domenica 16 agosto 2009

Roberto Recchioni: intervista molto esclusiva - Parte 2 - mar 2007


JOHN DOE & DETECTIVE DANTE

fdc: Parliamo di Detective Dante: questa miniserie sta giungendo alla sua conclusione...qual è il tuo giudizio su questa esperienza? Negativo o, nonostante i casini, le ingerenze editoriali ed un successo che avrebbe potuto essere maggiore, comunque positivo?

ROBERTO RECCHIONI: Positivo in termini narrativi. Deludente sotto il risultato economico.
Henry Dante non ha fatto perdere un soldo all’Eura ma non ne ha nemmeno fatti guadagnare... non posso dire che fossero queste le nostre aspettative.
Oltretutto penso che su Detective Dante abbiamo fatto degli errori progettuali e che la testata abbia patito un certo grado di disattenzione da parte nostra a livello organizzativo.
Si poteva e si doveva fare di più.
Fare un buon fumetto non significa solo scrivere buone storie ma anche curare il prodotto in tutti i suoi aspetti produttivi.
fdc: Leggendo su vari forum, l'impressione generale è che il pubblico sia rimasto tutto sommato freddino con il ciclo dell'inferno, si sia appassionato a quello del purgatorio ed adori quello del paradiso. Ti aspettavi una reazione simile?

R. R.: Il discorso è piuttosto complesso.
Quando io e Lorenzo Bartoli abbiamo deciso di metterci a scrivere Dante, lo abbiamo fatto pensando ad un pubblico di riferimento più allargato rispetto a quello di John Doe.
Quindi ci siamo, in qualche maniera “trattenuti”.
Abbiamo cercato di scrivere una cosa più “mainstream” rispetto a JD.
Una volta saputo che Detective Dante non aveva raggiunto quel pubblico più vasto che ci eravamo proposti ma che anzi, era ancor più di nicchia di JD, abbiamo deciso di scrivere in maniera più libera e personale.
Il risultato è stato che i nostri lettori ci hanno apprezzato di più.
Da una parte è una cosa piacevole perché significa che c’è un pubblico piuttosto fedele che ama la nostra roba.
D’altra parte, forse io e Lorenzo non riusciamo a creare personaggi che possano raggiungere un pubblico più vasto di quei 15.000/20.000 lettori appassionati.
Oppure è proprio un limite fisico del prodotto bonellide (ovvero di quei prodotti nello stesso formato Bonelli ma che non sono della Bonelli).

fdc: In particolare ha generato molto entusiasmo l'inizio del "paradiso", un'ottima storia sceneggiata da te, dove sei riuscito a portare, in modo alquanto riuscito secondo il sottoscritto, certe soluzioni ideate da Frank Miller nel rivoluzionario "Dark Knight Returns" nel formato bonellide. Sei soddisfatto di quella storia e, soprattutto, sei soddisfatto dell'ottimo feedback ricevuto?

R. R.: E’ una delle storie che ho scritto che preferisco in termini assoluti.
Ma in generale mi piace tutto quello che ha fatto nella terza cantica di Detective Dante.
E’ roba coatta, volgare, sopra le righe... ma ha anche un sottotesto politico e piuttosto critico.
Sono felice che i lettori abbiano apprezzato... anche perché non avrò spesso la possibilità di osare così tanto.

fdc: Anche se non si sa ancora nulla della conclusione della storia (anche se, secondo me, non può che avere un unico finale, ma è una mia idea), si vedranno in futuro altre storie di Dante?

R. R.: Sì.
Io e Lorenzo abbiamo due idee che stiamo valutando ma per ora è davvero presto per discuterne.
fdc: Parlando più in generale, l'idea delle miniserie in formato bonellide è davvero una strada percorribile per il futuro?

R. R.: Non lo so.
Per l’Eura non è stata molto significativa ma in Bonelli sembra che stia dando buoni risultati, specie in termini di “tenuta”.
Io sono un forte sostenitore del concetto di serie a “termine”: serie che hanno un inizio e una fine definiti ma non un numero predeterminato di albi per andare da un punto all’altro.

fdc: Parliamo di John Doe: la serie veleggia tranquilla verso il numero 50 ed è riuscita a crearsi un pubblico di fedelissimi: come giudichi questo risultato? Sei stupito che "ce l'abbia fatta" o ti aspettavi che potesse vendere ancora di più?

R. R.: Forse sono un pazzo incosciente ma non ho mai pensato che JD potesse non farcela.
Sono sempre stato fortemente convinto dell’idea di John Doe e della bontà del lavoro degli autori coinvolti.
Non mi aspettavo di spaccare il mondo ma nemmeno di mangiare la polvere e alla fine è andata proprio così.
John Doe si è conquistato una fetta di lettori di nicchia ma fedelissima e ha ottenuto ampi consensi di critica.
Ora resta solo da vedere come reagirà il pubblico alla conclusione della seconda stagione e all’apertura della terza.

fdc: La Terza Stagione è ormai ai blocchi di partenza: cosa ci dobbiamo aspettare e soprattutto tu e Lorenzo avete intenzione di intervenire pesantemente sullo status quo del personaggio e della serie?

R. R.: Diciamo che abbiamo rivoltato tutto... di nuovo.
Ma non mi strapperete una parola di più nemmeno sotto tortura.
fdc: Hai spesso parlato, nei tuoi interventi sui forum, di come i lettori reagiscono di fronte a certi personaggi e sviluppi della serie: quali sono state le reazioni che ti hanno più stupito in assoluto?

R. R.: Ce ne sono varie.
Mi sono stupito quando i lettori si sono infuriati per la morte di Leonida, nel primo ciclo.
Mi sono stupito quando i lettori non hanno colto cose che per me erano palesi (poi ho capito che l’errore era mio perché, evidentemente, non avevo saputo spiegarmi con chiarezza).
Mi stupisco ancora del forte seguito critico che suscita ogni numero di John Doe.

fdc: Prima Riccardo Burchielli, poi Dell'Edera e Cucina ed adesso è il turno di Davide Gianfelice di sbarcare in casa Vertigo: quali sono le tue sensazioni sapendo di aver contribuito a lanciarli negli States? E che rapporto c'è veramente tra lo staff di John Doe e la Vertigo?

R. R.: Avete scordato Massimo Carnevale e Antonio Fuso.
La sensazione è complicata.
Da una parte siamo felici per loro e lusingati dal fatto che “ci abbiamo visto lungo”.
Dall’altra dispiace perdere disegnatori validi che abbiamo coltivato con pazienza.
Tra noi e la Vertigo c’è un rapporto d’amicizia. Conosciamo parecchi dei loro editor e loro ci seguono con attenzione.

fdc: Dopo qualche anno è normale (direi umano) che un autore possa anche stancarsi di lavorare sempre e continuativamente allo stesso personaggio: ti senti ancora coinvolto nell'esperienza di scrivere John Doe o inizi a sentire un po' di stanchezza?

R. R.: Sono coinvolto in maniera assoluta su John Doe.
Fremo per raccontare le nuove storie e sono sempre in ansia nel vedere come verranno accolte.
JD è una parte importantissima del mio lavoro e della mia vita e tengo moltissimo a raccontare la sua storia per intero.


GARRET

fdc: Sono usciti i primi due numeri di Garret ed il terzo è ormai in uscita: puoi già tirare le somme su questo esperimento, sia a livello di vendite che di critica?

R. R.: Non ancora.
Tutta l’operazione di Garrett si basava su tre obiettivi.
Il primo, quello più importante, è stato sostanzialmente raggiunto.
La BD non ci ha perso soldi (pur investendo molto nella produzione) e abbiamo dimostrato che certe logiche produttive sono applicabili anche nel ristretto mercato delle librerie specializzate e di varia.
I prossimi obiettivi sono cruciali per dimostrare che tutto lo sbattimento porta anche qualche ritorno ma è presto per capire se abbiamo avuto successo o meno.

fdc: Come giudichi l'esperienza del "Garret tour"?

R. R.: Positiva anche se travagliata.
Abbiamo avuto degli imprevisti e qualche problema tecnico ma nel complesso è stata un’esperienza piacevole e costruttiva.
E’ bello entrare in una libreria ed essere accolti da un mucchio di lettori... ma è davvero deprimente quando non c’è nessuno.
Ma quando si è preso un impegno, ci si mette a suonare per centomila persone come dieci, quindi non ci siamo mai tirati indietro.

fdc: Hai sempre definito Garret un esperimento importante per tentare di trovare una nuova via per pubblicare fumetti in Italia: sotto questo punto di vista ritieni Garret un esperimento riuscito? Pensi che possa davvero fare da apripista ad altre pubblicazioni simili in futuro?

R. R.: Sì, lo ritengo un esperimento riuscito anche se perfezionabile e credo che sarà d’aiuto in altre operazioni simili.

fdc: Stai già pensando ad una nuova miniserie nello stesso formato?

R. R.: No. Per quello che riguarda la BD, tutta la mia attenzione è rivolta verso il nuovo libro di “Battaglia" con Leomacs e in una cosa nuova che non riguarda i fumetti.

fdc: Come ha reagito il pubblico italiano alla commistione di generi (western-horror-ironia), nonchè a certe immagine e tematiche "forti" presenti in Garret?

R. R.: Per il momento bene.
Ma le somme andranno tirate a miniserie completata.
fdc: Hai già ricevuto proposte per la pubblicazione all'estero del fumetto?

R. R.: Sì. Le stiamo vagliando.



DIABOLIK

fdc: Come sei arrivato su Diabolik? Hai avuto problemi a lavorare su un personaggio che non solo non era tuo, ma è anche strettamente codificato? Nel tuo blog hai scritto a tal proposito “E' curioso come io trovi gusto nello scrivere un personaggio che, sotto il profilo della scrittura, è l'antitesi di tutto quanto io ho scritto fino a oggi.”. Come ti ci stai trovando? Quanto della tua idea originale rimane al termine del lavoro di scrittura e riscrittura?

R. R.: Mi ci ha portato Tito (Faraci).
C’era bisogno di un nuovo sceneggiatore e Tito ha pensato a me.
All’inizio ho avuto qualche problema perché Diabolik mi ha imposto una disciplina che non mi viene naturale ma non ho vissuto la cosa come uno stress. Diabolik mi sta aiutando a migliorare, non a peggiorare.
Alla fine quello che esce stampato è quello che ho scritto.
Il punto è che bisogna “capire” Diabolik. Una volta fatto questo passo, il resto viene facile.


fdc: Come ci si trova a lavorare su soggetti scritti da altri? Quali sono i pro e i contro? I soggetti che ti arrivano per Diabolik pensi che potessero essere sceneggiati da chiunque o che siano in una certa misura “tarati” per le tue capacità?

R. R.: I soggetti di Diabolik sono fortemente strutturati e io sono felice che mi vengano dati perché non sarei in grado di scriverli.
Può capitarmi di avere uno spunto o un’idea interessante ma poi la affido a quelli della Astorina
Non credo che uno sceneggiatore possa fare una differenza sostanziale su Diabolik... non io, perlomeno.
Forse se le mie storie le avesse scritte qualcun altro, avrebbero avuto un ritmo diverso... ma avrebbero funzionato lo stesso perché è il soggetto a funzionare e non penso che i soggetti mi vengano dati in base alle mie caratteristiche peculiari.
Se c’è una bella storia d’azione con tante armi, è facile che mi venga affidata... ma se è disponibile solo una storia tutta incentrata sui dialoghi e l’intreccio, mi viene data quella.

fdc: Sempre sul tuo blog hai scritto “L'onestà narrativa, la plausibilità (relazionata alle logiche della serie) e il rigore, sono cose che non si possono prescindere quando si scrive Diabolik... ed è per questo che gran parte dei miei adorati trucchi resta nella sua cassettina ogni volta che mi trovo ad avere a che fare con lui ed è anche questa la ragione per cui, ogni volta che finisco di realizzare un numero di Diabolik, ho l'impressione di aver imparato qualcosa.” Cosa pensi di aver imparato scrivendo Diabolik? Un maggior rigore? In questo lavoro quanto ti è stato utile confrontarti con alcuni autori storici del personaggio come ad esempio Tito Faraci?

R. R.: Come sceneggiatore ho una certa tendenza “all’inutile”.
Spesso mi perdo dietro l’autocompiacimento di certi dialoghi che servono a poco nello sviluppo della storia.
Diabolik non mi permette di farlo e questo è un bene perché poi, quando torno su JD o su Dylan, riesco a controllarmi meglio, ad essere più asciutto e efficace.
Il confronto con Tito, su Diabolik è semplicemente fondamentale.
Tito conosce davvero i segreti del personaggio e le mie chiacchierate con lui sono estremamente preziose per me.

fdc: Un’altra tua affermazione a proposito di Diabolik è stata “Diabolik non è un personaggio che necessità di cambiamenti... al massimo di qualche limatura (e giusto per stare al passo con i tempi).” Quali sono le limature che ritieni utili o indispensabili per mantenere il personaggio al passo coi tempi? Pensi che questo lavoro di “modernizzazione” sia possibile farlo meglio sulla serie regolare o sugli speciali semestrali?

R. R.: Diabolik è stato affinato anno dopo anno.
Rimangono ancora alcuni elementi “vecchi” nella sua narrazione, ma sono convinto che andranno a sparire con il tempo, grazie al ricambio generazionale degli sceneggiatori e al lavoro certosino portato avanti dal’Astorina.
Credo che gli speciali siano un buon posto dove sperimentare delle soluzioni che, a poco a poco, verranno integrate nella serie regolare.

fdc: Credo che molti lettori, con un po' di supponenza, pensino che sceneggiare un fumetto di Diabolik sia una cosa facile, avendo a disposizione una gabbia fissa di due/tre vignettone per pagina. Quali sono state, invece, le difficoltà nel lavorare con un formato così rigido, soprattutto a livello di storytelling?

R. R.: Qui ci vorrebbe un libro per spiegarla bene.
Facciamo un esempio semplice: su Diabolik tutti i colpi di scena devono essere sulla pagina di sinistra, in modo che il lettore li veda solo dopo aver voltato la pagina.
Sembra facile, giusto?
Non lo è per niente perché ogni storia di Diabolik è piena di colpi di scena e bisogna contrarre o diluire le sequenze di azione-dialogo-spiegazione per fare in modo che i colpi di scena siano dove devono essere.
Questo è solo un esempio superficiale delle molto difficoltà tecniche che si incontrano scrivendo un Diabolik... ma potrei parlarvi di come la gabbia di ogni singola tavola non si deve ripetere rispetto alla tavola precedente e di come ci debba essere una precisa alternanza tra le gabbie...


fdc: Quanto è importante, lavorando su Diabolik, avere una buona sintonia col disegnatore?

R. R.: Poco.
Capita raramente di conoscere in anticipo chi disegnerà la tua storia.
Io, per fare prima, mi immagino che le disegni tutte Zaniboni e quindi, nella mia testa, ogni storia è bellissima.

fdc: In un tipico caso di identificazione con il personaggio, in molti hanno l'idea che l'Astorina sia una struttura vetusta, quasi che, paradossalmente, nei loro uffici ci fossero ancora i telefoni a gettoni. In realtà come funzionano le cose là dentro? Lavorare per loro è stato diverso da come te lo eri immaginato?

R. R.: Se ci fosse una identificazione con il personaggio, l’Astorina dovrebbe avere sede in una anonima villetta fuori città, piena di marchingegni mortali e congegni ultra-tecnologici, arredata con gusto e piena di tesori.
Io non so se è davvero così, non sono mai stato in redazione.
Incontro Mario Gomboli in una oscura osteria milanese dove lui mi passa sottobanco i soggetti.
Mario ha detto che se mi rivelasse dove si trova il suo covo, poi dovrebbe uccidermi.
E io gli credo.

fdc: Riesci a fare un paragone, se ti va, tra la tua esperienza con Diabolik e la Astorina e quella con Dylan Dog e la Bonelli?

R. R.: No, sono esperienze molto diverse.
perché la sviluppino secondo i criteri di Diabolik.

...continua...