sabato 15 agosto 2009

Swamp Thing: La lezione di anatomia


SWAMP THING: La Lezione Di Anatomia

di Alan Moore – Storia;
Steve Bissette – Disegni;
John Totleben – Chine

Prima Edizione Americana: Saga Of The Swamp Thing #21; DC Comics; Febbraio 1984

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Ultima Edizione Italiana: La Saga Di Swamp Thing;
Magic Press;
2003;180 Pagine; 13€


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“A Washington Piove Stanotte…”

Inizia così: un uomo che guarda fuori da una finestra mentre sorseggia del buon brandy, il suo volto coperto dai rivoli della pioggia torrenziale, le avvisaglie di una tempesta imminente ed inevitabile.
Inizia così la rivoluzione che Alan Moore porta sul personaggio di Swamp Thing, una rivoluzione che ha segnato profondamente il mondo del fumetto americano, fungendo da apripista alla nascita dell’imprint Vertigo, unica importante voce dissonante negli anni ’90 rispetto agli imperanti supereroi. Inizia così una delle migliori saghe che il fumetto statunitense abbia mai prodotto; un viaggio incredibile che porterà un semplice e sfortunato mostro a diventare l’avatar di una delle forze più potenti ed ancestrali del nostro mondo.
Sia chiaro, la rivoluzione portata da Moore non fu per nulla irrispettosa verso quanto fatto dai suoi creatori, ovvero Len Wein e Bernie Wrightson, anzi: il cambiamento del protagonista, per quanto radicale, è comunque coerente con il suo passato. Se avete infatti letto l’ottimo volume appena stampato dalla Planeta che ristampa le storie del duo, è facile vedere come il lavoro svolto da Moore non avesse affatto l’intenzione di cancellare e distruggere, ma bensì di evolvere coerentemente l’idea basilare della serie.

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Inizialmente Swamp Thing era Alec Holland, scienziato che, sbalzato da una esplosione dentro la palude insieme a dei fluidi per la crescita vegetale su cui stava lavorando, si ritrova un corpo mutato in una pianta. Un mostro, certo, ma con un uomo sotto la scorza di muschi, alghe e licheni che lo formavano. Moore invece cambia immediatamente le carte in tavola: Swamp Thing non è Alec Holland, ma è solo un essere formato da piante mutate dal fluido che hanno assorbito parte della coscienza dello scienziato; insomma, non siamo più di fronte ad un uomo, ma ad un essere vegetale che crede di essere un uomo. Insomma, un essere a cui è stato tolto anche l’ultimo tassello di umanità, quella speranza remota di potere tornare un giorno normale.
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La Lezione Di Anatomia è completamente basata sulla scoperta da parte di Swamp Thing della sua natura e sulla sua reazione. Per narrare questo importante punto di svolta, Moore sceglie di usare un tipico canovaccio dell’horror: un miliardario, ebbro del suo potere, riesce a neutralizzare ed a catturare il mostro per studiarlo, solo che non si rende conto che non è possibile contenere una forza della natura (un modo di dire che in questo caso diventa assolutamente vero) e dovrà pagarne le tragiche conseguenze. Il tutto è narrato con la tecnica un flashback da Jason Woodrue, uno scienziato, anch’esso divenuto un ibrido umano-vegetale, assoldato per scoprire la verità su Swamp Thing, che di fatto libererà il mostro ed intrappolerà il vecchio miliardario nel suo palazzo per vendetta.

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E’ tramite la voce di Woodrue che Alan Moore può dare spazio a tutta la sua incredibile prosa: la narrazione segue perfettamente il ritmo della storia, passando da tranquilla e pacata nei momenti di flashback facendosi concitata nel momento finale, dove Swamp Thing scatena tutta la sua furia sul vecchio miliardario che tentava una fuga disperata. E’ da sottolineare anche il modo in cui lo scrittore inglese riesce immediatamente a comunicare al lettore la giusta atmosfera, ancora prima dei disegni, grazie alle prime didascalie: “A Washington piove stanotte…”. Un inizio fulminante pari solo a quello di Watchmen, dove, anche in quel caso, la narrazione era lasciata ai pensieri di Rorschach, uno dei protagonisti della storia.

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E’ interessante notare come Moore inizi la sua rivoluzione giocando pienamente nelle regole: proprio come nelle storie di Wein e Wrightson, Swamp Thing è una creatura silenziosa, quasi imperscrutabile nelle sue azioni per chi la osserva. Wein tentava di fare connettere il lettore alle azioni del mostro con un amplissimo uso di didascalie, per rivelare i pensieri di Alec, il suo tormento interiore, la sua malinconia, il suo mal di vivere. Moore sceglie però una strada più difficile: non ci sono le didascalie ad aiutare il lettore, c’è solo un lungo flusso di pensieri di un osservatore esterno, Jason Woodrue, mentre il resto è lasciato alla forza della sceneggiatura e dei mirabili disegni di Steve Bissette. Swamp Thing pronuncia una sola frase:

“Sì…io…ho letto il dossier…”

Sono sei parole che cambiano completamente la prospettiva di tutto l’episodio, perché mostrano che il mostro è lucido, mostrano in maniera inequivocabile l’odio e lo shock di un essere che ha scoperto di aver perso l’umanità, che ha scoperto che tutto quanto sapeva di sé stesso era solo una menzogna.

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Abbiamo citato Steve Bissette ed il suo lavoro su questo episodio (nonché su quelli seguenti) è semplicemente incredibile e la sua sintonia con la sceneggiatura di Moore è praticamente perfetta sin dalla prima vignetta. La struttura delle tavole cambia in continuazione, la vecchia gabbia si distorce per lasciare spazio a vignette di grandezza e forme sempre diverse, che seguono ed intensificano il ritmo della storia. C’è un dinamismo unico nelle scelte stilistiche compiute da Alan e Steve e la lettura non segue più regole ormai codificate: le vignette si amalgamo, ruotano e la tavole esplodono, rivelando una struttura libera e piena di tantissimi elementi e finezze unite in maniera unica ed originale.
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E’ soprattutto nella scena finale che si rivela la grandezza di Bissette: uno dei problemi con un personaggio come Swamp Thing è riuscire a farlo apparire come un mostro minaccioso. D’altronde, a ben vedere, il personaggio appare normalmente tutt’altro che spaventoso, anzi assume spesso un aspetto bonario essendo stato concepito come una sorta di Bigfoot ricoperto da muschio al posto del pelo. Eppure il disegnatore riesce perfettamente a fare cambiare al lettore completamente la percezione di Swamp Thing che in pochi momenti passa da pacioso gigante buono ad una macchina assassina, dopo aver scoperto la verità su sé stesso.
Bissette riesce nell’intento dando un’espressività unica agli occhi dell’essere, iniettandoli di una rabbia incontenibile, sfigurando il volto con i denti digrignati, tanti piccoli elementi mostrati in primo piano che disumanizzano, vignetta dopo vignetta la creatura, creando una dicotomia con la lucidità, con il suo essere una creatura pensante e lucida, come già detto; e poi inizia l’inseguimento, i cui tempi sono gestiti in modo magistrale, con il mostro che, in modo terribilmente lento, si avvicina sempre di più al vecchio miliardario per ucciderlo, mentre la tensione e l’orrore sale a livelli incredibili. Fino ad arrivare alla chiusura del cerchio; si conclude così un racconto perfetto, l’inizio di una saga incredibile, un vero e proprio saggio di sceneggiatura e disegno. Un capolavoro che termina come è iniziato:

“A Washington Piove Stanotte…”

La pioggia batte ancora, Jason Woodrue è ancora lì, senza più la maschera che lo rendeva “normale”, a guardare fuori da una finestra coperta dai rivoli, la sua espressione malvagia, compiaciuta ed al contempo inquietata, mentre sorseggia il suo brandy. La tempesta si sta forse spostando, ma non è passata e si preannuncia qualcosa di ancora più deflagrante…
Albyrinth - febbraio 2007
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