
La domanda da porsi è se abbia ancora senso fare l’editore. Chi è un editore? E’ colui che investe energie, tempo, soldi in un progetto editoriale, fosse anche unico. E’ la qualifica del progetto che ci deve colpire: progetto EDITORIALE. Non è un progetto commerciale, non è finanziario, non è industriale. E’ editoriale, ossia attiene all’editoria, che come tutti sappiamo riguarda cose che si pubblicano. L’editoria che solo ora sta iniziando ad essere autonoma anche extra-carta, è/era il regno di quello che viene stampato, diffuso, letto, manipolato, conservato, portato con sé nei viaggi, oppure consultato, studiato, annotato. In una parola vissuto. L’editoria è quella cosa che ci permette di viaggiare restando a casa nostra (Salgari, Bradbury…). Di ritrovare finalmente le parole che vorremmo dire alla persona che amiamo. L’editoria volendo è il mondo in cui tutto è possibile: il romanzo più fantasioso, e la dimostrazione scientifica più concreta e ineluttabile.
Appurato che queste sono riflessioni estemporanee e non un trattato tecnico-imprenditoriale, proposte perché vengano stravolte e migliorate dal confronto, dico che a mio modesto modo di vedere andrebbe recuperata la funzione di servizio pubblico dell’editoria, ossia quel ruolo di diffusione della cultura, sottraendola al predominio dei pochi, che da sempre è intrinseco a questo campo. E’ l’invenzione della stampa nel mondo occidentale con Gutemberg che permette una diffusione di idee, sogni, immagini nella popolazione. E’ l’editoria, quasi sempre, il nemico numero uno di chi vuole controllare il pensiero e anche l’immaginario. E altresì è la propaganda/editoria l’arma più efficace, subdola e insinuante per chi la usa, pervertendone gli scopi, per diffondere pseudo culture che asserviscono le persone. L’editoria è e deve essere prima di tutto un servizio al pubblico, ossia attraverso l’editoria si dovrebbe dare voce alla cultura nel senso più vasto possibile, fornendo alle persone quel “cibo per le idee” di cui non si può fare a meno.
Detto questo cosa c’entra con i Fumetti? Presto detto. Anche i fumetti trasmettono, volenti o meno, in modo consapevole da parte di chi li realizza o meno, cultura. Trasmettono un tipo di lettura del mondo, fanno passare, usando la grammatica del fumetto, contenuti e idee. I fumetti non sono una nuvola impalpabile. Quanto prima ci si renderà conto che qualsiasi fumetto essendo prima di tutto una storia è anche una storia morale (e uso morale nel senso più ampio del termine), tanto meglio si capirà che ridurre il discorso sull’editoria a fumetti a “se vuoi fare l’editore devi avere i mezzi commerciali, sennò sei un dilettante” è sbagliato nella sua essenza. Se vuoi fare l’editore devi avere prima di tutto un’Idea, un Progetto. Non prima di tutto i Soldi (o la Roba, per usare un termine verghiano). E nemmeno la prima cosa a cui pensare è la Promozione. Devi avere un Contenuto da promuovere, un Contenuto inserito, se possibile, in una Idea editoriale che è tua, e solo tua. Poi, solo dopo che il contenuto esiste, puoi diffonderlo e promuoverlo.
Allora fare l’editore a fumetti ha ancora un senso immenso, dirompente se vogliamo. Ce l’ha perché la fuori esistono delle storie che io ho letto, e che vorrei leggessero tutti. C’è una idea, espressa da un fumetto, che secondo me merita di esistere. E ha senso che io (nome a caso) faccio l’editore a fumetti perché voglio essere io (nome a caso) a essere responsabile dell’esistenza, a casa mia, di quell’idea. Essere editore a fumetti perché secondo me le cose che pubblico vanno pubblicate, e voglio essere io a farlo. E’ la soddisfazione del dare vita a una cosa che prima non c'era.
Ma sento già il nuovo che avanza. Le schiere di chi eleva il profitto e i bilanci in attivo come ultimo giudice
Bene. Allora parliamo chiaro, così spero di evitare di essere preso per un pazzoide velleitario. Non voglio rimetterci. Non sono un missionario, o un miliardario che si diverte a buttare i soldi dalla finestra. Spietatamente e realisticamente perdere di continuo soldi è scemo. Ma non perché non arricchisci. No. Perché così facendo perdi la possibilità di lottare. Se le tue pubblicazioni vano in passivo io non ti giudico perché non guadagni, e quindi secondo il culto del denaro sei un peccatore da punire. No. Se perdi soldi hai sbagliato, perché non puoi più restare in vita per combattere per le tue idee. Ragionando così a me va bene anche solo pareggiare i costi. Uno dice “Nell’economia di mercato se ti limiti a rientrare delle spese l’azienda è commercialmente in passivo. Devi generare profitti. Se tutti facessero come te dove andrebbe a finire il mercato? Il mercato ha bisogno di una continua espansione”. E io rispondo “in culo l’economia di mercato”.
Qui si parla di cultura, non di mercato. Il mercato lo regolano gli uomini. Io decido come è il mio mercato, e se a me sta bene, il discorso è chiuso.
Credo e spero che le leggi del mercato, queste leggi inventate dagli uomini e spacciate per leggi scientifiche, non sopprimano mai la voglia di produrre cultura anche senza guadagnarci nulla. Non puoi dire "o lo fai commercialmente, o non lo fai". No. Devono esserci sempre persone, case editrici che non lo fanno per la vendita, che lo fanno perché si deve dare voce a quello che ritieni meritevole. Ecco allora che il senso più pieno dell’essere un editore a fumetti è nel dare voce. Aprire spazi. Fornire possibilità.
Ha ancora un senso essere un editore a fumetti? La domanda in realtà è sciocca. Perché non dovrebbe averne? Il senso di una cosa non è dato dalle dimensioni dell’impresa, dalla cura della confezione o dai profitti commerciali. Il senso dell’essere editori, anche editori di fumetti, è prendere tra le mani quel prodotto finalmente concreto e sapere che se non fosse stato per te nessuno l’avrebbe letto a parte l’autore, e nessuno avrebbe potuto mettersi alla prova con esso. Il senso oggi dell’essere editore di fumetti è andare, come sempre, contro il “buon senso comune”.
Alessandro Bottero - Novembre 2006
Detto questo cosa c’entra con i Fumetti? Presto detto. Anche i fumetti trasmettono, volenti o meno, in modo consapevole da parte di chi li realizza o meno, cultura. Trasmettono un tipo di lettura del mondo, fanno passare, usando la grammatica del fumetto, contenuti e idee. I fumetti non sono una nuvola impalpabile. Quanto prima ci si renderà conto che qualsiasi fumetto essendo prima di tutto una storia è anche una storia morale (e uso morale nel senso più ampio del termine), tanto meglio si capirà che ridurre il discorso sull’editoria a fumetti a “se vuoi fare l’editore devi avere i mezzi commerciali, sennò sei un dilettante” è sbagliato nella sua essenza. Se vuoi fare l’editore devi avere prima di tutto un’Idea, un Progetto. Non prima di tutto i Soldi (o la Roba, per usare un termine verghiano). E nemmeno la prima cosa a cui pensare è la Promozione. Devi avere un Contenuto da promuovere, un Contenuto inserito, se possibile, in una Idea editoriale che è tua, e solo tua. Poi, solo dopo che il contenuto esiste, puoi diffonderlo e promuoverlo.
Allora fare l’editore a fumetti ha ancora un senso immenso, dirompente se vogliamo. Ce l’ha perché la fuori esistono delle storie che io ho letto, e che vorrei leggessero tutti. C’è una idea, espressa da un fumetto, che secondo me merita di esistere. E ha senso che io (nome a caso) faccio l’editore a fumetti perché voglio essere io (nome a caso) a essere responsabile dell’esistenza, a casa mia, di quell’idea. Essere editore a fumetti perché secondo me le cose che pubblico vanno pubblicate, e voglio essere io a farlo. E’ la soddisfazione del dare vita a una cosa che prima non c'era.
Ma sento già il nuovo che avanza. Le schiere di chi eleva il profitto e i bilanci in attivo come ultimo giudice
Bene. Allora parliamo chiaro, così spero di evitare di essere preso per un pazzoide velleitario. Non voglio rimetterci. Non sono un missionario, o un miliardario che si diverte a buttare i soldi dalla finestra. Spietatamente e realisticamente perdere di continuo soldi è scemo. Ma non perché non arricchisci. No. Perché così facendo perdi la possibilità di lottare. Se le tue pubblicazioni vano in passivo io non ti giudico perché non guadagni, e quindi secondo il culto del denaro sei un peccatore da punire. No. Se perdi soldi hai sbagliato, perché non puoi più restare in vita per combattere per le tue idee. Ragionando così a me va bene anche solo pareggiare i costi. Uno dice “Nell’economia di mercato se ti limiti a rientrare delle spese l’azienda è commercialmente in passivo. Devi generare profitti. Se tutti facessero come te dove andrebbe a finire il mercato? Il mercato ha bisogno di una continua espansione”. E io rispondo “in culo l’economia di mercato”.
Qui si parla di cultura, non di mercato. Il mercato lo regolano gli uomini. Io decido come è il mio mercato, e se a me sta bene, il discorso è chiuso.
Credo e spero che le leggi del mercato, queste leggi inventate dagli uomini e spacciate per leggi scientifiche, non sopprimano mai la voglia di produrre cultura anche senza guadagnarci nulla. Non puoi dire "o lo fai commercialmente, o non lo fai". No. Devono esserci sempre persone, case editrici che non lo fanno per la vendita, che lo fanno perché si deve dare voce a quello che ritieni meritevole. Ecco allora che il senso più pieno dell’essere un editore a fumetti è nel dare voce. Aprire spazi. Fornire possibilità.
Ha ancora un senso essere un editore a fumetti? La domanda in realtà è sciocca. Perché non dovrebbe averne? Il senso di una cosa non è dato dalle dimensioni dell’impresa, dalla cura della confezione o dai profitti commerciali. Il senso dell’essere editori, anche editori di fumetti, è prendere tra le mani quel prodotto finalmente concreto e sapere che se non fosse stato per te nessuno l’avrebbe letto a parte l’autore, e nessuno avrebbe potuto mettersi alla prova con esso. Il senso oggi dell’essere editore di fumetti è andare, come sempre, contro il “buon senso comune”.
Alessandro Bottero - Novembre 2006
