mercoledì 19 agosto 2009

Civil War n. 7 - sett 2007


CIVIL WAR N. 7 di Mark Millar (testi), Steve Mc Niven (disegni) - 48 pagine, brossurato, colori, 3,00 € - Panini Comics

di Francesco "baro" Barilli


Numero finale per questa saga, anche se i suoi effetti sono destinati a riverberare ben oltre questo episodio. Ma la promessa fatta su queste pagine era di seguire tutta Civil War, e dunque è ora di commentare non tanto (o non solo) il settimo numero, ma la storia nel suo complesso, indipendentemente dai futuri sviluppi.

Il mio giudizio finale? Una storia non bella, non brutta, e nemmeno mediocre. Cosa, allora, direte voi? Andiamo con ordine.

"Non bella" perchè, diciamocelo, al di là di un punto di partenza interessantissimo, Civil War risente della troppa carne al fuoco, che ha portato problemi su cui ci siamo già soffermati negli articoli precedenti. Alcuni personaggi forzati; altri che appaiono perchè "devono apparire", ma si limitano a un cameo neppure troppo riuscito o a fare da tappezzeria; alcuni dialoghi e rapporti interpersonali affrettati e sbrigativi.

Certo, come ho già avuto modo di dire, la lettura dei vari tie in solleva il livello qualitativo della storia, creando un affresco coerente dell'universo Marvel come da tempo non si vedeva, e approfondendo a dovere talune scelte apparse paradossali nella trama principale. Un esempio lo si è potuto vedere anche in questi giorni, nello speciale "Civil War: vittime di guerra", che propone un duro faccia a faccia fra Tony Stark e Steve Rogers, precedente la conclusione della saga. Questo albo si basa, oltre che sul serrato confronto fra i due personaggi, su una carrellata retrospettiva delle occasioni in cui Capitan America e Iron Man si erano trovati in contrasto. Uno sguardo al passato forse un po' ingenuo, a tratti didascalico, ma importante dal punto di vista filologico e comunque ben costruito e persino toccante. E, soprattutto, questo estremo tentativo di comporre la frattura fra i due eroi più rappresentativi delle fazioni in lotta appare una ragionevole "pezza" messa su uno degli aspetti più controversi dell'intera guerra civile: il precipitare degli eventi troppo repentino e privo di tentativi di dialogo, fra personaggi che vantavano rapporti di collaborazione e amicizia pluriennali.

Ciò non toglie che se l'analisi si ferma al lavoro di Millar e Mc Niven su questi 7 numeri il bilancio non può far gridare al capolavoro. Ed è meglio non soffermarsi neppure su sciocchezze quali il ritorno in vita dell'originale Capitan Marvel: un ritorno basato su uno degli espedienti narrativi più strampalati che mi sia capitato di leggere, e peraltro finalizzato a far apparire Mar-Vell, protagonista di vecchie e bellissime storie di Jim Starlin, solo in un brutto episodio di Frontline e in una sola vignetta del settimo capitolo di Civil War.

Perchè, allora, non parlo di storia brutta nè di mediocrità? Perchè è innegabile che l'obbiettivo principale è centrato egregiamente: proiettare il mondo Marvel nella contemporaneità post 11 settembre, con un approccio il più possibile realistico, ferma restando la sospensione dell'incredulità, propria del fumetto supereroistico. E la "porta aperta verso il futuro" che la storia lascia alla sua conclusione è coerente con questo obbiettivo: per una volta la frase "nulla nell'universo Marvel potrà più essere come prima" non sembra semplicemente uno slogan per acchiappare i lettori. L'America fittizia dell'Uomo Ragno ha fatto i conti con le tensioni, le paure, le contraddizioni, le forzature del "suo" 11 settembre. Le ferite non si rimargineranno facilmente: quelle fisiche quanto quelle createsi all'interno della comunità supereroistica o fra questa e la società, che ora guarda agli eroi con disincanto.

L'atto conclusivo di Civil War resta però un fumetto discutibile: un "krakka krakka badabooom" che si conclude con la resa dei conti fra le due fazioni contendenti (come sempre sono generico per limitare anticipazioni per chi non avesse ancora letto l'albo). Una scazzottata in cui i due eroi simbolo delle diverse e antitetiche posizioni verso il Registration Act finiscono, manco a dirlo, col fronteggiasi direttamente. Tutto è prevedibile e scontato fino all'epilogo, e se è vero che il confronto finale fra Capitan America e Iron Man doveva avere un valore simbolico, è pure vero che anche questo valore finisce annacquato in quella prevedibilità, nella spettacolarizzazione gratuita, nella ricerca del "botto" che deve regalare l'effetto speciale.

Francesco "baro" Barilli