mercoledì 19 agosto 2009

Watchmen: e il fumetto diventa letteratura - set 2007


"Who watches the watchmen?". Tale frase, liberamente tradotta dalle Satire di Giovenale fa da leit motiv a questa straordinaria graphic novel. Gli anni ’80 sono stati, dal punto di vista economico e socio-politico, un‘importantissima epoca di cambiamento, su questo non c’è alcun dubbio. Non è un caso che, dal punto di vista artistico, sia stato non solo uno dei periodi più creativi degli ultimi quarant’anni ma forse l’ultimo (con la sola esclusione della prima metà dei ’90) in cui le opere realizzate sono state assolutamente originali.

Non c’è da meravigliarsi: l’epoca dell’edonismo, della reaganomics, della Guerra Fredda, un periodo di rinascita, dopo le brume degli anni ’70, ma anche di grande incertezza per riforme che avrebbero cambiato il modo di vivere del mondo intero. Ed è in questo clima di incertezza per il futuro e di angoscia per il delinearsi di una minaccia nucleare quasi tangibile, che si sviluppa la trama intricata e complessa di questo autentico capolavoro fumettistico e, permettetemi, letterario, di questa straordinaria graphic novel, uscita in principio a puntate che persino il Time non ha esitato a definire un autentico capolavoro nonché uno dei libri più importanti del ‘900.

Correva l’anno 1986, quando il genio visionario e perverso di Alan Moore, decideva di gettare le basi per qualcosa di mai visto prima, e, di concerto con altri autentici geni come Frank Miller, rompeva definitivamente gli schemi, mostrandoci con occhio smaliziato e realistico ciò che nessuno aveva mai osato prima. Gli anni della golden age fumettistica sono lontani e non è più concepibile immaginare il concetto di super-eroe con lo stesso occhio ingenuo con cui potevano fantasticare, da ragazzini, i nostri nonni negli anni ’40 o i nostri genitori nei ’60. Il dado è tratto e Moore tenta il tutto per tutto, chissà fino a che punto rendendosi conto di quel che stava per realizzare. La potenza evocativa delle liriche di Moore è totale: coadiuvato dal tratto semplice ma preciso di Dave Gibbons, scompagina il mondo dei super-eroi mostrandocene alcuni tipi con caratteristiche inconfondibili e ben riscontrabili nei super eroi classici della Marvel o della DC Comics.

Così è facile intravedere nei Minutemen, il primo nucleo di eroi degli anni ‘30-‘40 magari gli Invasori, la Justice League, lo Squadron Supreme o chissà quale altro gruppo delle suddette case editrici, che operava in quel periodo contro criminali comuni o contro le quinte colonne naziste o nipponiche negli U.S.A. Non è questo il punto. Ma già qui c’è qualcosa che non torna, qualcosa di distorto, che stride con quello che eravamo abituati a pensare di eroi senza macchia come il buon Capitan America, o come Sub-Mariner che, nonostante rappresentasse la figura più ribelle del gruppo, non esitava a schierarsi alfianco degli Alleati contro le forze dell’Asse: a Moore ciò sembra interessare poco, anche perché prima di lui ci hanno pensato in tanti a raccontare storie di eroi senza peccato che, quasi esclusivamente a pugni, o al massimo armati di scudo o gettando tuttalpiù qualche palla di fuoco (chi ricorda la Torcia Umana originale e la sua spalla Toro?), le suonano di santa ragione a tedeschi e giapponesi armati fino ai denti o a qualche supercriminale nazista creato per l’occasione.

No, Moore va oltre e ci mostra i dietro le quinte di questi sedicenti eroi: e qui cambia tutto. La prima domanda che si pone è: ma che razza di persona andrebbe in giro mascherata, peraltro con costumi sgargianti, colorati, ridicoli? E dato per scontato ciò, quale sarebbero le più intime ragioni per cui una persona dovrebbe spingersi a fare questo? Siamo proprio sicuri che queste persone stiano bene e non abbiano invece turbe anche peggiori di quelle che affliggono i cattivoni che combattono? La cosa diventa complessa e, all’improvviso, Watchmen diventa un mini trattato di sociologia e psicologia. Moore prova a rispondere. E lo fa a modo suo, naturalmente. Quel che ne vien fuori è un quadro iper realistico e agghiacciante di tutto ciò che ruota intorno alla figura di un tizio che si forma nella violenza, vive di violenza e, talvolta, muore violentemente. Ma che razza di persona è uno che trova conforto nella vendetta, pur giustificandola con i più nobili scopi? Forse l’80% degli eroi in calzamaglia della storia del fumetto comincia a mascherarsi e a menar botte per vendetta per esempio per la morte violenta di una persona amata. Dall’Uomo Ragno a Batman, da Daredevil al Corvo al Punitore, tanto per citarne qualcuno tra le migliaia, si fa sempre il tifo per chi esce fuori dalle regole, per chi si fa giustizia da solo, per il vigilante di turno, appunto: ma ci si è mai chiesti cosa c’è dentro questo novelli Charles Bronson, cosa può passare per la testa, di una persona che,a prescindere dai super poteri, decide di inaugurare con costanza e perizia, la sua personalissima crociata contro persone sconosciute?

La risposta, a questo punto, non può che essere una: la follia, già, forse proprio quella.
Erasmo da Rotterdam con pungente ironia, ci mostrava le straordinarie sfaccettature tra una pazzia geniale e costruttiva ed una follia oscura e distruttiva. Moore pare strizzare l’occhio al filosofo nel momento in cui indica quanto sia labile in tal caso il confine tra bene e male, e che forse il vigilante può giudicare le sue azioni solo in base ad uno strano metodo valutativo: se dettate dalla pazzia allora buone, se dalla follia cattive. Agghiacciante. Ma Moore non si accontenta. Si chiede allora se effettivamente è possibile delineare il confine tra il bene e il male, specie tra azioni che hanno in comune solo la violenza sia essa posta in essere dal vigilante o dallo statista o dall’uomo della strada. Se una donna ruba è male: ma se lo fa per sfamare il suo bambino? E quando uno statista decide di fare la guerra? Quando i massacri della guerra possono dirsi giusti? Moore non vuole dare risposte, solo invitare alla riflessione e al confronto, costruendo intorno a vigilanti dalle anime tormentate un universo di persone comuni, con i problemi delle persone comuni ma non per questo meno tormentate!

I tipi scelti da Moore sono azzeccatissimi: riciclando vecchi personaggi semi sconosciuti della D.C. Comics, dandogli un nuovo volto ed una nuova identità, Moore in maniera magistrale esplora, attraverso i numerosissimi flashbacks che costellano l’intera opera, la personalità dei vari protagonisti, mostrandocene le numerose sfaccettature che si nascondono sotto il cappuccio (under the hood), o meglio dietro la maschera di pirandelliana memoria. Diversi punti di vista costruiscono un'unica psiche: ed ecco in Nite Owl scavare nell’intimo di quello che potrebbe essere il tipo di eroe tecnologicamente (e finanziariamente!) dotato, modello Batman o Blue Beetle, stretto tra le inibizioni di una vita normale, che ritrova il suo stimolo (anche sessuale) reindossando il cappuccio, così diverso dalla sua controparte, il suo mentore, il primo Nite Owl, classico tipo della golden age, barbaramente assassinato dalle nuove generazioni di criminali.

Ecco Rorschach, un vero capolavoro in cui viene ribaltato uno dei capisaldi della tradizione fumettistica in costume: la follia di una vita di violenze fatte e subite, porta Rorschach a considerare maschera non quella che porta ma il suo vero volto: non una semplice copertura, ma il travestimento di un barbone disadattato ed alienato che vive di elemosina, ma che di notte riacquista tutta la sua dignità. Rorschach è un personaggio estremo perché estrema è stata la sua vita

Ecco Silk Spectre ( madre e figlia) che incarnano i tipi delle eroine in costume, con alle spalle passati ugualmente tormentati: uno stupro la prima, le rivelazioni sul suo vero padre la seconda.

Ecco il Dr. Manhattan. Qui il discorso si complica ulteriormente perché Moore decide di affrontare in modo straordinariamente realistico una delle colonne portanti del fumetto americano: il tema del super-eroe, quello cioè con i super poteri, il tipo per antonomasia meno realistico. Cosa si prova ad essere un super eroe, a poter fare tutto o quasi, ad essere un vero dio in terra, un gigante tra le formiche? Cosa provano tutti quelli che vedono cosa è capace di fare? Tanti interrogativi, cui Moore tenta di dare risposte sì, ma vaghe. Perché forse è inconcepibile immaginare ciò che non si potrà mai essere: i più grandi autori di comics hanno tentato con Superman, con Thor o con i mutanti e i numerosissimi super eroi della Marvel, di affrontare il tema del diverso, dello uber-mensh nietschiano, ma Moore è senza dubbio quello che meglio ci rende l’idea di un essere che di colpo si trova tramutato in un demiurgo pressoché onnipotente: l’uomo col tempo lascia sempre più spazio al super uomo, in una strana dicotomia di cui egli stesso non è consapevole, cominciando a muoversi tra le ombre di un’umanità che sembra coinvolgerlo sempre meno rispetto, ad esempio alle straordinarie forze della natura o dell’universo.

Attraverso un processo ampiamente sfruttato anche in memorabili pagine di Swamp Thing, Moore pone l’immagine di un essere inquietante che sempre meno capisce il senso dei comportamenti umani spesso irrazionali, muovendosi invece nella razionalità delle forze della natura. Doc Manhattan è questo ed altro, e meraviglioso è anche notare il cinismo con cui il resto dell’umanità, il governo in primis, tentino invece di coinvolgerlo e strumentalizzarlo, come il maggior deterrente militare che qualsiasi Stato vorrebbe. Moore è anche analista politico e sembra suggerire che paradossalmente l’arma suprema americana (<>) è sì il punto di equilibrio della Guerra Fredda, ma anche il maggior ostacolo ad una politica sul disarmo comune tra le grandi potenze.

La storia è contornata anche da altri personaggi, che però, non mi permetterei di definire minori: infatti tra i Minutemen meritano di essere citati altri uomini e donne che hanno dato al loro stile di vita un marchio comune intriso di istinto, narcisismo, violenza e perversioni sessuali. Nell’America bigotta degli anni’30, è probabile che Hooded Justice (il primo vigilante) e Capitan Metropolis (una versione distortissima di Capitan America), solo impersonando il ruolo dei vigilanti avrebbero potuto dar sfogo al loro violento sadismo e alle loro pulsioni sessuali ( si accenna esplicitamente alla loro omosessualità e persino ad una loro relazione), o all’omosessualità della lesbica Silhuette, o alla follia dell’alcolizzato Mothman, o all’assurda morte di Dollar Bill, il vigilante sponsorizzato da una banca (!).

Merita senz’altro riguardo Ozymandias, incarnazione del sogno americano del self made man, che con uno sguardo smaliziato e disilluso, affonda definitivamente la figura dell’eroe senza macchia, abbattendo il precario confine tra bene e male: ordisce un piano assurdo da b-movie di fantascienza anni ’50, giustificando con spregiudicatezza il massacro di migliaia di persone per salvare l’umanità dalla guerra totale. E qui c’è un altro momento grandioso: sì, perché qui i buoni non vincono, perché non c’è più il gioco delle parti, e se uno dei buoni costruisce un piano che appare assurdo e perverso immaginare, peraltro sacrificando migliaia di innocenti ma raggiungendo il fine prefissato, gli altri non possono, forse non riescono a voler fermarlo. Ancora una volta il capolavoro. Intriso di spregiudicato realismo e brutale obiettività. Per essere grandi, bisogna anche pensare in grande, ed immaginare cose che l’uomo comune non si azzarda neanche a pensare.

Ed infine il Comico (The Comedian). L’ho lasciato per ultimo non a caso, perché in un opera così complessa come Watchmen, è difficile trovare un vero protagonista o addirittura accennare al personaggio preferito. La coralitàdell’opera sembra escludere ciò. Ma il Comico è l’eccezione. E’ contemporaneamente l’incarnazione tra il bene e il male, è il personaggio in cui confluiscono i tipi più moderni di eroe e anti- eroe, è la figura borderline per antonomasia. Il suo smile personale è il distintivo della graphic novel. Un pervertito certo, uno stupratore assassino, un nazista, ma anche un eroe di guerra vestito con i colori della bandiera, un personaggio scomodo ma ben collegato all’establishment politico e militare.

Se un tipo si volesse trovare da associare al Comico, non basterebbero le varie visioni di eroe ribelle e menefreghista che tanto piacciono ai fumettofili più giovani, dall’X-man Wolverine in poi, tanto per citarne uno, ma forse è nella realtà che andrebbe cercata la tipologia di un uomo che lavora per l’apparato governativo e che come tanti personaggi di cui è colma la letteratura o il cinema di spionaggio, sono pronti a porre cinicamente in atto anche l’azione più infame per portare a termine il loro lavoro. Il Comico è tale per questo, è uno schizzato che gode <<>>, un esaltato arrogante e privo di scrupoli. Ma è davvero così diverso dai capoccioni dell’establishment economico e politico che decidono quotidianamente le sorti del pianeta?

Con il Comico Moore raggiunge il vertice, rendendolo protagonista di un climaximpetuoso che fa di <> il motore trainantee inconsapevole di tutta l’opera. Il tutto ovviamente sempre nel segno della dissacrazione ed in chiara posizione di rottura con tutti i cliché supereroistici americani ( e non, basti pensare ai bacchettoni eroi dei fumetti italiani anni’60) del passato. E, seppur il Comico possa esser considerato il vero protagonista dell’opera, dato che tutto sembra esplicitamente o implicitamente collegarsi a lui, ciò nulla toglie alla coralità di Watchmen. Perché come tutti gli argomenti ivi toccati da Moore, anche la vicenda del Comico è accennata e raccontata dagli altri personaggi attraverso i loro personali ricordi di un cinico e spregiudicatoche, con tutti i suoi difetti appare, in fondo, molto più umano ed eroe di altri personaggi. Il Comico, anche per motivi anagrafici, è il tret d’union tra i Minutemen, la prima generazione di vigilanti e i Crimebusters, la seconda generazione, composta di figli e/o eredi ispirati dai primi. Ed anche in questo si pone come un personaggio assolutamente sopra le righe e borderline.

Innegabile è anche il contributo all’opera dato da quelli che dovevano essere i cattivi, i villains, di questa realtà: ci si limita a parlare con una certa nostalgia di Underboss o di Capitan Carnage, appaiono Big Figure e soprattutto Moloch, chiaramente ispirato al Joker, che ha anche un ruolo notevole. Ma ecco che per Moore questi, che pur in passato hanno segnato la storia del crimine, oggi appaiono come personaggi patetici da ricordare con nostalgia appunto rispetto allo spettro della guerra nucleare.

L’elemento politico in Watchmen è tangibilissimo. La critica di Moore verso un establishment americano conservatore ancora guidato da un Richard Nixon cinico ma responsabile, vincitore in Vietnam grazie al contributo decisivo di Dr. Manhattan, che si accinge a correre per un terzo mandato, è netta almeno quanto lo è quella per una certa stampa progressista, a sua volta cinicamente pronta alla denuncia, costi quel che costi. Lo stesso Ozymandias si dichiara un liberale progressista prima di scatenare la catastrofe. Netta, per Moore, è anche la piena approvazione del giornale di estrema destra New Frontiersman verso i patrioti vigilanti, quanto è contraria quella di sinistra (Nova Express).

Watchmen si presenta chiaramente come un fumetto adulto rivolto sicuramente verso un pubblico di vecchi lettori di comics, adulti e disincantati, che non ne può più di sentir parlare di leghe delle giustizia o fantastici super-tipi. E’ un’opera che va letta nella sua interezza per essere capita e magari riletta una, due, dieci, volte per apprezzare, ogni volta un po’ di più, la straordinaria potenza evocativa di alcuni dialoghi e riflessioni (che in alcuni casi si trasforma in autentica lirica), anche per lo straordinario cocktail preparato da Moore, che mescola il racconto vero e proprio con i suoi flashbacks, interviste, articoli di giornale, saggi, persino altri fumetti per presentarci un’opera completa e sempre attuale.

Nel 1986 Watchmen fece tantissimo scalpore, producendo, assieme ad altre opere coeve, una rivoluzione nel genere supereroistico, che ha radicalmente cambiato per sempre il modo di fare fumetto.

Peccato che gli autori contemporanei abbiano dimenticato la lezione di Watchmen.

Marco Santoro - sett 2007