giovedì 3 settembre 2009

Batman - Il Ritorno del Cavaliere Oscuro - dic 2007

Il fumetto diventa Mito

Correva l’anno 1986. Ad un giovane cartoonist del Maryland veniva chiesto di dedicarsi ad un progetto relativo ad un personaggio: la peculiarità era che: a) quel giovane e talentuoso scrittore/disegnatore, con uno stile originalissimo e personalissimo ed una (insana) passione per il noir e l’hardboiled, era reduce dei fasti della rinascita di Daredevil (con la sequenza di storie più belle che abbiano mai avuto come protagonista il Diavolo rosso e i suoi comprimari più celebri, prima fra tutte la killer ninja Elektra); b) il personaggio in questione era, forse, il più grandioso protagonista dei comics che sia mai esistito.

Quel giovane era (ed è) Frank Miller. Il personaggio era (ed è) Batman.

I problemi di Batman, durante il corso dei decenni, sono stati essenzialmente due: i suoi autori e, senza dubbio, il suo editore. Cinquantasei anni circa di storie avevano reso il personaggio a fumetti noir per antonomasia ormai la pacchiana caricatura di se stesso. Infatti dopo il ciclo iniziale di storie scritto e illustrato dal grande Bob Kane e con la sola eccezione della sequenza silver-age anni’70 (con la magistrale interpretazione di Danny O’ Neil e la superba resa grafica del mai dimenticato Neil Adams), Batman ha vissuto un declino senza precedenti, mortificato più che mai dalle innovative produzioni della Marvel, rivale di sempre della DC: l’aureamediocritas che ha cosparso l’Uomo pipistrello è stata per molti aspetti peggiore di quella che ha caratterizzato le avventure di Superman e degli altri imbolsiti e anacronistici eroi DC della goldenage. Le serie TV anni’60 con Adam West, per quanto simpatiche, non erano che la caricatura, la rilettura in chiave satirica, di quello che Batman era davvero. E adire il vero forse solo la produzione cinematografica (in primis fra tutti il “Superman” anni’70 di Richard Donner e i suoi sequels) spiegano come abbiano fatto i serials DC a sopravvivere fino al 1986! Tim Burton lo avrebbe capito proprio dopo aver letto “Il cavaliere oscuro”, confezionando due bei film onirici e fiabeschi, nel 1989 e nel 1992, con storie visionarie e“adulte”, ed ottimi interpreti (a differenza dei due orridi film di Joel Shumacher!) così come avrebbe fatto Christopher Nolan con l’ultimo "Batman Begins” (che però sembra più ispirato da “Batman Year One”, sempre di Miller).

Quindi qualcosa andava fatto perché Batman era diverso sotto ogni punto di vista.

Miller parte da un discorso base: Bruce Wayne è un uomo come tutti gli altri. Forse solo ricco, molto ricco. L’omicidio dei suoi genitori lo spinge verso la strada della vendetta. Una vendetta comunque assurda, malata,una crociata di una follia accecante, morbosa, psicotica, e schizofrenica.

In una parola, insana. Elementi questi che potevano solo essere accennati nella originale e, comunque, superba ed innovativa produzione anni’40 di Kan. Miller riprende il discorso in termini tuttora attualissimi ed ancora più innovativi: come potremmo considerare un uomo che, dopo aver assistito da bambino all’omicidio dei suoi adorati genitori, decide di consacrare la sua stessa vita, anima e corpo, alla lotta al crimine? Attenzione: il giovane Wayne non medita vendetta solo nei confronti dell’assassino dei suoi, ma contro tutto il crimine (organizzato e non) in qualunque modo si manifesti. Una persona del genere cosa farebbe? Studierebbe per diventare, che so, un avvocato, un magistrato, un componente delle forze dell’ordine, magari con del denaro a disposizione si darebbe alla politica per influire direttamente sull’iter legislativo: no, lui no. L’idea del giustiziere mascherato che agisce come vigilante potrebbe essere, se non auspicabile, quanto meno comprensibile: ma come considerare convincente ladecisione di combattere il crimine indossando un mantello con una maschera (per giunta da pipistrello) per instillare il terrore nei cuori di chi combatte? Come giudichereste voi un uomo così?

Miller, partendo da un discorso che lo accomuna in modo impressionante ad Alan Moore (che nel frattempo stava “costruendo” il suo capolavoro “Watchmen”), prova a darci una risposta confezionando (con l’aiuto del grande inchiostratore Klaus Janson e della moglie, la colorista Lynn Varley) forse la più grande opera a fumetti (proprio assieme a “Watchmen”) mai scritta prima e, sicuramente, finora.

Un breve ciclo di storie, una miniserie di soli quattro numeri, che in breve tempo rivoluzionò il modo di fare fumetto influenzando praticamente tutta la produzione fumettistica occidentale da lì in avanti.

Il Batman di Miller è un personaggio cupo e misterioso, un samurai dei nostri tempi, anzi un ronin (figura questa che Miller conosce bene!), con un suo preciso codice d’onore. E’ un cinquantaseienne (nasce -graficamente- attorno al 1930, appunto, mentre la miniserie viene pubblicata nell’86) che sente su di sé il peso del tempo che è passato. E’ un ex-vigilante che, ormai, si è ritirato dalle scene, come una grande, discussa (e discutibile) rock-star.

Il mondo lo ha quasi dimenticato e lui vive ormai solo nel ricordo dei suoi vecchi amici (e nemici) e nell’immaginario di qualche adolescente che lo vede come un mito.

Perché lui è questo: un mito, una leggenda, un’autentica icona pop, che potrebbe affiancare il suo simbolo universalmente conosciuto proprio a quello smile (in)volontaria icona di “Watchmen”.

Miller ne recupera lo spirito appieno ed in maniera magistrale con il suo stile inconfondibile (che già aveva utilizzato reinventando Daredevil).

Batman/Bruce Wayne versione Miller è un eroe da tragedia elisabettiana, un anti-eroe degno di Alfieri o di Dumas e della migliore letteratura europea sette-ottocentesca, un titano romantico, anzi, decadentemente dannunziano, pronto a battersi contro tutto e tutti pur di perseguire il suo personale ideale di giustizia, per quanto opinabile esso possa essere. Il titano si fonde con il detective anni’40, stile “Spirit”: in poche parole Alfieri incontra Will Eisner (!) con un procedimento, forse, più unico che raro nel mondo del fumetto. Miller crea una miscela esplosiva che orchestra magistralmente, che controlla con una prosa assolutamente asciutta ma elegante e che, a tratti, pare evolversi in autentica poesia.

Miller è sceneggiatore e scenografo e ci proietta in una Gotham City resa al meglio, decadente e gotica, che alterna abitazioni fatiscenti e spazi angusti e claustrofobici, a spazi aperti in cui si espande il mantello del nostro: lo stesso Tim Burton pare prendervi spunto nei suoi “Batman” e “Batman returns”.

Il meccanismo narrativo è potente ma mai pesante e fa apparire vecchio tutto quello che è venuto prima. La struttura è squisitamente cinematografica ma della migliore manifattura noir, e il racconto si dipana un po’ alla volta con una freddezza realistica dura e convincente (ingredienti questi che Miller avrebbe ripreso un po’ in tutta la sua produzione successiva, in ultimo in “Sin City”): Batman è un vigilante di strada ed è un autentico pazzo. Il mondo intorno a lui è cambiato al di là di clowns sghignazzanti e uomini-pinguino. La nuova razza di criminali è diversa: i “figli” del killer che ha ucciso i suoi genitori "appartengono ad una razza più pura", che non prova il minimo scrupolo ad uccidere immotivatamente.

Il vecchio vigilante stenta a comprenderli ma sa che deve combatterli, trova quasi un nuovo stimolo di vita quando si rende conto che non può farne a meno: la follia, la pazzia purissima. Ancora una volta il confronto, degno di Erasmo da Rotterdam, tra la pazzia geniale e la follia distruttiva: Miller ne è consapevole e scava a fondo nella psiche turbata di un bambino scioccato dall’omicidio. Mutare (in pipistrello) diventa un bisogno, specie quando l’età ed un altro omicidio (quello del giovane secondo Robin, Jason Todd ) lo spingono ad appendere al chiodo cappa e cappuccio.

Ma le ispirazioni di Miller sono tante e la critica alla società (americana) anni’80, dell’edonismo reaganiano, è marcata, diretta, a tratti spietata. Conscio della lezione di Orson Wells in “Quarto potere”, Miller sottolinea l’importanza, l’onnipresenza, a volte la banalità, a volte anche la pericolosità dei media, che nel teatro greco allestito dall’autore rappresentano il coro che riempie tutti i vuoti narrativi, spesso in maniera logorroica e martellante, con voci contrastanti e contraddittorie. Nel tetro teatro greco di Miller non poteva mancare il deus ex- machina, incarnatonel Superman più convincente che si ricordi, il super-eroe appunto, una forza della natura che nei colori incarna i più sani valori dell’America, che lo accolse bambino, alla quale (e al cui governo) lui si prostra in segno di totale gratitudine/sottomissione. Superman qui interpreta un po’ il ruolo del dr. Manhattan in “Watchmen”: la furia irrazionale della natura, messa sotto controllo governativo, l’arma più potente ("Dio è con noi o quel che più gli si avvicina"), che paradossalmente sembra essere anche l’ostacolo maggiore ai negoziati con i sovietici (gli altri supereroi DC, da Wonder Woman a Green Lantern, sono stati messi tutti a riposo, disinnescati con un decreto governativo molto simile al Keene Act di “Watchmen”).

Il super-eroe sconfitto dall’eroe?

La grandezza di Miller è nell’ analisi acuta, attenta e spregiudicata che ci dà di personaggi storici delle pagine DC. Lungi dal cedere alla tentazione di rimodellare i characters, come regolarmente avviene oggi tra gli autori contemporanei (che, anziché crearne di nuovi o dare più spessore ai vecchi, preferiscono dedicarsi a continue opere di remake), Miller scava a fondo nella psiche e nei caratteri degli stessi: non ci dà nuove versioni dei suddetti personaggi, ma ne valorizza al massimo contenuto e potenzialità che già erano accennate ai tempi di Bob Kane, ma che col tempo erano stati appiattiti all’inverosimile. Ecco, quindi, un commissario Gordon finalmente diverso dallo stereotipo del poliziotto senza macchia, più vicino all’ispettore Callaghan che a John Wayne, per intenderci: il poliziotto imbalsamato finalmente diventa quel personaggio a 360 gradi, un uomo tridimensionale che apre la strada alle sue stesse “origini”(raccontate proprio da Miller poi in “Batman Year One”), il poliziotto che non sa solo attivare il bat-segnale, ma anche l’uomo che come il vigilante sente su di sé, ancor di più, il peso degli anni, in un mix di malinconia per quel che il mondo è diventato, stretto tra gangs giovanili alla deriva in cerca di miti in cui credere, spacciatori, stupratori, prostitute, la Guerra fredda (sempre in procinto di diventar calda) e la nostalgia per gli anni della goldenage, quando il nemico era il Joker e tutto era più semplice.

Il Joker, appunto, la nemesi del vigilante per antonomasia. In questa atmosfera ultra decadente e tipicamente dark anni’80, anche il Joker sembra aver perso il sorriso: appare più simile ad un serial killer che al buffone armato di gas esilarante. Dopotutto nella sua prima apparizione il Joker è un killer maniaco, e Miller recupera questa visione. Batman è la pazzia (geniale?), il Joker con la sua maschera perpetua è la pura follia (fredda e distruttiva) che si manifesta con un istinto omicida primigenio e immotivato che lo porta al suicidio finale. Non c’è speranza né di cambiamento né di redenzione: Miller vuole che questo sia ben chiaro in una realtà dura che non fa sconti dove vige la legge del più forte. La legge della strada appunto, ma anche quella di Wall street e della deregulation neo-liberista più esasperata. Il Joker è un anarco-nichilista punk che si muove istintivamente e che sbatte il muso contro il vigilante/titano (forse solo un po’ meno anarchico), che si muove però nel perseguire un ideale di giustizia più utopico che realizzabile.

Sono le due facce della stessa medaglia e questo Miller lo rende in maniera sublime.

Per poi non parlare dell’altro villain del racconto, un Due-Facce finalmente “guarito” che, proprio per questo rappresenta in maniera ancor più inquietante l’aspetto più traumatico, schizzofrenico e psicotico della duplice personalità, di cui Batman/Wayne non è immune e in cui non può fare a meno di vedere uno specchio, ("vedo un riflesso, Harvey"): il dualismo, nonostante le apparenze, non è fuori, ma dentro, solo ed esclusivamente dentro. Il dialogo finale crudo ed ultrarealistico, breve ed intenso con Harvey Dent, l’ex procuratore distrettuale, è senz’altro uno dei momenti più alti che (non solo) il fumetto abbia mai conosciuto. E’ pura letteratura.

Da principio viene raccontato il ritorno sulle scene del vigilante e la reazione della comunità tutta, permettendoci di dare un’occhiata alle vecchie conoscenze e presentandoci, nel frattempo, i nuovi arrivi, prima fra tutti la giovane Kelly: il nuovo Robin è una boccata d’ossigeno nella claustrofobia opprimente di Miller, ed i suoi primi goffi tentativi di emulare la spalla storica del suo mito, fanno da contrappunto al climax devastante che porta Batman di nuovo sulle scene ("un lupo ulula, so come si sente"). Straordinario è anche lo scontro (in due parti) con il capo della gang dei mutanti: il vigilante con un cinismo da brivido capisce che solo sconfiggendolo definitivamente, può garantirsi l’approvazione delle masse di adolescenti perduti, una nuova generazione sbandata in cerca di ispirazione. Volente o nolente sono loro il futuro, e questo Batman lo sa. Non può sconfiggerli tutti, quindi sconfigge in maniera plateale il loro capo per essere lui, stavolta, la loro fonte di ispirazione ("Il futuro appartiene a noi. I figli di Batman"). Con un decisionismo ed una realpolitick degna del miglior stratega politico, capisce comeconquistare il cuore delle masse giovanili, le uniche persone che possono ancora, potenzialmente, nutrire un ideale ed aiutarlo nella sua utopica crociata di giustizia.

In pratica dà loro proprio un ideale in cui credere.

Un discorso apparentemente semplice, ma in realtà complesso e straordinario: il vigilante si erge come nuova fonte ispiratrice di Giustizia, quella vera, al di là delle convenzioni sociali e delle leggi-compromesso scritte dall’uomo. E straordinario è il paragone che Gordon fa assimilando Batman a Roosvelt ed alla presunta conoscenza di quest’ultimo dell’imminente attacco a Pearl Harbour ("in una notte avemmo il nostro esercito"): Batman diventa un concetto, un’idea, le cui azioni (come quelle di Roosvelt) sono troppo grandi per essere giudicate dall’uomo. Sarà la Storia a farlo (come Gordon spiega al suo successore).

Letteratura, poesia, politica, sociologia, filosofia: straordinarie le riflessioni sulla vigliaccheria delle armi da fuoco che rendono l’omicidio troppo facile.

Tutto si interseca alla perfezione. Finanche il recupero di Green Arrow, un Oliver Queen invecchiato e mutilato: un Robin Hood riletto in chiave moderna, tacciato come un comunista anacronistico che supplica Batman, il vigilante fascista, di "lasciargliene un pezzo, anche piccolo" per contribuire alla crociata. Magari aiutandolo proprio nello scontro finale contro lo "scolaretto azzurro".

C’è anche Selina-Catwoman-Kyle, un amore impossibile, una donna visibilmente invecchiata, fragile, lacerata nel corpo e nello spirito. C’è Alfred il fedele maggiordomo ultra ottantenne, dal pungente humor tutto british. Le citazioni, dalla bat-caverna, al bat-arsenale, alla bat-mobile, a tutti i bat-congegni possibili ed immaginabili, non mancano certo: ma tutto è riletto in chiave adulta, realistica, decadentemente noir, e terribilmente credibile al di là della celebre "sospensione dell’incredulità" che da sempre caratterizza la lettura dei comics.

Anche i flashbacks delle origini hanno una dirompente potenza evocativa assimilabile forse solo allo spazio che intercorre, nella primissima storia di Bob Kane, tra la vignetta dell’omicidio dei genitori e l’immagine di Bruce che giura inginocchiato al suo letto. La differenza tra un racconto anni’30 ed un altro fine anni’80 è abissale, ma lo spirito originale non è tradito, anzi riletto in chiave moderna, arricchito nella sua potenzialità originaria e reso imprescindibile fonte ispirativa.Il racconto tutto è politicamente scorretto (e facilmente assimilabile a coeve opere del rock e del cinema) e non manca, nel finale, un barlume di speranza dopo l’olocausto ("Questa è la fine, Clark, per ciascuno di noi"), il sacrificio, la sua morte inscenata per sottrarsi al gioco delle parti, ma solo dopo aver sconfitto, altrettanto platealmente Superman: l’ultimo smacco al sistema, l’ultimo ruggito del leone, anzi del pipistrello, di "un eroe che ormai ha fatto il suo tempo".

Semplicemente grandioso. Immenso.

“The Dark knight returns” rappresenta a suo modo, insieme con “Watchmen”, la chiusura di un’epoca e l’apertura di un’altra: come al suo protagonista, viene dignitosamente dato il commiato ad una stirpe particolare di eroi (e di autori!) del fumetto americano. Viene idealmente raccontata l’ultima storia del più grande degli eroi a fumetti, un po’ per dare un segnale a quella che sarebbe stata la new wave del fumetto, un po’ per salutare definitivamente il fumetto inteso come cult per pochi.

Da lì in poi, forse complice il successo planetario ottenuto dalle due grandi miniserie DC e dai grandi serials Marvel (di Claremont, Byrne, Sienkievicz, Simonson, lo stesso Miller, solo per citarne alcuni), ugualmente a tinte fosche, il volto del fumetto non sarebbe stato più lo stesso.

Negli anni a venire Miller ci riprova con un ottimo prequel ideale (il buon “Batman year one” con disegni di David Mazzuchelli) e con un pessimo oltre che inutile sequel, (“The dark knight strikes again”, un’ operazione puramente commerciale che non meriterebbe neanche di essere citata dato che già il titolo appare parodistico, oltre che farsesco e ridicolo, e lo stesso Miller sembra non crederci affatto: sembra più un cartoon per la TV).

“The dark knight” è letteratura, poesia, politologia, filosofia, sociologia, schizzi e acquerelli. Il tutto in un’opera geniale e sempre attuale.

Oggi, invece, il fumetto è principalmente effetti speciali.

"This is the end, Clark, for both of us".

Grazie Frank.

Marco Santoro