lunedì 27 luglio 2009

BRIAN M. BENDIS - Intervista - nov 2005


La passione di Bendis... intervista a BRIAN MICHAEL BENDIS

di Tim Leong da comicsfoundry.com

Pochi scrittori possono vantare un successo (ed un’invidia) critico e finanziario simile a quello di Brian Bendis. E’ lo scrittore di Powers, Ultimate Spider-Man, the Pulse, New Avengers ai quali si aggiunge House of M, l’evento Marvel del momento. Brian è stato intervistato da Comicfoundry sui suoi fumetti, sul suo modo di scrivere i dialoghi e su tutto quello che ha imparato nel corso della sua carriera.

Ricordo di avere letto una tua intervista che risale ai tempi in cui ti venne offerta la testata degli X-men in cui dicevi che non si trattava di un lavoro molto adatto a te e che ti sentivi più a tuo agio a lavorare ad un titolo con uno/due protagonisti piuttosto che con un gruppo. Come hai superato questo problema?

Brian M. Bendis: Non era un “problema da superare”: in quel momento mi avevano incaricato di scrivere due titoli che erano quasi inconsapevolmente perfetti per il mio modo di scrivere (Ultimate Spider-Man e Daredevil), fumetti che richiedevano quegli aspetti del mio modo di scrivere che avevo meglio costruito nel corso degli anni. Gli X-Men, d’altro canto, presentavano dei problemi per i quali non mi sentivo ancora pronto e, anche considerando l’importanza degli X-Men in quanto tali, non mi sembravano una palestra adatta per affinare la tecnica. Sapevo che sarebbe stato prima o poi un punto di arrivo per me, ma sentivo che non era giusto che accettassi questo incarico solo per il motivo che mi era stata offerto. Forse sono l’unico che si fa influenzare da questo genere di cose, ma non riuscivo a percepire le stesse “vibrazioni positive” che si hanno quando si scrive qualcosa per cui ci si sente più adatti.
Con gli X-Men le mie sensazioni erano: “La sai una cosa? Mi sento come se fossi a scuola di scrittura e non come se stessi davvero scrivendo gli X-Men”. E allora ho deciso di aspettare fino a quando non sarei stato pronto a dare quello che potevo dare, dopo aver finito la “scuola”. Sono molto contento di aver preso questa decisione, è stata la cosa giusta da fare.

Cosa hai imparato da allora?

Brian M. Bendis: Ci sono state altre storie nel frattempo e altri progetti a cui ho lavorato dove c’erano più di un protagonista e mentre ci lavoravo mi ponevo questo genere di domande: “Ok, in questa scena ci sono sei personaggi, qual è quello il cui punto di vista è più interessante? Chi si modifica o impara di più? Qual è il personaggio che viene più impegnato?” E’ con lezioni del genere che si impara a gestire un fumetto “di gruppo”. Sono stato felice di aver imparato da questa lezione abbastanza da sentirmi sufficientemente adatto a lavorare a questo genere di cose. E credo di essere ancora migliorato oggi che lavoro a New Avengers.

Ancora di più lavorando ad un gigantesco crossover nel quale hai a che fare contemporaneamente con due gruppi, se non di più...

Brian M. Bendis: Già, sono di più!

Cosa cambia nel tuo modo di scrivere quando hai a che fare con così tanti personaggi?

Brian M. Bendis: Innanzitutto deve essere ben chiaro il senso della storia. Mi capita molte volte di prendere dei libri, di leggerli e di non capire qual è il senso di ciò che ho letto. Non serve che sia un senso profondo (può bastare anche un “adoro i film di kung fu”). Ma quando questo senso manca per me è una lacuna evidente: “qual è il senso di tutto ciò?”. House of M si basa su un concetto molto specifico, e così i New Avengers. L’Uomo Ragno ha avuto sin dalle origini un ottimo spunto di partenza: da un grande potere derivano grandi responsabilità. Eccezionale, un’idea che non può mai invecchiare! E’ importante stabilire il senso: una volta che è ben chiaro sarà molto più facile stabilire, ad esempio, quale personaggio esprime il punto di vista più importante attraverso cui raccontare una storia.

Vuoi dire che House of M è una storia centrata più sullo sviluppo dei personaggi che su di una serie di eventi?

Brian M. Bendis: Il plot è fondamentale in House of M, visto che succedono un sacco di cose ma i momenti dei quali vado più orgoglioso sono quelli per i quali ricevo un feedback potente da parte dei miei collaboratori: sono i momenti in cui affronto senza nessuna restrizione l’evoluzione caratteriale dei personaggi. A pensarci bene mi ricordo i libri che ho amato davvero e che negli anni ho continuato davvero ad amare: sono quelli che non si tiravano indietro quando era il momento di affrontare le emozioni. In Crisis on Infinite Earths ci sono un sacco di momenti fortemente emotivi: c’è una grande storia che si dipana ma ci sono comunque dei momenti in cui tutti si fermano, dicono “Oh, merda...” e devono affrontare un grave lutto che li ha colpiti.

Credi che si corra il rischio di perdere il controllo dei personaggi quando ce ne sono troppi da gestire?

Brian M. Bendis: E come in quei film d’azione, quelli schifosi intendo. Un’esplosione dopo l’altra, c’è solo questo: i film migliori sono quelli in cui ci si prende anche cura dei personaggi. In Die Hard e in Matrix tu ti senti davvero vicino ai personaggi e vuoi sapere che cosa succederà loro. Non è un concetto banale come può sembrare. E’ quello che succede con i personaggi di un qualsiasi mio fumetto. Se a nessuno importa dei miei personaggi, a nessuno importerà quello che succederà loro. Lo so che a volte forse esaspero un po’ la cosa e quasi mi sembra di sentire qualcuno lamentarsi dal pubblico: “E datevi una mossa!”. Ma è un rischio che preferisco correre. Sono tutti capaci di andare avanti a botte di un’esplosione dopo l’altra. E’ più interessante scoprire il “prima” ed il “dopo”.

Credo che sia il motivo per cui con così tanti personaggi in gioco e così tanti eventi in moto tu riesca a creare anche nuovi personaggi come Layla Miller... (nelle pagine di House of M).

Brian M. Bendis: Haha, bel tentativo.
Nella grande tradizione di questi super-eventi Marvel viene creato un nuovo personaggio che da lì uscirà alla conquista dell’Universo: spero che piacerà al pubblico. A me piace.

Ma che cos’è che rende buona una storia?

Brian M. Bendis: Corre una linea sottile tra una storia intelligente ed una stupida. Mi piace davvero quando qualcuno si rimbocca le maniche e riesce a mostrarmi qualcosa che non ho mai visto o pensato prima. Io sono il lettore che se ne frega meno dei generi. Se qualcuno è capace di farmi divertire non mi interessa davvero il genere della storia – supereroi, noir, indipendenti, autobiografico.... E come quando ti sembra di sentire che qualcosa si trasmette “fisicamente” dalla carta stampata fino alla punta delle tue dita che stanno reggendo il libro... E’ incredibile.

E’ la passione…

Brian M. Bendis: Già, e può capitare anche leggendo Superman, perché lo sceneggiatore è talmente bravo e voleva talmente tanto raccontare quella storia che alla fine ti dà i brividi. E’ una cosa così difficile da raggiungere. Puoi fare tutto nel modo giusto ma magari non funziona lo stesso. Un sacco di fumetti o film o serie televisive vedono all’opera gente davero in gamba ma dopo che li hai visti o letti sai subito che c’è qualcosa che non funziona. Ci provano e ci provano e non ci riescono. E invece da un’altra parte tutt’a un tratto scatta la magia...

Se la gente sapesse come si fa...

Brian M. Bendis: Già, non esiste una formula magica però io so che se mi appassiono davvero a quello che sto scrivendo, se mi emoziono anche se sto scrivendo una semplice scena tra Peter e MJ, il 99% delle volte anche (Mark) Bagley si emozionerà a disegnarla, l’inchiostratore si emozionerà a chinarla e l’editor a mettere il tutto insieme. Via via fino al lettore che si emozionerà allo stesso modo. Però come scrittore non riesco a controllare le emozioni di tutti, magari io mi emoziono mentre per Bagley al massimo si tratta di routine... Ma di solito siamo sulla stessa lunghezza d’onda. C’è un senso in quello che dico?

Immagino che parta tutto da te, se questa cosa non è con te sin dall’inizio allora non ci sarà per il lettore quando avrà in mano il fumetto.

Brian M. Bendis: La sai cos’è che non rende buona una storia? Scriverla perché si vuole venderla ad Hollywood. Non fatelo. Non è mai successo nella storia dei fumetti che qualcuno si sia messo lì perché voleva fare un fumetto da vendere ad Hollywood e sia riuscito nell’intento di farlo diventare un film e vivere di rendita. Non funzionerà mai, quindi non fatelo. Se scrivete un fumetto è perché volete un fumetto, se poi arriva Hollywood tanto di guadagnato. Non può funzionare altrimenti.

Ho letto da qualche parte una frase di David Mamet: “Nulla di artistico può essere concepito da un pensiero conscio”. Credi che sia vero?

Brian M. Bendis: Credo che sia vero tutto quello che lui dice. Tengo sul comodino un libro di interviste a Mamet ed è come la mia bibbia. Se qualche volta ho un dubbio mi basta sfogliarlo per trovare una pagina o qualcosa di giusto, mi sento subito meglio e posso tornare a dormire.

Lui è intelligente in maniera quasi ridicola.

Brian M. Bendis: Vero, è dannatamente intelligente. E poi ha quel suo modo di lavorare che deriva dall’essere stato uno studioso del Talmud, in quanto ebreo. Anche io sono stato educato in una scuola talmudica e c’è qualcosa nel modo in cui parla che mi appartiene e mi tocca, anche se il suo modo di parlare non assomiglia al mio. La cosa verissima che dice è che la chiave per scrivere un grande dialogo è lasciare che le voci che hai nella tua testa parlino tra loro e non con te. Insomma, ti basta sederti ad un tavolo e riportarle.

Puoi essere un po’ più chiaro in quest’ultima affermazione?

Brian M. Bendis: Chiunque ha delle voci in testa. Quando parli tra te e ti dici cose del tipo “mmm, prendo degli spaghetti o un cheeseburger?” stai effettivamente parlando con te. Invece occorre lasciare che le voci che hai nella testa parlino tra loro e così otterrai dei buoni dialoghi. Bisogna essere un minimo “aperti” però. E c’è da considerare la bipolarità degli aspetti: ci vuole un giusto equilibrio tra l’essere creativo e “funzionare” bene socialmente. Troppa creatività e non si è integrati bene in un contesto sociale. Ribaltando l’equilibrio si perde in creatività. Ma tutte le persone realmente ispirate che conosco sembrano in un certo senso un po’ matti. Ma è un piacere averle intorno.

“Story”, di Robert McKee – Qual è la migliore lezione che si trae da questo libro?

Brian M. Bendis: Che la struttura in tre atti funziona. E’ divertente perché leggendo il libro sembra che sia una cosa da seguire come un insegnamento dalla Bibbia.
Non è vero, però bisogna comprendere bene le regole, come funzionano e perché prima di riuscire a rimescolare le carte. A tutti piacerebbe scrivere in modo da non rispettare le sequenze. “Quando Quentin Tarantino ha scritto Pulp Fiction ha messo la prima parte come terza e...”: ma lui è Tarantino e sa come si fa. Non significa infatti che non abbia prima imparato a usare le regole della scrittura. Picasso ha imparato a dipingere come gli altri maestri naturalisti prima di passare al cubismo. Prima ci deve essere il momento in cui ti chiedi in che modo funziona e perché funziona così. Io ho scritto un sacco di storie “canoniche” e strutturate prima di iniziare a pensare che cosa sarebbe successo se non avessi raccontato il secondo atto. Oppure se il terzo atto diventasse il quinto, e così via... Si comincia a sperimentare e si trovano nuovi linguaggi da utilizzare per se, ma prima bisogna conoscere a fondo la materia. Adesso sembra un discorso più sensato?

Sì, bisogna conoscere le regole prima di infrangerle.

Brian M. Bendis: Grazie, è come dici tu... E bisogna imparare a scrivere dialoghi stringati e non blablabla...

Beh, quello succede quando si lavora tardi la notte.

Brian M. Bendis: Questa cosa non l’ho mai imparata.

Pensare che tu sei uno degli scrittori più riveriti del momento...

Brian M. Bendis: Mmmm... Mah, credo che sia tutto da imputare al momento... Beh, è bello essere considerati bravi, comunque.

Come riesci a migliorare le tue doti di scrittura partendo da una consapevolezza già così elevata?

Brian M. Bendis: Innanzitutto, l’essere riveriti non ha nulla a che fare con la tecnica o la bravura. Proprio per niente. Una delle cose che mi fa impazzire è vedere persone che ritengono di avere tutte le risposte (giuste) solo perché qualcuno l’altroieri ha detto qualcosa di carino su di loro. Se conoscessi tutte le risposte scriverei la storia perfetta ed andrei in pensione felice. Ma non le so. E’ una cosa difficile da descrivere o da far comprendere al pubblico. Ogni giorno tu cerchi nuove soluzioni sforzandoti sempre di più e tiri e spingi e qualche volta quello che fai trova il gradimento dl pubblico. Ma nove volte su dieci (credo) ti senti molto più realizzato anche solo per aver portato avanti il tuo solito modo di scrivere ancora una volta (quel modo di scrivere che fa vendere quel fumetto così bene, per intenderci). Sono due mondi antitetici. Ed io non capisco perché ci siano persone che giudicano migliorato il mio lavoro, come non capisco quelli che dicono che è peggiorato. E’ una cosa che non puoi controllare perciò l’unica cosa da fare è tirare avanti e occuparsi del proprio lavoro. Non c’è differenza tra il lavoro che faccio adesso e quello che facevo ai tempi di, mettiamo, Goldfish.

Quindi non c’è stata nessuna evoluzione nel tuo modo di scrivere?

Brian M. Bendis: C’è un’evoluzione nella perizia tecnica, o almeno lo spero. Sono un miglior narratore rispetto a prima. Però il momento in cui ti siedi e ti chiedi se quello che hai scritto funziona è sempre lo stesso. Ho buttato nel cesso due numeri (interi) di New Avengers perché rileggendoli non mi sembravano buoni: li ho cancellati ed ho ricominciato da capo. La Marvel li aveva approvati e io ho detto alla Marvel: “Beh, non mi piacciono”...

Hai una tua cartina di tornasole per questo genere di cose? Qual è il tuo standard accettabile? Come lo capisci?

Brian M. Bendis: Spero che il fatto che non so rispondere a questa domanda faccia capire a chi legge quello di cui sto parlando. Non è una cosa che ha a che fare con il successo economico o con il vincere un premio. Non si può sapere. Quello che si sa invece è che non si finisce mai di lavorare. E’ la sola buona lezione che ho imparato alla scuola d’arte. Una volta il mio maestro disse: ”Se finisci un’illustrazione e credi che sia perfetta c’è qualcosa in te che non va. La perfezione non esiste! Hai semplicemenrte fatto un’illustrazione. E adesso corri a farne un’altra... Sperando che sia migliore della precedente”. Questa sì che è una buona lezione.

Qual è la lezione migliore che hai ricevuto, riguardo allo scrivere?

Brian M. Bendis: E’ proprio questa lezione. Io non ho mai scritto una sceneggiatura perfetta. Scrivo ogni giorno ed ogni giorno scriverò cercando sempre di migliorarmi.


Che consiglio daresti ad un aspirante scrittore di comics?

Brian M. Bendis: La mia grande lezione, quella che cerco di insegnare a chiunque sia disposto ad ascoltarmi è: scrivi per te stesso, non cercare di scrivere per gli altri. Non importa se stai scrivendo un film di grosso budget o un videogioco o una serie TV, scrivi qualcosa che ti piace davvero e che vorresti leggere. Non cercare mai di indovinare quello che vogliono le altre persone.
Provo a farti un esempio che mi è stato fatto: mettiamo che quest’estate vada di moda l’arancione. Tutti adorano l’arancione. Perciò dici che vuoi essere amato da tutti e quindi ti butti sull’arancione anche tu. Quando avrai finito il tuo lavoro sarà arrivato l’autunno ed a questo punto andranno tutti pazzi per il rosa. E tu ti ritrovi con la tua cosa che non piace più a nessuno e che nemmeno tu volevi all’inizio.
Molto meglio srivere qualcusa che ti piace e che vorresti trovare come lettore. Oppure scrivere qualcosa che ti senti costretto a scrivere, quasi che se tu non lo facessi saresti costretto a infilarti una pistola in bocca. E’ così che vanno le cose (magari senza esagerare in morbosità). Non è che mi ritrovo a scrivere The Pulse con una pistola in bocca... Però tutti i fumetti che scrivo sono fumetti che mi piacerebbe comprare ed io lavoro solo con disegnatori dei quali vorrei comprare qualsiasi cosa. Non lavoro mai con qualcuno che non mi dia queste sensazioni.

E per quanto riguarda i dialoghi? Credo che tu sia uno scrittore che se ne mette alle spalle parecchi in questo ambito particolare.

Brian M. Bendis: Sono contento che si parli dei miei dialoghi perché sono la vera passione della mia vita. Io passo le giornate a pensare alla musicalità del linguaggio e a come renderla sulle pagine di un fumetto. Tutte le persone hanno una percezione del mondo differente. Occorre scrivere personaggi che parlano tra di loro, non per se stessi ma per portare avanti la storia a favore di chi legge. E’ molto semplice fare in modo che uno dei personaggi si rivolga ai lettori e racconti tutto. Ed è così poco intelligente. Tutti lo sanno fare, come ho detto. Ma quello che da lettore si vuole è trovare un modo nuovo ed unico di trasmettere le informazioni necessarie alla storia e, allo stesso tempo, creare personaggi contraddittori come sono contraddittorie le persone nella vita reale, che dicono una cosa un giorno ed il giorno dopo dicono l’esatto contrario.
Arrivi a casa e la tua ragazza ti dice qualcosa di carino, mentre il giorno dopo qualcosa di cattivo. E’ la stessa persona, con un comportamento normalmente contraddittorio. E’ una cosa difficile da ottenere in un fumetto (e spesso i lettori non hanno né la pazienza né la ricettività giusta per recepire i tuoi sforzi) ma credo che sia un obbiettivo importante, che valga la pena perseguirlo e spero che sempre più scrittori seguano questa strada. La cosa bella è che ci sono già molti scrittori che lo fanno: (Brian K.) Vaughan, (Warren) Ellis. Ci sono un sacco di scrittori che non si spaventano per l’altezza dell’asticella: e si sforzano per portarla sempre più in alto.

Hai un gruppo di persone che condividono con te questi aspetti del tuo lavoro?

Brian M. Bendis: Sono fortunato perché molte persone alla Marvel e anche tra le mie conoscenze familiari mi aiutano a capire quando sto facendo qualcosa di sbagliato. Mia moglie è una perfetta cartina di tornasole. Ci sono state un sacco di occasioni in cui mi avevano detto di non fare qualcosa ed io non li avevo ascoltati e alla fine è risultato che avevano ragione loro. Apprezzo molto la mia relazione con la Marvel perché posso contare su di loro quando c’è bisogno che mi si dica che quello che sto facendo fa schifo.

Tu scrivi i dialoghi tenendo a mente il fatto che verranno letti e non recitati? Oppure con la consapevolezza che qualcosa funziona meglio sulla carta che non a voce (o viceversa)?

Brian M. Bendis: Nel passato c’erano delle persone che recitavano i miei dialoghi per me ed ho avuto la fortuna di avere degli attori per questo quando lavoravo alla serie animata dell’Uomo Ragno. C’è una differenza gigantesca tra le due cose. Mi ossessiona molto anche come una cosa funziona sulla pagina. Mi è capitato di scrivere una pagina con sessanta balloon di testo. In questi casi io disegno di persona il piazzamento delle “nuvole” e delle didascalie nella pagina perché la tempistica in cui vengono lette è importante e anche il modo in cui sono in relazione tra loro, il fatto che si tocchino oppure no... Perciò impiego sempre un enorme quantità di tempo ogni fumetto che scrivo per questa rifinitura dei dialoghi, agendo anche sul lettering. Scrivo lo script per tutto il numero e dopo faccio una seconda passata avendo sotto la pagina già a matita. Sulle matite io posiziono il testo come ho già detto. Quindi il tutto passa al letterista e quindi torna da me per un’ulteriore fase di rifinitura. A volte quest’ultima fase mi porta a fare solo quattro o cinque piccole modifiche. Mentre a volte significa addirittura cancellare del tutto delle parti di testo, che magari non servono perché l’immagine è già sufficientemente eloquente. Con Mark Bagley questa cosa succede spesso. Ho appena finito una storia in cui c’era una scena molto intensa emotivamente tra Peter [Peter Parker, l'Uomo Ragno, ndT] e MJ [Mary Jane Watson-Parker, moglie di Peter Parker, ndT] per la quale avevo scritto 15 linee di dialogo, che ho scartato tutte dal momento che la pagina diceva già tutto. E faccio molta attenzione alle differenze fra come si legge un dialogo in rapporto a come risulterebbe recitato ad alta voce.

Credi che un dialogo dovrebbe “sembrare” realistico?

Brian M. Bendis: E’ molto difficile stabilire che cosa sia realistico oppure no per le varie persone. Ad esempio, le persone dicono un sacco di parolacce. Ultimate Spider-Man dovrebbe essere infarcito di parolacce, perché è così che parlano i ragazzi. E a me piace leggerle. Mi da la carica leggere dialoghi “naturalistici”, in un pezzo teatrale, ovunque. Ci sono stati autori di fumetti che prima di me hanno usato questi strumenti nei fumetti. Gente come Howard Chaykin ed Alan Moore (in progetti particolari), anche se non credo che venga dato atto ad Alan Moore di questo. E' una cosa che mi piace da matti.

Ma quando si ha a che fare con i supereroi bisogna tenere in conto la sospensione della realtà. Come si integra questo aspetto con il resto?

Brian M. Bendis: Ci sono due aspetti da considerare: il primo (e ci sono sbattuto addosso pesantemente durante i miei primi lavori per la Marvel) è che a quelli della vecchia scuola il mio modo di lavorare non piace per niente. E io a dire che loro erano abituati a leggere un certo tipo di fumetti e a leggere delle pagine magari piene di testo che esponeva semplicemente l'azione o il contenuto della vignetta (del tipo “Nel frattempo, al tribunale...”). A dire loro che non c'era niente di male perché era il loro modo di leggere i fumetti ma questo non significava che fosse l'unico modo di raccontare una storia. Dei grandi fumetti sono stati scritti in modo classico, io voglio solo lavorare in un modo diverso. Ci sono persone che si arrabbiano tantissimo se Capitan America si inciampa su una parola. In un certo senso per loro questo significa che il personaggio è debole o chissà che, ma non è il caso. Anche la più potente delle persone si ferma ogni tanto in mezzo ad una frase e parte di nuovo.

Giusto, persino David Mamet è inciampato una volta.

Brian M. Bendis: Certo!

Come credi stia andando l'industria dei comics in questo momento?

Brian M. Bendis: E' un momento di transizione, è tutto molto eccitante. Secondo me non si fa ancora sufficiente attenzione ai volumi a fumetti. I volumi vendono molto più rispetto al passato, al punto che alcuni dei miei titoli hanno raddoppiato il numero di lettori se si considerano gli acquirenti del volume. Sono rimasto shockato dai dati di vendita dell'ultimo volume di Powers che mi sono appena arrivati. E a volte i lettori dei volumi non vengono proprio considerati, a favore dei lettori degli albetti. Non credo che sia il canto del cigno dei floppies, ma è chiaro che è in atto una trasformazione che riguarda il modo in cui la gente acquista i fumetti. Il pubblico si divide in due al momento ed è un fattore importante il modo in cui i lettori vogliono leggere ed acquistare le loro storie.
In tutto questo c'è un fattore positivo: le due grosse case editrici in competizione stanno producendo fumetti di grande qualità e utilizzano autori di grandissimo talento. Questo significa che le aspettative del pubblico adesso sono davvero alte. Sembra che i lettori non accettino più di acquistare qualsiasi stronzata come un tempo: di questo io sono molto contento. Chiaramente esce ancora della robaccia ma quantomeno non si può dire che non sia ben confezionata. Almeno si nota lo sforzo. Credo che sia imporatnte che ci siano così tanti scrittori e disegnatori di talento che lavorano duro per produrre fumetti sempre migliori. Credo che ci siano autori in circolazione molto migliori di chi li ha preceduti per quanto riguarda capacità tecnica e disegno. Non si è mai visto di meglio. Tutte le volte che sento qualcuno che si lamenta di Astonishing X-Men a me viene da dirgli che non si è mai visto niente di meglio su una testata mutante. Gli X-Men non sono mai stati realizzati meglio di come lo sono adesso.

Già, ho partecipato ad un incontro con Joe Quesada al MoCCA (Museum of Comic and Cartoon Art, ndT) nel quale ha detto che se i disegnatori di oggi avessero lavorato durante gli anni '80 ad opere come Watchmen e Dark Knight avrebbero completamente cambiato il modo di concepire i fumetti.

Brian M. Bendis: Beh, a volte anche in privato si scherza molto sugli anni novanta e su come molte persone pensino che il mucchio di soldi che girava all'epoca abbia rovinato l'ambiente. So che è una generalizzazione ma è molto diffusa. Però tutti quelli che erano nel business solo per i soldi sono spariti (quando i soldi sono finiti). E sono rimaste un sacco di persone a cui fare soldi con i fumetti non interessava affatto. Anche persone che guadagnano bene, ma è un caso. Non c'è modo di stabilire come funziona. Io stesso faccio parte della categoria. Quello è il tipo di persone che vuoi al lavoro su un fumetto. Gente che ha scelto di restare anche se doveva tirare la cinghia e saltare un pasto, ecco il tipo di fumettisti che mi piace. E il nostro pubblico alla fine è sempre molto felice e grato della dose di fumetti che gli permettiamo di ricevere ogni settimana. Da una cosa così si potranno sempre ricostruire i fumetti ed un'industria basata sui fumetti. Sono davvero felice di lavorare in questo campo adesso.

Leggi ancora lavori di autori dilettanti?

Brian M. Bendis: Ogni settimana mi arriva un sacco di roba per posta. Mi diverto molto a farla passare e non ne tralascio nessuno. Quando trovo qualcosa di unico o interessante chiamo sempre gli autori come un fan sfegatato. E' la cosa che mi piace di più come lettore: e voi autori, quando fate un fumetto speditelo in giro, a tutte le persone che credete possano darvi una mano. E' un investimento. Anche se si tratta solo di una piccola storia indipendente, la devi considerare come un investimento sul tuo futuro. Devi davvero farti il culo e fare in modo che più gente possibile legga il tuo fumetto. Alcuni autori pensano che il creare un fumetto sia già sufficiente ma non è vero! Bisogna lottare per la sua diffusione.
Quando lavoravo ancora come indipendente passavo più tempo a bussare alle porte (e a sentirmele chiudere in faccia) che al tavolo da disegno. E’ necessario, se si vuole riuscire ad arrivare al fumetto successivo. Quando qualcuno mi domanda cosa fare dei propri fumetti autoprodotti, io dico sempre loro di spedirli sempre a chiunque si pensa potrebbe dire qualcosa di carino ad un'altra persona e… A suo tempo ho spedito miei fumetti a persone che adesso sono miei colleghi e che all’epoca non mi risposero nemmeno. Spedivo i miei fumetti tutti i mesi a Ralph Macchio (storico editor della Marvel, ndT) e non ho mai avuto una risposta. E adesso mi ritrovo a lavorare con lui tutti i giorni, il che fa abbastanza ridere. Spedivo fumetti a chiunque pensavo mi avrebbe potuto aiutare e chi salta fuori? Todd McFarlane. Che mi affidò all’epoca una testata. Chi l’avrebbe mai potuto immaginare?

Non Ralph Macchio! Che cos’è che può fare la differenza a questo livello? Che cosa rende interessante una proposta indipendente?

Brian M. Bendis: Di solito è la passione. So che sembrano stronzate ma alcune persone (mi escludo dal gruppo) sono davvero in grado di lavorare con la passione e distillarla nei propri fumetti. Altri autori non sono altrettanto capaci. Ma chi ci riesce può stupirti con dei fumetti davvero fenomenali. A volte ti basta sfogliarli per capire che si tratta di qualcosa di speciale. E a volte già a guardarli si vede che vale poco. Ricevo un sacco di fumetti brutti, non sempre lo sforzo produce risultati apprezzabili.

E credo che la cosa importante sia anche imparare dai propri errori e dai fumetti “non riusciti”.

Brian M. Bendis: Sai che la più grande lezione che abbia mai ricevuto l’ho avuta mentre lavoravo al mio primo fumetto? Quando l’ho visto stampato quasi mi veniva da vomitare da quanto ero disgustato dal risultato. Per tutto il tempo mi ero immaginato un risultato diverso e quando vidi cosa era saltato fuori… ne rimasi davvero disgustato.

Cosa avresti voluto cambiare?

Brian M. Bendis: Tutto! Tutto! Non potete immaginare quanto quella esperienza mi abbia aperto gli occhi! Vedere il proprio lavoro stampato, mostrarlo ad altre persone… Decisamente un momento difficile. Per questo motivo cambiai il modo di chinare le tavole, il modo di scrivere… Cambiai tutto!

Qual è la cosa più importante che hai imparato dopo il tuo ingresso nell’industria?

Brian M. Bendis: Non riempirmi la vita ed il lavoro di stronzate. Sul serio. I momenti in cui sono più felice di me stesso sono quelli in cui mi sento libero dalle stronzate. E quando vedo me stesso o le altre persone immerse nella merda, questa cosa mi fa davvero impazzire. Anche se stai scrivendo e magari ti nascondi dietro ad un dito dicendoti che stai facendo un buon lavoro, qualcosa che riesci a fare bene. Tanto per parlare di me, quando per la prima volta mi furono affidati gli X-Men mi sforzai davvero di fare un fumetto che stesse in piedi, ma il risultato era uno schifo. Passarono tre mesi prima che riuscissi a dire che non ce la facevo. E furono tre mesi in cui mi cercavo di convincere che ero uno scrittore diverso da quello che ero realmente. Ecco la lezione che imparai quella volta, lasciar perdere questo genere di stronzate. E non costringere la gente a pagare per i tuoi errori. E’ un circolo vizioso: se il tuo lavoro non sta in piedi perché fa schifo allora anche quelli che collaborano con tre non potranno fare di meglio ed i lettori penseranno di aver comprato una stronzata e si incazzeranno e tutto questo non è esattamente quello che si vuole.
E poi so che è davvero frustante sentirsi dire che non è possibile controllare le reazioni e la risposta di chi leggerà i tuoi fumetti , ma purtroppo è vero. Ed è uno dei motivi per cui si continua a farli. Perché si continuano a fare fumetti anche dopo l’uscita del Ritorno del Cavaliere Oscuro.
Ecco un’altra cosa che ti lascio per l’intervista che sembrerà ancora più folle… Non è possibile controllare l’ambiente e le circostanze in cui vengono letti i fumetti! Magari un tizio ha mangiato della roba andata a male e legge un mio fumetto e non gli piace. Un altro lettore è di cattivo umore e per questo odia il mio fumetto. Non si può controllare. Quindi tanto è inutile pensarci. Tu ci perdi le notti su quel fumetto e loro lo leggono quando stanno male e lo odiano per quello. Associano la tua storia al loro mal di pancia…

Tutto il lavoro finisce nel cesso, letteralmente.

Brian M. Bendis: Proprio così, ecco un’altra piccola lezione per voi!.


Novembre 2005