lunedì 17 agosto 2009

Il diritto civile secondo Black Jack


IL DIRITTO CIVILE SECONDO BLACK JACK

I. PREMESSA
Il Giappone ha conosciuto più di due secoli di isolamento dal resto del mondo che si sono conclusi nel 1853 e durante i quali la cultura, la tradizione, le usanze del popolo giapponese si sono sviluppate in modo autonomo, senza ricevere contaminazioni esterne, soprattutto dai modelli occidentali. L’apertura delle frontiere ha messo i Giapponesi di fronte a numerose novità che in modo più o meno consistente sono state recepite e sono venute a collocarsi a fianco degli elementi culturali tradizionali. Per alcuni Giapponesi questo fenomeno di ricezione della cultura straniera è stato visto in modo negativo perché si è avuto il timore che, di fronte alle novità, le tradizioni potessero venire abbandonate e dimenticate. Chi amava le peculiarità del modo di vivere giapponese aveva paura che tutto il patrimonio di usanze costruito nel corso dei secoli dal suo popolo potesse dissolversi, scomparire. Questo timore si avverte in molte pagine del Libro d’ombra di Jun’ichiro Tanizaki, opera che può essere vista come un significativo esempio di questo stato d’animo. L’autore non si limita ad affrontare il tema principale del suo libro, l’ombra, descritta come elemento importantissimo, fondamentale della cultura giapponese, ma trasforma ogni pagina in una dichiarazione d’amore per le tradizioni della sua terra a cui si affianca di riflesso la paura che la curiosità per la novità trascini nell’oblio ciò che gli antenati hanno costruito con pazienza e a cui Tanizaki è affezionato (1). Nel libro di Tanizaki, un caso radicale di diffidenza verso l’occidente, fra i molti temi contenuti non figura il diritto. Questo non toglie che l’opera possa essere considerata la sintesi di quell’abito mentale che contraddistingue quei Giapponesi chiusi alla novità, a qualunque novità che vada a cozzare col mondo tradizionale (2).

Il tema del diritto è affrontato invece in modo particolare da Osamu Tezuka in due episodi di una delle sue serie più conosciute, Black Jack, il chirurgo giapponese che esegue operazioni che sarebbero impossibili per chiunque altro e che chiede ai suoi pazienti cifre spropositate come ricompensa (3). Nel primo dei due episodi in questione il medico ha a che fare con un gruppo di dirigenti di imprese affermate a livello internazionale. Questi uomini d’affari sono debitori verso Black Jack di una cifra elevata dovuta al medico per via di una particolarissima ‘operazione’; i manager però rifiutano di adempiere l’altissimo compenso pattuito sostenendo che si tratta di una cifra esagerata e consigliano a Black Jack di accettare una più modesta somma, facendo capire al medico che non riuscirebbe ad ottenere il rimanente davanti ad un giudice perché il contratto è stato stipulato in forma verbale e quindi è impossibile darne la prova al giudice. La risposta data da Black Jack a questi uomini è sprezzante. Il secondo episodio presenta una situazione molto diversa. Si viene a sapere che in passato Black Jack ha avuto un predecessore con le sue stesse caratteristiche: era un genio del bisturi, operava senza licenza e chiedeva ai pazienti cifre folli. Questo medico operò il piccolissimo figlio di una giovane donna che si vide così costretta a pagare fino alla vecchiaia le rate dell’obbligazione, prima al medico e poi alla moglie di questo, in seguito alla morte del chirurgo. La parte più importante di questo racconto sta nel fatto che, nonostante la vedova del medico abbia proposto più volte all’anziana di estinguere l’obbligazione e le abbia detto che non c’era assolutamente la necessità di pagare fino all’ultima rata dal momento che già molto era stato versato, la vecchia si è ostinata ad adempiere fino in fondo, a costo di grandi sacrifici sia per lei sia per la sua famiglia. Nei due racconti sono palesemente presenti alcuni elementi del diritto civile: dall’adempimento dell’obbligazione all’onere della prova fino alla remissione del debito. Il particolare che colpisce di più leggendo i due racconti è il diverso modo di comportarsi dei due protagonisti che, pur trovandosi nella stessa situazione (avere ricevuto da parte di un medico una prestazione il cui valore è elevatissimo), agiscono basandosi su regole diverse. Bisogna chiedersi quali siano i due diversi tipi di regole adottati dai due protagonisti; la risposta sarà la chiave per chiarire il problema principale che viene affrontato in queste pagine, cioè quale sia l’atteggiamento di Osamu Tezuka di fronte a quella particolare novità giunta in Giappone dopo il 1853 che risponde al nome di diritto civile.

II. LA RICEZIONE DEL DIRITTO CIVILE IN GIAPPONE
Nel 1870 inizia per ordine del governo la traduzione del codice civile francese del 1804 e il primo modello di codice, fondato su questa traduzione, è pronto nel 1878; questo lavoro rimane un mero progetto, non viene promulgato. L’anno successivo viene incaricato il giurista francese Boissenade di occuparsi di una nuova stesura del codice, sempre di stampo francese. Nemmeno questa versione ha successo, infatti il progetto di Boissenade viene promulgato nel 1890 ma non entra in vigore (4). C’è quindi una prosecuzione dei lavori preparatori che prendono come punto di riferimento non più il codice Napoleone ma il BGB (Burgerlichesgesetzbuch), il codice civile tedesco che, dopo una lunga gestazione durata decine d’anni, era ormai prossimo ad entrare in vigore (questo codice è datato infatti 1900). Il risultato di questo sforzo di trasposizione in ambito giapponese degli studi fioriti attorno al BGB è il codice civile giapponese del 1898, un’opera quindi di stampo principalmente tedesco, però non estranea a fenomeni di eclettismo (5). L’entrata in vigore del codice va tenuta distinta dalla sua ampia ed effettiva applicazione da parte del popolo, destinatario delle regole. Ci sono infatti diversi elementi che denotano una refrattarietà all’uso del codice da parte della maggioranza dei Giapponesi. Il diritto veniva associato ai concetti di pena e prigione quindi era visto come qualcosa da cui stare lontani, di cui diffidare; non faceva eccezione il diritto civile: dal momento che c’era la tendenza a considerare in modo uniforme il complesso delle norme giuridiche anche una citazione in giudizio per una causa riguardante questa materia era considerata detestabile. Nella regolazione dei rapporti fra i privati veniva preferito il tradizionale giri (6), cioè un insieme di regole di tipo consuetudinario nato nel periodo di isolazionismo precedente all’era Meiji.

Il giri è un residuato del periodo feudale che presuppone una concezione della società su base gerarchica e che è rimasto radicato nella popolazione perché in Giappone è stato introdotto un codice di stampo europeo senza che però giungesse e si diffondesse l’idea che sta alla base del codice (che è il presupposto del codice), cioè che il suo destinatario sia un soggetto unico di diritto (7). Il giri consiste nei doveri sociali dell’individuo e ‘si confonde in molti casi, agli occhi dell’osservatore occidentale, con il rapporto imposto dalla buona educazione’ (8). Una peculiarità del giri è la mancanza di una sanzione statuale: la sua osservanza è garantita dal fatto che la sua violazione attirerebbe il disonore su chi non ne rispetta le regole. E’ evidente che la diffusione del giri è un indice della bassa effettività delle regole codicistiche. Questo è spiegabile per due motivi. Da un lato il giri ha differenze di sostanza con il codice: il giri contiene obblighi che nel codice sono addirittura inesistenti, rispetto al codice l’estensione delle regole del giri è ampissima; quindi chi rispetta le regole del giri non può trovare nel codice un valido sostituto. Dall’altro lato c’è il dato dell’inesistenza di una sanzione statuale per il giri; ciò significa che chi osservava il giri tende a percepire il tribunale come inutile quindi non adisce il giudice e quindi il giudice non ha molte occasioni di pronunciarsi secondo diritto. Un freno all’utilizzo del codice (e di riflesso un incentivo all’osservanza del giri) venne dato dallo stesso legislatore e dai giudici. Per prima cosa si può prendere in considerazione la consuetudine (9). Il legislatore ha permesso al giudice di decidere secondo consuetudine in tre diverse leggi. Innanzitutto una legge del 1875 stabilisce che il giudice, in mancanza di norme scritte, decide secondo consuetudine. La legge del 1898 relativa all’applicazione della legge in generale attribuisce forza vincolante alla consuetudine, in assenza di legge o regolamento, salva la contrarietà a ordine pubblico o buon costume. L’art. 92 ccg infine dice che la consuetudine regola i rapporti contrattuali, anche se contrasta con norme imperative, qualora si debba ritenere che le parti abbiano voluto adeguarvisi.

Dal contenuto di queste tre norme si può vedere come il legislatore abbia dato ampi spazi all’ingresso della consuetudine nell’ordinamento ma ancora più importanti in questa direzione sono gli interventi giurisprudenziali. Le corti, riguardo all’art. 92 ccg, ritennero che per provare la volontà di adeguarsi alla consuetudine fosse sufficiente che la norma tradizionale fosse più ragionevole di quella legale. Venne quindi richiesta una prova molto agile che permise di aggirare le norme imperative in un ampio numero di casi.
Un altro importante indirizzo giurisprudenziale è stata l’ammissione della consuetudine contra legem in materia matrimoniale. ‘La coscienza sociale giapponese considera (…) legati da vincolo matrimoniale persone (…) che apertamente convivano. La giurisprudenza (…) riconosce questo matrimonio tradizionale ed attribuisce ai coniugi di fatto parte dei diritti spettanti alla coppia ufficiale’ (10).
I giudici hanno attinto al giri per individuare le norme consuetudinarie e quindi le norme e le soluzioni giurisprudenziali sopra esposte hanno permesso la sua sopravvivenza anche all’interno del sistema codicistico. La consuetudine così regolata ha consentito al giri di resistere alla modernizzazione.
La conciliazione è la seconda via legale che ha permesso al giri di non soccombere davanti al codice poiché ha consentito alle parti di giungere a soluzioni che non sono fondate sugli articoli del ccg. (11).
Ci sono tre tipi di conciliazione. Il jidan è la conciliazione a livello pregiudiziario; le parti si affidano ad un intermediario tentando così di scongiurare il grave passo costituito dalla citazione in giudizio. Essendo gli ‘arbitri’ privati è difficile quantificare il ricorso che è stato fatto nel corso degli anni al jidan. Un dato statistico evidenzia che nel 1958 (anno relativamente vicino alla pubblicazione di Black Jack), a sessant’anni di distanza dall’entrata in vigore del codice, la polizia era stata investita di ben 21.596 cause civili di cui il 59% si è concluso in modo positivo.
Il secondo tipo di conciliazione è il wakai, previsto dall’art. 136. Questo articolo impone al giudice di tentare una transazione la cui conseguenza è l’abbandono del giudizio oppure una sentenza su cui le parti concordano. La percentuale di cause abbandonate nel 1959 è stata del 40%.
L’ultimo tipo di conciliazione è il chotei. E’ la richiesta delle parti di sostituire la decisione secondo diritto con una composizione amichevole da parte di una commissione di conciliazione. La commissione è composta dal giudice e da due soggetti che non appartengono al potere giudiziario e la causa è seguita soprattutto dagli ultimi due per dare maggiormente l’impressione che ciò che si sta svolgendo non è assimilabile al giudizio di tipo occidentale (codicistico).

Per quanto riguarda le statistiche vanno segnalati altri due dati importanti che riguardano il numero di avvocati presenti in Giappone. Per prima cosa nel 1964 gli avvocati erano solo 7136, così pochi che parte dei processi nei tribunali inferiori si svolgevano senza il loro ausilio; questo dato è importante perché riguarda un periodo di tempo vicino alla pubblicazione di Black Jack.
III. CONCLUSIONI
Le osservazioni riportate nelle pagine precedenti riguardanti alcuni istituti giuridici del sistema giapponese possono essere viste, oltre che come gli indizi di una diffusa diffidenza dei Giapponesi verso la novità costituita dal diritto civile codificato, come gli strumenti per decifrare i due episodi di Black Jack sopra descritti (12). Sembra poco azzardato sostenere che l’episodio riguardante la vecchia che ha voluto a tutti i costi adempiere l’obbligazione (oggettivamente eccessiva) presuppo- nesse il giri e non il diritto civile. La vecchia cioè si sentiva obbligata dal punto di vista morale, vedeva come sanzione del mancato adempimento solo il disonore, non era preoccupata dall’eventuale innesco di un intervento statualistico (un’espropriazione).

Si giunge a questa conclusione innanzitutto osservando quale fosse l’estrazione sociale della vecchia, cioè una donna comune con pochi mezzi economici. Essendo il diritto civile diffuso soprattutto fra i dirigenti delle grandi imprese ed evitato invece dalle persone delle altre classi, si può ipotizzare (e poi verificare con altri indizi) che la vecchia si sentisse obbligata in virtù del giri sulla base di un calcolo di probabilità. Ulteriore indizio è il comportamento della vecchia, in particolare la risposta che dà alla vedova che le propone la remissione del debito: le dice di non poter accettare una simile proposta proprio nel momento in cui sta riuscendo nell’intento di pagare il debito fino all’ultimo. La vecchia è diffidente verso uno strumento del diritto civile (la remissione) che le permetterebbe di superare in parte l’iniquità esistente nel contratto concluso col medico (iniquo perché la vecchia quando ha accettato aveva di fronte l’alternativa fra pagare una cifra enorme oppure vedere morire suo figlio) perchè nell’accettazione della remissione vede la violazione della parola data al chirurgo. La vecchia mostra così di dare importanza, prima che a sé stessa, al mantenimento delle promesse fatte, trascurando i mezzi (giusti dal punto di vista del diritto civile) che le permetterebbero di imboccare una scorciatoia. La vera ingiustizia per la vecchia sarebbe pagare una cifra inferiore al piacere che le è stato fatto dal medico. Infine va notato che la vedova, avendo proposto la remissione, mostra di non essere intenzionata a servirsi dell’esproprio e della conseguente vendita all’asta. La vecchia di conseguenza non deve adempiere perché si sente minacciata dall’espropriazione ma per un altro motivo. La coazione che la spinge ad adempiere non può che essere la preservazione del suo onore che verrebbe infangato se non mantenesse la parola data. Per quanto riguarda l’episodio che vede come protagonisti i dirigenti sembra di capire che quei manager fondano sul codice e non sull’onore i loro ragionamenti. Durante tutto il corso della storia agiscono tenendo unicamente in considerazione il modo migliore di volgere a loro vantaggio il contratto concluso con Black Jack. E’ significativo il fatto che uno dei dirigenti faccia capire a Black Jack che in giudizio non riuscirebbe ad ottenere il compenso pattuito perché non potrebbe darne la prova (il contratto era stato stipulato in forma meramente verbale); sulla base di questo fatto si può affermare che questi personaggi sono aperti all’innovazione portata dal codice e hanno lasciato dietro di sé la tradizione dell’onore.
E’ finalmente possibile rispondere alla domanda principale, cioè quale sia l’atteggiamento di Osamu Tezuka, se sia incline ad accogliere l’idea di codice o se si mostri diffidente. Nei paragrafi precedenti sono stati delineati alcuni aspetti del sistema giuridico giapponese che sono serviti per inquadrare dal punto di vista legale due episodi di Black Jack e si è detto che in una storia appaiono dei manager aperti al codice mentre nell’altra storia viene raffigurata una vecchia legata alle tradizioni. E’ interessante osservare come il Maestro abbia tratteggiato la vecchia come una persona ‘positiva’; innanzitutto mostrando come i personaggi che vengono a conoscenza del suo sforzo di estinguere il debito nutrano ammirazione per la sua tenacia e onestà e in secondo luogo evidenziando il suo amore per il figlio, tanto forte da spingerla ad accettare di sacrificare tutta la vita per pagare l’operazione che gli salvò la vita quand’era in fasce. A differenza della vecchia i manager ricevono dall’autore una caratteriz- zazione che li fa apparire come egoisti, disonesti, avidi. Questi personaggi sono (e soprattutto dalla lettura del manga sembra palese la volontà di Tezuka di farli essere) malvagi e, non essendo possibile che l’autore abbia rappresentato il successo personale a scapito del prossimo come qualcosa a cui aspirare, dato che il fumetto è intriso di valori come amicizia e solidarietà, i manager sono visti dall’autore con disprezzo. Se immaginiamo che la vecchia sia il simbolo della tradizione (del giri) e che i manager siano il simbolo della novità (del codice) è possibile affermare che il fatto di avere descritto la vecchia in modo positivo e i manager in modo negativo sia attribuibile tanto ai personaggi quanto ai simboli che celano. Si può avanzare l’ipotesi che, attraverso questi simboli, nei due episodi di Black Jack siano presenti dei giudizi di valore riguardanti il diritto e che Osamu Tezuka fosse legato alla tradizione e guardasse al nuovo con sospetto.
La conclusione non può che essere limitata alla questione del diritto. Sarebbe del tutto arbitrario attribuire a Tezuka lo stesso atteggiamento ‘totalizzante’ mostrato da Tanizaki nel Libro d’ombra, sarebbe un’affermazione di cui mancano le prove, ci sarebbe bisogno di esaminare il complesso delle sue opere (e forse si scoprirebbe qualcosa in grado di contraddire le conclusioni raggiunte in tema di diritto civile).
Luigi Siviero

NOTE:
(1) J. TANIZAKI, Libro d’ombra, Milano, 2000 (edizione originale del 1933). Si può trovare traccia dell’ombra in tutti gli aspetti della cultura giapponese. Vengono passati così in rassegna una miriade di casi che vedono l’ombra protagonista, dal particolare stile adottato nella costruzione delle case che le porta ad avere la funzione di contenitori d’ombra (in contrapposizione alle case occidentali, semplici ripari dalla pioggia) alla fattura dei piatti, in legno laccato anziché in pallida ceramica, fino all’usanza di non lucidare gli oggetti in argento, considerati più belli una volta che sono stati coperti da una patina di opacità.

(2) Un altro esempio, seppur parziale, cioè, al contrario del Libro d’ombra, relativo ad un solo aspetto della cultura giapponese, non alla sua totalità, si trova in Y. KAWABATA, Il maestro di go, Milano, 2001. Dal cap. 38: ‘La partita è finita, rovinata dall’ultima mossa in busta chiusa di Otake. Ha gettato inchiostro sul quadro che avevamo dipinto con tanta amorevole cura’. Nelle pagine di questo romanzo si respira il cambiamento che il go stava subendo durante gli anni ’20 e ’30; da forma d’arte si trasformava in competizione, in campo di battaglia su cui i due atleti combattono per dimostrare la propria superiorità.

(3) O. TEZUKA, Black Jack, Milano, 2002; l’opera è composta da 25 volumi. Gli episodi citati sono contenuti nel settimo volume e si intitolano rispettivamente Nel rifugio sotterraneo, pag. 135 ss. e La vecchia, pag. 181 ss.

(4) Tutte le notizie di carattere giuridico sono rintracciabili in queste tre opere. R. DAVID, I grandi sistemi giuridici contemporanei, Padova, 1980, pag. 475 ss. A. CHIANALE, voce Giappone, in Digesto delle discipline privatistiche, sezione civile. Y. TANIGUCHI e T. KOJIMA, voce Diritto giapponese, in Enciclopedia giuridica.

(5) Il più importante è l’accoglimento nell’art. 176 ccg del principio consensualistico, cioè il principio per cui la proprietà si intende trasferita nel momento in cui le dichiarazioni di volontà delle parti convergono. E’ stata disattesa la regola tedesca che vuole che il passaggio della proprietà avvenga al momento della consegna del bene dal venditore al compratore.

(6) R. BENEDICT, Il crisantemo e la spada, Bari, 1969; l’autrice si occupa del giri soprattutto a pagina 149 ss. Riporta tre esempi di giri, cioè il rapporto del samurai con il suo padrone, il dovere di prestare favori verso i parenti meno stretti (gli zii) e il dovere di prestare favori nei confronti dei genitori della sposa o rispettivamente dello sposo.

(7) G. TARELLO, Storia della cultura giuridica moderna, Bologna, 1999 (prima edizione 1976). Utilizza l’espressione soggetto unico di diritto. Ricerca questa caratteristica in tutti i codici che esamina, ritenendola un passo importante, un distacco dalla società regolata dal diritto comune. Forse l’esempio più significativo si trova a pag. 499 ss.

(8) A. CHIANALE, op. cit.

(9) Per questo argomento vedi in particolare A. CHIANALE, op. cit.

(10) A. CHIANALE, op. cit.

(11) Per il tema della conciliazione vedi in particolare R. DAVID, op. cit.
Questo sistema di conciliazione è lo strumento che consente di aggirare il diritto codificato e di ottenere una giustizia conforme al giri. E’ importante sottolineare che non conta tanto il fatto che ci sia questa possibilità lasciata dal legislatore quanto il fatto che i Giapponesi, almeno fino al 1959, ne hanno fatto un uso massiccio.

(12) Le conclusioni necessitano di una premessa. C’è una teoria secondo cui la diffidenza dei Giapponesi verso il diritto codificato e il mondo del processo è il riflesso del loro forte desiderio di evitare a tutti i costi il confronto; le dispute romperebbero l’ordine della società e causerebbero disarmonia. Nello scrivere le conclusione ho presupposto questa spiegazione. Bisogna avvisare che però la teoria appena esposta non da tutti è ritenuta valida. C’è un’idea per cui i Giapponesi non sono litigiosi perché in Giappone chi desidera iniziare una lite è ostacolato da barriere istituzionali. Innanzitutto non c’è un numero sufficiente di giudici e avvocati; c’è un numero di persone troppo esiguo per poter soddisfare tutte le persone che desidera risolvere i loro problemi in ambito giudiziale. Nel 1973 in Giappone c’erano 9000 avvocati contro i 700.000 degli USA; oltre ad essere pochi erano concentrati nelle città e così gli abitanti dei piccoli centri erano privi del canale per raggiungere le corti. Un’altra conseguenza della scarsità di lavoratori in questo settore era la lunghezza dei processi che duravano quaranta mesi in primo grado. Le due teorie si elidono: secondo la prima i Giapponesi vogliono evitare il processo mentre per la seconda vorrebbero instaurare la lite ma incontrano delle barriere. Notizie su questo argomento si trovano in J.W.S. DAVIS, Dispute resolution in Japan.

Luigi Siviero