lunedì 24 agosto 2009

Cioccolata e Patatine, di Carlos Trillo e Juan Bobillo - ott 2007


“Cioccolata e patatine” di Carlos Trillo e Juan Bobillo

Nel fumetto "Cioccolata e patatine" [1] Carlos Trillo e Juan Bobillo descrivono il devastante dramma familiare toccato a sei fratellini che vengono abbandonati dai genitori e da un giorno all'altro rimangono soli senza nessun aiuto o sostegno da parte degli adulti. Li aspetta una nuova vita meno imbrigliata nelle regole ma anche più triste, angosciante e solitaria: se da un lato è possibile scegliere di saltare la scuola a piacimento e pasteggiare senza nessun ritegno con le patatine fritte intinte nella cioccolata calda, dall'altro non c'è nessuno che rimbocchi le coperte o dica una parola di conforto nei momenti bui.

Per un lungo tratto della storia i bambini non sono neanche lontanamente sfiorati dall'idea di essere stati lasciati in modo tanto spregevole (come non lo sono i lettori che fino alle ultime pagine non vengono messi a conoscenza di cosa è davvero successo) e la loro disarmante e fanciullesca ingenuità attribuisce l'assenza del padre e della madre ad un rapimento alieno, favorito dalla complicità del portiere del palazzo con i marziani.
A prima vista gli autori vogliono imbastire un fumetto "di bambini" e "per bambini", come lasciano intuire il tratto di Juan Bobillo, che nelle sue tavole cerca di ricatturare un modo di disegnare e colorare tipicamente infantile, e la prosa di Carlos Trillo, attento sia a caratterizzare in modo convincente i suoi piccoli personaggi sia a creare situazioni e dialoghi in cui il modo di fare tipico dei bambini è messo in risalto.
I ragazzini traviano dettagli piccoli e insignificanti fino a creare castelli in aria tanto coerenti per loro quanto bislacchi per qualunque adulto. Per esempio una battuta innocente come «...Guarda che se un bambino dice le bugie... Arriva Darth Vader con la sua nave spaziale e se lo porta via... Eh?!» fa del portinaio un collaborazionista interplanetario...

Un altro esempio è dato dalla coppia formata dalle tavole 36 e 37 [2]. I bambini, certi che gli alieni hanno assediato la loro palazzina, organizzano il contrattacco formando delle squadre investigative per intrufolarsi nell’appartamento del portinaio e in cantina. Il gruppo che esplora la cantina (tavola 36) si muove cauto e intimorito fino a trovarsi nell'ultima vignetta di tavola 36 di fronte alla porta arrugginita di un armadio. Aprendola (voltando la pagina) i ragazzini si trovano di fronte un alieno spaventoso.
In realtà il mostro verde è frutto della loro fantasia galoppante che ha trasformato in un marziano quelli che probabilmente erano dei vestiti appesi o delle cianfrusaglie ammucchiate nella penombra.
Si può dire che la tavola 36 rappresenta il punto di vista degli adulti: il lettore non vede altro che quattro figure spaventate che si aggirano per un'anonima cantina buia armati di torcia; per un adulto non c’è alcun motivo di emozionarsi e l’“avventura” è vista dall’esterno e da lontano. L’atto di voltare la pagina immerge il lettore in un’inquadratura soggettiva che gli fa sentire con lividezza i pensieri e le fantasie dei bambini. Quelli che per gli adulti erano un eccesso della fantasia e una paura esagerata diventano, attraverso lo sguardo dei fratellini, una realtà tangibile.

Cioccolata e patatine” non è però solo un tentativo di ricatturare il modo di vivere, pensare e interpretare la realtà tipico dei bambini. Nell'arco di tutto il fumetto è presente una sottile vena drammatica destinata ad esplodere nelle pagine conclusive.

Nell'incipit il piccolo Leandro si sveglia in piena notte, si affaccia sulla porta della camera dei genitori, guarda il letto matrimoniale e si accorge che è vuoto. Dalla finestra aperta proviene una luce che ad un tratto si spegne lasciando il bambino solo al buio. Per Leandro la luce appartiene inequivocabilmente agli alieni che hanno rapito i genitori e se ne sono andati via proprio quando è entrato in camera. In realtà, alcune pagine dopo, i lettori scoprono che la spiegazione è molto semplice e razionale: quella notte la lampadina del lampione di fronte alla finestra si è fulminata. Il piccolo episodio, apparentemente insignificante, è in realtà un campanello d’allarme per il lettore: fa presagire che, al di là di tutte le trovate più fantasiose che potranno architettare i bambini, alla fine la realtà emergerà fatalmente in tutta la sua crudezza.

La componente drammatica del fumetto è sottolineata anche dalla coppia di tavole affiancate formata dalle tavole 5 e 6 [3]. La sesta tavola è una splash page in cui i bambini vengono mostrati su una barca alla deriva nel mare tempestoso, chiara metafora dell'abbandono da parte dei genitori. Va notato come nelle due tavole i livelli grafico e testuale si intreccino e si contrappongano: a tavola 5 la realtà è preminente a livello grafico e il livello testuale è dominato dalle fantasie dei bambini mentre nella tavola successiva c'è un'inversione con la trasfigurazione della realtà in metafora nel disegno della nave travolta dalla tempesta contrapposta al breve e incisivo livello testuale ("mamma e papà non ci sono più").

Solo nelle ultime pagine del fumetto la verità viene a galla in tutta la sua prepotente drammaticità. I piccoli scoprono che la notte della fuga una videocamera è rimasta inavvertitamente accesa ed ha filmato un dialogo compromettente in cui i genitori sciorinano a ruota libera tutto il loro disprezzo e mancanza d'amore per i figli.
Cioccolata e patatine” quindi è un fumetto dalla doppia valenza in cui non viene solo mostrato il punto di vista privilegiato sul Mondo che possono avere solo i bambini, capaci di trasformare la banalità e lo squallore quotidiano in una fantasia dolce e fittizia, ma non per questo meno reale di quella che gli adulti considerano realtà. Trillo e Bobillo vanno oltre e mandano l'incanto in frantumi descrivendo l'istante in cui i bambini perdono l'innocenza e fanno il loro ingresso prematuro e traumatico nell'età adulta. Il tema affrontato dallo scrittore argentino Carlos Trillo in “Cioccolata e patatine” può essere rintracciato in un’altra sua opera, “Spaghetti Bros.[4], scritta a quattro mani con Guillermo Saccomanno e disegnata da Domingo “Cacho” Mandrafina.
Questo fumetto è una commedia dalle tinte nere che ha come protagonista una famiglia strampalata emigrata dall’Italia in USA ai tempi del proibizionismo. Antonio il poliziotto, Francesco il prete, Caterina la star del cinema muto con lo pseudonimo di Gipsy Boone, Carmela la vedova e Amerigo il gangster sono cinque fratelli che vanno sempre più alla deriva in una spirale di inganni, malefatte e odio reciproco.
L’abbondanza di personaggi, calati in situazioni tanto diverse e contraddittorie, permette agli autori di realizzare una lunga sequenza di racconti brevi molto originali e ricchi di spunti, che traggono linfa anche da un sottobosco di “attori” secondari e comparse che nell’arco di un solo episodio riescono a ritagliarsi un loro importante spazio e ad emergere o affogare nelle peggiori miserie umane e nei peccati.
Ignaro e innocente (?) spettatore del turpe teatro che vede in scena i cinque depravati fratelli è James, figlio di Carmela, una donna che, sotto i panni della povera vedova, nasconde un’attività di killer a pagamento.
Il ragazzino nutre ambizioni di scrittore e prova a sfondare chiedendo aiuto alla zia Caterina che certamente ha qualche aggancio fra gli sceneggiatori cinematografici. James viene così indirizzato al signor Barton, amante della zietta (sempre pronta a saltare da un letto all’altro), che accetta con poca convinzione di valutare la sceneggiatura. Barton non sa che James, nel descrivere la vita di un bambino cresciuto in mezzo a persone consumate dai vizi e dalla malvagità, ha scritto un’opera autobiografica. Gli eccessi sono talmente spaventosi che Barton crede che il ragazzo abbia cavalcato troppo con la fantasia. Lo liquida dicendogli che «un bambino che vivesse quella vita atroce sarebbe un mostro… un piccolo mostro crudele».
James immagina se stesso con le fattezze del mostro di Frankenstein [5] ma non riesce a capire perché il signor Barton lo ha chiamato mostro. Per il ragazzo un “mostro” è qualcosa di brutto da vedere, che ha un pessimo aspetto. E’ ancora troppo innocente per capire che la vita in una tale famiglia contagia nell’animo.
NOTE
[1] Carlos Trillo e Juan Bobillo, «Cioccolata e patatine», Lanciostory, n. 44-47, Eura Editoriale, Roma, 2002.
[2] Pubblicate su Lanciostory n. 47/2002 a pagina 87 e 88.
[3] Pubblicate su Lanciostory n. 44/2002 a pagina 92 e 93.
[4] Carlos Trillo, Guillermo Saccomanno e Domingo Mandrafina, «Spaghetti Bros.», n. 1-6, in I Giganti dell’Avventura n. 27, 28, 30, 32, 34, 36, Eura Editoriale, Roma, 2001-2002 [1993-1998].
[5] Carlos Trillo, Guillermo Saccomanno e Domingo Mandrafina, «Spaghetti Bros.», n. 3, in I Giganti dell’Avventura, n. 30, Eura Editoriale, Roma, 2001, pag. 210.

Luigi Siviero