sabato 15 agosto 2009

Madrox - mar 2007


MADROX - mini di 5 - Peter David: testi; Pablo Raimondi: disegni; Drew Hennessy: chine; Brian Reber: colori - In Italia su Marvel Monster EditionX Men Universe 2 - vol. a colori, bross, 266 pag, Panini Comics, 25 euro

Nuar? Che cos'è il nuar?...

Personalmente ho sempre nutrito una istintiva simpatia per quei campioni che tutti dicevano “sul viale del tramonto” ed, ormai, fuori dalle grazie di allenatore e dirigenza, costretti a partire dalla panchina, consci che gli verrà concessa solo una manciata di minuti in una partita non di cartello, per far vedere il loro reale valore. Per dimostrare di essere ancora al top.

Per come la vedo, e la vidi, io, la partita era Madrox ed i pochi minuti erano una mini di cinque ed un cast giocoforza ridotto all’osso: un protagonista e due comprimari: Wolfsbane e Forzuto.

Ho letto in una recente intervista che Peter David, visto che è di lui che si parla, ammette di sentire più vicino di chiunque altro il personaggio di Jamie Madrox. Come dargli torto.
Ce lo vedo davvero, alla scrivania, in attesa di essere ripreso per poter esprimere tutte le sue “molteplici” potenzialità.

Madrox, l’uomo multiplo, l’ultimo personaggio in cerca di autore dopo aver visto sistemati gli altri cinque, nelle abili mani di PAD, il supereroe non più solo col potere di duplicarsi, ma figura con la consapevolezza di poter trarre insegnamento (poi anche materiale vantaggio, ma qui si parla di Madrox non di X-Factor) dai suoi prodigiosi poteri.

In apertura, il protagonista è tosto, determinato, ha voglia di fare, ha richiamato i suoi amici, una donna-lupo come “segugia” ed un gigante imbattibile come bodyguard.
Sulla carta ha costruito una squadra equilibrata e vincente.
Che incosciente.
Il nostro capirà presto che, quanto più andrà “all’attacco” nei confronti del mondo e della conoscenza, tanto più vedrà ritornare imprevisti ed insegnamenti che non è preparato a comprendere e gestire. Fino a diventare lui l’anello debole, il nemico di sé stesso.
E tanto più dovrà scavare e “sporcarsi le mani” nella realtà tanto più il suo approccio cambierà. Anche perché questo caso dovrà risolverlo da solo. E cambierà tanto. Da sornione ad insicuro, da disincantato a malinconico.
Anzi no, disincantato lo rimane. Di quel disincanto di cui si era vestito Bogart nei ‘40 ancor più del classico impermeabile, di quel disincanto che, personalmente, non ho mai passato come cinismo.
Qui siamo dalle parti del noir, dell'hard boiled, con mitra e pistole ora superesseri che sono armi umane. Ma che, a differenza delle semiautomatiche, si scoprono vulnerabili e, spesso, fallibili. Dove il protagonista si ritrova solo. Solo con sé stesso.
Mai come qui verità ed, al contempo, gioco di parole.

Solo, senza gli amici e contatti umani, in tutte le fasi topiche della narrazione.
All’inizio, in un’azione ancor più intima della masturbazione, mentre incamera le esperienze degli altri sé; alla fine mentre affronta un particolare frammento del passato.
Me ne frego” è la sua istintiva reazione quasi non fosse un qualcosa di “suo”, ma, poi richiamato ai suoi doveri, trova questo “vissuto” coperto da un “sipario nero” dovuto alla morte di un suo doppio.
Alzare il velo. Scoprire questo misterioso e letale passato. Perché solo così potrà avere la possibilità di comprendere le minacce che gli riserverà il futuro.
Stiamo parlando di noir, di hard boiled, di nero ma, credetemi, più che dalle parti di Chandler o Hammet, ci troviamo nell’insondabile territorio di Woolrich. Il viaggio inizia con niente nella bisaccia.

Profondo, straordinario ma… tutto qui? E l’ironia? Ed i diversi piani narrativi?
Un attimo solo.
David è scrittore troppo di rango per limitare al protagonista la vicenda. Leggete gli albi e gustatevi il montaggio, gli stacchi tra la cupa vicenda di Jamie e le improbabili, buffe e dolorose indagini del duo Wolfsbane/Forzuto che “vogliono far vedere al capo” quanto son bravi anche senza di lui anzi, con una sua ennesima copia, per fortuna, stavolta “in parte”, a far finta di mandare avanti la baracca.

Il tutto puntualmente testimoniato da un valente Pablo Raimondi che, forse, non sarà stato proiettato nell’olimpo dei best pencilers, ma che ha supportato egregiamente la magistrale sceneggiatura di PAD e, grazie ad uno storytelling ottimale ed un altrettanto azzeccato utilizzo della struttura della tavola, mi ha fatto letteralmente entrare negli ambienti così come nella testa dei personaggi.
Gli perdono anche un Madrox talvolta un po’ troppo Clive Owen, peccato veniale.

Ed ora si entra nel discorso colore. Un consiglio per chi non avesse letto la mini ed avesse iniziato direttamente con X-Factor: considerare il fatto che questa mini è precedente!
Villarubia in X-Factor ha potuto pestare sull’acceleratore fino ad innalzare colorazione ed illuminazione a tema quantomeno paritario rispetto al dedalo visivo rappresentato da Sook, ma lo ha fatto, secondo me, al prezzo di una, volutamente, minore chiarezza, anche… narrativa.
Drew Hennessy non poteva permettersi questo, Madrox era “fermo ai box” da troppo tempo e non poteva partire subito in quarta.
Il colore completa il segno senza mai saturarlo. Quasi a voler rimarcare la gerarchia.
Prima la scrittura, poi il disegno, poi, ancora dopo, il colore.
Quasi un omaggio ai toni di grigio del cinema in bianco e nero dove le luci erano basse, deboli, ma c’erano.
Da non sottovalutare.

Per chiudere una piccola osservazione. L’altro giorno ho visto su internet una pubblicità di un libro per scrivere sceneggiature, costo 45 euro scontato. Che ne so, ci possono anche stare. Altri simili costano, su per giù, la stessa cifra.
Ebbene, nelle 22 pagine iniziali e poi nelle quattro puntate successive, il grande PAD sembra voler dare una lezione di sceneggiatura, poi doppiata con X-Factor, al semplice costo dell’ albo.
Oggi come oggi, anche sotto questo aspetto, questa miniserie, per il mio leggere Marvel, è diventata la pietra di paragone.
Alla prossima e buona (ri)lettura.

James not Jemas - Marzo 2007