domenica 27 dicembre 2009

LA SAGA DI FENICE: capolavoro mutante di Claremont e Byrne


Quando pensiamo al fumetto americano inteso ancora come un cult per pochi e non come un fenomeno commerciale, il pensiero va automaticamente alla produzione DC Comics della metà degli anni ’80: ma non possiamo ignorare che a fare da battistrada alle quasi coeve opere di Miller e Moore (mi riferisco ovviamente a “The Dark Knight” e a “Watchmen”), ci furono i grandi serials della Marvel. Infatti laddove la DC, da sempre rivale antagonista della Casa delle Idee di Stan Lee, promuoveva immortali e rivoluzionarie graphic novels, la Marvel, già verso la fine dei ’70 e i primi ’80, porgeva il testimone di alcuni suoi titoli più celebri a giovani cartoonists pieni di talento e di idee altrettanto rivoluzionarie. Miller (prima di approdare alla prosa del Cavaliere Oscuro) si fa le ossa su “Daredevil” (prima solo con i disegni, poi anche con i testi), mentre i “Fantastici Quattro” vengono affidati provvidenzialmente a John Byrne. Ma questi sono solo alcuni dei titoli e dei nomi più rilevanti.

Dal 1975 in poi un titolo su tutti avrebbe sovrastato il panorama fumettistico mondiale.



Quando infatti erano i comics a dominare la scena (e non i manga!) la testata più venduta, con numeri da record era appunto “The Uncanny X-Men”, risorta (come una Fenice!) dalle ceneri di quegli X-Men creati nel 1963 dalla premiata coppia Stan Lee / Jack Kirby e resi grandi nei ’70 da Roy Thomas e Neil Adams. Grandi, sì, ma non abbastanza. Tanto è vero che dopo un avvincente ciclo di storie, la testata chiuse nel ‘69. C’era bisogno di rinnovamento, certo. Ma di un rinnovamento serio, non basato semplicemente su di un restyling grafico, o sulla mera resurrezione di personaggi accattivanti perché sfruttabilissimi da un punto di vista meramente commerciale, come oggi accade spesso.
La Marvel nel 1975 affidò la sfida al veterano Len Wein ed al compianto Dave Cockrum, che, attraverso un numero speciale, Giant Size X-Men, (e con una storia a dire il vero anche tenera nella sua ingenuità!) probabilmente non si resero neanche conto di quel che stavano facendo. Già a partire dal secondo numero si capisce che quell’albo speciale non era che il ponte verso una nuova testata, Uncanny X-Men, appunto, che sostituiva la vecchia serie dedicata ai mutanti di Xavier, (già mutuati dalla sfortunata Doom Patrol della DC!) con membri (quasi) tutti nuovi e di etnie diverse (altra importante novità questa!).

E già dal secondo numero la serie avrà come autore fisso dei testi quel Chris Claremont che per venti lunghi anni accompagnerà i suoi figliocci mutanti come (se non meglio!) di quanto e come avrebbe fatto il Professor X! Fino alla metà degli anni ’90, “The Uncanny X-Men” sarebbe stata la serie più letta del mondo, ma con una caratteristica peculiare: Claremont si è sempre opposto (non sempre riuscendoci, per la verità, specie nell’ultima fase del suo lavoro) ad uno sfruttamento meramente commerciale degli straordinari personaggi che aveva a disposizione, badando più alla qualità che alla quantità. I suoi straordinari personaggi, appunto, perché, senza nulla togliere allo straordinario lavoro di Stan Lee e Roy Thomas, è Claremont che traghetta Wolverine e Co. nel nuovo millennio dando loro un’anima, e legittimandosi come pilastro di quel nuovo rinascimento supereroistico, il cui epitaffio sarà infine scolpito da “Watchmen” e dal “Cavaliere Oscuro”.

Quello di Claremont non è ancora il mondo dei dialoghi sagaci e cinici (alla Tarantino) o degli effetti speciali delle distorsioni spazio temporali (dei fratelli Watchcosky), che proprio da quel mondo di Claremont si sono detti fieramente ispirati, ma è più quello delle riflessioni intimiste (di Fellini o di Antonioni, di Coppola o di Wenders).

Sarà proprio Claremont, coadiuvato dal disegnatore e co-sceneggiatore John Byrne, a spianare la strada a quello che sarebbe stato il nuovo trend (non meno di Miller e Moore), portando il comic americano ai massimi livelli espressivi. I vertici raggiunti dal duo Claremont/Byrne non hanno eguali dal punto di vista qualitativo: degni eredi degli anni ’60 di Lee/Kirby e dei ’70 di Thomas/Adams, vedranno negli ottimi Fabian Nicieza e Scott Lobdell (testi), e John Romita Jr. (già con Claremont), Jim Lee, Whilce Portacio, Joe Madureira, Joe Qaesada (disegni), solo per citare i più importanti, e nel più recente Grant Morrison, solo dei pallidi continuatori di quella prosa elegante, incisiva, intimista e poetica, o di quel tratto sobrio, realistico, mai pacchiano, rifinito e raffinato ancor di più dalle chini gentili di Terry Austin e dai colori di vari e validi coloristi, tra cui spicca Glynis Oliver.

Claremont comincia il suo ottimo lavoro già col compianto Dave Cokcrum, creatore grafico della nuova genesi di X-Men, ponendo però solo le basi di quel che sarebbe stato il suo lavoro con Byrne, e lo sviluppo di una saga che segna poi il fato di una straordinaria Jean Grey/Marvel Girl/Fenice, ormai cresciuta. Tutti gli X-Men sono ormai cresciuti e le loro personalità vengono fuori in maniera magistrale: non è un caso che negli ottimi tre recenti film degli X-Men di Brian Singer (e Brad Rattner) siano stati utilizzati esattamente quei personaggi, con quelle peculiari caratteristiche psichiche e fisiche, quei temi trattati in quel ciclo di storie, che hanno reso celebri gli X-Men. Ignorarlo sarebbe sacrilego! Si è trattata, infatti, di un’ ottima trasposizione cinematografica, forse la migliore (almeno della Marvel), ma, guarda caso, i caratteri generali dei personaggi, così come i temi trattati, sono proprio quelli ideati vent’anni or sono da Claremont sia nella graphic novel “Dio ama, l’uomo uccide”, sia soprattutto nel serial del fato di Fenice, assieme a Byrne.

Il lavoro è attento, certosino, accurato. Pieno di spunti che verranno poi sfruttati a piene mani dagli autori successivi. Quasi geniale, oserei dire, al pari dell’opera di Miller e Moore, lo ribadisco. Un lungo ciclo di storie saldamente nelle mani di un duo di autori che non lasciano nulla al caso, aprendo e chiudendo un era, riuscendo ad essere straordinari innovatori pur conservando i punti fermi che hanno dato identità ai characters (caratteristica questa tipica di Byrne), lasciando trapelare un’importante lezione: se vuoi rivoluzionare davvero una serie o un personaggio, non c’è bisogno di imbottirli di superficiali effettoni speciali come improbabili e blasfeme resurrezioni (ormai tanto in voga in casa Marvel) o incasinamenti spazio-temporali, cloni e quant’altro, perchè basta lavorare su ciò che si ha innanzi tutto, scavando a fondo sui vecchi personaggi ed introducendone altri solo se ugualmente potenzialmente interessanti.

Gli X-Men non sono più dei ragazzini attaccati alla sottana (anzi, alla sedia!) del loro X-mentore: sono cresciuti mostrano denti (e artigli!), soffrono, piangono, sanguinano, prendono coscienza del grande potere e delle grandi responsabilità che ne derivano, si corrompono.

L’elemento psicologico la fa da padrone: la lenta inesorabile corruzione mentale di Jean Grey è da manuale, e lascia intendere una metamorfosi verso pulsioni passionali, in un vortice erotico e belluino, che viene solo accennato (per motivi di Comic Code), ma che sarebbe degno di “Watchmen”. Il dubbio si insinua in tutti gli X-Men, vecchi e nuovi. Il tormentato rapporto padre-figlio tra Xavier e Ciclope, il triangolo amoroso Ciclope-Jean-Wolverine, la presunta attrazione (lesbica o solo materna?) di Tempesta per Kitty Pryde, il furore sepolto dall’ingenuità di Colosso, la fede di Nightcrawler, lo sviluppo delle potenzialità di tutti, in primis di Wolverine, sono solo alcuni spunti attraverso cui X-Chris, con Byrne, dà un’anima ai suoi ragazzi, che, come in un vortice, raggiungeranno l’apice, il climax nella scelta definitiva di Fenice prima di lasciarsi corrompere dal lato oscuro, trasfigurata come in un novello “Esorcista”, per poi sacrificarsi, dopo essersi resa conto che un’umana, anche se tramutata in una dea, in fondo resta pur sempre un’umana. Il tutto ha come scenario prima lo spazio (con la cattura da parte delle Sentinelle) poi la Terra, poi di nuovo lo spazio (dove, nell’ambito della battaglia contro D-Ken, Jean comincia a prendere coscienza delle capacità infinite del suo nuovo potere) poi di nuovo la Terra (con l’apocalittico scontro artico con Magneto prima, ed in Scozia con Proteus poi, che servono ancora per misurare il potere di Jean, ed il decisivo scontro con il Club Infernale, la Regina Bianca ed un inquietante Mastermind magistralmente rielaborato), infine di nuovo lo spazio (con Lilandra, gli Shi-ar, la Guardia Imperiale, l’Osservatore, i Kree e gli Skrull).

Ma è soprattutto una riflessione su ciò che si è e su ciò che non si può essere: non bastano più i dubbi le paure e le incertezze che comportano l’essere un mutante, odiato e temuto, con poteri stravaganti, micidiali, difficilmente controllabili, ma diventare addirittura una creatura dello spazio con un potere immenso, scatenato, capace di spegnere un mondo intero in pochi attimi.

La Saga di Fenice ha un prologo dello stesso Claremont (la trasformazione in seguito allo scontro con le Sentinelle di Lang e l’ammaraggio sulla Terra) e un epilogo (gli strascichi che seguono la morte di Jean e l’abbandono di Ciclope, presenti anche nelle avventure canadesi di Wolverine e Nightcrawler).

Le fasi della presa di coscienza da parte di Jean del suo (nuovo?) potere, il viso sconvolto dei suoi compagni durante la battaglia contro il cristallo dell’imperatore D-Ken, la foga con cui Xavier torna sulla Terra, il terrore negli occhi di Moira McTaggert che ne analizza il potere, lo sconforto nel cuore dei suoi amici negli scontri che seguiranno la trasformazione di Jean in Fenice Nera, la frustrazione di Ciclope e il dolore nascosto come l’amore di Wolverine, sono intrisi di una prosa elegante che in alcuni tratti raggiunge quasi la poesia. Il lungo flashback raccontato da Ciclope durante il funerale di Jean è un’elegia, così come il ricordo di Nightcrawler che rammenta Jean osservando il tramonto è pervaso da un enorme e quanto mai palpabile senso di angoscia, di vuoto, di eccitazione e paura, dove le emozioni dei nostri si mescolano con quelle delle persecuzioni (tema sempre dominante nelle pagine degli X-Men) che fanno da specchio al terrore dello spettro nucleare che incombe, ma di cui non si parla mai. Siamo nel 1981, e quel senso di cupo attanaglia le coscienze di tutti, nonostante i messaggi ottimistici di Reagan e i segnali di distensione provenienti dall’ U.R.S.S.

Sotto l’ottima regia del mai giustamente apprezzato editor Jim Shooter (rigoroso garante della continuità e della qualità, a differenza dei suoi successori alla guida della Marvel!) Claremont e Byrne delineano un mosaico pregiato, con un impatto più psicologico che visivo, scavando con cura nelle personalità dei loro X-pupilli senza mai stravolgerli, ma facendo emergere le loro vere caratteristiche di personaggi reali, tridimensionali, complessi e diversi, con eccellenti recuperi del passato (Angelo, Mastermind, Lilandra, la Guardia Imperiale…) e straordinarie new entries destinate alla longevità (Kitty, Dazzler, il Club Infernale, Emma Frost…) tutti trattati in maniera matura e realistica (in senso Marvel, si intende, per quanto ben lontani dall’ iperrealismo di “Watchmen” o del “Cavaliere Oscuro”): magari non si parlerà esplicitamente di politica o di terza guerra mondiale, ma vi assicuro che temi come la persecuzione e il razzismo, la paura ossessiva del diverso che genera sospetto, violenza sino alle estreme conseguenze dell’omicidio (singolo e/o di massa), i continui rimandi all’olocausto, al genocidio, sono trattati con la medesima obbiettività, nonostante la famigerata regola della sospensione della incredulità, tipica dei comics americani rivolti ad un pubblico di adolescenti.

Che succede quando un mutante (o un super-eroe) perde il controllo del proprio immenso potere e da vittima si fa carnefice, compiendo egli stesso un genocidio, come capita a Fenice ormai corrotta fino al midollo ed ebbra del suo nuovo status di onnipotenza?

I toni si fanno sempre più cupi e seri e solo un ultimo barlume di umanità (l’amore per Scott, ma anche il rispetto per il Professore, l’affetto per i suoi più cari amici, per la sua famiglia) fanno rinsavire anche se solo per un attimo la povera Jean, compiendo l’ultimo fatale gesto del suicidio stoico, estrema azione data l’incapacità di X-Men e guerrieri Shi-ar di arrestare lo strapotere della Fenice.

Il gioco di incastri imbastito da Claremont e da Byrne, le sottili trame della splendida saga seguiranno nell’altrettanto rivoluzionaria sequenza apocalittica futuristica di “Giorni di un futuro passato” (da cui, pare, James Cameron abbia preso spunto per il suo “Terminator”) sino allo scontro col Demone (un omaggio allo splendido “Alien” di Ridley Scott), che segnerà l’abbandono di Byrne nel 1981, desideroso di maggiore spazio creativo (sarà fautore della rinascita dei Fantastici Quattro per la Marvel e di Superman per la DC). Si chiude un ciclo di storie che aveva fatto (ri)scoprire il mondo dei mutanti, raggiungendo l’apice del successo, ispirando la nascita di nuove testate (si comincia con “Wolverine” e “New Mutants” per poi proseguire con “Excalibur”,“X-Factor”, “X-Force” ed un’innumerevole pletora di nuovissime x-serie e x-miniserie che nascono sulla scia della popolarità raggiunta).

X-Chris realizzerà cicli di storie comunque interessanti anche se, a tratti, quasi da soap opera e meno crepuscolari, con le nuove collaborazioni di buoni disegnatori come Paul Neary e John Romita Jr. (o Alan Davis per “Excalibur”); ci sarà persino un ritorno di John Buscema per “Wolverine”, ma pur sempre un pallido riflesso rispetto al suo vecchio sodalizio con Byrne. Fino alla venuta della generazione di Jim Lee (con le sue immagini ad effetto, di grande impatto visivo) e al definitivo abbandono di Claremont dopo quasi vent’anni con quello che sarebbe dovuto essere lo scontro finale con Magneto: proprio quest’ultimo, in punto di morte, recita uno splendido epitaffio, il commiato di Claremont dai suoi X-pupilli, causato soprattutto da scelte editoriali sempre più discutibili (Shooter è stato nel frattempo cacciato via dalla Marvel) o, comunque, sempre più rivolte allo sfruttamento commerciale, alla eccessiva sovraesposizione dei personaggi, tutte o quasi a discapito della qualità.

Ragionamento questo che porterà poi alle estreme conseguenze l’utilizzo sempre più meramente commerciale delle intuizioni di Cleremont/Byrne: basti pensare alla illogica resurrezione di Jean sulle pagine dei Fantastici Quattro (da cui poi sarebbe scaturita la serie di “X-Factor”) o gli innumerevoli sbalzi spazio temporali, cloni, continuum alternativi, e serie e miniserie a più non posso, in cui il caos la farà da padrone.

A noi, lettori della vecchia guardia, non resta che rileggere ancora una volta queste splendide perle che hanno fatto grande la Marvel Comics, con un pizzico di nostalgia e soddisfazione.


Marco Santoro - l'articolo su fumettidicarta con le immagini