mercoledì 19 agosto 2009

Diego Cajelli: Milano Criminale - intervista esclusiva - ott 2008

Torna Milano Criminale - Intervista esclusiva a Diego Cajelli

Fra le novità più attese di questa edizione di Lucca Comics c’è sicuramente il primo numero della nuova miniserie di Milano Criminale. La città esige vendetta, questo il titolo del volume in uscita per le Edizioni Bd, segna il ritorno dopo quattro anni delle atmosfere poliziottesche nel mondo del fumetto. Di questo ed altro abbiamo parlato con Diego Cajelli, creatore di Milano Criminale e sceneggiatore di Dampyr e Zagor per la Sergio Bonelli Editore.

L'INTERVISTA

gedo: Quando a Mantova Comics 2007 avete presentato il particolarissimo numero zero si parlava di un volume di 120 pagine in uscita fra diversi mesi. Cos’è cambiato da allora?

DIEGO CAJELLI: Si, doveva essere un super volume super ciccione e uscire tra un bel po’. Solo che, e sono molto contento di questo, abbiamo ricevuto un feedback veramente eccezionale sia sulla finta rivista anni 70 di presentazione (il cosiddetto numero zero) che dalle preview mostrate in rete e, addirittura, in casa editrice. Sembrava proprio che i lettori non potessero aspettare così tanto per leggerlo!
Da un lato questa cosa ci ha messo nel panico, dall’altro ci ha fatto estremamente piacere e l’editore ci ha proposto di fare una miniserie al posto di un volume. Eravamo già a buon punto con la prima parte e abbiamo potuto stabilire una cadenza semestrale per le prossime uscite. Se tutto va come dovrebbe: primo numero a Lucca 2007, secondo per Napoli 2008 mentre il terzo e conclusivo uscirà a Lucca dell’anno prossimo.

gedo: Ai disegni troviamo Giuseppe Ferrario con la sua straordinaria abilità nel far recitare i personaggi. Le sue caratteristiche hanno in qualche modo influenzato il tuo soggetto?

DIEGO CAJELLI: Giuseppe è estremamente espressivo, riesce a far recitare i personaggi sia con le espressioni sia con le posture. Anche in un ambito estremamente realistico come quello di Milano Criminale in cui non c’è neanche una parentesi comica, riesce a muoversi benissimo interpretando la sceneggiatura da solo e facendo un lavoro spettacolare. Con il suo tipo di disegno le componenti drammatiche sono amplificate in modo sorprendente.

gedo: In Milano Criminale qual è il ruolo di Milano?

DIEGO CAJELLI: Per me Milano merita di essere protagonista di un fumetto. A fianco di un personaggio come Milano ho scelto di usare figure chiare e ben delineate che sono quasi degli archetipi puri. In Milano Criminale il lavoro di ricostruzione non è solo ambientale, ma anche narrativo. L’impatto che ha la città nella storia è molto forte, in La città esige vendetta, sono andato ritrovare dei punti narrativi in giro per la città senza però avere un approccio da cartolina, ad esempio c'è una sequenza con un inseguimento lungo i Navigli mentre sono in secca. Questo perché amo la mia città, la conosco molto bene, sono milanese da sempre e per sempre. In fondo per me è anche una location del cuore, gran parte del piacere di raccontare queste storie è nel riguardarsi i film di quegli anni su Milano e vedere cosa è cambiato e cosa è rimasto identico. Al contrario di quel che si potrebbe immaginare tanti pezzi della città sono identici, manca solo Tomas Milian che ci passeggia davanti.

gedo: In La città esige vendetta il tema della lotta armata appare nel mondo di Milano criminale. Con che approccio hai affrontato questo momento storico?

DIEGO CAJELLI: Sono partito dalle testimonianze di chi quegli anni li ha vissuti davvero. Un’altra fonte che ho usato molto è stata la stampa del periodo: sono partito dalle raccolte degli annali che l’Espresso ha pubblicato recentemente per approcciarmi a quel periodo attraverso gli articoli originali. Trovo sempre un po’ pericolosa la riscrittura che si fa nei libri di storia secondo l’autore e il momento. Solo attraverso il confronto fra tante fonti si potrebbe avere una ricostruzione fedele. Invece gli articoli originali non sono mediati, non ci sono ripensamenti anche se, ovviamente, alcuni sono in contraddizione con quanto è poi successo realmente. Le cronache del periodo mi sono servite anche come punto di partenza per ricostruire la vita delle persone, cercando di capire dove fossero finite dopo quegli anni con un lavoro di ricerca che si è rivelato estremamente interessante. All’interno della vastissima letteratura sull’argomento mi sono poi sono concentrato sui diari e le storie personali dando sempre massima attenzione alle testimonianze dirette. Ho anche cercato di trasferire qualcosa dei miei ricordi sull’atmosfera che si respirava in quegli anni. Io ero un bambino, ma alcuni particolari me li ricordo bene, ad esempio quando si girava in macchina vedevi in giro tanta polizia armata. Del resto il sequestro Moro, che è immediatamente successivo agli anni di Milano Criminale, lo ricordo come fosse ieri.


gedo: Da dove nasce la tua passione per raccontare gli anni Settanta?
DIEGO CAJELLI: Gran bella domanda. Credo che nasca da due fattori: il primo è naturalmente che, seppur bambino, io ho vissuto gli anni Settanta e me li ricordo bene con anche una certa felicità fanciullesca. L’altro motivo è che gli anni Settanta sono stati un periodo eccezionale per il cinema di genere, dal western al poliziesco passando per l’horror e la commedia. Negli anni ho studiato in maniera appassionata la cinematografia del periodo e da li è nata la voglia di ricreare quel tipo di logica narrativa portandola avanti nel fumetto che, secondo me, si presta molto a questo progetto. Nel cinema non credo sia più possibile proseguire su quel sentiero, i lavori di registi come Infascelli e i Manetti bros. pur andando in quella direzione hanno un impatto diverso. Forse il problema è a monte, nel momento in cui giri in digitale snaturi questo mondo che ha senso solo su pellicola.
gedo: In appendice al volume troveremo una breve storia dell’Ispettrice Luciana Cassini. Cosa dobbiamo aspettarci da questo volume?

DIEGO CAJELLI: Luciana Cassini è, ovviamente, una super gnocca in divisa. È l’ennesimo omaggio alla filmografia del periodo, però, al contrario di quello che ci si potrebbe aspettare, le sue fattezze non sono ricalcate su quelle di Edwige Fenech ma di Luciana Paoluzzi, interprete di moltissimi film di quegli anni e di James Bond: una cascata di diamanti. L’ambientazione è la stessa di “La città esige vendetta” e i protagonisti della storia principale, Commissario De Falco e l’ispettore Lo Russo, appaiono nella storia come comparse. Le sue storie saranno disegnate da Maurizio Rosenzweig con cui ho fatto un lavoro parallelo a quello della storia principale: La città esige vendetta ha infatti un impianto molto cinematografico, con inquadrature prese da film poliziotteschi di quegli anni per portare avanti lo stesso approccio narrativo e visivo. Nelle storie di Luciana Cassini abbiamo seguito la stessa logica ma avendo come punto di riferimento i fumetti anni Settanta. Ci sono quindi scelte di sceneggiatura tipiche di quegli anni come, ad esempio, l’uso del colonnino, con buona parte della trama raccontata a parole, o con dei tagli, per fare una citazione illustre al di sopra della nostra portata, alla Commissario Spada. Da un punto di vista narrativo invece la scelta di raccontare le storie di un’ispettrice donna ci ha offerto diversi spunti, infatti nel 1975 la riforma della polizia non era stata ancora effettuata e le donne poliziotto si occupavano esclusivamente di criminalità minorile, buoncostume e prostituzione, situazioni molto interessanti da raccontare.

gedo: In La banda del muto avevi iniziato anche un lavoro di caratterizzazione dei personaggi attraverso l’uso di regionalismi nei dialoghi. Come hai deciso di portare avanti questo approccio in La città esige vendetta?

DIEGO CAJELLI: Nei film di quegli anni le inflessioni regionali e dialettali erano molto rappresentate, nella commedia classica all’italiana ad esempio le servette parlavano tutte in veneto. Volevamo ricreare questa varietà anche nel fumetto perché credo sia molto efficace nel caratterizzare con forza i personaggi. In questo volume ho chiesto aiuto a due doppiatori per regionalizzare alcuni dialoghi che non avrei potuto fare da solo, cioè il sardo (a cura di Emiliano Longobardi, ai più noto come Emo) e il veneto (Michele Foschini). Nel fumetto abbiamo anche il milanese ovviamente ed una toccata e fuga in lingua rom.

gedo: E’ notizia recente l’inserimento de Il Mistero delle Cinque gemme nell’elenco dei testi consigliati dal Ministero della Pubblica Istruzione. Come valuti un’esperienza che ha ricevuto poca attenzione nel mondo del fumetto, mentre ha riscosso molto interesse (e qualche polemica) in altri ambiti?

DIEGO CAJELLI: Prima di tutto: non mi sono comprato la Ferrari come hanno scritto su Libero (Cajelli si riferisce a delle polemiche uscite su Libero riguardo ai costi del volume Ndr). Detto questo, considero il Mistero delle Cinque Gemme come uno dei miei lavori più importanti indipendentemente dal fatto che all’interno del mondo del fumetto abbia avuto poco risalto. La cosa importante di il Mistero delle Cinque Gemme è stata un'altra: la vittoria nel referendum costituzionale del 2006. Quel volume ha un’importanza politica per me, nel mio mondo fatato mi vanto che il mio fumetto abbia contribuito all’esito del referendum e a non toccare la nostra Costituzione.

gedo: Facendo un passo indietro nella tua carriera, mi incuriosisce il tuo rapporto con le storie di super-eroi che hai usato come metafore prima dell’editoria a fumetti, in Simbolo, poi del mondo del cabaret in Mambo Italiano. Come mai scegli sempre la metafora super eroistica per raccontare le tue riflessioni sulle realtà che vivi?

DIEGO CAJELLI: Non te lo saprei spiegare. Mambo italiano è stato il primo fumetto che mi sono messo a produrre da zero dopo aver finito di fare cabaret, quindi nel substrato c’era tutta la rabbia, le disillusioni, il senso di frustrazione, il rosicamento per non avercela fatta, non essere riusciti a fare una cosa come la si voleva fare. Quindi tutti questi sentimenti sono confluiti all’interno di quel fumetto. In Simbolo invece c’era tutto il fermento dell’iniziare, di essere in un contesto nuovo come poteva essere il fumetto mainstream e di doverlo affrontare.
Il perché quando debba tirare fuori questo tipo di cose lo faccia attraverso i super eroi non te lo so spiegare. Non penso sia un caso, penso sia legato al mio desidero inconscio di essere un vero super-eroe. Per ora ho fatto solo poche cose: ho salvato una vecchietta, sventato una rapina ma è ancora poco. Non sono riuscito ancora a spiccare il volo verso Porta Genova (zona di Milano NdR), quando mi vedrai volare allora ricomincerò a scrivere di me e ne farò una serie per la Marvel.

gedo: Nei tuoi lavori su Dampyr ho avuto l’impressione che stessi portando avanti una sorta di innovazione silenziosa, provando a sperimentare in ogni storia nuove soluzioni di sceneggiatura. Da cosa nasce questo approccio al personaggio?

DIEGO CAJELLI: Su Dampyr Boselli mi lascia molto libero soprattutto in fase di sceneggiatura, non solo non ho mai ricevuto un parere negativo da parte sua rispetto alle mie scelte, anzi sono continuamente incoraggiato a proporre soluzioni particolari. Questa libertà nello sceneggiare mi porta a sperimentare, anche se a volte il risultato non è apprezzato da tutti i lettori. Il mio ultimo Dampyr, il numero 85 Occhi di gelo, ad esempio era basato su un lavoro di sceneggiatura piuttosto particolare che però va letto con un certo occhio critico per piacere. Se il lettore non si sofferma sulle scelte di sceneggiatura il rischio che la storia non sia apprezzata esiste.
Nello speciale uscito in questi giorni, grazie alle 160 pagine, ho avuto invece lo spazio narrativo per poter approfondire i personaggi e mi sono concentrato sul rapporto fra Harlan, Tesla e Kurjak: piuttosto che studiarlo a tavolino ho pensato che fosse più interessante farlo emergere da alcune scelte che i personaggi fanno in momenti drammatici.

gedo: E’ vero che in questo periodo sei al lavoro anche su alcuni progetti extra-fumettistici?

DIEGO CAJELLI: Si, il primo è quel romanzo a cui fatto più di un accenno sul mio blog. Non anticipo niente, però sono quasi metà e, dopo averci lottato tutta l’estate, credo di aver finalmente trovato il linguaggio giusto. Finiti gli impegni di Lucca conto di rimettermi al lavoro e vorrei consegnare la prima stesura per metà 2008. L’editore sarà BD e il mio libro uscirà nella stessa collana di La voce nel fuoco di Alan Moore, che, piccola anticipazione, a breve sarà rimpolpata da diverse nuove uscite.
L’altro fronte che mi vede impegnato è quello che ho ribattezzato Misterioso progetto fotografico glamour: mio padre è un fotografo subacqueo con oltre 10 anni di esperienza e la fotografia è una passione che ho ereditato da lui. Così lui mi ha regalato una macchina fotografica, io gli ho rubato qualche obiettivo e mi sono messo al lavoro arrivando a questo progetto per cui forse ho già trovato un editore ed una galleria di Soho interessata ad esporlo. Il progetto prevede delle foto di donnine, ma ne saprete di più quando io e Paolo Campana (Ottokin), che mi aiuterà in fase di post-produzione, avremo creato un sito di presentazione ad hoc. Solo allora capirete tutti cosa faccio nel tempo libero.