domenica 16 agosto 2009


CIVIL WAR N. 2 di Mark Millar: testi; Steve Mc Niven: disegni - 48 pagine, brossurato, colori, Panini Comics - 3,00 €

Dopo aver parlato bene del primo numero di Civil War, devo ammettere che questa seconda uscita qualche dubbio me l’ha fatto venire.

Cominciamo col dire che se non si vuole scrivere la solita storia di supereroi basata su “buoni contro cattivi” e si vuole invece dare un taglio più adulto e attuale, il problema del rapporto tra superpoteri e potere istituzionale è imprescindibile. L’ha fatto Alan Moore in Watchmen, l’ha fatto Frank Miller nel Dark Knight Return, in un certo senso l’ha fatto persino la Disney nel film Gli Incredibili. In Civil War la cosa viene affrontata in modo persino più coraggioso (dal punto di vista editoriale), perché il conflitto viene calato in un universo consolidato e in un modo che minaccia di essere devastante per il mondo Marvel, tanto da rendere per una volta reale (almeno per il momento) la frase “nulla, potrà più essere come prima”. Una scelta coraggiosa, non c’è che dire, perché buona parte della formula seriale dei comics Marvel sta nell’illusione del cambiamento: molte testate non possono allontanarsi dai propri criteri di partenza, o non possono farlo per troppo tempo. Quindi gli “eventi epocali”, per la “casa delle idee” spesso sono rivolti ad alimentare non tanto stravolgimenti, quanto l’illusione degli stessi, per periodi più o meno lunghi.

Civil War ammicca chiaramente alla realtà USA. La tragedia di Stamford, l’atto di registrazione dei supereroi, la rinuncia alle libertà individuali hanno un chiaro riferimento all’11 settembre, al Patrioct Act, al senso di paura e insicurezza che domina l’opinione pubblica negli States. E direi che l’Uomo Ragno (ossia l’eroe più popolare e rappresentativo della Marvel) viene giustamente utilizzato come emblema dell’americano medio, sballottato e incerto tra scelte di campo che mostrano ognuna elementi di ragionevolezza accanto a inevitabili conseguenze pesantissime.
Però bisogna ammettere che, dopo questo numero, per appassionarsi davvero alla Guerra Civile fra supereroi ci vuole davvero una bella dose di “sospensione dell’incredulità”. Forse troppa.


Il problema della registrazione dei supereroi, ossia della schedatura delle loro identità da parte governativa) viene infatti enfatizzato oltre misura. La schedatura viene proposta sotto forma riservata: i nomi degli eroi confluiranno in un database riservato e non resi di pubblico dominio. E’ chiaro che per chi tiene particolarmente alla propria riservatezza, per i motivi più diversi, questo può non essere sufficiente, ma continua a sembrarmi poco credibile (come accennato nella recensione del primo numero, limitatamente al caso di Capitan America) che la situazione precipiti verso lo scontro tra fazioni senza alcun tentativo diplomatico. Senza, cioè, che le istituzioni provino a mediare, fornendo magari precise garanzie circa la riservatezza delle informazioni fornite. Anche il dilemma dell’Uomo Ragno di svelare pubblicamente la propria identità segreta appare dunque forzato, perché in uno degli ultimi numeri di New Avengers precedente Civil War lo Shield aveva già scoperto chi si celava dietro la maschera del tessiragnatele: Peter non poteva dunque registrarsi mantenendo la “riservatezza pubblica”?.


Sul “caso Uomo Ragno” è bene spendere qualche parola in più, e precisare che la particolare fama del personaggio (tanto nell’universo fittizio Marvel, quanto intesa come icona del Marvel Universe nel mondo reale) rendeva necessaria una particolare enfatizzazione dell’evento, sicuramente uno dei crocevia più sconvolgenti della vita editoriale del personaggio. Peter Parker è il simbolo di tutto ciò che significa supereroismo nell’universo Marvel (tanto nella dimensione fittizia quanto in quella reale), e quindi il suo smascheramento pubblico può apparire meno forzato se lo si considera sotto l’aspetto simbolico: il supereroe che nella realtà Marvel aveva sempre difeso tenacemente la sua identità segreta sceglie volontariamente NON SOLO la registrazione, ma lo smascheramento in pubblico.


Ovviamente è bene sottolineare che, come accennato precedentemente, una certa “sospensione dell’incredulità” è necessaria quando si legge una storia a fumetti ambientata in un universo immaginario. Però è chiaro che Civil War ha l’ambizione di fornire una metafora della realtà, ed in questa ottica l’enfatizzazione del conflitto e le forzature diventano meno giustificabili. Del resto non è la prima volta che Millar cerca di raffigurare la realtà odierna attraverso i fumetti, sempre forzandola e rendendo le sue metafore “un’ottava sopra” rispetto al mondo reale. L’ha fatto con Ultimates e con Authority, prosegue a farlo con Civil War. Le forzature sono un espediente narrativo per sottolineare “con la penna rossa” certi significati: a volte vengono bene, a volte appaiono davvero… “forzate”…

Ferme restando queste perplessità, devo dire che la storia per il momento continua a funzionare. C’è la tensione, il senso di smarrimento degli eroi riluttanti a rivelare la propria identità. C’è il senso di delusione e di rabbia nel vedere ridiscussi rapporti affettivi e di fiducia che sembravano incrollabili. C’è un buon livello di coesione con le altre testate (anche gli spin off che ho avuto modo di leggere, sui New Avengers o sull’Uomo Ragno, si inseriscono bene nel solco di Civil War). E anche questo numero è ricco di spunti interessanti: Capitan America ormai in clandestinità, la panoramica sulla “famiglia” dei Fantastici 4, lo smascheramento dell’Uomo Ragno in diretta televisiva. Unica cosa davvero completamente stonata: la caratterizzazione di Reed Richards. Certo, il genio per antonomasia dell’universo Marvel è sempre stato un personaggio che non sprizza simpatia: già altre volte è stato dipinto come un uomo più interessato alle proprie ricerche scientifiche che ai rapporti umani, ma in questo numero appare scostante verso Sue in un modo difficilmente giustificabile, ma soprattutto insensibile (ricordiamo che Johnny è in coma) a un livello poco credibile, tanto da apparire “fuori personaggio”.

Un breve commento positivo lo meritano le brevi storie tratte da Civil War Front Line. Qui, un Paul Jenkins davvero in palla fa dimenticare certi suoi ultimi lavori (discutibili o peggio) e ci consegna una breve ma intensissima storia, dove spicca come protagonista, guarda caso, un personaggio secondario come Speedball, e dove è evidente (e neppure troppo metaforica) la critica ai sistemi di detenzione negli USA, specie quando riservati a soggetti “speciali” (supereroi non registrati, nella finzione; combattenti non riconosciuti, come a Guantanamo).

Francesco 'baro' Barilli