domenica 5 luglio 2009

House of M - sett 2006


House Of M - Considerazioni finali

Non c'è dubbio che l'ampia saga dal titolo House of M pubblicata nei mesi scorsi da Panini su diversi suoi albi abbia dei pregi. Ho avuto modo di sottolinearli in alcuni articoli dove ho parlato della struttura narrativa (costituita da una serie principale e dai tie in che possono essere letti in modo autonomo), del tema della pena di morte (affrontato da Bendis nel primo capitolo della serie principale) e infine della buona fattura di alcuni tie in (tra gli altri Capitan America, l'Uomo Ragno e Wolverine).
A tutto questo va aggiunta la serie di sorprese contenute nell'ottavo capitolo della saga principale. Sono infatti stati studiati degli stravolgimenti niente male nelle vite di diversi personaggi che offriranno diversi interessanti spunti narrativi da sviluppare nei mesi a venire, senza dimenticare alcune questioni lasciate in sospeso, a partire dai misteri che ruotano attorno a Xavier.
Dopo avere parlato degli aspetti positivi è arrivato il momento di evidenziare le cose che non vanno. La trama della saga principale di Brian M. Bendis e Olivier Coipel, dopo il buon inizio visto nei primi due capitoli (per "capitoli" intendo i capitoli di ventidue pagine dell'edizione americana; ogni albo italiano contiene due capitoli), soffre infatti di alcuni vizi.
Il primo riguarda Layla Miller, un personaggio "troppo comodo" che ha il potere di risvegliare nel prossimo i vecchi ricordi cancellati da Scarlet e mostrare com'era la realtà prima delle alterazioni. Bendis si serve di questo trucco per riportare a galla la memoria di diversi eroi ma alla lunga il tutto suona come un abuso, una scorciatoia per sciogliere i nodi narrativi senza troppi sforzi.
Bendis prova a mescolare le carte nel settimo capitolo dove viene fatto capire che la ragazzina è una creazione di Wanda, il frutto del suo ultimo barlume di lucidità, l'ultima occasione lasciata ai supereroi per rimettere le cose a posto e tornare alla normalità.
L'idea di usare Layla - anche grazie al legame con Scarlet - in sé non è malvagia. Lo diventa perché Bendis la usa in modo esagerato invece di accompagnarla con altri spunti narrativi.
Mi riferisco per esempio al diario di Peter Parker visto nella miniserie dell'Uomo Ragno, a Getaway che intuisce che quello in cui sta vivendo non è il Mondo reale ma un sogno (nel tie in di Hulk) oppure a Bobby Drake che - nel secondo capitolo - si fa curare dallo psicologo dottor Strange perché in alcuni momenti nella sua mente appare un Mondo diverso da quello dominato dalla Casata di M (Bendis se ne scorda completamente nel seguito della storia).
La seconda incongruenza è relativa a Charles Xavier. Il gruppo di supereroi risvegliati da Layla non ha idea di dove si trovi il telepate eppure nel quinto capitolo si scopre che gli è stato addirittura dedicato un mausoleo nel parco del palazzo reale a Genosha.
Come è possibile che nessuno sappia che ha sacrificato la sua vita perché Genosha possa vivere? Che nessuno sappia che il suo nome è scolpito su una pietra nel palazzo più importante della città più importante del pianeta?
Va sottolineato che alla sorte di Xavier sono legati ben due cliffhanger.
L'ultima perplessità riguarda l'approccio troppo "supereroistico" dato da Bendis alla saga. Leggendo i tie in House of M sembra solo un lontano parente dei classici fumetti di supereroi in cui buoni e cattivi fanno a cazzotti oppure i buoni si fraintendono e dopo qualche screzio tornano amiconi... Nei tie in i personaggi sono pedine su una scacchiera fatta di Stati, guerriglie, interessi contrapposti, diplomazia, macchinazioni di palazzo: la guerriglia australiana in Hulk, i conflitti africani (ma anche atlantidei e giapponesi) in Pantera Nera, i complotti di Latveria nei Fantastici Quattro, la Storia riscritta in Capitan America.
Non che ci sia niente di male nelle scazzottate fra supereroi e supercriminali ma c'è bisogno del giusto tempo e del giusto luogo per questo tipo di fumetti e House of M non lo è.
I supereroi vengono risvegliati da Layla Miller e si ritrovano in questo Mondo senza sapere che nell'ultimo capitolo Bendis farà tornare le cose alla normalità o quasi. Attaccare Magneto non significa fare una scaramuccia fra supereroi in costume che si concluderà immancabilmente con il ripristino di tutti i torti (ed è questo lo spirito di Wolverine e soci quando si recano a Genosha per la resa dei conti) ma rovesciare il governo che regge le sorti del Pianeta. Batterlo vuole dire inimicarsi milioni di mutanti e aprire la strada ai colpi di mano di malandrini come Apocalisse e Destino.
I supereroi partono all'attacco senza valutare queste conseguenze e senza chiedersi se non sarebbe meglio risvegliare qualcuno piazzato nei posti chiave (come Tempesta e Pantera Nera, monarchi in Africa).
Non si tratta di un vero e proprio buco narrativo: è facile giustificare il loro comportamento dicendo che hanno commesso un errore di strategia (errare è umano...), magari perché erano sconvolti e poco lucidi...
Quello che non va è l'impostazione data da Bendis che va per la sua strada senza curarsi di armonizzare la sua storia con il lavoro fatto dagli scrittori nei tie in (a testimonianza di questo atteggiamento si può citare anche la palese incongruenza con la miniserie dell'Uomo Ragno dove Peter Parker cade in rovina e si ritira a vita privata) e senza chiedersi quale sarebbe il miglior modo di sviluppare la trama all'interno di un affresco che è più geopolitico che supereroistico.
In questa House of M si vedono quindi luci e ombre e fra queste ultime va aggiunta anche la scarsa o inesistente caratterizzazione dei personaggi fatta da Bendis (a meno che l'Uomo Ragno che rompe i tavoli a pugni sia un personaggio ben caratterizzato). E' un vero peccato perché le pecche erano rimediabili e vanno a intaccare un fumetto che nel complesso - pur non essendo esattamente un capolavoro - aveva le carte per essere molto convincente. Sembra quasi che Bendis non si sia trovato a suo agio a gestire una miriade di personaggi e di trame che si intersecano; forse il suo stile (compreso il suo modo di scrivere) è più adatto a serie come Powers e Devil che non a maxisaghe complesse e troppo articolate. Luigi Siviero