venerdì 6 novembre 2009

Una lieve imprefezione, di Adrian Tomine

UNA LIEVE IMPERFEZIONE (Shortcomings) di Adrian Tomine
Brossura, 119 pg. b/n - 14,90 euro - BUR


Dopo le pubblicazioni della Coconino torna l’autore di fumetti, giapponese di quarta generazione ma americano d’adozione, Adrian Tomine: nato a Sacramento, in California, nel 1974, ha studiato all’università di Berkeley, ma oggi vive a Brooklyn. Questa volta abbandona il formato del racconto breve che lo avvicinava strutturalmente, oltre che semanticamente, allo scrittore Raymond Carver cimentandosi in un lungo romanzo (illustrato). Una lieve imperfezione è apparso a puntate sulla sua pubblicazione personale “Optic Nerve”, ed è stata recentemente pubblicata come una graphic-novel dalla Bur nella sezione 24sette.

Con impietosa onestà Tomine proietta sul protagonista, Ben Tanaka, tutte le ossessioni e le idiosincrasie che gli appartangono, quasi volesse incanalare nel personaggio gli aspetti più imbarazzanti di sé stesso; una pratica terapeutica non nuova nel fumetto indipendente americano che ci ricorda immediatamente Robert Crumb e Harvey Pekar in primis, e le più recenti opere canadesi come Poor bastard di Joe Matt (Coconino Press), Non mi sei mai piaciuto (Black Velvet) di Chester Brown, La vita non è male malgrado tutto di Seth (ancora Coconino Press). Ma rispetto a questi autori Tomine rifiuta l’espediente principale del fumetto autobiografico non identificandosi del tutto con il protagonista ma creando un (anti)eroe ex-novo, forse per cercare un filtro con il lettore ed un programmatico distacco.
L’odio che Tanaka prova verso se stesso si esprime attraverso un rifiuto dei luoghi comuni giapponesi (esattamente come Tomine rifiuta qualsiasi allusione al manga) fino ad entrare in contraddizione e riconsolidare tali luoghi comuni, quando la sua ragazza comincia a frequentare un bianco.
La radicale espressione di questa minuziosa vivisezione è esemplarmente rappresentata proprio nel (non)disegno del protagonista. Quando il protagonista e presentato di spalle tra il nero dei suoi capelli è visibile un minuscolo spazio bianco che allude ad una ben poco affascinante piazzetta. Nella semplicità di questa tecnica, che consiste nel non colorare una piccola parte di nuca, è dichiarato il tema e l’estetica di questo romanzo.
Si riscontrano curiose analogie tematiche e formali con un maestro del minimalismo cinematografico asiatico: l’autore coreano Hong Sang-soo, del quale Tomine potrebbe aver benissimo aver visto i film, magari ad uno di quei festival cinematografici dedicati esclusivamente al cinema dell’est (tanto disprezzati dal protagonista della nostra storia). Tali analogie si trovano nelle modalità in cui l’antipatia del protagonista si riflette in una forse più latente misoginia dell’autore; nella struttura narrativa in due parti, nonostante Una lieve imperfezione sia diviso in tre capitoli. La prima parte in cui Tanaka fugge dalla propria relazione e la seconda parte in cui avviene l’inverso. Ma questa struttura binaria non è così netta, proprio come la dialettica uomo/donna.
Inoltre alcuni dialoghi in cui Tanaka attacca miseramente le donne asiatiche che escono con gli uomini occidentali, con relativa apologia sulle dimensioni, sembrano presi pari pari dal film Woman on the beach di Hong.
Ormai il tratto è più netto e deciso, scandisce tempestivamente le angosce del protagonista, trattenute nella sintesi delle vignette ed espressa nella relazione tra di esse. Ma questa volta l’ellissi e il non-detto lasciano spazio ad ampi dialoghi, meno allusivi e ostici rispetto alle opere precedenti, che enunciano più chiaramente le psicologie e, parimenti, permettono un ulteriore allontanamento dalla prosa di Carver per raggiungere una propria autonomia e maturità artistica.

 

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