sabato 15 agosto 2009

Civil War n. 1 - mar 2007


CIVIL WAR N. 1 di Mark Millar: testi; Steve Mc Niven: disegni - 48 pagine, brossurato, colori, Panini Comics 3,00 €

Civil War è finalmente arrivata in Italia dopo molta attesa, in parte vanificata da anticipazioni apparse persino sui principali media, interessati a questa serie che promette sconvolgimenti radicali dell’intero universo supereroistico made in Marvel. Proprio per tale motivo, in questa mia recensione mi soffermo esclusivamente sull’unico episodio apparso finora nel nostro Paese, evitando ulteriori anticipazioni.

Una premessa è d’obbligo. Nell’universo Marvel la popolarità dei supereroi è al minimo storico (per meglio dire, più che la popolarità è in declino la fiducia che la popolazione statunitense ripone in essi) in seguito ad avvenimenti narrati principalmente nelle saghe Avengers Disassembled, House of M e Decimation. Dopo una tragedia che vediamo descritta nelle prime pagine di Civil War n. 1 (avvenuta anche per la sventatezza di un gruppo di eroi mascherati, i New Warriors) assistiamo ad una reazione rabbiosa da parte della società americana. Una reazione che spinge il governo USA ad accelerare ed inasprire misure già da tempo allo studio: innanzitutto un atto di registrazione dei supereroi, tendente a porre sotto controllo governativo gli individui dotati di poteri fuori dalla norma. Questa forma di controllo (evidente riferimento alla società reale – americana e non solo – dove in nome della crescente ansia di sicurezza vengono poste in essere misure limitanti le libertà individuali) porterà a dividere gli eroi in due fazioni distinte, senza possibili mediazioni: chi accetterà il controllo governativo sarà legittimato nelle proprie attività; gli altri passeranno ad uno status di illegalità, con tutte le conseguenze del caso.

Passando ad un giudizio di questo primo episodio, ho trovato una storia intrigante, narrata con buon ritmo, che dà la sensazione di un crossover compatto e coerente come da tempo non si vedeva in casa Marvel, confermando in questo modo le buone aspettative che riponevo in questa saga. La storia è gestita bene, c'è tensione e un senso di smarrimento nei personaggi, che si trovano davvero a ridiscutere la loro presenza nella società in relazione alla percezione che la stessa ha di loro (questo è il vero nocciolo narrativo della saga).
Millar è bravo, più asciutto e meno eccessivo che in altri suoi lavori. Mc Niven è efficacissimo, anche se ho trovato un po' statiche, rispetto a quanto avevo visto su "4", le sue tavole (comunque sempre molto belle, con una menzione particolare per l’intera scena della fuga di Capitan America dopo lo scontro con gli uomini dello Shield).

Ho trovato solo due cose stonate, o perlomeno non riuscite come il resto dell'albo. Vediamole di seguito.

1. Millar ha accelerato un po' troppo la "liquidazione" di Capitan America, che viene quasi costretto a passare allo stato di illegalità in poche battute, senza alcun tentativo di recuperare un uomo che per l’America rappresenta ben più di un eroe mascherato. Attenzione, non sto ponendo la questione sul piano morale; non sto dicendo "un eroe come questo non lo si può mettere in discussione eccetera", visto che nel mondo reale ho visto fare di peggio. La mia osservazione è puramente pratica: Capitan America è uno dei pochi eroi ancora amato e rispettato dal pubblico americano, è un patrimonio dell'immaginario collettivo a stelle e strisce. In altre parole: per il governo USA gestire la ribellione di un Devil, di un Cage, di un Uomo Ragno è un conto; gestire la ribellione di un Cap è tutta un'altra faccenda, perchè si rischia di perdere consenso su una misura (la registrazione dei super eroi) sulla quale, dopo il massacro che avviene nelle prime pagine di CW1, il consenso emotivo invece c'è.

Le istituzioni sanno tutto questo, sanno che uno Steve Rogers bisogna “tenerselo buono” indipendentemente dal giudizio sulle sue singole scelte. Per trattare con Steve viene però mandata Maria Hill, divenuta da poco leader dello Shield al posto di Nick Fury (cui Rogers era molto legato), donna non certo diplomatica e che ha già mostrato rapporti tesi con Capitan America in precedenti episodi di New Avengers. Dopo poche battute, la Hill ordina ad un plotone di uomini dello Shield di spianare i fucili contro l’eroe-simbolo statunitense. Insomma, viene trattato sbrigativamente e sul piano militare un problema che inizialmente (ripeto: non per moralità, ma per senso pratico) si deve tentare di risolvere politicamente, magari cercando di convincere Steve Rogers a diventare elemento di mediazione nei confronti degli eroi riottosi (teniamo conto anche del fatto che quando la Hill lo incontra, la vera guerra civile non è ancora cominciata, per cui un approccio un po’ più diplomatico del “o sei con noi o ti spariamo proiettili tranquillanti” lo si dovrebbe tentare).


2. Quando gli eroi si riuniscono, la scelta da fare è riassunta in uno scambio di battute fra il Calabrone e Falcon. Quest'ultimo oppone all’ipotesi di registrazione una frase semplicistica, una cosa tipo "non possono chiederci di rinunciare alle maschere perché fanno parte della tradizione..." Oddio... Non mi sembra sia quello il problema: penso che già in quel momento sia chiaro per tutti che la questione non sta nel rinunciare ad aspetti folkloristici dell'"essere supereroe", ma nel rinunciare alle libertà individuali. Questa mia critica è ovviamente secondaria, poiché suppongo che la questione sarà sviscerata meglio nei prossimi episodi.

In conclusione, mi sembra che questa Civil War prometta bene. Una saga che si propone di coniugare almeno due livelli di lettura: uno di puro intrattenimento (e la storia, almeno in queste prime pagine, appare sicuramente avvincente) e uno più profondo, riferito alla situazione reale, statunitense e mondiale, in cui la perenne situazione di insicurezza incombente sembra costringerci a scelte di campo definitive e prive di sfumature intermedie.

Francesco 'baro' Barilli