domenica 16 agosto 2009

Roberto Recchioni intervista molto esclusiva - Parte 3, fine - mar 2007


BATTAGLIA

fdc: Sei al lavoro su una nuova trilogia con protagonista il vampiro siciliano, è stato difficile non scrivere storie di Battaglia in questi anni?

ROBERTO RECCHIONI: Molto.
E' un personaggio a cui sono legatissimo.
E' il primo personaggio che ho creato (insieme a Leomacs) e il primo che ha mai raggiunto la stampa e la distribuzione in edicola nella testata "Dark Side"
Ogni volta che posso, torno a scriverlo.
Quando "Dark Side" ha chiuso, Battaglia è rimasto.
Quando lo StarShop decise di buttare soldi in una serie di albetti prodotti direttamente, io feci due numeri di "Battaglia" (scritti e disegnati).
Quando mettemmo in piedi la Factory, non ebbi alcun dubbio nel riprendere il personaggio... e quella storia ancora oggi ci sta dando un mucchio di soddisfazioni.
L'anno scorso ne ho scritto una nuova avventura che Leo sta finendo di disegnare.
Ora sono di nuovo in fregola perché scalpito per preparare il prossimo capitolo.

fdc: In questa nuova serie intendi calare pesantamente Battaglia nella storia d’Italia, soffermandoti su pagine cruciali e drammatiche del nostro paese come si intuisce dai titoli dei tre volumi :Caporetto, Anzio e via Fani.

R. R.: Sì.
Anche se alcune cose sono cambiate.
Se tutto rimane come abbiamo stabilito con BD, la nuova storia di "Battaglia" dovrebbe prima uscire in libreria per la Mondadori, poi verrebbe raccolta in un volume che conterrà anche una versione riveduta, corretta e potenziata di "Vota Antonio" (la miniserie della Factory, già riproposta da Mondadori l'anno scorso).
Poi si vedrà.
Ho in mente almeno due altre storie del "Batta". Una legata ai Ciano e una a via Fani (ho deciso di escludere l'idea che mi era venuta su Anzio).
Il problema è che ogni storia di Battaglia mi ruba una marea di tempo in ricerche e approfondimenti e quindi non è facile capire quando riusciremo a metterci di nuovo al lavoro.

fdc: Cosa ti ha portato a fare una scelta di questo tipo che, immagino, abbia voluto dire parecchio lavoro in più di documentazione?

R. R.: Pietro Battaglia è un vampiro e un vampiro italiano.
La sua storia è la storia dell'Italia.
E' un elemento inscindibile del personaggio e è una cosa molto
stimolante perché mi permette di fare ricerche, andare "sul campo" e
dire qualcosa sul paese in cui vivo.

fdc: Il primo volume vedrà i disegni di Leomacs, co-creatore del personaggio, e i successivi? In un primo periodo erano usciti anche i nomi di Cremona e Rosenzweig, saranno loro ad occuparsene?

R. R.: No.
Dopo molte riflessioni abbiamo capito che "Battaglia" è una cosa personale tra me e Leomacs.
Io e Leo andavamo alla stessa scuola di fumetto e abbiamo fatto un mucchio di strada insieme, abbiamo condiviso un mucchio di miserie, un paio di tragedie e qualche trionfo.
Battaglia ci ha sempre accompagnato e non ce la sentiamo proprio di darlo in mano ad altri, per quanto bravi possano essere.

fdc: I tre volumi usciranno ravvicinati oppure con cadenza annuale "alla francese"?

R. R.: In teoria dovrebbe uscire un volume con due storie alla prossima Lucca e un altro volume alla Lucca dell'anno successivo.
Ma, sinceramente, fino a quando non li vedo stampati, non ci credo.

fdc: Rrobe goes to Cinecittà: come la situazione riguardo al film di Battaglia? Si sa qualcosa o, al momento, il progetto deve ancora partire?

R. R.: Alla maniera in cui vanno le cose al cinema.
Grandi entusiasmi, molte parole e poi mesi ad aspettare.
Egidio Eronico, il regista che dovrebbe girare il film su "Battaglia", è molto convinto del progetto... ma per ora non si è ancora fatto nulla di realmente concreto.

fdc: L’idea di vedere una tua creazione trasportata sul grande schermo ti provoca solo entusiasmo e curiosità, oppure anche un po’ di timore che il personaggio venga travisato e trasformato in qualcosa di diverso dal tuo Battaglia?

R. R.: Timore.
Sarei felice se succedesse... ma non accetterei di vedere il personaggio stravolto.


VARIE ED EVENTUALI

fdc: Ti sei sempre definito "una rockstar" ed hai sempre cercato di avere un rapporto molto diretto e soprattutto sincero, non lesinando polemiche, tramite i forum prima e tramite il tuo blog ora, con i lettori: ritieni che questo tuo modo di essere sia stato fondamentale per la riuscita della tua carriera?

R. R.: E’ stato importante.
Sono bravo a promuovermi, specie su internet e se voglio far parlare di me e del mio lavoro, di solito ci riesco.
Il mio vero vantaggio è che prima di essere un autore che scrive su internet, sono un utente e questa cosa è stata percepita da subito.
fdc: Quanto è importante per te poter contare su uno zoccolo duro di lettori fedeli che ti segue ovunque tu vada?

R. R.: Non sono sicuro che esista davvero questo “zoccolo duro”.
Credo che alcuni lettori si siano fatti l’idea di avere dei gusti in comune con me e per questo mi seguano.
Il giorno in cui scriverò qualcosa di lontano dai loro gusti, non mi verranno dietro.
fdc: Hai da poco aperto il tuo blog, PRONTO ALLA RESA, che ha un ottimo seguito: come giudichi l'esperienza sino a questo momento, paragonandola con le tue puntate sul forum di Comicus prima e nella tua stanza sul forum dell'Elite poi?

R. R.: Ho deciso di abbandonare lo spazio che i ragazzi dell’Elite mi avevano gentilmente concesso per un bisogno personale.
“Pronto alla resa”, il mio blog, nasce infatti dalla necessità di avere uno spazio dove poter parlare di tutto e non necessariamente solo di fumetti.
E’ un blog nato in un momento molto difficile della mia vita ed è servito (e serve tutt’ora) come valvola di sfogo.
Non penso che sia un blog “sui fumetti” o il blog di un “autore”. E’ il blog di una persona.
Per quello che riguarda il forum di ComicUS il discorso è diverso.
Mi ci sono lentamente allontanato a causa del cattivo rapporto che ho con una certa parte della moderazione, la parte che vede i professionisti come un “elemento inquinante” che lede l’armonia del forum.
fdc: Romanzo Grafico o fumetto? Qual è la tua opinione in questa chiamiamola polemica che non è altro che l'aggiornamento, con terminologia più ricercata, della vecchia "fumetto d'autore o fumetto popolare"?

R. R.: No, io non credo che la discussione sia “fumetto d’autore” o “fumetto popolare”.
Al massimo andrebbe fatto un distinguo tra fumetto seriale e non.
Io credo che ci sia proprio una confusione sui termini usati.
“Graphic Novel” è una espressione creata da Will Eisner perchè, in inglese, non c’era una parola neutra per definire il fumetto.
“Comics” significa “comici” e “Contratto con Dio” non è certo un fumetto che si possa sposare con quella definizione.
In Italia questo problema non c’è. “Fumetto” è una bella parola e può indicare tanto la produzione seriale quanto la storia autoconclusiva.
Il problema è che il fumettista medio soffre di complessi di inferiorità nei confronti degli altri media e cerca costantemente di darsi un tono... quindi sente la necessità di nobilitare quello che sta facendo, associandolo a forme espressive che lui ritiene più nobili.
Perché i film non vengono chiamati “Romanzi Visivi e Sonori”??

fdc: Allo stesso modo molti autori emigrano in Francia, lamentandosi del mercato italiano e del modo in cui il fumetto è visto nel nostro paese. Cosa ne pensi ed è un tipo di scelta che personalmente compieresti?

R. R.: Certe volte quelli che si lamentano lo fanno per partito preso o perchè in Italia non hanno avuto il riconoscimento che gli sembrava dovuto, altre volte hanno ragione di lamentarsi... ma l’attitudine a disprezzare quello che offre il proprio paese è tutta italiana e non mi sembra questa grande novità.
Quanto all’andare in Francia, ormai è roba vecchia.
Adesso la mecca sono di nuovo gli Stati Uniti... e comunque, non mi interessa in maniera particolare.


fdc: Qual è il tuo giudizio sui manga, un tipo di fumetto che spesso è stato demonizzato nel nostro paese? Posto che certe affermazioni fatte in passato ("i manga spazzeranno via tutto! Moriremo tutti!!!") erano alquanto ridicole nel loro falso allarmismo, che impatto pensi abbiano avuto sul mondo del fumetto italiano ad oltre 10 anni dalla loro comparsa nelle nostre edicole?

R. R.: L’assetto economico-commerciale della faccenda mi è oscuro. oltretutto, ho smesso di seguire da vicino la scena da qualche anno. L’impressione è che c’è stato un periodo in cui i manga vendevano tanto e vendevano tutti e che ora ce ne sono troppi e che vendono molto meno, forse anche per colpa di un non favoloso ricambio generazionale per quello che riguarda gli autori proposti (con le solite nobili eccezioni, tipo Urasawa o Inoue).
Come fruitore posso dire che un tempo ne leggevo davvero tanti, oggi leggo principalmente roba vecchia. I miei manga preferiti sono Devilman, Lone Wolf & Cub, Grey, Akira, alcune cose della Takahashi, certi manga horror degli anni ’60-70, Vagabond...
Come autore: ho l’impressione che in Italia ci sia una ristrettissima manciata di autori che ha saputo fare sue alcune soluzioni dei manga e le ha integrate nel suo lavoro metabolizzandole (Enoch, ad esempio... ma per assurdo, anche Gipi).
Poi c’è tutta una scuola di scimmiottatori, gente che ha copiato solo gli aspetti più superficiali della tradizione giapponese e che ha cercato di metterli nel proprio lavoro senza capirli a fondo.
I manga sono molto più che occhioni e linee cinetiche.

fdc: Cosa ha rappresentato per te il "Dark knight returns" di Frank Miller come lettore prima e come fumettista poi?

R. R.: Tutto.
Insieme a Dylan Dog è stato il fumetto che più mi ha influenzato, quello che più ho amato (e amo) e quello che più volte mi capita di rileggere.
Il DKR è il mio fumetto preferito e punto.
L’ho letto decine di volte, l’ho tradotto, l’ho copiato, l’ho omaggiato e l’ho citato centinaia di volte.
Non c’è niente di meglio.
fdc: Tra le tante storie, serie e personaggi che hai scritto, secondo te quale sarebbe quella che funzionerebbe meglio sul grande (o piccolo) schermo?

R. R.: Sul piccolo schermo, John Doe (ma solo con una produzione americana).
Del resto è una serie a fumetti pensata proprio per sembrare un serial televisivo.
Sul grande... Battaglia.

fdc: In un tuo intervento su "Flower of Carnage" avevi spiegato come, secondo te le serie tv siano al momento più all'avanguardia a livello di tematiche e scelte narrative rispetto al cinema. Come si è arrivati a questo punto, secondo te? E, soprattutto, pensi che faccia bene il fumetto seriale a tentare di portare su carta alcune delle caratteristiche tipiche dei telefilm, insomma che sia la strada da percorrere come sta già succedendo, in parte almeno, nel fumetto americano?

R. R.: Le serie americane hanno passato un periodo d’oro negli ultimi anni e questo in virtù di ottimi script.
Gli sceneggiatori televisivi hanno avuto modo di approfondire di più i personaggi, rischiare di più nelle tematiche, provare soluzioni relativamente inedite o scomode o fortemente provocatorie.
Nel cinema questo capita sempre meno. I film costano sempre di più e c’è la volontà precisa di non rischiare.
La misura di un film poi, secondo meno si presta meno bene a quel lavoro di fino fatto dalle serie televisive nel campo della caratterizzazione dei personaggi e nello sviluppo degli intrecci.
Il cinema, a mio modo di vedere, ha altri punti di forza e non può competere con i serial per quello che riguarda “la scrittura”. Nel cinema, per me, dovrebbero predominare la forma e il movimento piuttosto che il contenuto.
Le serie, di contro, non possono permettersi lo “spettacolo” del cinema e comunque hanno altre necessità a cui rispondere e altri strumenti da utilizzare.

Quanto al fumetto... è un argomento spinoso.
Credo che noi di John Doe siamo stati i primi a portare un certo tipo di approccio da “serial tv dell’ultima generazione” nel fumetto e sono praticamente certo di essere stato il primo a parlare di “stagioni” all’interno di una serie a fumetti.
Ma non sono sicuro che questo sia un bene.
Quando Berardi rivoluzionò il fumetto italiano con Ken Parker, applicando un approccio cinematografico alla narrazione fumettistica, si gridò al miracolo.
Con il senno di poi, non sono certo che il lavoro di Berardi fece bene allo sviluppo delle potenzialità del media fumettistico.
Da Ken Parker in poi, il fumetto italiano non ha fatto altro che scimmiottare il cinema e sono pochi gli sceneggiatori che riescono ancora oggi a ignorare il linguaggio cinematografico e che usano tutti gli strumenti che il fumetto può offrire.
John Doe, sotto questo punto di vista, ha sostanzialmente seguito l’approccio di Berardi.
Abbiamo preso il linguaggio delle serie TV americane dell’ultima generazione e lo abbiamo sbattuto nel fumetto.
A funzionare, funziona... ma non sono certo che sia un bene.
Se l’obiettivo è dare una dignità al nostro media, non possiamo limitacsi a copiare il linguaggio di altri media.
La tavola di un fumetto non è un succedaneo del grande (o del piccolo) schermo... è una tavola di fumetto, e come tale andrebbe sfruttata.

fdc: Hai avuto esperienze molto diverse nella tua carriera e sei passato dalle storie per bambini (Chicken Little) al pubblico tendenzialmente scafato ed over 30 di un Diabolik: quant'è importante per te riuscire ad individuare il target di riferimento di un fumetto? E, soprattutto, quanto sei condizionato da questo fattore durante la scrittura di un fumetto?

R. R.: Molto.
Sapere per chi scrivo è, per me, una condizione necessaria per scrivere.
Artisticamente parlando, questo è forse il mio maggior limite.
Professionalmente è un mio punto di forza.
Non so scrivere solo per me stesso.
Se scrivo qualcosa, ho bisogno di gente che mi legga e che reagisca a quello che scrivo.
Non so lanciare sassi verso il mare... ho bisogno di una pallina da tennis e di una parete contro cui farla rimbalzare.


fdc: Quali sono le tre cose da NON fare assolutamente se si vuole lavorare in questo ambiente?

R. R.: Essere troppo arroganti o troppo poco. Pensare troppo al mercato o troppo poco. Parlare più di quanto si produca.

fdc: Con la Factory avete lanciato in Italia un modello indipendente coraggioso e comunque importante, per certi versi. Cosa rimane nel 2006 del mondo degli indipendenti italiani degli anni '90?

R. R.: Se il discorso è strettamente collegato al tipo di approccio della Factory, allora direi che non ne rimane praticamente nulla.
Non c’è più quella spontaneità e incoscienza e tutti sono più svegli e consapevoli.
Gli albetti da sedici pagine sono stati (giustamente) sostituiti dai volumi e l’approccio squisitamente pop della Factory (ma pure dello Shock Studio) è stato messo in un angolo per dare maggior risalto a un atteggiamento più culturale, diaristico o intimista.
Se questo sia la conseguenza di una reale inclinazione da parte della nuova generazione di autori o se sia solo un modo per seguire una precisa richiesta del mercato, non lo so. Diciamo che c’è un poco d’entrambi.
la Factory è arrivata tardi e troppo presto.
Quando siamo arrivati noi, il fenomeno degli indy che vendevano 4000 copie era finito... e quello degli indipendenti che di copie ne vendevano 400 (ma a 20 euro a copia), doveva ancora nascere.
Del resto la Factory era rappresentata da una generazione d’autori che, anche oggi, è rimasta nel mezzo.
Troppo commerciali per essere guardati con simpatia dall’intellighenzia del fumetto italiano, troppo poco commerciali per diventare macchine produci-soldi del fumetto stra-popolare.

fdc: Ti piacerebbe lavorare un giorno negli States? Nel senso, lo ritieni un sogno o un tuo obiettivo, per quanto difficile, o più semplicemente, non ti interessa? Nel caso, preferiresti scrivere una testata regolare o preferiresti lavorare ad un progetto speciale, magari sotto la supervisione italiana, come il Cap/Devil di faraci?
R. R.: Mi piacerebbe esattamente nella stessa misura in cui oggi mi fa piacere lavorare con Dylan Dog o Diabolik.
Ovvero, mi piace l’idea di scrivere personaggi che ho amato e che amo.
Il fatto di scrivere per un pubblico che non è quello del paese nel quale vivo e con cui mi confronto, invece, mi crea qualche disagio.
Come dice il Burchielli, io sono un musicista da tour e ho bisogno di un pubblico davanti al palco.


fdc: Nel caso quali sono i personaggi americani (non solo supereroistici, sia chiaro) sui quali ti piacerebbe mettere le mani?

R. R.: Hellblazer, Ghost Rider, Capitan America.
Scusate, ma se devo lavorare con gli USA, allora voglio farlo con i superpupazzi.
fdc: Sei un grande appasionato di videogiochi: una delle classiche scuse per la crisi del mercato fumettistico (e questo più o meno ovunque) è "i giovani non leggono fumetti perchè preferiscono giocare alla playstation". Ora, oltre al qualunquismo della affermazione, che però si è letta in giro decine di volte, non pensi che la sinergia tra il mondo dei fumetti e quello dei videogiochi potrebbe essere invece un modo per creare affezione ai personaggi, sfruttando le tecnologie di adesso, l'interattività che offrono alcuni giochi, nonchè le infinite possibilità che offre la banda larga per i giochi multiplayer?

R. R.: Io non sono del tutto convinto che l’affermazione sia “qualunquista”.
La ritengo solo poco approfondita.
La frammentazione degli interessi, la specializzazione dei gusti e via dicendo, ha di fatto ridotto i numeri del pubblico “Mass” media. In sostanza, la fetta di pane si è allargato e il burro da spargerci sopra è rimasto lo stesso.
La gente divide il suo tempo in un numero di intrattenimenti sempre maggiori e variegati e, all’interno di questi intrattenimenti, può scegliere in mille sottogeneri diversi.
Credo pure che i videogiochi siano un media giovane che deve ancora sviluppare un linguaggio del tutto autonomo e maturo e che, per ora, è un media ibrido che ancora non ha trovato il giusto equilibrio tra una cultura autoctona e le influenze esterne.
Penso che cinema, fumetto e videogioco saranno sempre più tangenti, questo sì,,, ma non credo che confluiranno in un unico media di massa.
Per il resto: i fumetti possono prendere alcune ispirazioni dai fumetti così come succede il contrario... ma il modo in cui si fruiscono i media è troppo radicalmente diverso.

fdc: Se dovessi sviluppare un videogioco basato su un personaggio del fumetto (scegli pure quello che vuoi), come lo struttureresti?

R. R.: Limito la scelta ai miei personaggi perché altrimenti il discorso sarebbe troppo complesso e ramificato (oltretutto sono molti i personaggi del fumetto che hanno avuto trasposizioni videoludiche, alcune orride, altre discrete).
Io vedrei bene un John Doe in stile gioco “free roaming” alla Grand Thef Auto.


fdc: Domanda finale: cosa ti aspetti dal film di "300"? E qual è il tuo giudizio sul film di "Sin City", come film appunto e non solo come trasposizione iperfedele del fumetto di Miller?

R. R.: E’ complesso.
“Sin City”, dal mio punto, di vista, è stato un bell’esperimento ma non è cinema, è altro.
Forse è uno dei pochi casi in cui il cinema si è piegato alle leggi di un altro media.
Il risultato finale è interessante ma non ho alcun interesse a vedere altri esperimenti del genere, anche perché Rodriguez è un regista con uno stile molto forte e che io amo molto, quindi vederlo in qualche maniera svilito per aderire allo stile di Miller e alle regole di linguaggio di un altro media, mi è dispiaciuto.
“300” sembra un’operazione che segue lo stesso approccio e quindi, in linea generale, mi dovrebbe interessare poco.
Eppure la retorica visiva del film di “300” e la sua potenza visiva, mi esaltano e non poco.
il film di “300” sembra (a differenza di “Sin City”), superare l’opera originale ed esaltarla.
Aggiunge qualcosa rispetto al fumetto e non sembra solo cercare di emularlo.

fdc: Grazie davvero per la tua disponibilità, Rrobe.

FINE - a cura della redazione di fumettidicarta.it