sabato 4 luglio 2009

Addio, Chunky Rice - giu 2006


Addio, Chunky Rice (Goodbye, Chunky Rice) di Craig Thompson - Black Velvet Editrice (Bologna 2004) - brossurato, 128 pagine, b/n, 12,00 euro

Lo dico subito, a scanso di equivoci e a sprezzo del ridicolo: il tratto di Craig Thompson, americano classe 1975 esordiente con questo volume, mi ha immediatamente ricondotto ad antiche, e forse dimenticate (per questo lo devo ringraziare una volta di più), suggestioni, quelle della prosa disegnata di Milton Caniff e quelle delle bolle di sapone.
Thompson si ispira forse a Caniff? Non che io sappia, a dire il vero, e non ci giurerei a confrontare il tratto dei due autori: eppure, come il maestro di Terry and the Pirates e Steve Canyon, sa trovare il fiabesco nel quotidiano e sa infondere un che di magico (ma non onirico!) a illustrazioni che, personaggi a parte, appaiono filologicamente molto realistiche. Al pari di Caniff, riesce a restituire un senso profondo dell’avventura e a imprimere intelligenti scarti di tono al ritmo delle vicende, ora rallentandole ora accelerandole, e mantiene un distacco ironico che tuttavia non esclude il sogno autobiografico. Come Caniff, infine, sembra credere in una naïvété umile che non è per niente facile poesia o accomodante riflessione.
Esaspero di certo, e con il riferimento alle bolle di sapone ancora di più: il fatto è che le atmosfere di Chunky Rice (e quelle di Blankets poi, sia pure più spigolosamente mature), con questo villaggio rotondeggiante in riva al mare popolato di animali e umani chi se ne importa, mi hanno subito ricordato la forma delle bolle capaci di uscire da cilindretti magici con la sola non-forza vitale di un soffio infantile e, per traslato, la fragilità di tutti quei mondi in via di creazione/estinzione contenuti in tali elementi sferici, mondi immaginari e caduchi apparentabili forse soltanto alle scene, natalizie o meno, delle sfere di cristallo.
In Chunky Rice, dunque, e a questo volevo arrivare, si respira un’aria di ovatta, fuori dalle coordinate della contemporaneità di ognuno di noi, malinconica ma stranamente quasi non nostalgica (perché Thompson, riverberandola nel medium fumetto, forse rivive per davvero quell’epoca lì): l’aria dei tempi delle barchette di carta – meraviglia ideologica che potrebbe sfuggire: prima del fumetto vero e proprio, Thompson insegna, in una successione di cinque vignette, come costruire una barchetta di giornale - lasciate navigare in vasche da bagno o in piccole pozze d’acqua (e cos’è, se non questo, quell’insicuro vascello che divide il tartarughino Chunky dalla topolina Dandel?), delle bottiglie vuote in cui lasciar cadere messaggi destinati alle immensità del mare, degli uccellini da compagnia e delle crudeltà inspiegabili dei padri, delle gemelle siamesi viste, nell’età dell’innocenza della crudeltà (quando ancora non abbiamo capito che tutti, indifferentemente, siamo scherzi della natura), come mostri di cui avere paura, compassione, ribrezzo.
Cinematografica nella gestione della tempistica (ellissi, ritmo interno dei personaggi ed esterno della vicenda) e nella composizione dei quadri, la storia del distacco fra Chunky Rice e Dandel, amici innamorati amanti, si arricchisce di sfumature da letteratura novecentesca, ora esistenziale ora minimalista, e l’opera successiva di Thompson, il monumentale (e non solo in senso figurato!) Blankets, confermerà in pieno questa sua predilezione: lo stare sulla strada della Beat Generation diventa, a misura di bimbo appunto, un on the boat struggente e delicato, la circolarità di ogni narrazione autobiografica trova un preciso corrispettivo sonoro (il guru dei fumetti Alan Moore parla di “emozionante meditazione sull’amicizia, la solitudine e la perdita, realizzata con un forte senso della musicalità dei fumetti. Quest’opera canta e balla e ci sono cose ben peggiori che cantare e ballare”) semplicemente in un’onomatopea. “Clunk”, il rumore di un sassolino lanciato sul vetro di una finestra a richiamarel’attenzione dell’amico del cuore è lo stesso, movimento di apertura e di chiusura, di quello di una bottiglia che, abbandonata al destino uterino dei moti ondosi dell’oceano, si scontra con la chiglia della nave su cui è salpato sempre lo stesso amico, portando a destinazione un messaggio, si pensa tenero e disperato, di richiamo e di sos al contempo. La bolla di sapone, scoppiando, ha liberato il suo mondo e il sogno di questo mondo. Dal nero da cui è provenuto, questo sogno bianconero fatto di figure balloon emozioni e parole (che lo si voglia chiamare fumetto o vita è assolutamente superfluo) può ritornare al nero.
La tartaruga Chunky Rice, animale anfibio, ha assolto la sua esistenza in terra e, inseguendo un destino nomade e solitario per eccellenza (la sua casa, il guscio, è dovunque egli sia; egli è sempre e ovunque il rifugio di sé stesso), intende tornare al mare dove forse è nata. Non volendo abbandonare l’amica Dandel, la invita a venire con sé: ma la topolina Dandel, animale di terra, non può lasciare il suo habitat (“Sei come un piccolo fiore diventato troppo grande per il proprio vaso… bisognoso di essere trapiantato per continuare a crescere. Ho ragione?”, “Si. Ma non voglio abbandonarti. Voglio portarti con me. Fuggi via con me!”,
“Non posso. Appartengo a questo luogo”). Il destino, beffardo e sornione ma non proprio crudele, ha deciso per loro; ma loro, anche se a noi lettori non è dato saperlo fino in fondo, sapranno prendersi la meritata rivincita, ne siamo certi.
Di particolare pregio l’edizione della Black Velvet, piccola casa si spera sempre più in espansione, filologica al volume originale nel formato e nell’estetica già fiabeschi e intelligentemente infantili. Personalmente, un’opera che non reputo possibile non possedere.

Roberto Donati - Giugno 2006
[Questo articolo è già apparso sul sito Central do Cinema]