martedì 11 agosto 2009

V for Vendetta: from comic to movie


V FOR VENDETTA: From Comic to Movie

Credits: Andy & Larry Wachosky - Sceneggiatura; James McTeigue - Regia; Natalie Portman - Evey; Hugo Weaving - V; Stephen Rea - Finch; Stephen Fry - Deitrich; John Hurt - Adam Sutler

Il temuto momento è arrivato: dopo mesi di indiscrezioni, polemiche e paure, è finalmente giunto nei cinema di tutto il mondo l’adattamento di V For Vendetta, una delle opere più mirabili del Sommo Alan Moore. Ed, abbastanza a sorpresa, il risultato finale è stato valido, anzi…molto valido, seppur con qualche inevitabile difetto.

La parola chiave, in questo caso è “adattamento”: i Wachosky ed il regista James McTeigue hanno saputo prendere gli elementi necessari dal capolavoro di Moore e Lloyd, rimanendo sì abbastanza fedeli all’opera originale, ma cambiando anche alcuni elementi che sullo schermo non avrebbero potuto funzionare, in primis l’intricatissimo sistema dei personaggi, già parecchio pesante da seguire sul fumetto, che avrebbe letteralmente ucciso il ritmo della pellicola e l’avrebbe resa troppo prolissa. Ma, in particolare, è sull’ambientazione politica che gli sceneggiatori ed il regista hanno svolto il lavoro migliore, cambiando ed aggiornando in modo alquanto intelligente la dittatura immaginata da Moore.

Il fumetto, come è noto, nasceva originariamente come critica diretta e dichiarata all’operato di Margaret Thatcher e l’ambientazione politica risente indubbiamente del periodo in cui è stato scritto (esattamente come era successo per Watchmen) ed è ricolma di tutti i timori che i primi anni ’80 avevano portato, con il mondo sempre alla soglia di una guerra nucleare e con una situazione economica votata al capitalismo più esasperato. L’Inghilterra immaginata da Moore è sotto una dittatura spietata votata al controllo completo della popolazione, che non era solo soggiogato dal governo, ma addirittura annullata: nel fumetto la gente patisce la fame, viene controllata in ogni aspetto della propria vita da microfoni, vive perennemente nel timore di essere catturata e giustiziata dalla polizia di regime, La Mano. Il popolo inglese è ridotto ad una massa disperata, disumanizzata, incapace di reagire.

La dittatura che viene descritta nel film è invece molto più blanda, anche se sottilmente altrettanto inquietante: d’altronde la visione di Moore era figlia della tensione e dei malumori degli anni ’80, ma ora, a distanza di oltre vent’anni, le cose sono cambiate ed era impensabile che un film comunque dichiaratamente mainstream, potesse essere basato su una critica a Reagan ed alla Thatcher, riferimenti un po’ troppo lontani e difficili da comprendere per una nuova generazione di spettatori.

Più che dal controllo ferreo del governo (comunque presente), nella pellicola la popolazione è soggiogata da una sorta di torpore mentale che li porta ad accettare passivamente la situazione, istupidita e rabbonita dal potere della televisione e dalle balle propinate dal regime. Non c’è la sofferenza estrema e la disperazione totale presente nel fumetto ed anzi, per certi versi, la gente ha addirittura accettato passivamente la situazione. Il riferimento e la critica alla società attuale è chiaro e ben calibrato e McTeigue non risparmia certo frecciatine dirette a George W.Bush, in particolare in una delle scene più interessanti, quella dello sketch comico (con chiara citazione a Benny Hill!)dove V è visto come un vero e proprio spauracchio del governo; anzi, nel ricostruire l’ascesa al potere della dittatura inglese, il film, seppure in maniera abbastanza velata, sembra alzare polemicamente sospetti sugli avvenimenti dell’11 settembre e sulla strumentalizzazione che è stata fatta di quella tragedia.
Si potrà obiettare che questi cambiamenti abbiano un po’ sminuito il fumetto, annacquando il tragico scenario politico e sociale immaginato da Moore, però il lavoro svolto dal regista e dagli autori è stato intelligente e gran parte dei cambiamenti apportati funzionano comunque bene; anzi, alcuni cambiamenti erano assolutamente necessari, come l’eliminazione del Fato, il supercomputer che nel fumetto gestisce completamente il paese, che sarebbe risultato ben poco interessante e credibile in un’era in cui l’informatizzazione ha raggiunto praticamente ogni casa o come il riferimento ad una guerra batteriologica rispetto a quella nucleare del fumetto.

Sicuramente più controversi risultano invece i cambiamenti apportati ai personaggi: se, come detto, era necessario snellire e rendere il più possibile immediati i personaggi per non appesantire in modo eccessivo la trama ed il ritmo della pellicola, di certo la ridefinizione del rapporto tra Evey e V ha portato ad alcune conseguenze, non sempre positive.

Evey, infatti, nel film è un personaggio molto diverso dalla sua controparte fumettistica: la ragazza descritta da Moore era lo specchio di una popolazione disperata, incapace di reagire, annullata dal regime totalitario. La Evey del fumetto arriva a vendere il proprio corpo per un tozzo di pane e, dopo l’incontro con V, accetta di seguirlo non per convinzione, ma perché è la sua unica speranza di sopravvivenza. Fino allo splendido finale, Evey è un personaggio passivo, quasi inerme di fronte a tutto quello che le accade. Questo, però, nel film non poteva funzionare, perchè la star della pellicola era proprio l’attrice che interpreta il personaggio, ovvero la brava Natalie Portman e dubito che avrebbe accettato di interpretare un personaggio così indifeso e passivo. La Evey del film non è più una spaesata e disperata ragazzina, ma piuttosto una giovane donna che tenta di tirare avanti giorno per giorno: ha la sua vita, un suo lavoro, una sua relativa indipendenza e soprattutto un carattere forte. L’incontro con V non rappresenta un’accettazione passiva della situazione, ma, anzi, Evey si ribella a lui per ben tre volte (anche dopo la drammatica “rieducazione”), decidendo di aiutarlo solo ed esclusivamente quando sente che è giusto farlo. E’ un ribaltamento di ruoli piuttosto importante rispetto al fumetto, che da un lato ci regala un personaggio forse più complesso e vicino all’esperienza di tutti i giorni, ma che dall’altro altera completamente il rapporto tra i due personaggi, portando inevitabilmente ad una completa ridefinizione del personaggio e del valore di V.

V non era solo il protagonista ed il punto focale di tutta la pellicola, ma era anche l’elemento più difficile e rischioso da rappresentare sul grande schermo. Nel fumetto un personaggio mascherato è qualcosa di usuale e semplice da gestire, ma nel cinema è difficile rendere credibile uno dei protagonisti quando appare costantemente coperto da una maschera. In questo vanno fatti grandi complimenti a Hugo Weaving, che è riuscito a dare spessore a V affidandosi ad una mimica molto efficace, capace di compensare bene la mancanza delle espressioni del viso. Ma questo non era l’unico problema: V è essenzialmente un terrorista ed in tempi di assoluta tensione e suscettibilità verso questo argomento era possibile fare un film esaltando la figura, seppure idealizzata, di un terrorista? Forse sì, ma non in un film mainstream. Per questo la figura di V non può che venire smussata, cambiata ed il suo ruolo pesantemente ridefinito, più di quanto possa sembrare ad una prima occhiata. Nel fumetto V, aldilà della sua storia personale, è l’incarnazione di un’ideale e la sua vendetta nei confronti dei vari aguzzini a Larkhill è solo un elemento accessorio del grande piano che porta al rovesciamento della dittatura per gettare l’Inghilterra in uno stato di anarchia. Le motivazioni personali di V non contano, insomma.

Nel film, inizialmente, l’unico motore che spinge V è quello della vendetta personale ed è il rovesciamento della dittatura a diventare quasi un elemento accessorio del suo piano, una conseguenza neanche così importante. E’ un modo per rendere più “personale” V, più accettabile dal lato morale, ma anche per dargli una connotazione innegabilmente più negativa, per non renderlo, agli occhi del pubblico, un eroe. Anzi, lo diventerà, ma solo grazie ad una crescita morale, che viene indotta dall’amore (elemento che forse si potevano risparmiare) per Evey , che gli farà capire che il suo ruolo è decisamente più grande ed importante. Insomma, un tipo di sviluppo davvero tipico e facilmente riconoscibile per il cinema americano, che però svilisce non poco il personaggio e tutta la carica politica ed eversiva, tanto che, curiosamente (ma non troppo), la parola “anarchia”, nel film, non viene praticamente mai pronunciata. E che, inevitabilmente, porta a grandi cambiamenti nel finale, dove non avviene il passaggio di consegne tra i due personaggi e dove, alla fine, l’unico ruolo di Evey è semplicemente tirare una leva.

Non c’è dubbio che sia questo il cambiamento meno riuscito e tutto sommato più contestabile della pellicola, dal momento che, nonostante il finale molto pittoresco e simbolico, manca del tutto il trionfo finale di V ed il suo ruolo di guida del popolo alla ribellione, che rappresentava il culmine assoluto dell’opera di Moore e Lloyd.

Ma, nonostante questo, non si può dire che la pellicola non sia, nel complesso, riuscita: il film è ben girato e non presenta grossi cali di tensione nelle sue due ore, grazie ad una sceneggiatura puntuale e ben calibrata, ad una trama che non presenta grossi buchi logici (a parte uno, ma ne parleremo poi), ad un cast davvero ottimo anche per quanto riguarda i personaggi secondari ed ad una gestione ottima delle scene d’azione. Perché, inutile nascondersi, in tanti temevano che la presenza dei Wachosky in sede di sceneggiatura avrebbe ridotto il film ad una serie di mosse spettacolari di kung fu con pugnali rotanti e pallottole a go-go ed invece le scene d’azione, come nel fumetto, sono tutte piuttosto veloci ed istantanee, tranne quella nel finale, dove arriva l’ovvia “matrixata”, che però si rivela azzeccata (e ben più violenta e cruda del previsto) nel suo rimando alla scena iniziale, con l’ottimo parallelo tra il coltello che vibra nell’aria e la bacchetta con cui V “dirige” la distruzione della statua della giustizia.

Ma, soprattutto, vanno fatti agli sceneggiatori ed al regista i complimenti per essere riusciti a rappresentare magistralmente su schermo la scena della “rieducazione” di Evey, sicuramente la parte più emozionante ed indimenticabile di tutto il fumetto, che anche nel film (dove comunque la fedeltà all’opera originale diventa quasi assoluta) non perde un grammo della sua grande drammaticità e regala grandi emozioni.

Ma, oltre alla ridefinizione del rapporto tra V ed Evey, di cui abbiamo già parlato, il film soffre di un altro difetto sostanziale ed è il finale: la scelta di una rivoluzione pacifica è forse più adatta allo scenario politico del film, ma risulta una scena buttata un po’ lì, quasi una “americanata” che rischia di rovinare quanto di buono costruito sino a quel punto. Il problema è che V non sembra fare molto nella pellicola per diventare davvero un simbolo della libertà ed anche il suo discorso televisivo non è molto efficace e, nella trama, avviene troppo tempo prima del finale perché abbia quell’effetto. Insomma, V, nella pellicola, non fa poi molto per guadagnare tutta quella popolarità (se non come spauracchio della dittatura) e risulta difficile credere che un popolo “addormentato” come quello descritto nella pellicola si risvegli all’improvviso. Insomma, visivamente è sicuramente qualcosa di spettacolare ed ha sicuramente un valore simbolico (tanto più che, fugacemente, dietro le varie maschere da V, appaiono anche personaggi che nella storia sono morti), ma risulta immensamente meno efficace del finale congegnato da Alan Moore per il fumetto, dove il trionfo di V è totale ed il rovesciamento (comunque drammatico, caotico e violento) della dittatura una conseguenza diretta delle sue azioni. Insomma, un piccolo peccato perché, invece, l’esplosione di Buckingham Palace è, invece, davvero spettacolare e rappresenta un momento davvero emozionante e culminante delle pellicola.

Ma, a conti fatti, l’adattamento realizzato dai Wachosky e dal bravo James McTeigue (qui alla sua prima prova da regista, dopo aver fatto da assistente) è comunque più che soddisfacente ed è riuscito, almeno per gran parte della pellicola, a mantenere intatto il fascino e la potenza dell’opera originale di Alan Moore. Contando che molti dei fan dell’opera originale si aspettavano più o meno un disastro sulla scia di LXG, direi che si può essere quasi soddisfatti di quest’operazione. Sperando che però lascino in pace Watchmen…

Albyrinth