c con il suo codazzo di teorie selvagge e stranezze visionarie. Craig mi ha intervistato durante il periodo peggiore e più nero che abbia mai passato perciò sono sicuro che nel suo libro questo salti al naso come una puzza fastidiosa. Sono sicuro che vi spaccherete le mascelle dal ridere.

Devo dire che arrivai alla ‘fine’ del percorso ‘magico’ come l’avevo conosciuto e praticato per 25 anni e, come un uomo che si trova nel punto di scoppio di una bomba nucleare, inebetito e confuso, con le orecchie che fischiano, sto cercando di trovare nuovi modi per spiegare ciò che è successo e presentarlo al mondo sotto forma di Magia ‘neutra’. The Filth è stato scritto a partire da questa esperienza. Ma la roba veramente buona deve ancora arrivare.

Chiunque abbia interesse a coltivare queste cose (e sono sicuro che molti dei miei lettori già le praticano) la saggezza Cabalistica che ho riportato a casa dal processo di scrittura di ‘The Filth’ è molto semplice e profonda ed è espressa da Greg Feely nella scena che si svolge sul retro del negozio di fiori – la Corona è Nel Regno, e Anche il Contrario è Vero. E per voi fan della magia enochiana, Greg si può interpretare come Nemo che cura il suo giardino, se vi va.

Naturalmente mi ci è voluto un sacco di tempo ed una canzone dal nuovo disco dei Monster Magnet (http://www.monstermagnet.net/, NDT) per comprendere finalmente il vero messaggio dall’Abisso.

'Chiudi il becco, stronzissimo bambinone'

E così ho intenzione di fare! Farà così anche Horus, il pazzo Dio-Bambino degli Eoni, se glielo direte gentilmente. IAMIUHUAMI (suona un po’ come IOSONOTECHESEIME, NDT).

D: Beh, speriamo che tu abbia superato tutto questo, so che ti fa ancora male ma non puoi pensare di scalare l’albero senza sostegni se continui a rimanere ancorato alla polvere.

GRANT MORRISON: Certamente. Mi sento molto meglio adesso ma per un po’ le cose sono andate fottutamente male e mi hanno scosso fino alla punta delle scarpe.

traduzione Diflot e Lorenzo Corti