sabato 6 giugno 2009

Zoé - 2003?...

Zoé di Christophe Chabouté - 144 pagine – € 8,26 – Kappa Edizioni (anno 2000)
Zoé è una giovane orfana condannata a dieci anni di galera per l’uccisione del suo stesso complice nel corso di una rapina. Mentre è in carcere eredita dalla nonna una casa in un paesino sperduto nel quale si trasferirà dopo avere scontato la pena.
Il racconto entra nel vivo quando Zoé giunge nella nuova abitazione nel villaggio in aperta campagna, dove viene toccata da una serie di avvenimenti che a poco a poco accrescono un clima teso e nero e fanno capire che La Goule nasconde dei segreti spaventosi. Una donna si impicca; fra gli effetti personali della nonna c’è una pistola (da quale grave pericolo doveva difendersi?); tutto il villaggio si raccoglie per il rogo della strega; un commesso viaggiatore scompare e i suoi vestiti e il suo accendino finiscono nel negozio dell’antiquario; un gatto viene impiccato.
Il mistero di La Goule viene svelato nelle pagine conclusive. Durante la seconda guerra mondiale quattro abitanti del villaggio e un tedesco si diedero alla rapina dei soldati tedeschi in fuga dal fronte francese, arricchendosi abbastanza da smettere di compiere qualunque tipo di crimine una volta terminato il conflitto. Molti anni dopo la loro attività è ricominciata con l’assassinio di persone di passaggio nel paese allo scopo di espiantarne gli organi e rivenderli sul mercato nero.
L’enigma di La Goule trova una soluzione che non scioglie un grosso nodo, cioè la presenza nel corso del racconto di un atto di stregoneria (lo spillone che infilza la bambola) che colpisce uno dei due becchini (nelle pagine conclusive del quinto capitolo). Sembra che nella trama, risolta in modo così razionale, ci sia uno squarcio che fa intendere che la realtà potrebbe essere solo un’apparenza, una facciata dietro la quale vive un mondo diverso fin dalle radici, un mondo che Zoé non solo non comprende ma nemmeno intuisce, in un fumetto che diventerebbe così il suo mancato viaggio di scoperta.
Tutti i dettagli seminati nel fumetto e la rivelazione finale delle torbide attività dei cinque banditi formerebbero un grande arabesco nel quale non trova spazio, e in questo modo risalta, la sequenza della bambola che viene trafitta dallo spillone. In questo modo l’autore darebbe una soluzione al giallo ma allo stesso tempo aprirebbe al lettore una porta verso ragionamenti atti a sconfessare quella stessa soluzione.

Secondo me questa interpretazione per quanto affascinante, non funziona. Trovo che non si possa parlare di un arabesco a cui si contrappone un particolare del tutto estraneo e autonomo perché quello che sembra un arabesco presenta in realtà due sbavature che ne rovinano la complessiva armonia.
La prima perplessità è legata al passatempo di Hugo. Zoé viene invitata da Hugo ad ammirare la sua singolare collezione di teschi e si accorge che uno appartiene ad un uomo. La ragazza gli chiede dove lo ha trovato ma lui evita di rispondere, cambia argomento e le mostra i resti di un maiale. Zoé li osserva e poi si complimenta con Hugo per la sua collezione, senza interessarsi più del teschio umano.
Diverse pagine dopo Hugo va a casa di Zoé per regalarle un pesce. Ha con sé una borsa che gli cade a terra e dalla quale esce un altro teschio umano; Zoé si stupisce e si preoccupa quando lo vede, rimane a bocca aperta, spalanca gli occhi, perde il controllo e urla perchè Hugo non le dice dove lo ha trovato. E’ una reazione che non dovrebbe appartenerle sia perché sa già che nella collezione di Hugo ci sono teschi umani sia perché in precedenza, trovatasi nella stessa situazione, aveva avuto una reazione molto diversa, ben più controllata.
La sceneggiatura è debole anche in un altro punto. Nel penultimo capitolo, quando Zoé si trova faccia a faccia con i banditi, il prete dice: ‘Da quando sei qui ficchi il naso dappertutto’ e ‘Ieri l’altro siamo stati costretti a bruciarlo anziché seppellirlo’. Si riferisce ad un corpo da cui sono stati estratti gli organi (si vedono alcune vignette relative all’operazione alla fine del secondo capitolo) e che è stato bruciato la sera successiva nel rogo della strega (il giorno dopo Zoé trova un osso umano fra le ceneri). Il discorso del prete non ha senso perché Zoé dormiva la notte in cui il cadavere è stato operato. Non poteva quindi ficcare il naso e tantomeno impedire che i resti venissero sotterrati in tutta tranquillità nel cimitero quella stessa notte. Chabouté mette in bocca quelle parole al prete per giustificare il ritrovamento da parte di Zoé delle ossa fra le ceneri ma la spiegazione, come appena dimostrato, risulta artificiosa, approssimativa e per nulla soddisfacente.
Il lettore, una volta accertati due errori come questi, non può più considerare il bambolotto trafitto dallo spillone come un dettaglio fuori posto che ha lo scopo di invogliare a ragionare e a ripensare a tutto il racconto. Concluderà invece che è l’ennesima incongruenza all’interno dell’albo. In un fumetto che nell’insieme è caratterizzato da una trama piena di inesattezze e da un finale banale l’idea di inserire (senza dare spiegazioni) l’accenno alla magia appare come il vano stratagemma per salvare un’opera che altrimenti colerebbe inesorabilmente a picco. L’improbabile salvataggio non riesce all’autore e, una volta allontanato questo fumo dagli occhi e riesaminato tutto l’albo, ci si accorge che il fumetto è fragile fin dalle basi e molti elementi (la collezione di Hugo, la pistola della zia, l’impiccagione del gatto) sono fini a sé stessi, non hanno alcuna funzione nella storia se non creare un’atmosfera inquietante.
Questa atmosfera cupa, apparentemente l’unico motivo di interesse rimasto nell’albo, si sbriciola dopo che ci si accorge che è indotta in modo artificioso e di questo Zoé di Chabouté rimane solo il sapore amaro del vuoto e della desolazione.
Luigi Siviero