domenica 16 agosto 2009

Alex Crippa: intervista esclusiva - apr 2007


Alex Crippa è uno sceneggiatore vero. Nel senso che la sua professione, vocazione se vogliamo essere altisonanti, è quella di raccontare storie. Visto che il buon Crippa adora i fumetti, alla fine è riuscito a dedicarsi esclusivamente alle nuvole parlanti ma per arrivarci ha fatto una gavetta lunghissima, sceneggiando storie in tutti i campi, dai videogiochi ai pornazzi da caserma. Un cammino lungo che lo ha visto uscire di strada a volte ma che lo ha portato ad essere un autore professionista con numerosi volumi in Francia (sei al momento, ma molti altri sono in cantiere) e poi pubblicati anche in Italia.
Parliamo di 100Anime, thriller sovrannaturale ambientato a Milano, di cui a breve sta per essere pubblicato il terzo ed ultimo volume, ma anche della saga dedicato all’investigatore Giuliano Nero il cui secondo episodio è appena uscito in Francia e sarà al più presto disponibile in Italia.
La sua carriera e molto di più, come la sua predilezione per le storie ambientate in Italia, in questa chiacchierata con il gentilissimo Alex.


fdc: Ciao Alex, benvenuto su Fumetti di Carta!

Alex Crippa: Ciao a voi!

VIVERE PER SCENEGGIARE E SCENEGGIARE PER VIVERE

fdc: Pensavo di ripercorrere la tua carriera nel mondo dei fumetti. Frequenti il corso di sceneggiatura della Scuola del Fumetto tenuto da Diego Cajelli che, colpito dalle tue capacità, ti fa subito esordire su Randall McFly, serie da lui creata e curata per le edizioni SF. Che ricordi hai di quella esperienza?

A.C.: È stato il mio primo lavoro creativo retribuito e mi ritengo fortunato ad avere avuto quella possibilità relativamente presto. Succedeva una dozzina d’anni fa e allora per me era tutto un gioco…l’approccio a quelle sceneggiature fu assolutamente spensierato e quasi “incosciente”. Certo, cercavo di applicare alla lettera i preziosi consigli di Diego, mio ex-insegnante, però pensavo soprattutto a divertirmi calandomi il più possibile nei personaggi. Seguivo quella fantastica legge non scritta, che tutti i fumettisti conoscono, che dice + o - “faccio fare a loro tutto quello che non posso fare io nella realtà”. Il risultato è fresco e spontaneo, sono ancora molto affezionato a quei tre numeri che ho scritto. Anni ed esperienze ne sono passati da allora, ma ancora cerco di ritrovare quella spensierata “ingenuità” nei lavori che faccio adesso.

fdc: Siamo nel 1998 se non sbaglio, da quel momento fino al 2001 (Armadel) scompari dal mondo del fumetto. So che in quel periodo hai fondato una videoteca horror, Bloodbuster, ma come mai ti sei allontanato dai fumetti e, soprattutto, cosa ti ha convinto a tornare poi sui tuoi passi?


A.C.: In realtà dopo Randall ho lavorato per più di un anno alla Ediperiodici di Milano (quella di Corna Vissute e Il Tromba, i pornazzi da caserma! Ci tengo al mio curriculum di Autore…) in qualità di supervisore/factotum del tipo “che cazzo ci faccio io qui”. MA, visti i guadagni non esaltanti e il tipo di lavoro poco costruttivo, decisi di investire insieme a Manuel (mio storico amico e compagno d’avventure) quei 4 soldi che avevo da parte in un’attività assurda…Bloodbuster, appunto. La quale, contro ogni nostro pronostico, ancora adesso funziona e tira avanti dignitosamente (soprattutto da quando non ci sono più io!). Non fu soltanto una questione di soldi ma anche di “sfiducia” nel mondo dei fumetti…mi sembrava impossibile la professione di sceneggiatore ma io volevo comunque realizzare QUALCOSA. Quando però capii che Raccontare-Storie è la cosa che mi riesce meglio e che scrivere è l’unica attività che mi fa sentire davvero nel mio “ruolo”, ritornai sui miei passi e mollai il negozio, senza alcun problema né scazzo. L’occasione, in realtà, non mi fu data subito da Armadel, e quindi dal Fumetto, ma da Crackartoons, studio d’animazione milanese che mi accolse come creativo e sceneggiatore: per loro ho realizzato varie serie animate per Web e TV (alcune delle quali mai andate in onda, purtroppo) e mi sono rimesso in gioco e in carreggiata. Finalmente venivo di nuovo pagato per scrivere! Quello era il mio lavoro, per quanto sia stato comunque soddisfacente e divertente gestire Blood, che possa vivere in eterno…

fdc: Nel 2001 lasci per fare lo sceneggiatore a tempo pieno e il primo progetto in cui sei coinvolto è Armadel, un progetto di fumetto realizzato appositamente per il web. Come arrivasti alle pagine (o forse sarebbe meglio dire ai pixel) di Armadel?

A.C.: Poco dopo l’assunzione in Crackartoons fui coinvolto nel progetto Armadel per un motivo semplicissimo: essere nel posto giusto al momento giusto. Momento Giusto: al gruppo di Armadel serviva uno sceneggiatore che spalleggiasse Giovanni Gualdoni. Posto Giusto: casa mia! Allora infatti dividevo l’appartamento con Alfio Buscaglia, già disegnatore di Randall e mio futuro complice fisso, che era uno dei disegnatori di Armadel. Le loro riunioni si tenevano nella nostra cucina che, guarda caso, confinava con la mia stanza…come vedete, nel mondo dei fumetti è tutto un magna-magna.

fdc: Il progetto Armadel viene sospeso dopo 6 numeri, ma il gruppo di autori coinvolto rimane in qualche modo coeso e, coordinato da Giovanni Gualdoni, si trasforma nello Studio Settemondi dedicandosi alla realizzazione di progetti per il mercato francese. Cosa vi spinse verso la Francia e perché decideste di affrontare in gruppo quella sfida?

A.C.: Io probabilmente devo ringraziare l’occhialuto Gualdoni se ora campo scrivendo fumetti. Senza la sua napoleonica ambizione di varcare le Alpi e prendere d’assedio Angouleme non è che io non ce l’avrei mai fatta…io non avrei mai nemmeno sospettato l’esistenza del mercato franco-belga! Un mercato molto forte e vivo, che culturalmente considera il fumetto un’alta forma d’intrattenimento (o d’arte, se preferite).
Lo ammetto: ero e sono un gran sprovveduto. No, davvero, posso praticamente applicare la stessa regola di Armadel “posto giusto/momento giusto”. Certo, per arrivare a pubblicare in Francia ho dovuto pur sfornare un’idea vendibile e gradevole, ma il tutto nasce da una singolare serie di casualità…almeno per quanto mi riguarda. Questo significa che io mi sono ritrovato a proporre e poi scrivere storie per la Francia perché ormai ci ero dentro e cominciavo a capire i meccanismi di quel mercato. Da quando poi mi da una mano un’agente (con l’apostrofo perché è femmina) sto capendo sempre meglio certe logiche e ho aumentato le mie possibilità di pubblicare.

A molti esordienti dico che la Francia è l’unico mercato che ti permette di campare, ma solo perché lo conosco meglio di altri mercati e perché non pubblico quasi nulla in Italia…tranne gli adattamenti delle mie serie francesi. Non leggetelo assolutamente come snobismo verso l’Italia, perché in realtà il mio sogno è scrivere Dylan Dog! Mi ha cambiato la vita quando avevo 15 anni e considero Sclavi un padre adottivo a distanza. Però, a conti fatti, gli editori francesi pubblicano serie Mie (che significa diritti miei e del mio disegnatore su personaggi creati da noi) e mi permettono praticamente di dedicarmi solo a questo. Sarà un caso, sarà mia incapacità di propormi ad altri editori, sarà pigrizia…non lo so. Ma Scrivere, per me, prima di tutto è un lavoro: se un editore italiano o tedesco o egiziano mi fa lavorare, ben venga!

Per completare la risposta, abbiamo affrontato in gruppo l’approccio alla Francia per proporre un catalogo assortito e il più possibile appetibile…ma anche per sostenerci virilmente l’un l’altro in caso di sconfitta. Chi più, chi meno, ce l’abbiamo fatta e si rimane a galla. Ribadisco comunque che “rimanere a galla” in Francia significa pur sempre camparci, ma ora come ora bisogna davvero guardarsi in giro Ovunque. E quindi: Italia con Bonelli in prima fila che, per quanto si possa criticare, è e rimane l’editore n°1…ma anche il mercato USA, i nostri Amici Dominatori del Mondo! Al momento non sono molto ferrato sul mercato a stelle e strisce, so solo questo: “difficile ma fattibile per disegnatori non-americani, moooolto difficile per sceneggiatori non-americani”. Ma è un mercato che dovrei affrontare seriamente prima o poi.

fdc: Oltre ai fumetti ti sei dedicato anche alla sceneggiatura di serie animate e videogiochi. Lavorando in questi ambiti c’è qualcosa che hai poi cercato di trasportare nelle tue sceneggiature a fumetti?

A.C.: Dopo Armadel e contemporaneamente alle prime esperienze francesi, ho lavorato 2 anni per una società multimediale che aveva come cliente principale Kinder-Ferrero e ho dovuto sfornare decine e decine di mini-videogiochi con protagonisti i personaggi degli ovetti...storielle interattive per bambini, in sostanza. Un periodo entusiasmante per il mio portafoglio, un po’ meno per la mia salute mentale: meccanicità e ripetitività al limite del parossismo (ho provato a riscrivere 30 volte un soggetto di mezza pagina, non scherzo), una valanga di regole e sotto-regole da onorare con riverenza divina (io che credevo bastasse non bestemmiare che tanto i bimbi apprezzano tutto), ritmi e scadenze da paradosso spazio-temporale (“per quando ti serve? Per ieri”) e così via… Riuscire a essere “creativi” in quel contesto fu una sfida e una tortura al tempo stesso. Ma servì tantissimo a dare una sferzata ai miei ritmi lavorativi troppo molli e adagiati sull’umore quotidiano, e risultò utile anche tecnicamente. Nelle sceneggiature dei videogiochi c’è una terza “colonna” oltre quella del video e dell’audio (disegni e testi nel Fumetto): l’interattività. Non è semplice da gestire perché devi calcolare sempre e contemporaneamente tutte le azioni (con relative conseguenze) che l’utente può far compiere a un personaggio nel determinato ambiente della determinata scena. Questo ovviamente non c’entra un cazzo col linguaggio dei Comix, ma mi ha reso un po’ più veloce e abile a gestire singole scene e tenere più facilmente sotto controllo tutto il plot.

Il linguaggio dei cartoons invece ha più affinità col Fumetto. Non devi preoccuparti di rimanere “ingabbiato” in tot tavole ma hai comunque il limite del tempo. Finora (e tuttora) mi sono cimentato in serie d’animazione i cui singoli episodi non superano i 5 minuti: questo ti dà una certa libertà immediata sulla singola scena, soprattutto senza la preoccupazione che un eccessivo testo in una vignetta copra i disegni, ma in generale devi comunque essere abbastanza succinto per raccontare tutto in quella manciata di minuti. Sicuramente nei cartoons puoi affidare più “racconto” alle immagini, grazie al movimento e alla mimica dei personaggi (sempre che siano animati bene). Insomma, dai cartoons spero di avere imparato una certa sintesi e ottimizzazione di testo e immagini.
Sono altri modi per raccontare storie ma tutto fa brodo. Buttatevi a capofitto in ogni esperienza che vi capita, basta sia coerente con la passione che avete scelto.

fdc: Immagino (spero ovviamente di sbagliarmi nel tuo caso) che un autore di fumetti non guadagni cifre da capogiro e spesso accade che parallelamente porti avanti altri lavori creativi in ambiti extra-fumettistici. Nel tuo caso abbiamo visto come ti sia dedicato a serie animate e videogiochi, però da una circa un anno hai deciso di concentrarti esclusivamente sul mondo del fumetto. Vorrei sapere come hai vissuto questa scelta, se come un passo naturale oppure come una scommessa sulle tue prospettive e capacità nel mondo del fumetto.


A.C.:
Pensa che fino a pochi anni fa mi ritrovavo a volte a fare il commesso in centri commerciali…potrei girartela dicendo che per uno sceneggiatore è importante studiare la vita reale sul campo, ma in realtà era per tirare avanti. Massimo rispetto per tutti i commessi del mondo, ma io mi ero sempre sbattuto per fare tutt’altro. Ma, di nuovo, un mix di volontà e circostanze (una su tutte: Sarah) mi riportò in carreggiata. Ancora adesso il rischio di sbandare esiste, ma ho decisamente migliorato la tenuta di strada.
Comunque, al momento, proporre e scrivere fumetti occupa l’80% della mia attività. Il resto è occupato ancora da qualche cartoons e dall’insegnamento. Da circa un anno infatti porto avanti un mini-laboratorio di fumetto in alcune scuole medie e superiori della mia zona (Lecco-Como) coadiuvato da Marco Galli, amico e grafico, e periodicamente tengo dei workshop di sceneggiatura (termine fico per “seminario”) legati alle mie pubblicazioni. Ho scoperto che insegnare mi piace moltissimo e completa la mia preparazione: se sono obbligato a spiegare una regola che di solito applico istintivamente, la capisco meglio anch’io! Direi quindi che è un passo naturale: principalmente scrivo fumetti ma faccio anche altro, sia per far quadrare i conti sia per “espandermi” il più possibile. Ma sempre nello stesso settore, questo è importante.

LE STORIE "ITALIANE"

fdc: 100 Anime è stato il tuo primo fumetto pubblicato in Francia. Immagino che tu sia molto legato a questa storia, non solo perché la prima volta non si dimentica mai ma anche perché è un fumetto molto più autobiografico di quanto si possa immaginare. Raccontaci cosa accomuna le protagoniste di 100Anime con te e Alfio Buscaglia (disegnatore della serie).

A.C.: Omosessualità latente a parte, le 3 ragazze di 100anime vivono nello stesso appartamento che io, Alfio e Manuel (Bloodbuster) abbiamo condiviso per 4 anni e lo spunto della storia è reale (inquilino precedente sparito). Più che altro ci riconosciamo nelle dinamiche del trio (affiatamento ma anche scazzi), in certe logiche di convivenza (come superare col sarcasmo più estremo le peggiori ingiustizie...tipo buttare sempre tu la spazzatura di tutti) e in generale nel condividere un’esperienza insieme. Per noi era la sopravvivenza urbana, per le nostre alter-ego la Sopravvivenza. Se poi consideri che Emanuela è disegnatrice come Alfio, Angela è appassionata di horror come Manuel e Chiara è la super-bellona del trio…capisci che ci siamo ispirati totalmente alla realtà.

fdc: Il progetto 100anime nasce per essere un fumetto completamente diverso, una storia molto più leggera e scanzonata che ricalcasse in qualche modo temi e meccaniche da sit-com. Il primo episodio della saga, La città dei dannati, è riuscito però ad includere alcuni elementi legati alla quotidianità della vita delle protagoniste in un plot da thriller sovrannaturale. Purtroppo nel secondo episodio questa particolarità di 100 Anime si è un po’ persa con un intreccio incentrato quasi esclusivamente sugli aspetti più sovrannaturali della saga. Dal terzo episodio cosa dobbiamo aspettarci?

A.C.:
Come sai concordo in pieno col giudizio in parte negativo sul secondo episodio…non mi è venuto molto bene per l’effetto frullatore: volevo metterci dentro troppe cose e alla fine ne è uscita una poltiglia che ad alcuni piace ma non a tutti. Non nego però sia fondamentale per approcciare al terzo volume, in assoluto il migliore, vuoi per esperienza, vuoi per maturità, vuoi per ispirazione. Ne sono molto soddisfatto: mischia bene l’azione soprannaturale (combattimenti tra demoni e dannati in contesti urbani e…casalinghi) con l’evoluzione finale delle tre protagoniste, che da “normali coinquiline” diventano in tutto e per tutto “eroine per forza”. Sono anche riuscito a calibrare meglio i colpi di scena e i vari flashback. Insomma, oltre alla sostanza che ora è ben compatta e punta dritta alla soluzione finale (che lascerà alcuni interdetti) il tutto è raccontato in maniera più fluida e, spero, interessante. Il lavoro di Alfio ai disegni e di Tenderini ai colori lo trovo eccellente per il genere: anche loro qui hanno trovato un perfetto equilibrio frutto dell’esperienza sui primi due volumi.

fdc: Con 5 volumi già pubblicati e altri 2 alle porte ti si può considerare quasi un veterano del mercato francese. Lasciando perdere i paragoni Italia-Francia che lasciano sempre il tempo che trovano, quali sono le attrattive e le difficoltà dell’industria del fumetto francese per un autore di fumetti?


A.C.: mmm…tento una sintesi: in Francia pubblicano così tanta roba che ognuno, se armato di buona volontà e talento, può tentare di proporsi e riuscire; ma questo è anche il rovescio della medaglia: troppi autori pubblicati per poter realmente emergere. Tradotto significa: se pubblichi ma non vendi tanto, ti pagano comunque; ma per poter tirare avanti negli anni devi continuamente proporre e proporre sempre nuovi e appetibili progetti, soprattutto se sei uno sceneggiatore. Tenete conto che su una decina di proposte che fate ne vanno in porto due o tre se sei bravo…bisogna sbattersi, come in tutti i lavori. Mi piacerebbe azzeccare una o due serie che fanno il botto per godere un po’ dei diritti d’autore e tirare il fiato…finora non è così, ma non mi lamento!

fdc: Una trilogia formata da volumi di 46 pagine, una storia pubblicata in due parti da 54 pagine ciascuna e un one-shot di 120 pagine. Mi sembra di capire che gli editor francesi stiano cercando di sperimentare soluzioni nuove e che tu le stia provando tutte. Scherzi a parte, quali di questi formati senti più vicino al tuo modo di raccontare storie a fumetti?

A.C.: La tendenza attuale degli editori francesi, almeno verso gli autori piccoli (quelli grandi fanno quello che gli pare), è quella di emanciparsi dalle saghe per evitare il rischio di chiusura a metà dell’opera. Gli editori preferiscono investire sulla breve distanza e così ora accolgono quasi solo one-shot o avventure complete divise in massimo due tomi. La trilogia di “100anime” appartiene al vecchio corso. Per il detective Nero, dopo la sua prima avventura in due parti (il 2 dovrebbe essere già in giro quando starete leggendo), l’editore ha deciso di proseguire sempre con tomi da 54 ma auto-conclusivi, una serialità simile ai bonellidi. Sempre con Alfio sto poi sperimentando un’altra situazione: Il Missionario è una mini-serie di tre storie, ognuna divisa in 2 tomi da 46 tavole l’una.

In Italia l’anno prossimo usciranno uniti i primi due tomi della prima storia e quindi si avrà un fumettone formato francese da 92 tavole. Con Alberto Ponticelli ho appena ultimato un one-shot formato comic-book americano da 120 tavole che parla di combattimenti clandestini, sesso e droga (in Italia a giugno o settembre)…come vedete c’è un po’ di tutto in Francia, non sono più così ancorati ai loro gusti e formati (saghe annuali con storie infinite da 10 tomi che si concludono in 10 anni). O almeno ci stanno provando. Istintivamente direi che finora il mio formato preferito è il 120 comic-book che mi fa sentire meno “ingabbiato” e dà sfogo alla mia prolissità, come avrete notato…ma in realtà ciò che più mi stimola a scrivere è la varietà, quindi ben vengano i vari formati. Adoro adattarmi per non fossilizzarmi.

fdc: Hai puntato molto sulla città italiane come scenario per le tue storie con Milano per 100anime e Brescia per Nero. I risultati sono stati ottimi, credi che sia dovuto al fatto che Buscaglia e Mutti hanno disegnato le proprie città riuscendo quindi a ricrearle perfettamente, oppure c’è qualcosa di per sé affascinante nel leggere un fumetto ambientato in Italia?

A.C.: Entrambe le cose! Io cerco sempre di “coccolare” il più possibile il disegnatore con cui lavoro perché voglio che dia il suo massimo. In Francia danno molto peso alle ambientazioni e per un disegnatore riprodurre i luoghi in cui vivi è il top. A volte poi la scelta è quasi obbligatoria: Il Missionario per esempio è ambientato in paesini italiani negli anni ’30 e il protagonista è un indagatore di miracoli che lavora per il Vaticano…il tema si presta a tutta questa “italianità”. E i francesi sembrano apprezzare questo “esotismo”. Ultimo ma non ultimo: sta quasi diventando un mio marchio di fabbrica. Non l’avevo pianificato ma a ‘sto punto me lo tengo stretto!

fdc: Sia in 100 anime che in Nero il ruolo dei coloristi è fondamentale, al punto che i due fumetti possono essere considerati come il risultato del lavoro di tre artisti visto il grado di coinvolgimento avuto da Emanuele Tenderini (100 Anime) e Angelo Busacchini (Nero). Quale credi sia il ruolo del colore all’interno di una storia a fumetti?

A.C.: FONDAMENTALE. Non finirò mai di ringraziare Tenderini e Bussacchini per i loro talenti così opposti: “100anime” è il trionfo del digitale e “Nero” dell’artigianale. Tenderini è un asso nel creare atmosfere soprannaturali e “effetti speciali” all’interno della tavola…in alcune scene si ha quasi l’impressione che ci sia il sonoro! Bussacchini invece è un pittore, è il suo lavoro principale, e vi garantisco che tenere in mano una tavola letteralmente affrescata, col suo peso specifico e il suo odore di pennelli, è una cosa unica, ormai. Insomma, amo ugualmente sia la new che la old-school.

fdc: Il primo volume di Nero è paragonabile al primo tempo di un film con la storia che si interrompe al culmine del climax conclusivo. Come mai hai scelto di raccontare una storia in due parti e non di presentare due episodi autoconclusivi all’interno di una storia principale come fatto in 100anime?


A.C.: In realtà la prima avventura di Nero doveva essere in tre tomi (vecchio corso) ma l’editore ci “impose” i due tomi. E meno male! Ci ha guadagnato in ritmo e sostanza. Ho scelto la logica primo tempo/secondo tempo perché la prima avventura di Giuliano Nero si presta molto a essere spaccata in due: due luoghi completamente diversi (l’autunnale Brescia e la glaciale Arhangelsk in Russia) per due “stati emotivi” altrettanto diversi. Non posso dire di più perché il finale del 2 è piuttosto…spiazzante.


CICLISMO, CRITICA WEB, EDITORIA E ALTRE FACEZIE

fdc: Sui risvolti di 100 anime sei definito addirittura come “..un malato di ciclismo”. Cosa ti affascina così tanto di questo sport?

A.C.: Wow, si parla proprio di tutto qui da voi! In realtà lo pratico (da amatore) ma non lo seguo tantissimo. Quando avevo 14 anni il mio papà non mi ha regalato il motorino e così ho iniziato a pedalare. Mi affascina molto l’estremo e costante sforzo fisico e il fatto di conquistare una vetta letteralmente con le proprie gambe. Lo trovo molto appagante, molto “epico”. Amo la solennità della salita per poi guadagnarmi l’adrenalina della discesa (finché non volerò fuori da un tornante, prima o poi). È l’unico sport che pratico e mi serve molto per mantenere il mio equilibrio psico-fisico…sai com’è, noi sceneggiatori stiamo sempre chini e gobbi davanti al pc tutto il giorno tutti i giorni e ogni tanto vorremmo spaccare tutto, come io in questo momento…no ma è una figata, eh!

fdc: Hai mai pensato di realizzare un fumetto legato in qualche modo al mondo del ciclismo?


A.C.: Aaargh…il proverbiale coltello nella piaga! Eccome se ci ho provato, ma mi hanno infilato l’altrettanto proverbiale, e più a tema, bastone fra le ruote. Maledette majors! Sì insomma, qualche anno fa, probabilmente in preda a un raptus, ho scritto da zero una storia completa di 48 tavole formato francese su un ciclista che ha abbandonato l’agonismo e poi i casi della vita lo riportano in sella…non so, avevo bisogno di scrivere quella storia, Lo Scalatore si chiamava. Così ho provato a proporla a vari editori francesi pensando che avrebbero apprezzato, loro che hanno il Tour de France, il top assoluto, ma niente…ce l’ho ancora nel cassetto perché non ci tengo a pubblicare gratis. Forse questo è un mio limite. Lancio comunque un appello: cercasi produttori, anche poveri, per finanziare Lo Scalatore. Non è male.

fdc: Anche la musica è una tua passione. So che suoni la batteria in alcuni gruppi, ma ero curioso di sapere se quando scrivi sei in qualche modo influenzato e stimolato dalla musica che stai ascoltando oppure se ti isoli completamente mentre rimugini sulle tue storie.

A.C.: Sì, adoro Rock e derivati, fino al Blues e ultimamente anche un pochino di Jazz, forse per osmosi con la mia compagna che lo studia. Suono da anni la batteria e ci trovo pure qualche affinità col lavoro di sceneggiatore: il batterista tiene in piedi la struttura di un brano così come lo sceneggiatore la struttura di una storia. Ma a parte queste cazzate: ogni volta che inizio a scrivere qualcosa di nuovo (idea, soggetto o sceneggiatura) devo isolarmi perché ho bisogno di molta concentrazione, ma poi a cose avviate non riesco a fare a meno di una colonna sonora, forse per il ritmo che riesce a darmi o forse per le atmosfere che possono combaciare con quello che sto scrivendo. Col Blues di solito riesco a prendere un buon ritmo perché è abbastanza ripetitivo e poco impegnativo all’ascolto, così come certo Rock (AC/DC su tutti, ma anche Clash, Police, Rolling Stones…). Se è musica “impegnativa” tipo Progressive o Hard-Rock dei ’70, che adoro ugualmente, rischio di distrarmi…va bè, ognuno ha le sue.

fdc: Ultimamente si è discusso sullo stato della critica fumettistica on-line (tutto parte Qui), interrogandosi sul suo stato di salute e sui suoi pregi e difetti. Tu che rapporto hai con i siti di critica fumettistica?


A.C.: Ma ben vengano! Già siamo la nicchia della nicchia, per quanto ci si sforzi e ci si illuda il Fumetto è e sarà sempre considerato il fratello minore del Cinema, il cugino di terzo grado della Pittura e l’amico scemo della Letteratura. L’unica arma a nostra disposizione è parlarne e parlarne e parlarne. Abbiamo Internet? Parliamone nei siti, allora. Forse proprio questo ci ghettizza, non lo so, io per primo ammetto di non sfruttarlo abbastanza anche se dovrei, mea culpa assoluta…ma cosa possiamo fare? Gli Americani hanno tanti difetti, ma sicuramente non peccano in iniziativa: immaginatevi un film su Dylan Dog con produzione non dico hollywoodiana ma almeno alla Besson…CHI non andrebbe a vederlo in Italia? Quanto incasserebbe? Di quanta promozione avrebbe bisogno un’icona simile? E allora perché non si fa?! Perché gli Americani pompano all’inverosimile cagate come i Fantastici 4 sbancando al botteghino e noi non valorizziamo i nostri talenti nazionali che spesso e volentieri hanno dato, e danno, la paga a parecchi altri Big? Pratt, Pazienza, Magnus, Sclavi…bastano?
Scusa lo sfogo, ora torno nei ranghi: w i siti di fumetti.

fdc: Come autore ma anche come appassionato di fumetti in cosa credi che la critica fumettistica debba migliorarsi?


A.C.:
Ripeto: basta che si parli di fumetti. Il più possibile.

fdc: Il fumetto francese è stato pubblicato in Italia quasi esclusivamente nell’elegante ma decisamente costoso formato cartonato che presenta un albo francese. Ultimamente alcune case editrice stanno cercando di proporre il fumetto francese in formati più economici e con un maggior numero di pagine (Ad esempio Murena da parte della Panini o Tao Bang per i tipi delle Edizioni Bd). Credi che possa una buona strada per favorirne la diffusione oppure il cartonato francese resta il modo migliore di presentare questo tipo di fumetti?

A.C.: Ma certo, bisogna cambiare: già si vendono pochi fumetti, se pure costano tanto… io per primo mi faccio un po’ di domande prima di acquistare un cartonato da 15 euro. Un bel feticcio, per carità, ma non si può andare avanti così. Nel mio piccolo, sono contento che il mio editore italiano Bd pubblicherà le mie cose future in formato brossurato più economico: la qualità non perde, pesa di meno e puoi portarne di più nello zaino.

fdc: Hai scritto storie molto diverse, dal comico (Randall McFly) al thriller sovrannaturale (100 anime) passando per il noir (Nero). Alla fine..che tipo di storie ti piace scrivere?

A.C.: Cerco di scrivere cose che attirino l’attenzione degli editori prima e dei lettori poi. Suona “commerciale” ma è il mio lavoro, e fortunatamente non scrivo romanzi Harmony ma “avvincenti avventure a fumetti”: significa che i generi che più adoro combaciano spesso coi gusti di editori e lettori. Per ora è così. E poi stiamo parlando di una passione, mi piace scrivere e mi appaga anche solo l’atto in sé. Prima ho detto che mi piace adattarmi: è vero, è stimolante passare da un genere all’altro, non ti annoi mai. A volte mi capita di rimandare un lavoro che non mi stimola subito accumulando sempre più ansia e terrore…ma una volta che lo affronto mi ci butto anima e corpo e ne resto avvinghiato fino alla fine. Sì certo, puoi chiedere a un attore porno quale porno-star si sia fatto più volentieri, ma di base gli piace trombare se no non farebbe quel lavoro.

fdc: So che dai molta libertà ai disegnatori, arrivando a concordare il tipo di sceneggiatura di volta in volta. E’ così anche per quanto riguarda il soggetto? Perché almeno nelle ambientazioni i tuoi fumetti sembrano riflettere molto anche delle personalità e passioni dei disegnatori coinvolti (penso ad esempio alla storia di un lottatore monco che stai realizzando con Alberto Ponticelli, esperto di sport da combattimento)


A.C.: È fondamentale l’intesa sceneggiatore/disegnatore e ognuno la ottiene come meglio crede. Nel mio caso ascolto tantissimo le esigenze dei disegnatori, ho molto rispetto per il loro lavoro, e questo si traduce in modi diversi di impostare la sceneggiatura affinché sia a loro più chiara possibile, tanta documentazione e riferimenti per stimolarli (soprattutto cinematografici) e gran pacche sulla schiena quando devono lavorare di notte per rispettare i tempi di consegna. E, certo, questa sinergia cerco di stabilirla fin dall’inizio offrendo loro un argomento appagante e che hanno voglia di disegnare al meglio. Se in più ne sono anche degli esperti, come nel caso di Ponticelli Balboa o di Andrea “Noir” Mutti, è davvero una figata. Ovviamente non posso che proporre soggetti di cui anch’io me ne intenda un pochino!

fdc: Togliti un attimo il cappello da autore e rispondi come semplice appassionato di fumetti: cosa hai letto ultimamente che ti ha fatto pensare “Wow, questo devo proprio segnalarlo a tutti i lettori di Fumetti di Carta!”


A.C.: 300, per Sparta! Lo comprai e lessi subito quando uscì nel duemila e ora, rigasato dal film Miller sembra già un classico nel momento in cui viene pubblicata…parere di parte, ma credo condiviso da molti. Mi piace un sacco anche la serie "Powers" di Bendis, l’ennesima rivisitazione del mito dei Supereroi ma decisamente la migliore che ho letto: ironica, attuale, intricata e intrigante, tosta.

fdc: Direi di chiudere con la domanda di rito…Su cosa sei al lavoro attualmente? Dacci qualche gustosa indiscrezione!

A.C.: Per la Francia porto avanti le mie serie e continuo a proporre roba nuova…tra le proposte segnalo Stairway to Hell, rock-story in odore di zolfo su una band e il suo misterioso chitarrista scomparso, appassionatamente disegnata da Maurizio “il quinto Kiss” Rosenzweig. In Italia sto proponendo Inner City una mini-serie carceraria scritta insieme a Davide Rigamonti, il mio miglior amico gigante e promettente sceneggiatore, e ho finito di sceneggiare vari episodi de Le Fiabe Animate, serie cartoon per ragazzi acquistata dalla Rai e realizzata da Effigie, lo studio d’animazione in cui milita il riccioluto Giuseppe“Justin” Ferrario. In America invece vorrei riuscire a piazzare una mini-serie che ho nel cassetto dalla notte dei tempi, con protagonisti tre fracassoni Dei dell’Antica Roma e ai disegni sempre il riccioluto…sperèm.

fdc: Grazie per la disponibilità Alex!

A.C.: Grazie a tutti a voi per aver retto questo fiume di parole scritte…alla prossima!
(non è un capolavoro ma non è niente male), l’ho riletto come una piacevole novità: epicità allo stato puro, dal tema scelto alla narrazione alle inquadrature alle atmosfere ai disegni. Non so perché ma ogni cosa che realizza


a cura di Gedo - Aprile 2007