domenica 5 luglio 2009

Planetary: il nuovo Watchmen?


Nota: Questo articolo è stato ispirato da una discussione nata sul forum di X-Men World

Ammetto che il titolo è volutamente una provocazione: d’altronde molte riviste specializzate americane (soprattutto la vacua Wizard), si dilettano ad etichettare periodicamente questo o quel fumetto con l’appellativo di “Nuovo Watchmen”, spesso, inutile dirlo, a sproposito, visto che, per quanto indubbiamente valide, opere come Rising Star di Straczinsky o Wanted di Mark Millar e J.G. Jones (entrambe definite come gli eredi del capolavoro di Moore e Gibbons) non riescono nemmeno ad avvicinarsi alla complessità ed alla perfezione di Watchmen, figurarsi ambire al ruolo di opera fondamentale del fumetto americano del duemila.
Posto che, probabilmente, il “Nuovo Watchmen” non arriverà mai, proviamo a giocare lo stesso ed a pensare a quale possa essere, al giorno d’oggi, un possibile erede del capolavoro di Alan Moore e Dave Gibbons. Spulciando tra la miriade di uscite e di volumi più o meno degni di attenzione probabilmente l’unico nome che rimane è quello di Planetary, la testata con cui lo scozzese Warren Ellis e John Cassaday rilanciarono il Wildstorm Universe ormai più di un quinquennio fa.
Può sembrare qualcosa di assurdo paragonare due opere tanto diverse come atmosfera ed intenti, eppure, riflettendoci e scavando sotto il mero aspetto esteriore, si scoprono alcune interessanti analogie. Innanzitutto entrambi i fumetti, stilisticamente parlando, rispecchiano fedelmente, diventandone quasi dei simboli, l’epoca in cui sono stati scritti. Watchmen segue il tipico ritmo degli anni ’80, con una sceneggiatura densa ed impegnativa ed una gabbia di vignette praticamente fissa, dove tutto è lasciato allo storytelling, alla sceneggiatura di Moore ed alla grande capacità di interpretarla di Dave Gibbons, senza indulgere, se non dove è strettamente necessario, nella spettacolarità. E’ il trionfo stesso della sceneggiatura e della perizia dello scrittore britannico.
Planetary, invece, è forse il miglior esempio possibile di “narrazione decompressa”, lo stile di sceneggiatura che si è imposto nel mercato statunitense: si tratta di uno stile che bada molto maggiormente al ritmo di lettura, seguendo in pratica quelli televisivi e cinematografici ed alla spettacolarità. In questo modo la serie di eventi presenti in ogni singolo albo è molto minore rispetto al passato e la lettura diventa molto più fluida e veloce, anche se, spesso, molto più vuota; questo ha portato, in alcuni casi, alla possibilità di poter “stiracchiare” un’idea oltre ogni limite portando a cicli e saghe eccessivamente dilatate, dove lo svolgimento avviene in 4 o 6 numeri, quando, a conti fatti, sarebbero bastati un paio di numeri sceneggiati bene per esaurire l’idea. Fortunatamente non è il caso di Planetary, visto che Ellis ha voluto strutturare la sua opera come una serie di tessere che vanno via via a formare un mosaico più ampio. Ogni albo, quindi, è perfettamente leggibile a sé stante e, pur parte di una lunga saga unica, è una microstoria in cui l’autore scozzese omaggia l’immaginario fantastico dello scorso secolo.
E proprio il territorio dei riferimenti, degli omaggi e del metafumetto è forse l’analogia più lampante tra le due opere. In Watchmen, Moore basa il suo universo sulla storia del fumetto americano, con le due squadre di supereroi che corrispondono idealmente alla Golden ed alla Silver Age, ovvero i due momenti formanti del mercato supereroistico americano ed il Keene Act (che di fatto rende i supereroi illegali) corrisponde al famigerato comics code.
L’obiettivo dichiarato di Ellis in Planetary era quello di costruire la propria saga tramite albi autoconclusivi, ognuno dei quali contenesse almeno un omaggio (sia a livello di testi che grafico e ne è un ottimo esempio l’albo dove John Cassaday reinventa il proprio stile di disegno per tributare il proprio omaggio al genio grafico di Jim Steranko) ed una “interiorizzazione” di un personaggio o di un’opera facente parte dell’immaginario del novecento. Ma, anche qui, non ci si ferma solo al mero riferimento, dal momento che molti dei personaggi “omaggiati” finiscono per diventare parte integrante della saga, se non fondamentali, come nel caso dell’omaggio ai Fantastici Quattro.
In entrambi i fumetti i riferimenti e gli omaggi diventano un vero e proprio secondo livello di lettura, un gioco intellettuale col lettore (totalmente dichiarato in Planetary ed invece molto più sottile in Watchmen) che però si fonde perfettamente con la storia, diventandone parte integrante. Un livello che sicuramente aggiunge spessore e complessità alle saghe, ma che non ne inficiano la lettura, tanto che, anche chi non conosce i riferimenti ed i tributi presenti, può tranquillamente godersi le storie.
Lo stesso sistema dei personaggi è, in realtà, anch’esso un riferimento nelle due opere: come è noto, Alan Moore per Watchmen voleva donare nuova vita ai vecchi eroi della Charlton, i cui diritti erano appena stati acquistati dalla DC e lo scrittore inglese ha dovuto cambiare nomi e costumi solo in seguito al rifiuto della casa editrice. Ellis, invece, ambienta il suo Planetary in quello che dovrebbe essere un universo già delineato, il Wildstorm Universe, ma, in realtà, l’autore scozzese riplasma da zero il mondo creato qualche anno prima da Jim Lee, rifondandolo da zero e donando ad esso nuova vita e coerenza. Nel popolare questo universo narrativo di nuovi personaggi Ellis non nasconde affatto omaggi e tributi alle icone più popolari di casa DC e Marvel: così se in Authority appaiono nel gruppo due personaggi che sono i perfetti contraltari di Batman e Superman, in Planetary lo scrittore scozzese ci presenta la propria versione dei Fantastici Quattro (nonché di tantissime altre icone del fumetto e della letteratura), rendendoli il fulcro principale di tutta la storia.
Un altro aspetto alquanto interessante è quello del metafumetto, ovvero di quelle situazioni che, in pratica, infrangono la barriera tra la pagina disegnata e la realtà. In Watchmen, Moore
e Gibbons fanno largo uso del metafumetto, sia per la presenza costante del fumetto dei pirati (in pratica un fumetto dentro un altro fumetto) che, a conti fatti, rappresenta un perfetto specchio metaforico degli avvenimenti narrati, sia per l’amara riflessione che l’autore inglese fa sullo stato del fumetto americano e sulla mancanza di libertà creativa, bloccata da censure, bigotteria e restrizioni; un tema che stava sicuramente molto a cuore al Sommo in quei periodi, tanto che, poco dopo la realizzazione di Watchmen, se ne andò polemicamente dalla DC proprio per questioni di censura.
Anche Ellis in Planetary inserisce spesso personali riflessioni sul mondo del fumetto: è il caso, in particolare, dell’episodio dove l’autore scozzese omaggia i personaggi della Vertigo. Quella dello scrittore scozzese è in realtà una riflessione a metà strada tra il sentito tributo ad una generazione di autori straordinari (capitanati ovviamente dallo stesso Moore, visto che opere come Swamp Thing e Watchmen sono state a tutti gli effetti gli apripista che hanno portato alla nascita dell’imprint Vertigo) ed una pungente ironia sull’esagerazione che si è compiuta nel cercare di rendere più “adulti” ed oscuri gli eroi classici.
Entrambe le opere, poi, si segnalano per la loro ricchezza e complessità: sia in Watchmen che in Planetary i rispettivi autori non si limitano a creare uno scenario in cui fare muovere i loro personaggi, ma creano un intero universo coerente. Nei dodici episodi che compongono Watchmen, Moore riesce a creare una storia che copre quasi 50 anni di narrazione, dove non solo è importante ciò che succede nel “presente” in cui si svolge la narrazione, ma tutti gli eventi che hanno portato alla situazione iniziale, con un sistema dei personaggi complesso e legato, nell’arco degli anni, da forti legami che l’autore inglese riesce a delineare con grande perizia nel mezzo della narrazione. Un vero e proprio nuovo mondo, che però appare talmente riuscito e coerente, da portare il lettore a credere che abbia davvero una storia decennale e che veramente sia stato plasmato anni prima da centinaia di albi a fumetti.
Il lavoro di Ellis appare decisamente più facile ad una prima occhiata, dal momento che l’autore scozzese può appoggiarsi ad un universo narrativo già esistente, il Wildstorm Universe. Ad una più attenta analisi appare però chiaro come siano effettivamente pochi e di scarsa importanza gli elementi che Ellis prende dalla vecchia gestione dell’universo narrativo (tra l’altro si riscontrano quasi tutti nell’altra serie creata dallo scrittore, The Authority), mentre, in realtà, assistiamo ad una sua vera e propria rifondazione totale, a partire dalle sue basi: non più la guerra Demoniti-Cherubini che era stata la base narrativa di Wildcats, ma la visione della Terra come un essere semisenziente, che all’inizio di ogni secolo dà “vita” ad una serie di personaggi (Jenny Sparks per Authority e Elijah Snow per Planetary) dotati di poteri straordinari che la proteggano e che, inevitabilmente, diventano il fulcro delle due serie che Ellis crea.
Ancora più interessante è però l’esplorazione che lo scrittore scozzese compie parallelamente sulle due serie del concetto di multiverso, sicuramente uno dei suoi temi più cari (affrontato più che brillantemente anche durante la sua gestione di X-Man per la Marvel): su Authority assistiamo infatti alla creazione del Bleed, una sorta di spazio interdimensionale che collega i vari mondi paralleli ed in cui si muove il supergruppo. Con Planetary, sin dal primo numero, Ellis spiega meglio il suo concetto di multiverso, mutuandolo dalla matematica (la teoria dei frattali), nonché da svariati libri di fantascienza, arrivando all’affascinante rappresentazione dell’universo come un fiocco di neve formato da infinite dimensioni parallele, una visione che mischia con grande efficacia rigorose teorie scientifiche e pura fantasia e che crea un modello originale, credibile ed alquanto interessante.
Un altro terreno di paragone interessante è quello della ricchezza della sceneggiatura: in Watchmen Moore, splendidamente assistito da Dave Gibbons, ci regala un vero capolavoro della sceneggiatura.
L’opera è talmente ricca di tanti piccoli elementi che sfuggono ad una prima occhiata da necessitare di più letture per essere apprezzata e compresa a fondo: non solo a livello di indizi che possano portare il lettore a comprendere in anticipo chi possa essere il colpevole del tutto, ma una serie di finezze incredibili (per esempio il quadro con il vetro scheggiato che si vede nel primo capitolo quando Rorschach entra nell’appartamento del Comico o le interessantissime considerazioni sul pensiero laterale riportate nell’articolo di Jessica Furè e Stuart Moulthrop, tradotto qui su Fumetti di Carta) che mostrano bene perché Alan Moore sia, senz’ombra di dubbio, uno dei più straordinari fumettisti di tutti i tempi. Insomma, la sceneggiatura di Watchmen è un vero e proprio gioiello, un gioco di scatole cinesi raffinato ed impressionante.
Su Planetary Ellis deve fare i conti con svariate limitazioni: del ritmo di lettura e della necessità di lasciare più spazio alla spettacolarità (vista anche la presenza di un disegnatore straordinario come John Cassaday, che dà il meglio di sé proprio su sceneggiature più ariose) abbiamo già parlato, ma lo scrittore scozzese ha deve sottostare (volontariamente, sia chiaro) alla struttura scelta per l’albo. Planetary è una serie regolare, formata da albi autoconclusivi, ognuno dei quali contiene un omaggio: una struttura indubbiamente rigida, che da un lato rende la lettura indubbiamente più semplice ed immediata, ma che dall’altro rischia di rovinare la coerenza interna della storia, l’essere un’unica saga.
Fortunatamente Ellis ovvia brillantemente al problema, costruendo un affresco coerente e ricco, dove, episodio per episodio, svela il quadro generale (non necessariamente in un ordine lineare) e porta avanti la propria saga. E’ in particolare sulla sottotrama dell’identità del Quarto Uomo (ovvero il burattinaio occulto di Planetary), che in pratica caratterizza tutta la prima parte dell’opera, che lo scrittore scozzese riesce ad inserire le migliori finezze, nascondendola in maniera alquanto arguta, sin dal primo episodio, tanti piccoli indizi praticamente invisibili, tanto che, una volta scoperta l’identità del personaggio chiave di tutta la storia, si deve necessariamente rileggere tutti gli episodi precedenti per meglio apprezzare il perfetto lavoro svolto da Ellis. Non mancano, comunque, molte altre finezze che Warren inserisce nelle sue storie, soprattutto sui tanti omaggi e tributi che caratterizzano l’opera e che vanno a stimolare argutamente il lettore alla ricerca dei vari riferimenti. Certo, alla fine può risultare quasi sminuente paragonare la impressionante perfezione stilistica di Watchmen alle sceneggiature più snelle e semplici di Planetary, ma l’opera di Ellis e Cassaday riesce comunque a sfruttare al massimo e con intelligenza il formato scelto.
Anche su elementi che potrebbero essere considerati come “accessori” le due opere mostrano interessanti somiglianze, in particolare sulla presenza di appendici testuali e sul ruolo delle copertine. Su Watchmen, Moore si serve di appendici testuali alla fine di ogni capitolo per integrare ed arricchire lo straordinario mondo creato per il fumetto, il tutto senza andare ad appesantire una sceneggiatura già densissima e complessa. Ellis utilizza parti di testo molto più raramente e solo quando sono necessarie per completare meglio l’omaggio che caratterizza l’albo: è il caso dell’episodio dove viene rivelata la storia di Doc Brass (personaggio introdotto sin dal primo episodio della saga, che dimostrerà di avere un ruolo piuttosto importante) tramite l’uso di un racconto testuale splendidamente illustrato di Cassaday. Una scelta tutt’altro che casuale, dal momento che Doc Brass è un tributo di Ellis a Doc Savage ed a tutti gli eroi che apparivano sulle riviste pulp degli anni venti ed infatti il racconto è scritto in quello stile.
Sulle copertine di Watchmen, Luigi Siviero (ovvero il padrone di casa nelle sue periodiche ed apprezzate House Of Mistery) ha già scritto un articolo che chiarisce nel migliore dei modi come esse siano assolutamente parte integrante della storia e non una semplice presentazione atta ad attirare l’attenzione dei lettori. Anche in Planetary le copertine hanno un ruolo importante, dal momento che introducono immediatamente al lettore l’omaggio su cui l’albo sarà basato. E’ una scelta voluta dallo stesso Ellis, che ha imposto a Cassaday dei veri e propri salti mortali per dare ad ogni singola copertina una grafica diversa, a partire dal logo, che cambia sempre. Lo stesso scrittore scozzese ha giustificato la scelta, alquanto originale, affermando che, in questo modo, i lettori avrebbero dovuto cercare attentamente il fumetto sugli scaffali, invece di andare a colpo sicuro e finire a comprare gli albi solo per consuetudine. Un proposito sicuramente raggiunto, vista anche, purtroppo, la totale imprevedibilità nelle uscite di Planetary; considerazioni marginali a parte, comunque, possiamo affermare che anche per quest’opera, le copertine siano assolutamente una parte integrante del fumetto, una citazione dentro un’altra citazione, in pratica.
Non poteva mancare una considerazione anche sul revisionismo e sul ruolo dei supereroi nelle due opere: non c’è bisogno di dire quanto Watchmen sia stata una storia che abbia cambiato per sempre il dorato mondo dei supereroi, rendendoli adulti, ossessionati e fragili, tirandoli giù dal loro piedistallo di perfezione; in pratica Moore regala a queste colorate figure l’umanità, facendo però inevitabilmente perdere loro l’innocenza. Watchmen è un’opera di rottura totale rispetto al passato, che ha influenzato centinaia di autori e che ha modificato per sempre la percezione degli eroi mascherati.
Planetary non può certo ambire allo stesso ruolo di Watchmen, non fosse altro che è un’opera che è stata scritta con circa 15 anni di ritardo rispetto al capolavoro di Moore e Gibbons; anzi, a dire il vero, la riflessione che Ellis compie sui supereroi sulle due testate che ha lanciato per la Wildstorm, è decisamente figlia della visione che diede Alan Moore sulla sua opera. Su Authority l’autore scozzese ci presenta infatti un’interessante evoluzione del concetto di supereroe, dove i protagonisti della serie non hanno un ruolo passivo, rispondendo alle minacce e salvando di volta in volta l’umanità, ma attivo, prendendo decisamente in mano le sorti del mondo, sia che la popolazione terrestre lo voglia o meno. E’ una svolta decisamente politica ed interessante, che ci presenta i supereroi sotto un’altra luce, più realistica ed immersa nella realtà attuale e che ha fornito un nuovo modello a cui molti autori hanno immediatamente attinto (primo fra tutti Mark Millar che, dopo aver sostituito proprio Ellis alla guida della testata, ne ha creato la sua ottima versione “Made in Marvel”, ovvero Ultimates).
Il lavoro compiuto da Ellis su Planetary sembrerebbe, almeno a prima vista, decisamente meno revisionista, visto che l’intera saga si potrebbe riassumere come lo scontro tra due gruppi di supereroi, un tipo di trama alquanto classico. Eppure, analizzando più a fondo la storia, si scopre come la visione che l’autore scozzese dà a questi personaggi dotati di superpoteri è decisamente figlia di quella espressa su Authority, anche se con una differenza sostanziale: su Authority l’approccio è decisamente politico, mentre su Planetary è di tipo culturale. Il gruppo guidato da Elijah Snow, infatti, non lotta per proteggere l’umanità, ma piuttosto per condividere con lei la conoscenza, tentando di rendere noti i più oscuri ed affascinanti segreti della Terra, venendo osteggiati dai loro perfetti contraltari, i Quattro, che invece tentano di tenere tutta questa conoscenza solo per loro, per avere una posizione di superiorità assoluta.
Un concetto indubbiamente semplice quanto ricco di significati, visto che i supereroi di Planetary diventano quasi uno specchio della società attuale, dove, grazie ad internet, lo scambio delle informazioni e della conoscenza è diventato immediato e globale ed un simbolo del diritto ad un’informazione più libera e senza restrizioni, con tutti gli aspetti positivi e negativi del caso. Non c’è dubbio che, pur ispirata da molte altre opere precedenti, la visione del ruolo del supereroe che Ellis dà in Planetary sia moderna e, sotto certi aspetti, inedita ed innovativa; sicuramente non rivoluzionaria e di totale rottura come in Watchmen, ma comunque affascinante e degna di considerazione.
L’unico terreno su cui le due opere non possono essere confrontate è l’impatto che hanno avuto sul fumetto americano e soprattutto la portata dell’eredità che hanno lasciato. Watchmen non è solo un capolavoro riconosciuto da centinaia di migliaia di lettori ed un’opera che ha avuto addirittura l’onore di finire (unico fumetto presente) tra i 100 migliori romanzi degli ultimi 30 anni della prestigiosa rivista inglese Times, ma è un fumetto che ha fatto scuola, imponendo un nuovo canone nel genere supereroistico ed influenzando intere generazioni di scrittori. Insomma, dopo Watchmen, il mondo dei supereroi non è più stato lo stesso, per usare una frase fatta.
Di un’opera come Planetary, invece, non è nemmeno possibile dare un giudizio definitivo, visto che (ormai da tempo) si sta attendendo la sua fine, continuamente rimandata per i pressanti impegni che tengono occupati Warren Ellis (alle prese con svariati progetti in casa Marvel) e soprattutto John Cassaday (disegnatore già lento di per sé, che sta realizzando, su testi di Joss Whedon, Astonishing X-Men, testata che gli ha fatto vincere un Eisner Award alla scorsa convention di San Diego); sapendo quanto un cattivo finale possa cancellare, negli occhi dei lettori, quanto di buono fatto in precedenza, si deve procedere quindi con un minimo di cautela nel giudicare una serie come Planetary. E, non c’è neanche bisogno di dirlo, risulta quindi impossibile fare previsioni o ipotesi su come sarà ricordata l’opera in futuro, dopo la sua agognata conclusione: ottimo fumetto o opera che avrà marchiato a fuoco il fumetto del duemila? Solo il tempo potrà dirlo, come si suol dire…
Siamo così arrivati alla conclusione di questo paragone un po’ bislacco ed un po’ provocatorio che, probabilmente, non dimostrerà molto (anche perché, come è giusto che sia, il giudizio dev’essere dato da ogni singolo lettore, alla fine), se non sottolineare i meriti del lavoro svolto da Ellis e Cassaday su Planetary, forse la migliore serie supereroistica degli ultimi 5 anni: siamo ancora lontani dalla gloria imperitura di Watchmen, ma è già decisamente qualcosa…

Albyrinth - sett 2006