lunedì 27 luglio 2009

Carlos Trillo: intervista esclusiva - giu 2006


All’inizio del mese di giugno, durante il bellissimo stage di Montimages nell’altrettanto incantevole La Salle, un paese che si arrampica sulle Alpi della Val d’Aosta, abbiamo avuto modo di partecipare ad un workout di sceneggiatura in cui il maestro Carlos Trillo esponeva il suo approccio e la sua visione del Fumetto.

Mattine e pomeriggi di duro (???) lavoro e la sera, un amletico dilemmma: godere dei duemila comfort dell’Hotel a cinque stelle dove soggiornavamo aggratis oppure intervistare per il sito il grande maestro argentino?

Da appassionati, il dubbio non si poneva.

Di Carlos Trillo ci ha colpito subito la grande semplicità, sia nell’atteggiamento con cui ci ha accolti al nostro arrivo che nel modo di porsi di fronte alla passione ed alla professione del Fumetto.
Semplicità che gli fa ideare le storie più eteree ed affascinanti e che rende tutto possibile, quasi naturale.

Oltre alla sua cortesia e pazienza… che lo ha portato a ri-concederci l’intervista dopo che la prima era terminata ed il registratore si era inceppato registrando solo le iniziali frasi di saluto.

Ma facciamo finta di niente ed andiamo a (ri)cominciare.

Va bene, se per l’intervista, ci diamo del tu?

Carlos Trillo: Sono due giorni che ci diamo del tu, vedi un po’ tu (sorriso).

Okay allora, la prima domanda, introduttiva, è questa: come scrittore, come uomo che vive di parole dovrebbe essere semplice autodefinirti, come vedi te stesso come scrittore e come persona?

C. Trillo: Semplicemente sono un argentino che scrive fumetti.

Da sceneggiatori in erba a sceneggiatore affermato e prestigioso, una domanda didattica, qual è il tuo approccio a questa professione e come si è evoluto negli anni?

C. Trillo: Agli inizi non scrivevo solo sceneggiature di fumetti.
Ho lavorato in pubblicità, ho lavorato per riviste umoristiche. Poi, pian piano, ho iniziato la mia carriera di sceneggiatore mentre facevo queste altre cose e questo mi ha influenzato.
Anche le primissime esperienze nel settore sono state fondamentali. Ho cominciato con Loco Chavez disegnato da Horacio Altuna e Un tal Daneri con Alberto Breccia; lo stesso giorno entrambi mi hanno portato i disegni delle due serie. Nello stesso momento ho visto entrambe le storie realizzate ed è stato, per me, un momento molto emozionante e stimolante.
Da quel momento ho iniziato a fare fumetti a livello professionale.
Gli altri cambiamenti sono stati “esterni”. Mi hanno iniziato a chiamare disegnatori ed editori e, diciamo che, in quel periodo, ho trovato la porta aperta.
Mi sono accorto di riuscire a poter pagare l’affitto, le bollette e la scuola per i figli con il mio lavoro nel campo dei fumetti; era il 1986, erano passati 12 anni dal mio esordio.

Per quanto riguarda l’approccio, ho bisogno di un idea. Un’idea forte che possa alimentare la storia. Adesso sto lavorando su un’idea che si può formulare cosí: un gruppo di bambini trovano un elefante scappato da un circo e lo portano a casa. E i genitori mai si renderanno conto di avere un elefante a casa! Se hai questo inizio si può andare avanti con la sicurezza di non rimanere mai senza materiale per sviluppare storie: hai un elefante, hai un gruppo di ragazzini, hai un padre e una mamma che abitano in una casa invasa da un elefante senza rendersene mai conto. Se tiri il “filo” iniziale vengono fuori tante idee divertenti.
E la storia, di due pagine, autoconclusiva comincia ad andare avanti senza problemi. In questo caso, la storia si chiama Ele. Ho pensato anche una frase di lancio per il mio agente: “Ele, o how to hide an elephant at home without mom noticing”.

Tra le tue ultime opere apprezzate in Italia c’è il ritorno di Borderline ed i volumi di Zachary Holmes. In queste come in molte altre tue opere noto un elemento ricorrente che è quelo di partire da un assunto di base per poi volare con la fantasia. Qual è il tuo rapporto tra realtà ed immaginazione?

C. Trillo: Bhe, le storie estremamente realistiche non sono le mie preferite, non mi piacciono. Sento il bisogno di uno spunto fantastico per “agitare le acque”. Il fumetto è uno strumento per rendere complici lettori ed autori con questi ultimi che hanno il compito di portare i primi nel loro mondo e farne accettare allegramente le regole.
Se stai scrivendo un western e riesci a far credere di far volare un cavallo… beh, hai vinto!

Nelle tue storie, anche comiche, si sente spesso una malinconia di fondo. Quanta di questa malinconia è proiezione del tuo carattere?

C. Trillo: Anche una persona felice non è felice per tutto il tempo. Spesso noi fumettisti ci sentiamo, io mi sento, come Garrik il pagliaccio inglese che faceva divertire tutti, ma che dentro di sé era profondamente triste.
I fumettisti sono gente timida, siamo gente timida.
Ne conosco moltissimi forti, decisi quando c’è da criticare il sistema, feroci umoristi, senza mai fare sconti, ma che, dal vivo sono schivi, timidi che “sfuggono appena siamo in tre”.

Un’opera a cui siamo molto legati è Borderline che insieme a Spaghetti Bros, Cybersix, Custer e tanti altri ha la caratteristica di elevare il paesaggio, lo sfondo a vero e proprio ruolo di personaggio, spesso vero protagonista. A chi o cosa ti sei ispirato per la creazione di questi straordinari “personaggi”?

C. Trillo: Innanzitutto l’ho sempre considerato un personaggio. Il paesaggio E’ un personaggio, atipico, ma sempre importante.
Anche lo sfondo bianco di una vignetta è importante perché calamita l’attenzione in un punto preciso, lo stesso dialogo per strada od in uno strano bar non è la stessa cosa, anche una situazione può diventare lo sfondo, il cuscinetto, per accogliere la storia in modo diverso.
In una storia c’è una ragazza matta che parla solo con una bambola e questo ha un effetto su tutto il resto della narrazione.
Oesterheld mi disse che, per lui, un grande personaggio è la Morte. Se l’interesse nella storia stava calando, allora ammazzava qualcuno di importante. Ho scosso le fondamenta della storia, sono costretto a cominciare daccapo.
In fondo, ritenendo il paesaggio un personaggio con pari dignità degli altri, per la sua creazione seguo il procedimento che seguo per tutti gli altri. E’ un bisogno mio e della storia.

Custer anticipava tematiche (riprese poi da Truman Show o Ed TV) molto importanti ed attuali. Come vedi, oggi, l’evolversi dei media?

C. Trillo: Secondo me certe idee “sono nell’aria”. Custer (Private eye femminile che accetta di farsi seguire durante tutta la sua vita dalla tv – nota) può essere considerato la prima parodia dei reality. Credo ci sia poco da aggiungere.
Nel 1984 Jordi (Bernet il disegnatore – nota) ed io siamo stati… (sorriso) profetici come, del resto, spesso è la science fiction, genere al quale Custer si rifaceva.
Forse chi ha ideato Truman Show non ha mai letto questo fumetto, forse l’ha fatto, semplicemente le cose stavano andando già in quella direzione.
Custer ci era stata commissionata come opera di fantascienza. L’editore voleva fortemente una storia di dischi volanti solo che il disegnatore non ci si sentiva a proprio agio.
La soluzione è arrivata concentrandomi su una fantascienza in auge in quel momento, quella dello “spazio interiore”. Quindi è nata una storia in cui il mostro alieno si rivela essere dentro di te ma che poteva essere disegnata come una vicenda degli anni ’50.

Secondo te, come critico, se dovessi mettere dei capisaldi nelle principali produzioni fumettistiche mondiali, quali opere ed autori metteresti?

C. Trillo: E’ una domanda difficile (pausa), per il sudamerica sceglierei Mafalda e l’Eternauta mentre per l’Italia… Corto Maltese.
Per la Francia lo è ancor di più perché sono molto incuriosito dalle cose che non faccio e che non so fare come i lavori di Sfar o Tronhdeim.
Le opere giapponesi in sudamerica non vengono pubblicate facilmente. E’ interessante anzitutto notare la profonda diversità tra la loro morale e la nostra ad esempio nel rapporto tra sessualità e fumetti.
Reputo però le opere di Miyazaki notevoli e molto affascinanti.
Il mercato americano lo conosco molto meno, apprezzo però moltissimo l’universo Vertigo.
I supereroi non li conosco molto, forse soffro del fatto che gli Stati Uniti vengono visti come i “cattivi” in Sudamerica e le loro icone soffrono di questo transfer. Personalmente non sarei interessato a confrontarmi con i supereroi.

(Pausa degli intervistatori...)

C. Trillo: Che c’è?

Ehm… la prossima domanda era, appunto l’attimo nerd, se hai mai avuto il desiderio di scrivere supereroi, ma… mi sa che possiamo passare oltre.

C. Trillo: (risata) Si, credo proprio di si.

Un grande cantautore italiano, Guccini, dice a proprosito delle canzoni degli altri “non si dice che è bella o brutta, ma… perché non l’ho scritta io!”
Qual’è, se c’è, un fumetto di un altro scrittore che ti sarebbe piaciuto aver scritto?


C. Trillo: (sorriso) Non c’è. A me piace tanto anche leggere le storie degli altri e, come lettore, mi piace tantissimo leggere una bellissima storia di un altro.

Domanda di rito, ma alla quale siamo molto curiosi, quali sono i tuoi progetti futuri?

C. Trillo: Sto lavorando sulla storia della fondazione della città di Buenos Aires. E’ una storia strana ed affascinante. Buenos Aires, una città fondata due volte.
Nel 1536 giunse alle foci del Rio della Plata una colossale spedizione dalla Spagna. Gli spagnoli erano dell’idea che alle foci del fiume si nascondesse un immenso tesoro.
Non era vero.
Su 1550 componenti iniziali ne sopravvissero solo in 400. Furono decimati dalle condizioni durissime che trovarono, dalla fame e dalla sifilide. I sopravvissuti furono costretti persino a mangiarsi l’uno l’altro per sopravvivere.
Erano presenti tanti nani, figure quanto mai affascinanti, e tante donne.
Si scoprì durante la permanenza che, nonostante fosse vietato, molte donne erano presenti, travestite da uomo dai loro compagni che le avevano portate con sé per il motivo più vecchio del mondo.
La spedizione era guidata da un pazzo ammalato di sifilide che vaneggiava di fronte alla Vergine Maria e che aveva fatto uccidere il suo vice per paura di essere sostituito, ma il suo destino non fu diverso dagli altri.
E’ stato il lavoro di un anno; un anno ad investigare nelle pieghe della Storia.
E’ un’opera ancora in fase embrionale che dovrebbe uscire nel corso del 2007 e disegnata da un esordiente, Pablo Tunica, finora impegnato nel campo della pubblicità ma in possesso di un’enorme talento e che, sono sicuro, si saprà affermare.

Vittorio De Sica una volta disse che Il cinema è un’industria che ogni tanto produce arte, frase spesso da te parafrasata per il fumetto. Come vedi questo futuro dei comics?

C. Trillo: Continuerà.
Questo mondo continuerà.
Continuerà ad avere storie e personaggi seriali e storie e personaggi d’autore e tutto il resto. Come la letteratura e come il cinema.
Nel cinema è più difficile non farsi risucchiare nella macchina produttiva perché è un media che ha bisogno di molto più denaro per vivere.
I fumetti sono economici, siamo in due, guadagniamo di meno ma ci piace ed è un media che ti da più controllo su di lui.
La letteratura anche.
Hanno a che fare con l’immaginario della gente. Il marketing non è poi così infallibile quando si cimenta con loro.
Basta vedere il caso Dan Brown. Ha detto cose, più o meno, già sentite e risentite, perché ha scatenato un tale dibattito? Come mai l'Opus Dei si è così arrabbiato?
Forse è tutta un’invenzione dell'Opus Dei? Avrebbero fatto tanti soldi e tanta pubblicità.
Magari Dan Brown è un prete.
Oppure questa potrebbe essere la storia per un fumetto!

Ah ah ah! Mi sa che abbiamo finito Carlos.

C. Trillo: Veramente? Controllate il registratore per prudenza.

Tutto a posto, grazie.

C. Trillo: Vi posso offrire un caffè?

Stavolta paghiamo noi, ci sembra il minimo.

Frank 76 e James not Jemas - Giugno 2006