mercoledì 2 settembre 2009

Grant Morrison intervista - prima parte


Grant Morrison: Master & Commander Parte I: La Divinazione a Fumetti


La lunga intervista a Grant Morrison che vi presentiamo tradotta completamente, è stata realizzata da Jonathan Ellis ed apparsa sul sito www.popimage.com nella primavera del 2004. Durante il colloquio l’autore scozzese parla della sua vita, dei suoi progetti passati (New X-Men), presenti (le tre miniserie per la DC: “Seaguy”, “Vimanarama” e “We3”) e futuri (il complesso progetto dei “Seven Soldiers”, sempre per la DC), di magia e di quanto gli possa venire in mente. Questa intervista diventa qiundi un documento importante per conoscere più approfonditamente l’autore di “Animal Man”.

Un ringraziamento particolare va ai traduttori dell’intervista, Andrea Toscani, Albyrinth e soprattutto Diflot (che ne ha tradotta la maggior parte), che hanno avuto a che fare con la logorrea di Morrison, col suo ego smisurato e col piacere che prova ad esprimersi con frasi elaboratissime, termini involuti e riferimenti esoterici. E’ stata una faticaccia, alla quale hanno partecipato anche Lexland (con alcune revisioni e le annotazioni di alcuni riferimenti) e il sottoscritto, che ha revisionato tutto quanto, cercato altri riferimenti e tradotto una piccolissima parte prima di arrendersi di fronte alla eloquenza del pazzo scozzese.
fumettidicarta

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DISCLAIMER Intervista originalmente pubblicata su www.popimage.com - copyright e tutti i diritti riservati agli autori - 2003 - 2004


Domanda: Prima domanda. Arte, commercio, media, storia, realtà. Tutto in una domanda.
Per quanto mi riguarda, il problema di vedere il fumetto come una questione commerciale è proprio quello di vedere il fumetto come una questione commerciale. È difficile immaginare degli individui creativi che fanno un lavoro che amano solo per ritrovarsi impegnati in progetti in cui non credono davvero. Naturalmente, anche queste persone hanno bollette da pagare e figli da sfamare. Non tutti possono permettersi il lusso di scegliere i propri progetti. Ti sei mai trovato in una posizione simile? Non ti sembra che il mondo del fumetto abbia preso a girare sempre più spesso intorno ai soldi e sempre meno intorno alle storie da raccontare?

Grant Morrison: "La componente arraffa-soldi è sempre stata presente nei fumetti, come in qualsiasi altra forma di commercio nella cultura dei beni di consumo all’interno del Mercato Capitalista che è la casa di noi tutti. La cosa triste è che al momento col fumetto non c’è da fare soldi, e tutti coloro che pubblicano le proprie opere per la piccola editoria o lavorano a ri-edizioni su licenza nella speranza di far fortuna, stanno scortecciando la sequoia sbagliata. Se vuoi anche solo cominciare a sentire l’odore della ricchezza devi scrivere una tremenda quantità di fumetti, e nessuno viene pagato abbastanza da arricchirsi. La maggior parte dei diritti cinematografici non paga più di qualche migliaio di dollari al massimo. Se fossi ricco non starei a correre impazzito perso dietro 27 progetti differenti. Sarei placidamente addormentato su un’amaca perso nell’Oceano Indiano.

Chiunque scelga di fare dei fumetti la propria professione ha una sua versione della storia e non posso certo pretendere che il mio caso parli anche per gli altri. Io non ho figli, e ho l’impressione che la mancanza di una responsabilità di questo tipo mi renda meno soggetto alle pressioni commerciali e più libero di rischiare il mio equilibrio economico e la mia reputazione uscendomene con materiale leggermente più innovativo rispetto ai tempi, e quindi non ‘alla moda’, come The Filth.

La certezza del lavoro in questo campo non è mai sicura, le ore sono lunghe e solitarie, il pubblico sempre meno numeroso, instabile e insoddisfatto, come tre dei sette nani, il rispetto inesistente, il successo labile; meglio far parte di una boy-band: quantomeno, prima di diventare obsoleto, ti sarai fatto qualche scopata. È un miracolo che il fumetto americano tradizionale sia sopravvissuto fino a oggi (e con gli stessi personaggi che c’erano al tempo della Rivolta dei Boeri o giù di lì. Mister Terrific! Come può esistere ancora una cosa del genere. Quale mostruoso atto d’amore e di volontà riesce a mantenere in vita uno specifico ‘universo’ a fumetti, contro ogni pronostico?). Rappresentano senz’altro l’estrema difesa di qualcosa, questo è sicuro, ma è difficile immaginarli, attraverso gli occhi da insetto delle generazioni future, come qualcosa di diverso da un curioso esempio di tecnologia primitiva per la ‘realtà virtuale’ disegnata a mano. La maggior parte delle persone che fanno questo lavoro lo fanno per amore, lo stesso amore che si può provare per un amico malato.

La crescente sensazione di insoddisfazione che molti fan stanno sperimentando non è causato tanto dal fatto che la gente desidera essere pagata per il proprio lavoro, quanto dall’impressione che il fumetto si stia progressivamente svendendo come forma espressiva. Via via che l’impulso di convertire storie a fumetti in facili e colorati conglomerati cinematografici diviene più trasparente e meno caotico, si fa avanti in noi la consapevolezza di una sorta di tradimento consumato ai danni dell’esotica stranezza e dell’ originalità dei comics americani, con gli editori, gli autori e i lettori che confondono i media e sempre più spesso si aspettano che le storie a fumetti si conformino alle convenzioni narrative hollywoodiane.

Datevi una svegliata! Più i fumetti imiteranno i film, meno i film sentiranno la necessità di ricorrere ai fumetti come fonte di nutrimento immaginario; va ricordato che l’industria cinematografica ha appreso SOLO OGGI a simulare la tecnologia e l’inventiva che Jack Kirby dispensava con la sua matita già 40 anni fa. Come sto ripetendo allo sfinimento ormai da un paio di anni, la nostra comunità creativa è in debito con il futuro: sta a noi produrre oggi le storie folli, brillanti, mozzafiato, inaspettate che da qui a 40 anni saranno convertite in esperienze olografiche immersive nei cinema di nuova generazione. Il fumetto è un medium artistico estremamente specifico, in cui fioriscono molte intelligenze creative piene di talento, e mi si spezza il cuore vedere tante delle più acute e brillanti menti del nostro settore piegarsi alle medesime pressioni di mercato che governano, al ribasso, le mega-produzioni cinematografiche e i programmi televisivi di successo. Cerchiamo di interrompere questa moda pretendendo e creando fumetti interessanti ed eccessivi che amplino i nostri orizzonti immaginativi. Avventure scoppiettanti, piene di vita e ricche di immagini sconvolgenti, di cose mai viste prima sulla Terra. Costruiamo oggetti che non somiglino a nessun gioco o film, oggetti assolutamente alieni, così strani e diversi da rappresentare una finestra su un altro universo. Sollecitiamo immagini che provengano direttamente dalla fantasia di artisti ispirati e non piuttosto da qualche fotogramma pubblicitario. I fumetti di supereroi sono troppo costosi per il mercato di massa e la violenta e variopinta commistione ‘pulp’ per cui un tempo essi rappresentavano l’unica fonte è oggi disponibile su altri, più attraenti, media. Dobbiamo rendercene conto una volta per tutte, e smetterla di giocare al ribasso, di tenere a freno la creatività dei nostri artisti e di cercare in ogni modo di attrarre un immaginario ‘pubblico mainstream’. Il modo migliore di consolidare i fumetti in quanto mezzo e forma di comunicazione è di renderli DIVERSI rispetto agli altri media, e non cercare di uniformarli ad essi. Lasciamo liberi i nostri artisti di sperimentare tavole e scansioni inusuali. Ancora per un po’, lasciamo che i nostri autori peschino le proprie storie dai loro sogni e non in qualche articolo di giornale. Occorre puntare su di un pubblico colto, ‘universitario’, come ha fatto Stan Lee negli anni ’60, ottenendo un enorme successo.

E, parliamoci chiaro, alla gente non piacciono i film di supereroi perché amano i supereroi o i fumetti, ma perché gli piacciono i film. Quando va bene si ricordano di Spiderman o di Hulk per aver visto un telefilm o un cartone animato, e non per aver letto l’albo a fumetti. La significativa sovrapposizione di mercato che sembrano indicare i dati di vendita dei fumetti in realtà NON ESISTE. Ci agitiamo come pupazzi per pochi spiccioli, ma non c’è nessun nome nuovo, chi c’era prima c’è anche adesso. Che ne dite di ritrovare un po’ di orgoglio di mestiere e di restituire il nostro medium alle proprie specificità?

Ho avuto la fortuna di ottenere visibilità e successo la prima volta - grazie ad ANIMAL MAN, alla DOOM PATROL e ad ARKHAM ASYLUM - in un periodo degli anni ’80 in cui i lavori sperimentali sui supereroi, ispirati dai film di Nicolas Roeg, dalle opere teatrali di Dennis Potter, da Brecht, Joyce, Warhol, Beuys, Burroughs, dal sesso, dalle droghe, dalle filosofie trascendentali e dal Theatre of Cruelty erano CONTEMPORANEAMENTE alla moda e remunerativi. Era possibile fare soldi con opere ambiziose che si prendevano gioco dei rigidi stilemi della scrittura hollywoodiana e rendevano onore al fumetto come mezzo espressivo autonomo. Oggi è come se Joyce non fosse mai esistito. Come se Picasso e Kerouac non fossero mai esistiti. Come se Bill Sienkiewicz non fosse mai esistito. La narrazione a fumetti oggi si è lasciata impantanare nelle convenzioni narrative del romanzo settecentesco e delle pellicole hollywoodiane, cosa che trovo assolutamente umiliante.

C’è spazio per tutto e tutti, naturalmente, o almeno è ciò che continuano a ripetermi, ma se mi guardo intorno oggi non ne vedo abbastanza di fumetti come dico io. Qua e là ci sono cose che apprezzo e mi divertono, e che meritano di essere citate, come Rose and Thorne di Gail Simone, il Planetary di Ellis (quando esce), New Frontier di Darwyn Cooke, Plastic Man, il Superman di Waid e poche altre opere interessanti. Ma in generale all’interno di troppi lavori post-Ultimate si finisce per percepire una aria da ‘budget ristretto’. Lasciate questo lavoro a chi lo sa fare bene, nelle mani di folli visionari, consumatori di acidi e tutti gli altri variopinti eccentrici che realizzano storie NON ispirate dai film hollywoodiani o dalle produzioni televisive dell’HBO.

E ripeto ancora una volta, prima che giunga la nuova ‘moda’: se persino i film non somigliano più ai film, perché mai i fumetti dovrebbero continuare a conformarsi a una forma mediale pre-digitale di presentazione dell’immagine? Per attirare un pubblico mainstream privo di cervello che non esiste? Allora perché non azzerare completamente il nostro IQ collettivo e vedere se il nostro pubblico si allarga ulteriormente, con l’aggiunta di tutti gli idioti là fuori… ‘Guarda come corre Capitan America! Corri Capitan America! Corri!’

Cazzo! Suona bene, non trovi?

Qual era la domanda?"

Domanda:
‘Faster Wonder Woman! Kill! Kill!

Grant Morrison: "Lo faresti, non è vero?"

Traduzione di Andrea Toscani