sabato 4 luglio 2009

Il ritorno del Comics Code? - mag 2006


Articolo di T. E. Wanamaker, tratto da Comicfoundry.com - traduzione di Albyrinth
LA ROTTURA DEL CODICE

Ultimamente sembra che il ruolo da parafulmine del fumetto per il criticismo culturale e per la censura ufficiale sia acqua passata.
Le Commissioni parlamentari e le madri coi bigodini da tempo si sono concentrati su media con più contenuti sessuali.
Sono il capezzolo di Janet Jackson, i ladri di macchine di Grand Theft Auto e la messe di pornografia su internet a turbare ora le coscienze puritane americane.
Molti di questi patiti della petizione del Midwest, infatti, probabilmente darebbero un rene per tornare ad un tempo in cui i maggiori corruttori morali di menti infantili erano fumetti da 10 cent pieni di zombie e mostri.
Ma poi tutto è cambiato quando un paio di danesi hanno appoggiato la loro matita sulla carta, hanno disegnato alcune vignette di un uomo barbuto con un turbante in testa.
Prima ancora che il mondo occidentale potesse capire cosa stesse succedendo, centinaia di migliaia di musulmani stavano protestando, fatwa di condanna a morte per i fumettisti sono state scritte come se fossero multe ed, improvvisamente è tornato nelle menti americane un salutare rispetto, nonché una gran paura, per le immagini disegnate.
“Penso che la polemica sui fumettisti danesi abbia avuto un impatto sul mondo del fumetto americano, fosse anche solo perchè qualunque fumettista che stia pensando di fare un’opera sull’Islam non potrà non tenere conto dell’episodio”, ha detto Bradford Wright, autore di “Comic Book Nation” e professore alla sede tedesca dell’università del Maryland. “Sono sicuro che ci sarà una pausa di riflessione.”

Come il giornalista Heywood C. Broun ha detto una volta: “Chiunque è in favore della libertà di stampa finchè non viene dissotterrata l’ascia di guerra.”

E così, alcune grosse asce sono state dissotterrate in modo piuttosto clamoroso per colpa di un paio di vignette. La domanda, a cui sotto molti aspetti non è stata ancora trovata una risposta, è come “chiunque” reagirà nella Terra del Primo Emendamento.

MARCHIO DI APPROVAZIONE

Non è certo la prima volta che gli americani si ritrovano a dover fare i conti con glie ffetti culturali dei fumetti e delle vignette.
50 anni fa, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e vicino al picco della crociata anticomunista del senatore McCarthy, i genitori preoccupati cominciarono a chiedersi quali effetti potesse avere l’industria del fumetto, allora in piena espansione, sulle menti dei loro bambini.
Come in gran parte dei movimenti censori, spuntò un catalizzatore: in questo caso si trattavo di uno studio allarmistico compiuto dallo psichiatra Frederic Wertham, “Seduction fo the Innocent”.
Il libro voleva dimostrare un legame tra la delinquenza giovanile ed i popolarissimi fumetti noir dell’epoca.
Fu formata una commissione parlamentare che, non sorprendentemente, giunse alle stesse conclusioni del dottor Wertham, scagliandosi contro “la morte violenta in ogni forma immaginabile” presente in quei fumetti.
Il risultato finale fu il “Comics Code Authority”, un codice di autocensura a cui hanno aderito per decenni gran parte delle case editrici di fumetti. Tra le direttive del codice c’era l’eliminazione di personaggi come vampiri, zombi e lupi mannari e la proibizione di usare parole come “terrore”, “Orrore” e “Crimine” nei titoli.

“Il Comics Code fu il risultato di una serie di circostanze storiche”, ha detto Amy Nyberg, professoressa di comunicazione alla Seton Hall University ed autrice del libro ‘Seal of Approval: The History of the Comics Code’, “Che includono le paure legate alla delinquenza giovanile tipiche del dopoguerra, l’abilità del dottor Wertham e degli altri nel mobilitare l’opinione pubblica verso i fumetti…la popolarità di fumetti gialli e horror ed il fatto che fossero eltti in gran parte da un pubblico giovane.”

Dopo la sua nascita, il CC fu seguito rigorosamente da quasi tutte le case editrice del mercato, incluse la Marvel e la DC Comics. L’editore più popolare di fumetti noir ed horror del tempo, la Ec Comics, fu costretta a cancellare o a rivoluzionare quasi tutte le proprie testate per colpa del Comics Code.
Nonostante la nascita di una serie di pubblicazioni underground negli anni ’60, che erosero piano piano l’autorità del Comics Code, le più importanti case editrici non lo abbandonarono se non negli anni ’90, quando gli adulti iniziarono a rimpiazzare in massa i bambini come lettori dei fumetti.
Quando il cambiamento divenne evidente, la Marvel e la Dc diedero vita a sottoetichette e serie destinate ad un pubblico adulto, che non venivano sottoposte al codice o che, semplicemente, venivano vendute senza il marchio del CC se non passavano il controllo censorio.
Nel 2001 la Marvel si tolse completamente dal codice ed introdusse un sistema di giudizio speculare a quello usato per i film.
La DC, in questo momento, sottopone ai censori solo i titoli facenti parti delle etichette Johnny Dc e DC Universe.
Il Comics Code, quindi, ha da tempo levato le proprie mani dal mondo dell’editoria a fumetti americana.
“Stiamo vivendo proprio in questo momento una vera età dell’oro per le Graphic Novel e, di conseguenza, un picco qualitativo per quanto riguarda i contenuti dei fumetti” ha detto Charles Brownstein, direttore esecutivo del Comic Book Legal Defense Fund, che aiuta a raccogliere fondi per i processi riguardanti i fumettisti ed il Primo Emendamento. “Preso nel contesto storico, gli autori di fumetti non hanno mai avuto maggior libertà di esprimere un’ampia varietà di idee come in questo momento”.

I motivi di questa libertà vanno ben oltre il fatto che gran parte dei censori si è ora scagliata verso i videogiochi e la televisioni.
“Gran parte dei fumetti e delle Graphic Novel sono acquistate da adulti e sembra che gli americani si siano resi conto di questo cambiamento” ha detto Wright.
Quando i bambini non sono più il target di riferimento di un media, la base stessa della censura perde senso.
“Sembra che gran parte dei fumettisti godano ora della stessa libertà di espressione degli autori di libri, fantastici o meno, riservati ad un pubblico maturo.” Ha detto Wright.
Ma, ancora prima che esplodesse il caso dei due fumettisti danesi, i fumetti e le Graphic Novel hanno dovuto vedersela con problemi che raramente capitano agli scrittori di libri.
Un artista premiato e rispettato come Art Spiegelman, per esempio, ha incontrato grandi difficoltà per trovare un editore che volesse pubblicare “In the Shadow of Two Towers”, la sua Graphic Novel sull’11 settembre.
Come ha rivelato lo stesso Spiegelman al Guardian l’anno scorso: “I giornali americani stanno molto attenti a non offendere le opinioni altrui, che è stupido, perché tu stai tanto attento a non offendere, quando invece il governo sta facendo della roba molto offensiva.”

Ed in Georgia è ancora in atto un processo contro un gestore di una fumetteria, accusato di aver venduto fumetti “proibiti” a clienti non maggiorenni. I fondi necessari a garantire la difesa al gestore, in questo caso, sono stati raccolti dal CBLDF.

E, come nota ancora Wright, ci sono altre forme di censura rispetto a quella imposta dal governo: “Ci potrebbero essere altri tipi di censura all’opera, come sempre succede in America. I custodi della distribuzione nelle librerie di varia, come la Barnes & Noble, potrebbero decidere di non distribuire alcune Graphic Novel controverse, per esempio.”
CHE COSA FAREBBE MAOMETTO?

Ma torniamo alla faccenda delle vignette su Maometto. I due fumettisti danesi hanno causato un nuovo cambiamento nella scena fumettistica americana?
Prendendo in esame la censura ufficiale o la censura autoimposta, la risposta sembrerebbe essere “no”.
“La Jihad contro i fumetti sembra non avere avuto alcun effetto sull’editoria a fumetti Americana”, ha notato Brownstein.
Il dibattito, infatti, è rimasto confinato sui quotidiani, che dovevano decidere se pubblicare o meno le vignette incriminate insieme alla notizia della controversia.
Nonostante gran parte dei giornali abbia poi deciso di non pubblicare le vignette, risulta difficile pensare che un mercato fortemente di nicchia come quello dei fumetti possa soffrire una simile pressione in futuro.
Ha detto la Nyberg: “Bisogna ricordare che i fumetti e le vignette satiriche sono due forme diverse di comunicazione. La polemica sulle vignette danesi ha certamente portato le case editrici a procedere con cautela riguardo a fumetti politicamente controversi, ma dubito che durerà a lungo.”

Per quanto riguarda il Comics Code, è molto difficile che un codice ormai ufficialmente in disuso torni improvvisamente a tormentare le case editrici americane. Rispetto agli anni ’50 il mercato è radicalmente cambiato, sia i lettori che le case editrici.

Ancora la Nyberg: “Al giorno d’oggi non abbiamo certo la stessa urgenza nel mettere regole al mercato dei fumetti per una serie di fattori, inclusa una varietà molto maggiore di argomenti trattati, l’ “invecchiamento” dei lettori…ed il fatto che la distribuzione dei fumetti, in particolare di quelli ritenuti controversi, è fatta attraverso negozi specifici invece che in catene popolari come la Wal-Mart”

Comics Code poster
A conti fatti, la polemica legata alle vignette danesi potrebbe portare addirittura benefici al mondo del fumetto.
Dice Brownstein: “ Le idee dovrebbero provocare dialogo, non violenza. La Jihad fumettistica dovrebbe ricordare ai fumettisti quanto possono essere potenti le loro idee e dovrebbe spingere tutta la gente civile a discutere su cosa li offende, piuttosto che impugnare i coltelli ed i bastoni per queste cose.”
Aggiunge la Nyberg: “Difendo con tutte le mie forze il Primo Emendamento. Penso che sia molto più pericoloso sopprimere le idee, piuttosto che metterle in piazza per discuterne. Forse la cosa positiva di questa polemica sarà che la gente si ricorderà maggiormente di quanto possono essere potenti le parole e le immagini.”

T. E. Wanamaker

Traduzione di Albyrinth - Maggio 2006