mercoledì 19 agosto 2009

'G' come Gummer Street


"G" ...come... GUMMER STREET di PHIL KROHN - eureka pocket n. 17 - maggio '74 - Editoriale Corno

A me succede così: quando si parla dei Propri Fumetti Preferiti vado sempre a scartabellare delicatamente nomi, cognomi, testate e personaggi che riposano adagiati sui soffici cassetti del mio cuore e della mia pancia. Non ha alcuna importanza che l'elenco così sciorinato reciti a memoria i "Dieci Capolavori Assoluti Della Storia Del Fumetto".
Ovviamente una parte dell'elenco coincide con quella che ogni appassionato/a di Fumetto - un po' per convinzione un po' per omologazione - elencherà a menadito; ma esiste in ognuno/a una componente più emotiva e sensibile che vive a livello profondo, ed esclusivamente individuale, il rapporto coi fumetti che hanno cambiato (almeno un poco) la vita interiore.
Tutti abbiamo i nostri Capolavori degni della massima importanza per il ruolo di apertura verso nuovi mondi espressivi e artistici che, in un particolare momento della vita, essi hanno avuto: come degli spartiacque che delimitano un prima e un dopo.

Nel mio cuore, nella mia pancia e in notti insonni illuminate solo da un'abat-jour blu, tra miriadi di fumetti letti e riletti, amati, vissuti e perduti, ce n’è uno che occupa l’angolo più triste e più pieno d'amore: GUMMER STREET, di Phil Krohn.

I lettori un po’ più attempati forse ricorderanno queste strisce pubblicate negli anni ’70 su Eureka, mensile diretto da Luciano Secchi, patron - ai tempi - dell’Editoriale Corno: la casa editrice milanese cui si devono molti campioni del fumetto italiano quali ad esempio Kriminal, Satanik, Gesebel, Dennis Cobb, Alan Ford, oltre alle prime edizioni italiane dei supereroi Marvel. Eureka, nelle sue diverse e non sempre fortunate vite editoriali, ha avuto il merito di far conoscere al pubblico italiano molti autori che altrimenti sarebbero rimasti appannaggio esclusivo degli americani o chi per essi.
Proprio sulla gloriosa rivista fecero la prima comparsa le malinconiche (è un blando eufemismo!) strisce di Phil Krohn, raccolte poi in questo volumetto da "700 lire" ancora reperibile nelle bancarelle di libri e fumetti usati.
Mi riesce impossibile comprendere perché qualcuno si voglia sbarazzare di un simile gioiellino… Amo talmente questo mio volumetto consunto che non riesco ad accettare l'idea di un simile, incauto disfarsene. Allora mi sovvengono due ipotesi, entrambe plausibili: un distratto repulisti di un solaio ingombro (chissà di quali altri tesori!) o l'eccesso di tristezza che la lettura di Gummer Street può causare.

In coscienza, non credo di aver ecceduto in sentimentalismi: la lettura di Gummer Street può davvero creare dentro l'anima una pesante cappa di malinconia, del tipo più pericoloso, quella manifestata esteriormente da un incontrollabile sorriso amaro. Più un ghigno (sempre amarissimo però) che un sorriso, a dire la verità.

Una tristezza simile, forse più una sensazione di sconforto, l'ho provata pochi giorni fa mentre cercavo in Rete qualche notizia, qualche immagine dell'autore di Gummer Street. Ecco il risultato delle mie ricerche:

Krohn, Phil
b. (1946)
st. Phila. College of Art
Army service in Korea
adv. art in Chicago
cs "Gummer Street," 1970

Praticamente niente di niente... se non questa citazione contenuta in aridi elenchi di autori di comics statunitensi, data di nascita (non in tutte le poche fonti coincidenti, peraltro) e basta.
Ed ecco invece l'unica citazione italiana, dal sito del bravo Lele Corvi: "Tra le ascendenze stilistiche di Corvi una è molto particolare: Gummer Street di Phil Krohn, un’antica striscia, poco conosciuta e oggi dimenticata, apparsa negli anni ‘70 in Italia su diversi numeri della gloriosa rivista Eureka. Malinconica e intrisa di poesia urbana, raccontava con sarcasmo la triste esistenza degli abitanti di una sconosciuta via di periferia."

Forse le poche righe rubate al sito di Lele Corvi basterebbero a descrivere l'opera di Krohn, ma questo è il Dizionario Sentimentale dei Fumetti e io voglio parlarne ancora, anche perché chissà quando mi ricapiterà l'occasione per farlo..

Phil Krohn racconta con partecipato (e crudele e tenero e spietato...) sarcasmo la vita quotidiana degli abitanti di Gummer Street, la strada emblema di un quartiere periferico bianco di una grande città americana (Philadelphia, città d’origine dell’autore?). Povera gente, misera intellettualmente e materialmente, ingobbita da enormi problemi e frustrazioni, senza più sogni che non siano palesemente impossibili a realizzarsi ne' speranze, alienata in gesti e pensieri sempre uguali, ogni giorno tristemente, che conducono unicamente a spegnere la luce prima di dormire (in solitudine) con la crudele certezza che domani sarà uguale o, più probabilmente, peggiore.

Messa così a chi potrà mai venir voglia di leggere un’opera così depressiva?
Suvvìa, potrei mai parlare bene di un fumetto brutto?!? Andiamo! :-) Gummer Street è una striscia così piena di poesia, di umanità, di struggente malinconia, che non può non attrarre la nostra parte più segretamente disperata, non foss’altro che per usare queste vite-non-vite, disegnate, come termine di paragone, quasi curativo, e poter affermare con forza "io non sono ne' sarò mai così!".
Il piacere di leggere Gummer Street si fonda sull'autocompiacimento nella malinconia, sul divertirsi soffrendo un poco, crogiolandosi in una tristezza che, per quanto scacciata in mille modi dalla vita, si ripresenta puntuale proprio quando non è invocata ne' desiderata. Ma c'è, esiste e se si impara a riderne, a ghignarne persino, può essere salutare e rinforzante. Tranquillo insomma: tu non sei così! (...o forse?...)

In qualunque modo siamo fatti, riusciremo benissimo - guarda caso - a comprendere il dramma di Shirley, la sua infinita solitudine, il suo acidissimo auto-sarcasmo e la sua dolorosa (e comica, perché no) consapevolezza. Shirley, se non si fosse capito, è il mio personaggio preferito. E riusciremo a capire anche, a giustificare addirittura, l'ingenuità folle di Darcy, presa com'è nei suoi sogni cui auguriamo di credere almeno un pochino per non sprofondare nella disperazione. Anche Harold Cooney non potrà che godere della nostra incondizionata simpatia: lo sfigatissimo poliziotto di quartiere, forse il più solo di tutti, è anche l'unico che (talvolta, solo talvolta) riesce a dimostrare un minimo di compassione per il prossimo. E i tre orrendi, patetici bulletti di quartiere che infestano Gummer Street con la loro miserabile, quasi innocua violenza, non li abbiamo forse sotto gli occhi ogni giorno, solo guardando la strada accanto a quella in cui abitiamo? Resta, ultimo non a caso, Web, il post-beatnick. Web, benchè di un'antipatia bestiale, è l'unico personaggio della striscia per il quale si possa intuire un briciolo (non di più) di speranza. Web, pur nella sua assoluta mancanza di talento, nella sua solutidine, nel suo essere ossessivo, egocentrico, stupido... prova a fare qualcosa. Non molto, solo qualcosa; ma lui almeno spera, scrive opere orripilanti, dipinge quadri inguardabili, corteggia le ragazze, suona la chitarra e canta (orrendamente) orrende canzoni. Ma almeno agisce e, seppure senza averne motivo ama se stesso!
Spero che, tra tutti, proprio Web fosse l'alter-ego di Phil Krohn.

Gummer Street è un’opera che costringe al confronto con le brutture e le false speranze della vita, con l’assenza di sogni e motivazioni; ma proprio qui sta la sua forza e il suo “messaggio”: guardare, pensare, per modificare il destino e prendere la vita, per quanto è possibile, nelle proprie mani; sentire il tempo che scorre e riempirlo consapevolmente di occasioni di gioia; fare in modo che fiori e speranze nascano e crescano nella Gummer Street di ognuno di noi, alla faccia di chi ancora crede che i fumetti siano roba da bambini. Leggetelo, per favore.

vignetta di GUMMER STREET di PHIL KROHN, da 'Eureka Pocket n. 17, maggio 1974 - Editoriale Corno

Estratto dalla prefazione (di Maria Grazia Perini) al volume
"Fantasticherie e Realtà di Gummer Street";
brano di lettera di un lettore diciassettenne dell'epoca

(…) Phil Krohn può essere considerato il poeta della strada, un Leopardi del duemila che, ancor giovane com’è, ha riposto nel cassetto tutte le sue speranze e afferma con amarezza: “credo che la vita sia più una condanna che un’occasione e qualsiasi piacere e felicità che ne possano derivare, passano in secondo piano di fonte alla sfortunata mancanza di ogni significato”.

E quindi anche lui, ne siamo certi, prenderebbe a consolare un bimbo “dall’essere nato”. Il poeta quindi della solitudine, quello che forse più di altri si sente vicino agli incapaci ed ai falliti senza però dir loro nemmeno una parola di speranza perché ne conosce l’inutilità; i suoi personaggi, come lui stesso afferma, non hanno una divina provvidenza che li guidi ed il loro destino è quello di nascere, vivere una vita di ben scarso significato ed infine di morire del tutto dimenticati.

(…) Ma Gummer Street con i suoi chiari significati di denuncia ad un mondo che ha completamente dimenticato le alternative più umane ed accettabili, è morta. (…) Vogliamo riportarvi le righe di un lettore diciassettenne che, come molti altri, rimpiange questa striscia: “ (…) Potete obiettarmi finché lo volete, ma da quando su Eureka il posto per Gummer Street non c’è più, è vuoto. (…)

La satira amara, il riconoscimento netto e chiaro dei valori dell’uomo, erano così ben determinati in Gummer Street che un tipo come me era capace di soffrirci insieme, di constatare sempre più chiaramente di quanto tutto quello che ci circonda sia così inutile, così sbagliato, così privo di senso.

I patimenti, le sofferenze e le angherie di tutti gli interpreti di Gummer erano anche i miei ed io mi rispecchiavo in loro e trovavo in essi quel po’ di consolazione che andavo cercando."...

Orlando Furioso